Articolo
Maria Teresa Renzi-Sepe
Come la medicina ha inventato il corpo delle donne

Come La Medicina Ha Inventato Il Corpo Delle Donne
genere storia

Per duemilacinquecento anni, dalle tavolette sumere ai testi ippocratici, la scienza ha raccontato il femminile quasi solo attraverso la riproduzione. Le fonti più antiche rivelano quanto di culturale c'è in ciò che crediamo naturale.

Ancora oggi, sentiamo parlare di come le donne sarebbero destinate all’accudimento in virtù della loro natura. È una credenza diffusissima nella nostra società: la impariamo a scuola, ne discute la politica, ed è trasversale anche fra coloro che si occupano di scienza. Sembrerebbe un destino scritto dalla biologia, quello delle donne. Un copione di cui non ci siamo ancora liberate. E il corpo ne è il campo d’azione.

Si legge spesso che la medicina abbia studiato più a fondo il corpo degli uomini che quello delle donne: e questo è dovuto al (millenario) disinteresse della ricerca scientifica verso ciò che, nel corpo femminile, va oltre la riproduzione. Il fatto è talmente radicato che non sorprende che, nell’Ottocento, ci fossero medici che basavano le loro cure su interpretazioni distorte della medicina di Ippocrate, risalente al quinto secolo avanti Cristo. Come scrive Helen King nel suo Hippocrates’ Woman, le cose dette alle donne dalla medicina occidentale si sono legittimate nell’idea di un passato classico idealizzato. Isaac Baker Brown, ginecologo inglese del diciannovesimo secolo, sosteneva di aver curato chirurgicamente l’isteria grazie alla clitoridectomia, appellandosi alla medicina ippocratica. King mostra, però, che i presunti passaggi sulla clitoridectomia nei testi greci erano frutto di omissioni e traduzioni fantasiose rinascimentali e riguardanti l’asportazione delle verruche.

Mi stupisco di non essere stupita. Perché la cura del corpo delle donne, così come il racconto dell’essere madri, è stata affidata così a lungo a idee tanto vecchie? Se è vero che il percorso della scienza è fatto di errori e revisioni, di intuizione e serendipità, uno sguardo alla medicina nel mondo antico potrebbe ricordarci qualcosa che abbiamo dimenticato lungo il tragitto.

Serve, però, una premessa storica. Per tradizione, la nascita della medicina occidentale viene fatta risalire a Ippocrate di Cos: aristocratico e grande viaggiatore, con lui si parla per la prima volta di razionalismo, cause naturali delle malattie, di diagnosi, prognosi ed etica. Ma la medicina attribuita a Ippocrate – raccolta nel Corpus Hippocraticum – non è il frutto di un solo uomo. È una raccolta di conoscenze comuni che circolavano duemilacinquecento anni fa, in un Mediterraneo e un Medio Oriente coinvolti in un processo di globalizzazione della conoscenza. 

Infatti, basta spostarsi appena fuori dalla Grecia, per accorgersi che molto della medicina ippocratica somiglia a quella della Mesopotamia o dell’Egitto. Anche se in queste due civiltà le malattie si attribuivano agli dèi, e spesso si ricorreva all’uso di amuleti o incantesimi performativi, certe logiche mediche non divergevano dall’approccio empirico di Ippocrate. Non solo: sulle idee e sui trattamenti per il corpo delle donne emergono somiglianze evidenti. 

Insieme al corpus ippocratico, le tavolette cuneiformi dedicate alle donne e i papiri medici egiziani costituiscono le più antiche fonti mediche disponibili oggi. Da un recente studio dell’assiriologa Ulrike Steinert (Women’s Healthcare in Ancient Mesopotamia in the First Millennium BCE) emerge che il corpo femminile in Mesopotamia fosse concepito come parallelo a quello maschile – nonostante le differenze anatomiche. Comunque, la medicina cuneiforme si concentra prevalentemente sulla riproduzione: questioni di infertilità, quasi sempre considerata un problema delle donne, mestruazioni, gravidanza e parto. 

Simile è la situazione dell’Egitto nonostante, come mette in luce l’egittologa Tanja Pommerening (The Female Body in Ancient Egypt), il corpo femminile sia pensato in contrasto con quello maschile. Particolarmente interessanti sono i test egiziani per capire se una donna fosse in grado di avere figli, basati sull’idea di una connessione tra testa e genitali. Uno di questi test compare anche nel Corpus Hippocraticum: inserito un aglio nella vagina, se il fiato della donna ne portava l’odore dopo una notte, si riteneva che potesse essere adatta a concepire.

In Mesopotamia, le mestruazioni sono il “sangue delle donne”, opposto al sangue comune. Sono connesse al caldo, mentre la menopausa al freddo; lo si evince dal fatto che si curavano le emorragie con ingredienti caldi e secchi, e le febbri con ingredienti freddi. Ad esempio, per trattare la febbre in una paziente si usavano le alghe (un ingrediente fresco, di origine acquatica) e, letteralmente, “la polvere da sotto una donna che ha cessato di partorire e non ha più il ciclo” (considerata “fredda”). Le logiche del simile che cura il simile, o degli opposti, ricorrono spesso nella medicina dell’antichità, così come nella magia: il ragionamento analogico è valido in questo campo come nelle altre branche della scienza antica, per esempio, nello studio del cielo – ne abbiamo parlato in Ammirare le stelle cadenti con gli occhi di uno scriba babilonese.

“Perché la cura del corpo delle donne, così come il racconto dell’essere madri, è stata affidata così a lungo a idee tanto vecchie? Se è vero che il percorso della scienza è fatto di errori e revisioni, di intuizione e serendipità, uno sguardo alla medicina nel mondo antico potrebbe ricordarci qualcosa che abbiamo dimenticato lungo il tragitto”.

Un altro caso di analogia nella medicina è l’uso dell’ematite o “pietra del sangue”: un minerale che, se frantumato, ha un colore rosso-bruno e per questo era considerato emostatico nelle tradizioni egiziane, greco-romane, arabe e occidentali. In Mesopotamia, invece, è un amuleto legato al parto.

Queste idee sulle mestruazioni presentano alcuni punti di contatto con la più conosciuta teoria degli “umori” di Ippocrate. Secondo la medicina ippocratica, il corpo femminile era umido e spugnoso, a differenza del corpo maschile più “secco”. Secondo questa prospettiva, le donne dovrebbero evacuare l’eccesso di fluidi attraverso il sangue mestruale. Diversa, anche se non priva di punti di contatto, era la posizione di Aristotele – e del medico romano Galeno dopo di lui – per cui le donne sono “fredde” e gli uomini “caldi”. Per Aristotele, il corpo femminile è una versione incompleta di quello maschile, un corpo a cui manca la capacità di produrre sperma; perciò lo definisce freddo in opposizione con quello maschile – che invece è caldo. Questa versione delle temperature corporee “di genere” influenzò l’Occidente nel periodo medievale e nella prima età moderna, fino a quando la pratica sistematica del dissezionamento dei cadaveri rinnovò le conoscenze anatomiche.

Nella medicina greca e romana, l’identità femminile è pensata proprio a partire dalla capacità di mestruare, insistendo spesso sul fatto che le mestruazioni debbano essere regolari e relativamente abbondanti – altrimenti potrebbero ostacolare la fertilità. E ancora oggi, avere il ciclo in età fertile viene trattato come un dato identitario: “diventare donne”, mi è stato detto più di una volta. Vediamo le mestruazioni come un fatto naturale, spontaneo e quasi necessario alla definizione del femminile. Tanto è radicata l’identificazione fra le donne e il ciclo che, a metà del diciannovesimo secolo, la medicina occidentale riteneva che il sanguinamento delle donne da altri organi – le orecchie, gli occhi, persino i polmoni – fosse causato da un ciclo mestruale soppresso. Eppure, sottolinea Helen King, in alcune società della Melanesia gli uomini praticano il sanguinamento del pene: lo chiamano “mestruazione”, come quella delle donne, senza alcuna distinzione terminologica. Nella tradizione ebraica, e in parte in quella cristiana, il sangue mestruale è considerato impuro, sebbene le ragioni non vengano mai spiegate. Il Levitico definisce impura per sette giorni una donna con il ciclo, e la sua impurità è trasmissibile per contatto – con il sesso, ma anche con il letto, o con i sedili. Qui la mestruazione non è solo un fatto fisiologico: diventa norma che decide i tempi delle relazioni e della famiglia. I motivi di questa classificazione restano ancora oggetto di interpretazione: sono state avanzate varie ipotesi, tra cui quella di una risposta cognitiva di disgusto e paura causata dal contatto con qualcosa di infetto e, potenzialmente, contagioso. 

In Mesopotamia, Egitto e Grecia, alcuni fluidi corporei femminili come il latte materno, invece, erano visti in maniera più ambivalente, persino come curativi in alcuni contesti. L’uso del latte per trattare infezioni oculari è attestato in testi egiziani, greci, romani (ne parla Plinio, nel suo Naturalis Historia), indiani e bizantini. Persino oggi si crede ancora che il latte materno possa trattare piccoli problemi di salute dei neonati, come la congiuntivite. 

Cos’è, quindi, che abbiamo dimenticato durante il tragitto dal mondo antico a oggi? La medicina occidentale ha, per secoli, considerato il corpo della donna in virtù della sua funzione riproduttiva – l’unica ritenuta rilevante. I brevi esempi che ho portato dicono molto su come il corpo della donna, le cure a esso riservate, non siano mai stati qualcosa di naturalmente dato, ma culturalmente prodotto. 

Vediamo la medicina come qualcosa di oggettivo, intrinsecamente naturalistico; un percorso che procede dal punto A all’infinito per guarire sempre più malattie e sempre più persone. Ma la medicina non è mai neutrale, così come non lo è la scienza. Ogni società veicola la medicina attraverso i propri valori culturali, le idee sull’identità, su ciò che è normale o non lo è, su cosa debba essere curato e cosa no. Convinzioni radicate sul corpo, antinomie rigide e contrasti netti hanno modellato il destino sociale delle donne nella storia, le hanno legate alla riproduzione e alla genitorialità senza possibilità di appello. Queste stesse convinzioni, quando continuano a essere prodotte, ostacolano il percorso, ancorano il corpo – il mio, il vostro, il nostro – a qualcosa a cui non vuole necessariamente appartenere. 

La scienza e la medicina moderna sono strumenti che abbiamo creato e che hanno a loro volta enormi capacità creatrici: è lo sguardo di chi li usa a cambiare i risultati. È sempre la storia a dirci che è grazie alla coesistenza di prospettive diverse che abbiamo superato le posizioni più obsolete. Verso la fine dell’Ottocento, molti medici si distanziavano già in maniera ufficiale e critica dalle tecniche di Isaac Baker Brown. I progressi in campo igienico e chirurgico a cavallo delle due guerre mondiali hanno reso il parto in ospedale la norma – mentre prima avveniva in casa, e non assistito da dottori. Nel mondo si sono drasticamente ridotte le morti infantili, un trauma collettivo condiviso da molte culture e, in alcune, persino demonizzato (in Mesopotamia, il demone Lamaštu era una donna arrabbiata che uccideva le partorienti e rapiva i bambini per gelosia). In meno di cento anni, la medicina moderna ha reso possibili e accessibili traguardi che per millenni sono stati  semplicemente  impensabili.

Pensare oggi a una medicina – e a una scienza – che è anche cultura significa capire che l’ovvio sta negli occhi di chi guarda, non nel fatto in sé. I corpi non sono mai esenti da questo sguardo, tantomeno come luoghi di cura. Se guardiamo a un futuro non troppo lontano, oltre a essere oggetto di studio e cura, i corpi diventano anche campi di trasformazione: riassegnazioni di genere e fecondazioni assistite sono solo due esempi di come il corpo sia già un luogo in cui superare la presunta ovvietà e le logiche binarie. Un luogo in cui innestare nuove idee sull’identità – e questo è possibile anche e soprattutto grazie alla scienza.

Maria Teresa Renzi-Sepe

Maria Teresa Renzi-Sepe è ricercatrice presso l’Istituto di Storia della Conoscenza dell’Antichità alla Freie Universität di Berlino. È laureata in Archeologia e ha un dottorato in Assiriologia. La sua ricerca spazia tra la filologia e la storia della scienza, concentrandosi sulla concettualizzazione delle stelle e dei pianeti nel mondo cuneiforme. Scrive anche di libri su alcune riviste culturali online.

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