Per l'America's Cup, governo e comune di Napoli hanno stravolto decenni di pianificazione senza confronto pubblico. Dragaggi di fondali contaminati fino a mille volte i limiti di legge rischiano di produrre diossine e cancerogeni, ma il quartiere resiste.
Napoli, Auditorium della Porta del Parco, 11 febbraio 2026.
Nessuno tra i dirigenti della struttura commissariale che gestisce la bonifica e la rigenerazione dell’ex area industriale di Bagnoli sa cosa sta per succedere quando prende il microfono Carol, diciottenne studentessa di un liceo locale. Carol ha modi gentili e lunghi capelli rossi, ama Pablo Trincia, ascolta Riccardo Cocciante e i Meganoidi. Frequenta il quarto anno dell’istituto dedicato ad Artemisia Gentileschi, straordinaria pittrice che fu amica di Galileo Galilei e Massimo Stanzione, e che ad appena diciannove anni aveva portato a processo l’uomo che l’aveva stuprata, riuscendo, contro tutti e tutto, a farlo condannare.
Con un po’ di emozione e invidiabile pacatezza, segnala alla platea che l’incontro a cui stanno assistendo ha – per lei e per un gruppo di colleghi che rappresenta – ben poco a che vedere con la “campagna di partecipazione” annunciata in una lettera dall’assessore all’istruzione del comune di Napoli ai dirigenti delle scuole del territorio. «La partecipazione – spiega Carol – si fa prima di decidere; non dopo, quando tutte le scelte sono già state fatte e gli accordi già firmati». L’imbarazzo in sala è evidente, la ragazza porta a casa game, set e match.
Della bonifica di Bagnoli si è cominciato a parlare dal giorno della chiusura degli impianti, nei primi anni Novanta. Principale polo industriale del Mezzogiorno, territorio di irrisolvibili contraddizioni, “il cantiere” è stato un luogo di emancipazione per molti operai, ma anche causa di innumerevoli decessi dovuti a inquinamento e incidenti mortali nelle fabbriche (la grande acciaieria Ilva-Italsider, e poi un cementificio, un’industria chimica e una per la produzione di manufatti in amianto); è stato elemento chiave per lo sviluppo italiano del capitalismo di Stato, roccaforte rossa, ma anche palcoscenico di uno dei più traumatici tradimenti vissuti dalla classe operaia del nostro paese, abbandonata dal partito da cui si sentiva rappresentata.
Negli ultimi trentacinque anni, la tanto agognata restituzione del territorio ai suoi abitanti si è mossa lungo due direttrici. Da un lato, l’incessante rivendicazione di protagonismo da parte della comunità del territorio ha fatto sì che i piani locali e nazionali (dal piano regolatore a quello di rigenerazione elaborato dalla struttura commissariale nel 2019) rispettassero le volontà dei cittadini: mare bonificato, una lunga e ininterrotta spiaggia libera, un grande bosco urbano. Dall’altro lato c’è da registrare l’imbarazzante gestione politico-amministrativa: società pubbliche travolte dai debiti e fallite, processi per disastro ambientale aperti da più di un decennio, spreco di quasi un miliardo di euro per fare poco e male, tanto da portare il governo Renzi a commissariare l’area nel 2014. Insomma, un fare e disfare minuzioso e pervicace lungo tre decenni e tale da rendere la retorica del presunto immobilismo una favola per quegli ingenui che ancora credono che se la bonifica non si è fatta a Bagnoli è perché gli ambientalisti e i comitati si sono opposti (e per fortuna!) alle più scellerate proposte fatte negli anni: dai resort vacanzieri al grande porto turistico, passando per “grandi eventi” e campi da golf.
“Si sta rischiando di creare un nuovo disastro ambientale, giustificato dall’incapacità, da parte di tre generazioni di amministratori, di fare semplicemente il proprio lavoro: concretizzare i mandati di chi li ha eletti”.
Già negli anni dell’intervento Renzi (il cosiddetto “Sblocca Italia”) il commissariamento fu assai contestato dalla popolazione locale, perché estrometteva il consiglio comunale dalle proprie prerogative in ambito di pianificazione urbana. Eppure, anche grazie alla già citata capacità della comunità di fare pressione sui pianificatori, le cose sembravano comunque mettersi bene. Nel 2021 il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, è stato nominato commissario per l’area dal governo. Poco prima il soggetto attuatore Invitalia aveva approvato un piano, e un progetto, che recepiva in buona parte quelle istanze. Con una lentezza a cui i cittadini si erano ormai abituati, la bonifica (ri)cominciava. Lentamente, ma in una direzione accettabile.
L’imprevedibile intesa tra Giorgia Meloni e Gaetano Manfredi preludeva però a un paio di grosse sorprese, che sono poi le decisioni autocratiche a cui faceva riferimento la studentessa dai capelli rossi davanti alla disorientata platea. La prima arriva nella primavera del 2024, con la modifica della legge 582 del 1996 che obbligava alla rimozione dell’inquinatissima colmata a mare, una piattaforma grande come quasi trenta campi di calcio, costruita per l’ampliamento della fabbrica con scarti industriali e cemento, e che doveva essere smantellata (come da strumenti urbanistici già approvati) per far spazio alla spiaggia libera. La seconda, poco meno di un anno dopo, quando comune e governo ufficializzano l’organizzazione a Napoli dell’America’s Cup di vela 2027, il cui hub organizzativo sarà collocato proprio sulla colmata, preventivamente cementificata con decine di migliaia di metri cubi di calcestruzzo armato. È il colpo di grazia alle speranze dei cittadini che chiedevano una spiaggia sull’unico litorale rimasto destinabile alla balneazione, in una città che dal mare, oggi lo si può dire con certezza, rischia davvero di non essere mai più bagnata.
Dal disastro politico al disastro ambientale
Da mesi i comitati riunitisi nella rete No America’s Cup denunciano l’opacità dell’operazione che governo e comune di Napoli stanno portando avanti a Bagnoli. Sul piano del metodo, la questione è squisitamente politica. Sfruttando le possibilità normative derivanti dal commissariamento, non soltanto la comunità, ma persino il consiglio comunale è stato completamente escluso da decisioni che hanno stravolto i piani esistenti. Niente discussione pubblica, niente dibattito, nessuna possibile obiezione: che tutto dovesse cambiare è stato deciso dalla premier e dal sindaco-commissario riuniti “in conclave” (citazione documentata).
Le modalità con cui il processo è avvenuto lasciano peraltro poca fiducia rispetto all’annunciata “temporaneità” degli interventi sulla colmata (una massiccia cementificazione e la costruzione di scogliere propedeutiche all’insediamento dei moli per il rimessaggio delle barche): la costruzione di un grande porto turistico per yatch, incompatibile con la balneazione, è d’altronde il grande obiettivo delle lobby imprenditoriali cittadine da oltre vent’anni, un rischio sventato finora grazie a quegli stessi piani urbanistici oggi snaturati, e che appare quindi quanto mai concreto.
Come se tutto ciò non fosse abbastanza, la fretta con cui gli interventi per la America’s Cup sono stati pianificati e avviati rischia di provocare un disastro ambientale di proporzioni epocali.
«Prima di tutto per il tombamento della colmata – spiega Lamberto Lamberti, geologo e attivista di No America’s Cup – avvenuto con modalità discutibili. La parte superiore della piattaforma è stata asportata, e nessuno ha mai comunicato i risultati delle indagini di caratterizzazione su quel materiale, ammesso che siano mai state fatte. Un materiale che viaggia da mesi in giro per il quartiere, spesso e volentieri su camion non sigillati, disperde le particelle più fini nell’atmosfera e contribuisce allo sforamento quotidiano dei limiti di legge sulle polveri sottili. E ancor di più per i dragaggi dei fondali: sabbia inquinata fino a mille volte oltre i limiti di legge sarà prelevata senza essere trattata, depositata in vasche di stoccaggio all’aria aperta, sottoposta a trattamenti poco efficaci e portata via dopo più di una settimana. Oltre a essere inquinata – come il progetto ABBAco e altre analisi hanno evidenziato –, i contaminanti presenti in questi sedimenti, interagendo con cloro, stagno e mercurio, potranno produrre cancerogeni potentissimi come diossine, dibutil e tributilstagno, metilato di mercurio. Incombe un nuovo disastro ambientale che rischia di compromettere per sempre la fruibilità del sito, la balneabilità e la pesca, ma anche l’ecosistema di tutta la baia».
Dall’inizio dell’anno, con l’accelerazione dei lavori (la colmata dovrà essere consegnata già da questa primavera ai team che gareggeranno nel 2027) la rete di abitanti ha intensificato la mobilitazione. Almeno un paio di volte a settimana gruppi di persone rallentano i lavori intralciando il passaggio delle centinaia di camion che attraversano il quartiere, incanalati in lunghe code mentre gli attivisti si improvvisano vigili urbani per non compromettere il resto del traffico veicolare; iniziative scientifiche e divulgative sono state organizzate in sedi accademiche, all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, ma anche in piazza e in spazi di comunità come la Casa del popolo “Villa Medusa” e il Lido Pola Bene Comune; più di cinquemila persone sono scese in piazza il 7 febbraio per denunciare il pericolo incombente e la gravità di interventi perpetrati senza che la cittadinanza potesse esprimersi a riguardo.
Partecipazione o cosa?
Proprio dall’inizio di febbraio, con l’inasprirsi delle proteste, il sindaco-commissario, i suoi assessori e i dirigenti della struttura commissariale hanno avviato una campagna di “partecipazione”, che come ben spiegato dalla giovane Carol arriva fuori tempo massimo, a decisioni già prese e a lavori iniziati da mesi (non c’è neppure bisogno di scomodare la scala della partecipazione dell’urbanista statunitense Sherry Arnstein per capire che, in effetti, ci troviamo davanti a un tentativo, anche piuttosto goffo, di propaganda). L’accoglienza riservata a queste iniziative da parte della popolazione bagnolese non è stata delle migliori: contestato il consiglio di municipalità, contestato il consiglio “pubblico” comunale sul territorio – con accessi contingentati e polizia che impediva agli attivisti di raggiungere la sala –, disertate le riunioni informative in prefettura.
La rete No America’s Cup – che si oppone alla Coppa “qui e ora” e non necessariamente alla Coppa in quanto tale – lavora intanto per demistificare le retoriche istituzionali e le stime approssimative diffuse (qui una divertente simulazione-videogioco). Nel frattempo, sessanta commercianti del quartiere hanno firmato un documento in cui si dicono non disponibili a barattare la propria salute – “esattamente come è stato chiesto per decenni ai nostri genitori e nonni” – con un presunto sviluppo economico: «La competizione dura poche settimane, e non credo che Briatore parcheggerà il suo yatch sulla colmata e verrà a fare aperitivo nella mia vineria», ha spiegato una portavoce dei commercianti, Ines Clemente. Il 27 marzo, un “consiglio comunale popolare” è stato organizzato sul territorio dopo che, qualche settimana prima, quello ufficiale era stato bandito ai cittadini, ai quali era stato vietato l’ingresso nella sala della municipalità attraverso uno spropositato schieramento di forze dell’ordine. La costola più creativa della No America’s Cup ha persino proiettato sul muro dell’ex fabbrica l’opera di un misterioso artista australiano, tale Ineos, raffigurante Giorgia Meloni e Gaetano Manfredi in un bacio appassionato, in riferimento alla luna di miele politica tra i due (il giorno dopo la vittoria del “No” al referendum sulla giustizia, il sindaco di Napoli si è affrettato a dichiarare che le dimissioni del governo non sarebbero un atto politico da prendere in considerazione).
Difficile dire cosa accadrà nei prossimi mesi, se il governo e il sindaco Manfredi saranno pronti a sospendere i lavori, ad aprire un confronto con i cittadini, e soprattutto a fermare la gigantesca opera di “rigenerazione” calata sulla loro testa, sovvertendo decisioni che decenni di consigli comunali avevano più volte ratificato. Non si sta soltanto utilizzando un “grande evento” per stravolgere un processo di riassetto del territorio: si sta rischiando di creare un nuovo disastro ambientale, giustificato dall’incapacità, da parte di tre generazioni di amministratori, di fare semplicemente il proprio lavoro: concretizzare i mandati di chi li ha eletti.