Articolo
Mattia Manoni
Ci sono persone che decidono i propri sogni

Ci Sono Persone Che Decidono I Propri Sogni
Cervello

Restano vigili mentre il corpo dorme, e modellano a piacimento interi mondi immaginari. Le neuroscienze hanno da poco individuato l'impronta cerebrale che accende questo particolare stato di coscienza, e perfino il modo in cui disinnesca gli incubi.

Nel campo delle neuroscienze, la definizione di coscienza ha spesso creato difficoltà. Si tratta di un concetto che in psicologia è tanto fondamentale quanto elusivo, ma che viene generalmente definito come la consapevolezza di sé stessi e del proprio ambiente.  

Seppure talvolta sembri problematico definirla, la comunità scientifica, invece, è concorde nel ritenere che esistano diversi stati di coscienza, nei quali si modifica la consapevolezza di sé e del contesto circostante. Infatti, a seconda del modo in cui il sistema nervoso centrale è attivo, le persone sperimentano una diversa consapevolezza di sé e di ciò che le circonda. 

Tra i principali stati di coscienza troviamo la veglia, gli stati alterati causati dall’assunzione di sostanze e il sonno. Tre stati diversi, nei quali la consapevolezza è rispettivamente considerata presente, alterata e sostanzialmente assente.  

Eppure, stando alla newsletter di Nature di maggio, le cose non sembrerebbero così facili. Basti pensare che nell’esperimento citato da Nature, l’obiettivo era facilitare la risoluzione di problemi durante la veglia, facendo allenare le persone mentre sognavano. Precisamente, inducendo sogni lucidi così che potessero continuare consapevolmente ad esercitarsi anche mentre dormivano. Fantascienza.

Ma andiamo con ordine. Cos’è un sogno lucido? 

Pare che il fenomeno sia noto fin dall’antichità, tanto nel mondo occidentale quanto in quello orientale. Aristotele sembra riferirsi ai sogni lucidi nell’opera Parva naturalia quando scrive: “Spesso, quando si dorme, c’è qualcosa nella coscienza che dichiara che ciò che si presenta non è altro che un sogno”.  

Anche le culture orientali avevano contezza del fenomeno. Infatti, Stephen LaBerge – ricercatore specializzato nello studio dei sogni lucidi – scrive che i buddisti tibetani “per oltre mille anni hanno creduto che fosse possibile mantenere l’equivalenza funzionale della piena coscienza durante il sonno.”  

Durante i sogni lucidi, dunque, il corpo è fisiologicamente addormentato, anche se le persone sono consapevoli di sognare. La consapevolezza, però, può variare da una fugace lucidità seguita dal risveglio o dal ritorno al sogno normale, fino alla possibilità di impegnarsi in azioni volontarie, complesse e prolungate. Inoltre, capita che si abbia la possibilità di scegliere chi o cosa incontrare, in quale ambiente trovarsi e cosa fare. Non a caso, delle prime esperienze scelte dai neofiti è il sesso. In sostanza, la consapevolezza è la condizione sine qua non del sogno lucido, mentre il controllo che se ne ha può variare da individuo a individuo e persino da sogno a sogno. Infatti, pare che la capacità di controllare i sogni si accompagni al livello di esperienza: maggiore è la dimestichezza con questo tipo di sogni, maggiore è la stabilità in termini di tempo, lucidità e controllo sul sogno. 

Grazie alle tecnologie attuali, se ci si accorda con il dormiente su un codice da utilizzare mentre sogna, è possibile anche stabilire una comunicazione con la persona sveglia che gli sta accanto.

È stata proprio questa la strategia utilizzata da Keith Hearne – psicologo britannico pioniere della ricerca sperimentale sui sogni lucidi – nell’esperimento che viene generalmente considerato il primo studio ad aver validato scientificamente il fenomeno. Un lavoro che ha presentato nella sua tesi di dottorato all’università di Liverpool nel 1978.  

Il soggetto sperimentale era un uomo di 37 anni, che riferiva di avere sogni lucidi circa due volte a settimana da vent’anni. Dato che in quegli anni era già noto che i sogni si manifestano principalmente durante la fase REM, cioè nella fase del sonno in cui si muovono rapidamente gli occhi, Hearne utilizzò l’elettrooculografia per registrare i movimenti oculari del partecipante, così da sapere quando stava sognando. 

In aggiunta, però, gli diede la seguente indicazione: “Stanotte, in qualsiasi momento ti rendi conto di stare sognando, muovi gli occhi da sinistra a destra per otto volte.” Grazie a questa strategia mai sperimentata prima, un dormiente e una persona in stato di veglia hanno stabilito una comunicazione. Ecco che per la prima volta compare un messaggio inviato direttamente dal mondo dei sogni. Per quanto possa sembrare bizzarro, questo dato è decisamente solido nella tesi di Hearne, tanto da essere diventato uno standard anche nelle ricerche successive. Infatti, grazie a questo studio, ogni volta che le persone vogliono segnalare agli sperimentatori l’inizio della lucidità o l’inizio e la fine di un compito svolto nel sogno, utilizzano la tecnica dei movimenti oculari, nota come LRLR (left-right-left-right).

“Durante i sogni lucidi si registra anche un generale aumento dell’attività corticale, e le regioni cerebrali che risultano più attive sono quelle che hanno a che fare con la metacognizione, con la consapevolezza di sé”.

Hearne, dopo aver dimostrato che un sognatore lucido poteva inviare messaggi, tentò anche la comunicazione inversa: dal laboratorio al sogno. Utilizzò stimoli uditivi e olfattivi, ma i risultati non furono altrettanto entusiasmanti. 

La grande scoperta di Hearne, infatti, non fu quella di poter comunicare con il sognatore, ma che il sogno lucido esistesse e che il sognatore potesse utilizzarlo per comunicare con la realtà. 

Ma cosa accade nel cervello durante un sogno lucido?   

È interessante notare che quando si sogna lucidamente, il sistema nervoso autonomo – che regola la respirazione, il battito cardiaco e la conduttanza cutanea – è più attivo rispetto a quando si sogna normalmente. Inoltre, come si è detto, ciò che differenzia il sogno lucido da quello normalmente inteso è la consapevolezza di star sognando. A livello cerebrale esiste un’impronta neurale associata all’inizio del sogno lucido, che permette di identificare il momento in cui inizia la metacognizione, cioè il pensare al proprio pensare. In accordo con questo tipo di esperienza, durante i sogni lucidi si registra anche un generale aumento dell’attività corticale, e le regioni cerebrali che risultano più attive sono quelle che hanno a che fare con la metacognizione, con la consapevolezza di sé. Cioè proprio quelle aree – riconducibili alla corteccia prefrontale e a quella laterale parietale – che durante i sogni normali lavorano molto meno, determinando così un senso d’identità e di spazio allucinati, così come una minore percezione di coscienza globale e di controllo volontario.  

Anche l’area che si occupa di mediare la vista – la corteccia occipitale – risulta più attiva, e questo è in linea con il senso di maggiore vividezza visiva riportato dai sognatori lucidi.  

In ultimo, come purtroppo sappiamo bene, spesso i sogni ci conducono in mondi spaventevoli. E seppure la ricerca relativa all’imaging cerebrale del sogno lucido debba ancora essere approfondita, sembra avere capito perché la paura sia un’emozione così presente nei sogni. Durante gli incubi, si attiva la struttura cerebrale che si occupa di mediare la paura, l’amigdala. Al contrario, diventare lucidi nei sogni limiterebbe questa attivazione, probabilmente grazie all’azione esercitata dalla corteccia prefrontale che, anche nella veglia, riesce a regolare il vissuto di paura generato dall’amigdala. 

Ora che abbiamo più strumenti per comprendere l’incredibile fenomeno del sogno lucido, sarà bene tornare allo studio di cui si è parlato all’inizio, quello citato nella newsletter di Nature.  

Dato che il sonno e il sogno sono spesso considerati “fonti di intuizione creativa”, l’obiettivo di questo lavoro è stato capire se i sogni lucidi potessero essere utili alla risoluzione di problemi affrontati durante la veglia. Per fare questo, gli sperimentatori hanno reclutato venti persone alle quali hanno chiesto di risolvere dei puzzle “concepiti per richiedere una riorganizzazione creativa del pensiero, anziché un’analisi sequenziale passo dopo passo”. A ciascun puzzle veniva associata una melodia, che veniva fatta ascoltare ai partecipanti fino ad assicurarsi che ogni abbinamento fosse ben appreso. I consigli dati dagli sperimentatori ai sognatori sono così curiosi che vale la pena riportarli: “Chiedere ad alta voce al sogno di aiutarli a risolvere il puzzle, chiedere a un personaggio del sogno particolarmente abile nella risoluzione di enigmi di aiutarli, oppure cercare lo scenario del puzzle nel sogno, ad esempio entrando in una stanza e aspettandosi di trovarlo lì”.  

Ogni volta che i partecipanti avevano un sogno lucido, dovevano comunicarlo tramite i movimenti oculari. Invece, se udivano la melodia di un puzzle che i ricercatori riproducevano in laboratorio, dovevano comunicarlo tramite due brevi inspirazioni nasali.  

I risultati dello studio non possono dirsi entusiasmanti, principalmente perché non è stato riscontrato un chiaro effetto dei sogni lucidi nell’intero gruppo. Neppure la presentazione degli stimoli uditivi associati ai puzzle ha aumentato in modo significativo la probabilità di risolverli.

In fondo, per quanto possa sembrare strano, non esiste una teoria unitaria nemmeno sul perché si dorma. Tanto meno sullo scopo dei sogni. Dunque, non c’è da stupirsi che uno studio su un campo di indagine relativamente nuovo, come quello dei sogni lucidi, non abbia fornito risultati eclatanti. Tuttavia, un effetto significativo è emerso: nel sottogruppo di partecipanti nei quali gli stimoli acustici erano riusciti a orientare il contenuto dei sogni verso i puzzle, questi venivano risolti con più facilità al mattino. 

Al di là dei risultati dei singoli studi, è incredibile che una persona addormentata diventi consapevole durante i sogni, per loro natura incomprensibili e incontrollabili. Ed è altrettanto sorprendente che un sognatore, seppure totalmente addormentato, sia in grado di dichiarare cosa sta sperimentando, dimostrando in questo modo che è possibile entrare in dialogo con i sogni.

Le domande che questo fenomeno solleva di certo non scarseggiano: a quali risorse può accedere un sognatore lucido esperto? Da dove provengono i personaggi che incontra e le risorse che sembrano offrirgli? Fino a che punto è davvero possibile plasmare il mondo onirico? E ancora: ciò che accade nei sogni lucidi è frutto di una scelta consapevole o di processi mentali che operano fuori dal nostro controllo?

Trovando la consapevolezza dove mai ce la saremmo aspettata, i sogni lucidi offrono la possibilità di interrogarci sul rapporto tra realtà e sogno da una prospettiva inedita, che di certo rende ancora più complesso circoscrivere l’idea di coscienza.

Mattia Manoni

Mattia Manoni ha un dottorato in neuroscienze, insegna alla scuola primaria e scrive per Il Foglio.

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