L’Italia prova ad accelerare sull’adattamento climatico, ma il Piano sconta ritardi, carenza di fondi e governance ancora incompleta. Intanto affrontiamo temperature in aumento, più siccità, alluvioni e incendi, mentre cresce l’urgenza di fissare le priorità d’intervento.
Mentre il pianeta danza pericolosamente sulla soglia critica di 1,5°C di aumento della temperatura rispetto al periodo preindustriale, gli ultimi dati dello European State of the Climate del sistema di monitoraggio Copernicus ci ricordano che il Vecchio Continente si riscalda a più del doppio della velocità della media globale.
Dagli anni Novanta l’atmosfera terrestre ha aggiunto 0,27°C ogni dieci anni, ma in Europa si è registrato un aumento di 0,56°C per decennio. Il risultato è che da noi le temperature sono più alte di 2,5°C rispetto a quelle che si registravano un secolo e mezzo fa.
Le regioni più vicine all’Artico sono quelle che soffrono maggiormente, ma anche il Mediterraneo è considerato un vero e proprio hotspot del cambiamento climatico. Le dinamiche della circolazione atmosferica sono cambiate e alle nostre latitudini stazionano più a lungo ondate di calore estreme. L’Italia si trova nell’occhio di questo ciclone climatico.
Se la mitigazione delle emissioni di gas serra serve a evitare l’ingestibile, ossia un aumento delle temperature che renderebbe inabitabili gran parte delle nostre regioni, l’adattamento consiste nel gestire l’inevitabile: dobbiamo attrezzarci a convivere con tutto ciò che questo nuovo clima comporta e da cui non si torna più indietro.
Dopo anni di lavori e valutazioni, attese e rinvii, a dicembre 2023 il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (MASE) ha approvato per decreto il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC). Si tratta dello strumento di attuazione della Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (SNAC) a cui si è iniziato a lavorare già dal 2012 e che era stata approvata dal ministero nel giugno del 2015.
Il principale obiettivo del PNACC è quello di pianificare e coordinare le tantissime azioni di adattamento di cui il nostro territorio ha bisogno e che a volte sono già avviate a livello locale, seppur in ordine sparso e con capacità operative che variano molto da comune a comune, con grandi disparità specialmente tra quelli più grandi e quelli più piccoli.
In futuro, la combinazione tra aumento delle temperature, riduzione delle precipitazioni in alcune aree, aumento della domanda irrigua e maggiore frequenza di siccità potrà accentuare la competizione tra usi potabili, agricoli, industriali, energetici ed ecosistemici.
Oltre alle azioni concrete, la prima parte del documento presenta un accurato quadro scientifico sui futuri scenari climatici dell’Italia e su quali sono le conseguenze per il territorio. “Il primo elemento che emerge con chiarezza è l’aumento delle temperature, più marcato negli scenari in cui non vengono attuate politiche efficaci di riduzione delle emissioni di gas climalteranti”, spiega Paola Mercogliano, principal scientist del CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) che ha lavorato alla stesura del quadro conoscitivo del PNACC.
Non significa che dobbiamo solo difenderci dal caldo. “Con temperature più elevate abbiamo anche un incremento del pericolo di incendi, in particolare lungo gli Appennini e sulle Alpi; un aumento degli episodi di siccità, soprattutto nel Sud Italia e nelle isole; mareggiate più estreme in aree particolarmente esposte come l’alto Adriatico, il Mar Ligure e l’alto Tirreno”.
Oltre alle temperature sta cambiando anche il regime delle precipitazioni: in alcune aree diminuiranno entro metà secolo, anche del 20% in alcuni scenari, ma al contempo saranno concentrate in periodi più brevi. “Questo significa che potremmo avere meno pioggia complessiva in alcuni periodi e territori, ma eventi più intensi e concentrati”, sottolinea Mercogliano.
“Il cambiamento climatico generalmente non crea nuovi rischi, ma soprattutto amplifica fragilità territoriali, ambientali, sociali e infrastrutturali già presenti nel nostro Paese. Non mi piace fare classifiche, ma una prima criticità fondamentale riguarda le risorse idriche. In futuro, la combinazione tra aumento delle temperature, riduzione delle precipitazioni in alcune aree, aumento della domanda irrigua e maggiore frequenza di siccità potrà accentuare la competizione tra usi potabili, agricoli, industriali, energetici ed ecosistemici”.
Un secondo elemento di rischio riguarda il dissesto idro-geologico. “Frane, alluvioni, colate detritiche, erosione e sprofondamenti sono fenomeni già diffusi in Italia. Il cambiamento climatico agisce aumentando questi pericoli e il rischio cresce soprattutto quando questi fenomeni si sovrappongono a un’urbanizzazione che non è pronta a rispondere al nuovo regime di eventi meteo-climatici, per esempio quando tali fenomeni accadono nei contesti abitati”.
Una terza criticità rilevante infatti riguarda proprio le aree urbane, che non solo ospitano la maggior parte della popolazione italiana, ma concentrano anche i servizi essenziali e le attività economiche. “Trasporti, reti energetiche, impianti industriali, infrastrutture pericolose e sistemi di servizio possono essere danneggiati da alluvioni, frane, mareggiate, forti venti, fulminazioni, alte temperature e scarsità idrica. Le città non hanno una resilienza ‘naturale’: la loro capacità di adattamento dipende quasi interamente da scelte di pianificazione, infrastrutture, verde urbano, gestione dei servizi e protezione delle fasce più fragili della popolazione. Questo rende le città contesti in cui una governance illuminata è fondamentale per il benessere della comunità”.
Quando è stato pubblicato, il PNACC presentava una lista di 361 azioni di adattamento, raggruppate in tre categorie, tutte volte ad affrontare e ridurre le vulnerabilità dei vari settori. Era però subito saltato all’occhio un problema: mancavano i riferimenti alla copertura finanziaria di quelle azioni.
Alcuni impatti del cambiamento climatico sono comuni a diversi Paesi, come quelli sulla salute: secondo un’analisi pubblicata su Nature Medicine l’ondata di calore che ha investito l’Europa nell’estate del 2022 si stima abbia causato quasi 70.000 decessi, quella del 2023 circa 50.000, quella del 2024 più di 60.000.
Altre vulnerabilità sono più specifiche. In Italia per esempio è a rischio anche il patrimonio culturale, “una risorsa non rinnovabile che spesso si trova nei centri storici o nelle aree costiere” esposte a diverse tipologie di rischi, ricorda Mercogliano.
Quando è stato pubblicato, il PNACC presentava una lista di 361 azioni di adattamento, raggruppate in tre categorie, tutte volte ad affrontare e ridurre le vulnerabilità dei vari settori. Le grey raggruppavano gli interventi infrastrutturali, tecnologici, di manutenzione e di riqualificazione; le green riguardavano gli interventi sulle aree naturali, dalle acque alle foreste; mentre le soft includevano una vasta gamma di attività di gestione, monitoraggio e sensibilizzazione della cittadinanza. Era però subito saltato all’occhio un problema: mancavano i riferimenti alla copertura finanziaria di quelle azioni.
Il piano prevedeva di dotarsi, entro i primi tre mesi dall’approvazione per decreto, di un organo di governance, l’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, a cui erano deputati i compiti più importanti, ossia individuare gli strumenti di finanziamento, nonché quelli di monitoraggio delle azioni.
Invece di tre mesi ci sono voluti due anni, ma a dicembre 2025 il MASE ha istituito l’Osservatorio, che a sua volta è stato organizzato in tre organi distinti. La Segreteria svolge un ruolo di supporto tecnico-amministrativo, mentre il Forum ricopre una funzione consultiva e divulgativa, tenendo insieme i punti di vista delle associazioni di categoria, dei centri di ricerca, delle fondazioni e di tutti quei soggetti che portano proposte per le politiche di adattamento e contribuiscono ad attuarle.
Il Comitato invece può essere considerato una sorta di braccio operativo del PNACC ed è composto da sedici membri: rappresentanti dei ministeri competenti (ambiente, infrastrutture, sanità, agricoltura), della Protezione Civile, dell’agenzia per la meteorologia e la climatologia (ItaliaMeteo), della conferenza delle Regioni, delle province autonome e dell’Associazione nazionale dei comuni (ANCI), ossia quegli enti locali che devono mettere a terra le azioni di adattamento sul territorio.
Anche ISPRA partecipa alle riunioni del Comitato con il suo direttore generale. “Nell’ambito dell’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, ISPRA fornisce il proprio supporto tecnico al Comitato e alla Segreteria”, spiega Francesca Giordano, ricercatrice dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. “ISPRA gestisce per conto del MASE la Piattaforma nazionale sull’adattamento ai cambiamenti climatici, il principale strumento informativo in Italia su questo tema, che ha la finalità di rendere disponibili i documenti relativi al PNACC, nonché di informare, sensibilizzare e rendere accessibili dati, indicatori, casi studio e strumenti operativi utili alla pianificazione dell’adattamento ai diversi livelli. La Piattaforma è inoltre lo strumento di riferimento per la divulgazione delle attività dell’Osservatorio e del Forum. Oggi è nella versione 1.0, ma siamo attualmente in una fase di riorganizzazione e prevediamo di avere presto una versione aggiornata”.
Prima dell’approvazione, in una bozza del Piano del 2017 era presente un’analisi del rischio, che si basava sul quadro conoscitivo scientifico. Quest’ultimo è arrivato alla versione definitiva, mentre è stato scelto di non includere l’analisi del rischio che derivava da quel quadro.
Diverse iniziative di adattamento sono già state portate avanti a prescindere dal PNACC. Molte città, per esempio, hanno aumentato il verde urbano, essenziale per lenire l’effetto isola di calore che si crea con temperature elevate. Altre misure di adattamento includono l’aumento delle superfici permeabili, dei materiali riflettenti, la raccolta dell’acqua meteorica, così come le iniziative di coinvolgimento e sensibilizzazione della popolazione, il miglioramento delle reti di monitoraggio e l’identificazione dei cosiddetti rifugi climatici per persone che non possono disporre di sistemi di condizionamento.
L’auspicio è che il Piano riesca a mettere ordine a iniziative sparse e che vengano rafforzate le conoscenze in merito agli strumenti di finanziamento: molte amministrazioni locali, specialmente le più piccole, ancora oggi spesso non hanno né le competenze né il personale per definire adeguatamente i problemi di adattamento con cui si devono misurare.
Il lavoro da fare è molto e le risorse tutt’altro che illimitate: occorrerà stabilire le priorità d’azione. Prima dell’approvazione, in una bozza del Piano del 2017 era presente un’analisi del rischio, che si basava sul quadro conoscitivo scientifico. Quest’ultimo è arrivato alla versione definitiva, mentre è stato scelto di non includere l’analisi del rischio che derivava da quel quadro. L’analisi suddivideva il territorio nazionale a livello provinciale e indicava quali aree erano più a rischio, assegnando colorazioni diverse: verde, arancione, rosso.
“È un’analisi che ha sicuramente un valore scientifico importante, perché rappresenta un primo tentativo di tradurre il quadro conoscitivo in una lettura territoriale del rischio climatico, individuando differenze tra aree del Paese e possibili priorità di attenzione”, riferisce Mercogliano. “È anche importante sottolineare che dalla pubblicazione del PNACC a oggi la ricerca ha fatto passi avanti significativi: disponiamo di dati climatici più aggiornati, modelli a maggiore risoluzione, strumenti più avanzati per valutare esposizione e vulnerabilità e una maggiore capacità di analizzare i rischi anche su scala locale”. Tutta questa conoscenza non aspetta altro che essere messa a disposizione delle azioni di adattamento.
Così come abbiamo mappe che delineano e aggiornano periodicamente il rischio idrogeologico del nostro territorio, o mappe del rischio sismico indispensabili per progettare nuove infrastrutture e costruzioni edilizie, avere a disposizione una mappa del rischio climatico dell’Italia, che possa assistere le decisioni tanto del governo nazionale quanto degli enti locali, dovrebbe essere una naturale conseguenza dell’evoluzione delle conoscenze che anni di ricerca hanno prodotto in tema di vulnerabilità e adattamento climatico. Recuperare e aggiornare quell’analisi del rischio scartata dalla versione ufficiale del PNACC potrebbe costituire un buon punto di partenza per individuare le priorità di intervento.
Il Comitato si è riunito per la prima volta il 24 febbraio e negli scorsi mesi si è occupato di stabilire le regole di funzionamento degli organi di governance e dell’istituzione dei gruppi di lavoro, senza i quali ancora non si può parlare di piena operatività del PNACC, mentre si è chiuso il 15 maggio l’avviso pubblico rivolto a tutti quei soggetti che intendono partecipare al Forum.
I tempi della crisi climatica non sono più compatibili con quelli della normale programmazione amministrativa. Se non si avviano subito la progettazione e la realizzazione delle opere necessarie, tra quattro o cinque anni rischiamo di trovarci ancora nella fase delle discussioni preliminari.
Secondo Stefano Caserini, Professore all’Università di Parma dove si occupa di mitigazione dei cambiamenti climatici, per vedere la realizzazione delle azioni di adattamento servirà però un’accelerazione: “I tempi della crisi climatica non sono più compatibili con quelli della normale programmazione amministrativa. Se non si avviano subito la progettazione e la realizzazione delle opere necessarie, tra quattro o cinque anni rischiamo di trovarci ancora nella fase delle discussioni preliminari. È necessario partire ora”.
Secondo Sergio Castellari invece, climatologo dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) che ha lavorato alla stesura della SNAC, le tempistiche lunghe non devono sorprendere. “Costruire la governance per un Piano di questo tipo non è semplice. Richiede un approccio multilivello (nazionale, regionale e locale), che coinvolga anche i diversi attori della società civile, tramite il Forum: la comunità scientifica, il settore privato, i portatori di interesse e gli enti locali. Senza il coinvolgimento di tutte queste realtà non è possibile costruire una governance, assolutamente indispensabile affinché l’adattamento non venga calato dall’alto”.
“In altri Paesi esistono Piani che in alcuni casi sono ‘leggeri’, ossia si limitano al monitoraggio ai vari livelli, mentre in altri sono più centralizzati”, ricorda Castellari. “Il Piano italiano mira a fornire un quadro di indirizzo, coordinamento e confronto per l’aggiornamento delle priorità, per la pianificazione e l’attuazione delle misure di adattamento in molti settori. Non sorprende che in Italia siano stati necessari due anni per passare dall’approvazione all’avvio operativo”.
Nella lotta al cambiamento climatico, adattamento e mitigazione sono complementari. “Tuttavia, l’adattamento è per definizione trasversale, il che lo rende difficile da governare”, puntualizza Castellari. “Mentre per la mitigazione è possibile stabilire obiettivi misurabili e comparabili tra Paesi e settori, per esempio in termini di riduzione delle emissioni di gas serra entro una certa data, l’adattamento presenta una metrica più complessa, poiché è trasversale a diversi settori socioeconomici e il suo monitoraggio richiede un insieme articolato di indicatori”.
Caserini fa però notare che “in altri casi considerati prioritari, come le Olimpiadi invernali, sono stati immediatamente individuati fondi dedicati, approvate leggi speciali e assegnate decine di persone a lavorare a tempo pieno, con obiettivi e scadenze precise. La mia impressione è che l’attuazione delle misure di adattamento previste dal PNACC venga spesso dopo le urgenze dell’amministrazione ordinaria. In Italia le competenze non mancano, ma nei ministeri e negli enti pubblici il personale è insufficiente rispetto alla portata della sfida. Non bastano gruppi di lavoro volontari, ci deve essere una spinta politica, a partire dai ministeri, a raggiungere gli obiettivi di adattamento. Mi sembra invece che non le si stia affrontando come se fossero questioni pressanti”.
Oltre all’individuazione, rapida, degli interventi prioritari da realizzare, il nodo più importante da sciogliere, secondo Caserini, che dal 2022 è anche assessore ad ambiente, mobilità, azione sul clima e innovazione del comune di Lodi, resta quello dei finanziamenti delle azioni: “Devono arrivare dal livello regionale e nazionale, con alle spalle l’Unione Europea. I piccoli comuni e spesso anche quelli di medie dimensioni fanno fatica a garantire la piena operatività degli uffici tecnici, spesso non hanno né le competenze né il personale sufficiente, per non parlare delle risorse economiche. È velleitario pensare che possano trovare propri fondi e personale per le azioni di adattamento”.