Articolo
Chiara Anzolini
Come facciamo a sapere che viviamo nell’Olocene?

Come Facciamo A Sapere Che Viviamo Nell’olocene?

Da più di vent’anni discutiamo se siamo entrati nell’Antropocene. Ma come abbiamo stabilito che l’epoca precedente, quella in cui ufficialmente viviamo ancora, sia l’Olocene?

A 1492,45 metri di profondità nella calotta glaciale della Groenlandia comincia ufficialmente l’Olocene. Il punto si trova in una carota di ghiaccio estratta nei primi anni Duemila dal North Greenland Ice Core Project. A quella profondità, il ghiaccio ha 11.700 anni e registra un brusco cambiamento climatico: la temperatura aumenta rapidamente, la quantità di polvere diminuisce, cambiano la composizione isotopica e lo spessore degli strati che si accumulano ogni anno. È la fine del Younger Dryas, l’ultima fase fredda prima dell’intervallo relativamente mite nel quale viviamo.

Dal 2008 quel punto segna formalmente il confine tra Pleistocene e Olocene.

La data può sorprendere. Nel 2008 l’Olocene era iniziato da quasi dodicimila anni, abbastanza perché nel frattempo Homo sapiens passasse dalle ultime società di cacciatori-raccoglitori alle prime agricolture, alle città e infine alla società industriale. I geologi, però, chiamavano quell’epoca Olocene da poco più di un secolo. Otto anni prima, invece, Paul Crutzen ed Eugene Stoermer avevano già proposto un nome per quella che avrebbe dovuto sostituirla: Antropocene.

Per capire tutto ciò bisogna tornare all’Ottocento, quando la scala dei tempi geologici era ancora in costruzione. I geologi avevano già capito che le rocce raccontavano una storia e che strati diversi contenevano fossili diversi. Non conoscevano però l’età della Terra con la precisione di oggi. Il tempo geologico veniva ordinato soprattutto confrontando successioni rocciose e cercando di capire quali fossero coeve.

Molti dei nomi che ancora usiamo conservano traccia di quella storia. Il Giurassico prende il nome dalle montagne del Giura, il Devoniano dalla contea inglese del Devon. Un esempio italiano si trova nel Triassico: il Carnico, compreso tra circa 237 e 227 milioni di anni fa, prende il nome dalle Alpi Carniche, nel nord-ovest del Friuli Venezia Giulia. Dietro termini che oggi sembrano categorie astratte ci sono spesso montagne, regioni e affioramenti nei quali certe successioni furono studiate e descritte.

Anche l’Olocene nasce in questo contesto. Il naturalista francese Paul Gervais propose il termine Holocène nella seconda metà dell’Ottocento per indicare i depositi più recenti, caratterizzati da una fauna di molluschi composta da specie ancora viventi. Il nome deriva dal greco e significa, grossomodo, “interamente recente”, ed entrò nel lessico geologico internazionale al Congresso Geologico Internazionale di Bologna del 1882; nel 1885 venne poi proposto un Holocenian Stage.

Per oltre un secolo nessuno sentì l’urgenza di stabilire con precisione dove l’Olocene cominciasse. Bastava sapere che indicava l’intervallo caldo successivo all’ultima glaciazione.

Oggi siamo abituati a vedere la storia della Terra rappresentata come una successione ordinata di caselle colorate, che generalmente incontriamo per la prima volta sui libri di testo di scienze. Il Quaternario è un periodo, al suo interno ci sono due epoche, Pleistocene e Olocene. Le epoche possono essere ulteriormente divise in età. Ma quella tabella, che a prima vista ci sembra così monolitica, non è stata affatto progettata in una volta sola. È stata assemblata, corretta e standardizzata nel corso di quasi due secoli.

Con il tempo è diventato necessario stabilire con maggiore precisione dove cominciassero e finissero le sue unità. Per molte di esse oggi si sceglie una successione di riferimento e, al suo interno, un punto preciso. È il GSSP, Global Boundary Stratotype Section and Point, meglio conosciuto come “chiodo d’oro”, e si basa su un principio quasi ovvio: se vogliamo che geologi che lavorano in continenti diversi parlino dello stesso intervallo di tempo, dobbiamo accordarci su un riferimento comune. È una prassi diffusa, specialmente nella scienza.

Quel punto non deve per forza coincidere con l’istante in cui il pianeta cambia improvvisamente faccia. Deve trovarsi vicino a segnali che permettano di riconoscere lo stesso passaggio anche altrove.

Per l’inizio dell’Olocene il riferimento migliore è stato trovato nel ghiaccio della Groenlandia. L’uscita dal Younger Dryas è registrata lì con una precisione eccezionale, strato dopo strato. Nel 2008 l’International Union of Geological Sciences ratificò la scelta del GSSP nella carota NGRIP2. Il nome Olocene esisteva informalmente già da circa 140 anni, ma solo allora ricevette il confine ufficiale che utilizziamo ancora oggi.

Questa storia rende un po’ meno strana la controversia sull’Antropocene.

Quando Crutzen e Stoermer rilanciarono il termine nel 2000, non stavano inventando l’idea che gli esseri umani avessero modificato la Terra. Quello era evidente da tempo. La loro proposta sosteneva qualcosa di più specifico: l’impatto della nostra specie era diventato abbastanza grande da suggerire che l’Olocene fosse terminato.

“La scala dei tempi geologici che impariamo a scuola dà l’impressione di una cronologia stabile. Guardandola da vicino, si scopre una storia più recente e meno lineare”.

Il termine ebbe un successo insolito per una parola nata nelle scienze della Terra. In pochi anni entrò nelle scienze sociali, nella filosofia, nell’arte, nei musei e sui giornali, fino a diventare parte del lessico dell’attivismo climatico e delle mobilitazioni di movimenti come Fridays for Future. Antropocene cominciò a indicare molte cose: la crisi climatica, l’alterazione degli ecosistemi, la capacità tecnologica della nostra specie, persino una certa idea del rapporto tra esseri umani e natura.

Per inserirlo nella scala geologica, però, serviva una proposta stratigrafica.

Un gruppo internazionale di ricercatori lavorò al problema per oltre un decennio e alla fine propose di far cominciare la nuova epoca attorno alla metà del Novecento. Tra i luoghi studiati fu scelto Crawford Lake, un piccolo lago canadese sul cui fondo i sedimenti formano sottili strati annuali. Al loro interno si può osservare l’aumento del plutonio prodotto dai test nucleari atmosferici. È un segnale comparso rapidamente e distribuito su gran parte del pianeta. Il limite proposto fu fissato al 1952.

Nel 2024 la proposta venne respinta. L’Antropocene non entrò nella scala ufficiale e noi continuammo, almeno formalmente, a vivere nell’Olocene.

La decisione è stata spesso interpretata come un giudizio sull’importanza dell’impatto umano, ma non lo era. Nessuno aveva votato per stabilire se il cambiamento climatico fosse abbastanza grave o se Homo sapiens avesse trasformato abbastanza il pianeta. La domanda era molto più circoscritta: la trasformazione prodotta dagli esseri umani può essere descritta utilmente come un’epoca geologica che comincia nel 1952?

È qui che le cose si complicano.

Il plutonio dei test nucleari ha il vantaggio di comparire quasi contemporaneamente in molti luoghi. L’influenza umana sulla Terra, invece, ha una storia molto più lunga e irregolare. L’agricoltura trasforma gli ecosistemi da millenni; l’uso dei combustibili fossili cresce con l’industrializzazione; plastiche e radionuclidi sono molto più recenti. Scegliere uno di questi segnali significa decidere quale aspetto della trasformazione vogliamo usare per fissare il confine.

Per alcuni stratigrafi non è necessario che l’Antropocene sia un’epoca. Potrebbe essere descritto come un evento geologico, una categoria che consente di comprendere trasformazioni estese nel tempo senza obbligarle a iniziare ovunque nello stesso momento. Altri considerano invece i segnali prodotti dall’attività umana abbastanza chiari e diffusi da giustificare una nuova epoca.

La discussione non è certo terminata con il voto del 2024, e va avanti ancora oggi.

C’è poi una peculiarità che distingue l’Antropocene da quasi tutto il resto della scala geologica, e che aggiunge un livello di complessità non indifferente alla questione: per la prima volta stiamo cercando di classificare l’epoca geologica in cui viviamo.

Quando i geologi dell’Ottocento distinguevano il Giurassico dal Cretaceo osservavano rocce che si erano formate decine di milioni di anni prima. Persino l’Olocene aveva già migliaia di anni quando ricevette un nome. Dell’Antropocene, invece, osserviamo direttamente molti dei processi che vorremmo utilizzare per definirlo. Misuriamo la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera, seguiamo la diffusione delle specie, sappiamo quanta plastica produciamo. E possiamo già osservare alcuni materiali di origine umana entrare nei processi geologici. Nel 2014 la geologa Patricia Corcoran, l’oceanografo Charles Moore e l’artista Kelly Jazvac descrissero per esempio i plastiglomerati, aggregati nei quali la plastica fusa ingloba sabbia, frammenti di roccia, conchiglie e altri materiali naturali. I sedimenti che dovrebbero testimoniare questa trasformazione in futuro si stanno formando mentre li studiamo. Ma questo non impedisce di definire un’epoca. Significa che ci troviamo in una situazione per la quale la stratigrafia ha pochi precedenti.

Nel 2025 due geologi, Alasdair Skelton e Kevin Noone, hanno provato a ribaltare la domanda. Per anni si era discusso se l’Antropocene fosse abbastanza diverso dall’Olocene da meritare il rango di nuova epoca. Loro hanno chiesto quanto fosse solida, usando gli stessi criteri, la distinzione tra Pleistocene e Olocene.

L’Olocene comincia 11.700 anni fa con un rapido riscaldamento, molto evidente nel ghiaccio della Groenlandia. Quel cambiamento climatico, però, non è un caso isolato. Negli ultimi due milioni e mezzo di anni, durante il Quaternario, la Terra è passata più volte da lunghe fasi glaciali a periodi relativamente caldi, gli interglaciali. L’Olocene è semplicemente il più recente di questi.

Il cambiamento prodotto dagli esseri umani ha invece caratteristiche diverse. Non coincide con una normale oscillazione del clima terrestre, ma con l’azione di una singola specie. La concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera ha ormai superato i valori raggiunti durante i precedenti cicli glaciali e interglaciali; i test nucleari hanno disseminato radionuclidi artificiali in tutto il pianeta; nei sedimenti stanno entrando materiali che prima della nostra attività industriale non esistevano.

Skelton e Noone arrivano così a una conclusione provocatoria: se applichiamo gli stessi criteri alle due epoche, sostengono, ci sono argomenti geologici più forti per distinguere l’Antropocene dall’Olocene di quanti ce ne siano per distinguere l’Olocene dal Pleistocene.

Non significa che la bocciatura dell’Antropocene sia stata un errore. Altri stratigrafi ricordano che la scala geologica non serve a classificare i cambiamenti in base alla loro importanza. I suoi confini devono soprattutto permettere di correlare successioni diverse. Il confronto solleva però una domanda interessante: quanto è ovvia, in fondo, l’epoca che abbiamo usato finora come termine di paragone?

La scala dei tempi geologici che impariamo a scuola dà l’impressione di una cronologia stabile. Guardandola da vicino, si scopre una storia più recente e meno lineare. I nomi possono avere più di un secolo, i criteri con cui li definiamo cambiano e alcuni confini vengono formalizzati molto tempo dopo che le unità sono entrate nell’uso comune.

È successo all’Olocene.

Quando Crutzen e Stoermer proposero l’Antropocene nel 2000, i geologi parlavano di Olocene da oltre un secolo. Il punto che ne definisce ufficialmente l’inizio, però, non era ancora stato stabilito.

Lo sarebbe stato otto anni dopo, a 1492,45 metri di profondità nel ghiaccio della Groenlandia.

Per stabilire formalmente dove cominciasse l’epoca in cui viviamo abbiamo impiegato più di un secolo. Sulla sua fine, forse, abbiamo avuto un po’ più fretta.

Chiara Anzolini

Chiara Anzolini è ricercatrice all’Università di Padova, dove si occupa di comunicazione della biodiversità per il National Biodiversity Future Center.

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