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Salvatore Peluso
Chi ricostruirà Gaza definirà il futuro dei palestinesi

Chi Ricostruirà Gaza Definirà Il Futuro Dei Palestinesi Cover
architettura guerra politica

Da Gaza Riviera a Gaza Phoenix: il tema della ricostruzione della Striscia è già discusso da molti, dall'alto e dal basso – nonostante la precarietà della tregua.

Abbiamo parlato di urbicidio, ecocidio e genocidio culturale. Quello che vediamo accadere a Gaza non è solo la sistematica distruzione di vite umane, ma anche la cancellazione delle molteplici espressioni di un’intera civiltà: dall’architettura ai siti archeologici millenari, dalla memoria sociale e religiosa ai paesaggi agricoli e costieri, fino alla cultura materiale e quotidiana.

Gruppi di ricerca come Forensic Architecture e Beirut Urban Lab raccontano il genocidio attraverso l’analisi dello spazio, dell’architettura e del territorio, e mostrano come il conflitto rimodella drasticamente una regione. “I modelli che abbiamo osservato riguardo alla condotta militare di Israele a Gaza indicano una campagna sistematica e organizzata volta a distruggere la vita, le condizioni necessarie alla vita e le infrastrutture che la sostengono”, si legge sul sito web di Forensic Architecture.

La Striscia di Gaza, lunga appena 41 km e larga tra i 2 e i 5, è stata quasi interamente devastata da due anni di bombardamenti israeliani. Secondo Jaco Cilliers, rappresentante speciale del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) per l’assistenza al popolo palestinese, la distruzione nell’enclave “ha ormai raggiunto circa l’84 per cento; in alcune aree, come Gaza City, si arriva persino al 92”. Le operazioni militari dell’IDF hanno ridotto il territorio di Gaza a una condizione di tabula rasa: quella ideale (e idealizzata) dall’urbanistica moderna per sviluppare le proprie visioni utopiche –– e, allo stesso tempo, appetibile per gli investitori immobiliari. Laricostruzione del territorio potrebbe quindi rappresentare il passo definitivo per cancellare la civiltà palestinese dalla Striscia, oppure l’inizio di un processo di restituzione della dignità perduta dei gazawi, capace di ridare un futuro a oltre due milioni di persone.

Per questo motivo ho incontrato Alessandra Rosi, cofondatrice – insieme ad Abdalrahman e Basel Kittana – di The Yalla Project, una ONG con sede a Nablus, in Cisgiordania, che conduce ricerche applicate su forme alternative di urbanistica in Palestina. L’architetta è tra i promotori del progetto Gaza Phoenix (Gaza Fenice), un piano strategico per la ricostruzione della Striscia, sviluppato da una rete di professionisti volontari in collaborazione con l’Unione dei Comuni di Gaza.

“Al momento ci sono sul tavolo almeno undici proposte diverse”, ci spiega Rosi. 

La più discussa (e discutibile) è la Gaza Riviera, proposta da Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha i dollari negli occhi come Zio Paperone: ha promesso di attirare 133 miliardi di dollari in dieci anni e di generare ricavi per 185 miliardi, trasformando Gaza in una piattaforma di sviluppo high-tech, con resort turistici, fabbriche di veicoli elettrici e smart city. Già in un’intervista del febbraio 2024, Jared Kushner – genero di Trump e noto promotore immobiliare – aveva espresso interesse per il potenziale edilizio del lungomare di Gaza e aveva suggerito che Israele dovrebbe “ricollocare” i civili mentre “ripulisce” la Striscia. Nel febbraio scorso, il presidente degli Stati Uniti ha pubblicato sui propri canali social un video generato con l’intelligenza artificiale che illustrava questa visione, nel quale una pioggia di soldi scrosciava su Gaza. Il progetto si è poi evoluto nel piano GREAT (Gaza Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation), il cui dossier di 38 pagine è stato rivelato dal Washington Post nel settembre 2025. Il piano prevede di dare 5.000 dollari a ogni palestinese che decidesse di lasciare la Striscia, oltre a sussidi per l’affitto per quattro anni e per il cibo per un anno; secondo il documento, a partire da Gaza dovrebbe essere circa il 25% della popolazione. Insomma, non è esagerato parlare di una forma di pulizia etnica mascherata dalla retorica del “trasferimento volontario”.

“Le operazioni militari dell’IDF hanno ridotto il territorio di Gaza a una condizione di tabula rasa: quella ideale (e idealizzata) dall’urbanistica moderna per sviluppare le proprie visioni utopiche –– e, allo stesso tempo, appetibile per gli investitori immobiliari”.

Un piano alternativo a quello statunitense lo ha presentato di recente l’Autorità Nazionale Palestinese.  Il progetto è molto ambizioso: il suo costo totale è valutato 67 miliardi e comprende 56 sottoprogrammi in 18 settori, tra cui edilizia abitativa, servizi sociali, infrastrutture, economia e governance. Il primo ministro palestinese Mohammad Mustafa ha invitato la comunità internazionale a sostenere questa visione, per garantire non solo la ricostruzione ma anche il ripristino della dignità, della stabilità e della speranza per il popolo gazawi.

Il governo italiano è tra i partner più attivi di questa iniziativa: una delegazione tecnica organizzata dalla Farnesina ha effettuato fra il 20 e il 21 ottobre una missione a Gerusalemme e Ramallah per la ricostruzione di Gaza; Mohammad Mustafa ha inoltre incontrato Giorgia Meloni e Sergio Mattarella a Roma il 7 novembre. Un approfondimento dettagliato sugli interessi economici italiani in ballo lo ha pubblicato il giornale online Milano Finanza, che afferma: “Il piano per riportare in vita la Striscia di Gaza inizierà a prendere forma alla conferenza del Cairo, in programma nelle prossime settimane. L’Italia, co-organizzatrice con l’Egitto – in coordinamento con le Nazioni unite e la Banca mondiale – sta prendendo il suo ruolo molto sul serio e vuole partecipare alla regia del programma, come chiarito dal ministro degli Affari Esteri e vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani.”

Il progetto Gaza Phoenix nasce invece dal basso, sviluppato su base volontaria da professionisti palestinesi di Gaza, della Cisgiordania e della diaspora. Si tratta dell’unico piano realmente locale, elaborato in stretto contatto con le amministrazioni dei venticinque comuni della Striscia. “Nessuna delle altre proposte ha dialogato con le municipalità di Gaza, nella convinzione che queste ultime siano un’emanazione diretta di Hamas. Non intendo entrare nel merito politico, ma esistono diversi studi – tra cui quelli della ONG palestinese Al-Haq – che dimostrano come tali supposizioni siano infondate.”

Quello di Gaza Phoenix è un piano puramente tecnico, non politico: non è finanziato da alcun ente, né locale né internazionale, e offre numerosi spunti di riflessione sulle modalità con cui la ricostruzione dovrebbe essere condotta. Invece di concentrarsi sul risultato finale, punta su un processo di trasformazione graduale: una transizione dallo stato esistente a una visione a lungo termine, che rifiuta la logica della tabula rasa. “Incorporiamo la lezione, ormai quasi centenaria, secondo cui i grandi piani urbanistici non riescono a governare la complessità necessaria per una ricostruzione. Quella che proponiamo noi è una metodologia che mira ad armonizzare una serie di interventi necessari nel breve, medio e lungo periodo”, afferma Rosi.

“Il progetto Gaza Phoenix nasce dal basso, sviluppato su base volontaria da professionisti palestinesi di Gaza, della Cisgiordania e della diaspora. Si tratta dell’unico piano realmente locale”.

L’architetta italiana – che ha vissuto e frequentato assiduamente la Palestina dal 2009 – approfondisce il tema del coinvolgimento attivo della cittadinanza: “Non c’è una riga che non sia stata vagliata e approvata da tutti. Anche in condizioni emergenziali, i rappresentanti locali hanno continuato a lavorare e a contribuire alla proposta. Il team di esperti ha portato contenuti e una consapevolezza più approfondita su alcune tematiche come la circolarità, i corridoi verdi o l’ingegneria costiera. Ma il nostro lavoro si è basato su documenti programmatici già esistenti, sviluppati dall’Unione delle Municipalità.”

Il piano strategico Gaza Phoenix afferma che si può iniziare subito, con interventi immediati anche se minimi. Non parte dal day after, ma è iniziato già durante il conflitto. “Lavorando a Nablus con The Yalla Project abbiamo interiorizzato una condizione che è di conflitto permanente. La pianificazione deve prevedere un approccio che aiuti la popolazione civile a sopravvivere e ad avere una quotidianità che non sia solo essenziale, ma anche funzionale e dignitosa. La parte di piano che si chiama ‘Emergency and Back-up Phase’, è già in attuazione. Da quando è stato annunciato il cessate il fuoco – che è tutt’altro che stabile – lo stiamo amplificando. Queste infrastrutture minime devono garantire una quotidianità degna sia a livello materiale sia a livello emotivo.”

Per ognuno degli aspetti individuati in questa fase – come l’abitare, l’energia elettrica, i trasporti, l’educazione e la rimozione delle macerie – il team di Gaza Phoenix ha concepito una griglia operativa che integra servizi, azioni, attori/finanziatori ed esigenze. Questa schematizzazione sintetizza un mosaico di possibili interventi, adattabili in base alle risorse disponibili e alle urgenze del momento. “Un piano di ricostruzione deve prevedere una situazione dinamica. Pensa che quando abbiamo iniziato a scriverlo il conflitto era iniziato da due mesi.” La metodologia consente di scorporare il masterplan in progetti indipendenti, facilitando la ricerca di finanziamenti. “A noi interessa creare delle cosiddette situazioni win-win, cioè positive sia per le amministrazioni e le comunità locali, sia per chi ha interessi economici: le nostre sono anche strategie negoziali.”

Anche se si tratta di un piano puramente tecnico, non è possibile eludere gli aspetti politici della ricostruzione. “Non siamo affiliati a nessun governo, né all’ONU né alla Banca Mondiale. Al contrario, molti altri piani sono guidati dagli interessi di grandi attori o di importanti fondi. Alcuni potrebbero considerarlo un punto debole, ma per noi è fondamentale mantenere un pensiero indipendente e al servizio delle comunità locali. Da quando abbiamo pubblicato la prima versione del progetto, all’inizio del 2025, siamo stati contattati da numerosi operatori che hanno apprezzato il nostro lavoro e ci hanno detto esplicitamente di averlo ripreso. Non ci interessa rivendicare la proprietà dell’idea: speriamo piuttosto che le nostre proposte vengano implementate nel miglior modo possibile anche da altri, contribuendo a promuovere equità e rispetto per la popolazione di Gaza.”

Salvatore Peluso

Salvatore Peluso è giornalista freelance, educatore e curatore indipendente, attivo tra Milano e Catania. A Milano è anche tra i fondatori dello spazio “DOPO?”, un centro per il lavoro culturale e la ricreazione condivisa.

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