Articolo
Alessio Giacometti
Contro il sonnambulismo tecnologico

Contro Il Sonnambulismo Tecnologico
politica tecnologia

Quarant'anni fa, in un libro seminale, il filosofo Langdon Winner sostenne che il progresso non è mai neutro. Dalle raccoglitrici di pomodori ai reattori nucleari, passando per l'IA, la sua teoria politica della tecnica resta urgente.

Negli anni Quaranta del secolo scorso, fece la sua comparsa nelle campagne americane un apparecchio bizzarro, progettato all’università della California per sopperire alla carenza di manodopera in tempo di guerra. La macchina in questione era una raccoglitrice automatica di pomodori, e i suoi vantaggi furono subito evidenti agli imprenditori agricoli. In una sola passata tra i filari, la raccoglitrice radeva le piante alla base e ne scuoteva via i frutti ancora acerbi suddividendoli automaticamente in base alla pezzatura.

Per adattarsi al movimento rigido e standardizzato delle nuove macchine da raccolta vennero selezionate varietà di pomodoro striscianti e più robuste, ma meno saporite e nutrienti di quelle coltivate fino ad allora. I ricercatori condussero degli studi e certificarono che l’impiego di raccoglitrici meccaniche faceva risparmiare fino a due dollari per tonnellata di pomodoro rispetto alla raccolta manuale, ma sulle prime ignorarono il fatto che i benefici della meccanizzazione non erano equamente distribuiti nell’economia agricola dell’epoca.

L’adozione delle raccoglitrici favorì l’agricoltura intensiva e l’agribusiness a scapito dei piccoli produttori, condannati a finire fuori mercato. In pochi anni schiere di braccianti agricoli vennero rimpiazzate dalle raccoglitrici, che rivoluzionarono le relazioni sociali nell’industria del pomodoro in California e, a macchia d’olio, nel resto del mondo. I sindacati citarono a giudizio i ricercatori dell’università per aver utilizzato fondi pubblici al fine di sviluppare un’apparecchiatura che creava disoccupazione e avvantaggiava in maniera palese i grandi proprietari terrieri.

Chi si opponeva alle nuove macchine venne tacciato di misoneismo e passatismo, mentre crebbe in maniera oltraggiosa il potere economico e politico di quanti approfittarono del nesso adamantino tra conoscenza scientifica, innovazione tecnologica e logiche di mercato che andava delineandosi sullo sfondo del nuovo ordine rurale.

Se pensiamo a molte tecnologie oggi emergenti, dall’intelligenza artificiale alle automobili a guida autonoma, quella delle raccoglitrici meccaniche sembra una storia dei nostri tempi. Cambiamento tecnologico e sociale procedono influenzandosi reciprocamente, l’innovazione può indurre cambiamenti profondi nella struttura delle relazioni sociali, e quando una tecnologia viene rimpiazzata totalmente o parzialmente da un’altra anche la società nel suo complesso ne esce più o meno trasformata.

Non è cambiato poi molto da quando, ormai quarant’anni fa, lo scienziato sociale Langdon Winner raccontò delle raccoglitrici meccaniche nel suo The Whale and the Reactor (1986) per delineare una teoria politica della tecnologia che allora fece scalpore e che rimane di notevole attualità. L’innovazione può portare crescita, ricchezza, efficienza, ma anche sconvolgimenti politici, aumento delle disuguaglianze, conseguenze accidentali e indesiderabili.

Come in quegli anni, il dibattito relativo alle nuove tecnologie tende ancora a polarizzarsi intorno alle posizioni dell’accettazione acritica e del fermo rifiuto, come se i guadagni e le perdite dell’innovazione fossero separabili gli uni dalle altre. In realtà, ogni innovazione offre molteplici possibilità alternative di organizzare le attività umane: forse un po’ ingenuamente, ma per Winner si tratta di decidere in quale tipo di società vogliamo vivere, e come usare la tecnologia in tal senso.

Filosofo di formazione con una lunga carriera accademica da scienziato politico, Winner è tutt’oggi uno dei maggiori esponenti degli studi sociali della tecnologia, e alcuni dei saggi contenuti in The Whale and the Reactor – tra i quali il celebre Do Artifacts Have Politics? – sono considerati dei capisaldi della disciplina.

Come lui stesso racconta, l’epifania decisiva per la sua vita professionale avvenne il giorno in cui, ancora giovane ricercatore senza una precisa vocazione intellettuale, fece visita all’impianto nucleare di Diablo Canyon, allora in costruzione sulla costa californiana. Winner fissava rapito le due enormi torri di raffreddamento, quando all’improvviso una balena grigia emerse dalle acque nella baia retrostante e si tuffò sullo sfondo del reattore.

L’immagine è diventata col tempo un’icona del movimento ambientalista così come di quello pro-nuke: la giustapposizione icastica tra la forza antica della natura e l’avvenire della tecnoscienza. “La balena offre una rappresentazione delle cose come erano sempre state”, scrive Winner, “il reattore di come stavano rapidamente diventando”. Il filosofo nel mezzo di quelle due potenze a tentare di capirci qualcosa.

Fu in quel momento che Winner decise di voler studiare come la tecnologia trasforma il paesaggio naturale e le strutture sociali, e come la teoria politica possa essere mobilitata per governarne lo sviluppo in senso democratico o autoritario. Il rapporto tra politeia e technē è da sempre un problema centrale della tradizione filosofica classica e moderna.

Per Platone, ad esempio, la politica è una tecnica – una di quelle arti pratiche come l’architettura e la tessitura che richiedono un proprio sapere distintivo e delle competenze professionali per essere esercitate. Il fine della tecnica politica era costruire la pólis, l’organizzazione sociale che avrebbe permesso alla città di fiorire e durare nei secoli.

“Non è vero che le tecnologie sono neutre, semplici supporti all’attività e alla volontà umane: le tecnologie plasmano la nostra volontà, ne definiscono la portata e ne modificano il significato”.

Molti grandi filosofi venuti dopo, da Hobbes a Macchiavelli a Smith, hanno tentato di definire i contorni di questa “scienza della politica”. La prima mossa di Winner fu ribaltare l’analogia sostenendo che, come la politica è tecnica, anche la tecnica è politica: plasma le strutture della società con influenza crescente, al punto che “i nostri strumenti sono delle istituzioni in divenire”.

Riprendendo un’intuizione espressa già da Marx e Wittgenstein, per Winner le tecnologie sono “forme di vita”, nel senso che la vita umana sarebbe inconcepibile senza la loro presenza. Non esiste l’individuo presociale, poiché ogni individuo viene al mondo in una qualche forma di comunità, per quanto complessa o elementare essa sia.

Ma non esiste nemmeno l’individuo pretecnologico, perché fin dalla nascita ogni attività o esperienza umana è inevitabilmente mediata dalla tecnologia. Una madre accudisce un bambino e per placarlo quando strilla accende il televisore – a detta di Winner, la “babysitter universale”. Tendiamo a pensare che il cambiamento tecnologico sia determinato da un’innata tensione all’efficienza (ottenere di più, con meno), ma la storia della tecnologia è costellata di oggetti progettati con ben altre finalità politiche oppure con conseguenze impreviste che si sono estese ben al di là degli usi programmati.

Per la maggior parte delle persone, quel che conta è che le infrastrutture tecnologiche funzionino senza avarie e producano ricchezza velocemente e in abbondanza, che il progresso continui la sua marcia inesorabile e che la prossima ondata di innovazioni ripari i problemi generati dalla generazione precedente. Per lungo tempo, anche la corrente marxista degli studi sulla tecnologia ha creduto che lo sviluppo della tecnica fosse positivo e provvidenziale ed emancipatorio in sé, e andasse perciò incoraggiato senza riserve.

Winner parla al riguardo di “sonnambulismo tecnologico”, un approccio passivo e letargico alla tecnologia che raramente si traduce in una riflessione sui suoi fini sociali. Se non ci si interroga su come governare la tecnologia in modo da allargare i confini della libertà, dell’uguaglianza, dell’intelligenza e della creatività umane, rimane un vuoto di pensiero che i centri di potere dello stato e del mercato subito colonizzano con il loro armamentario di teorie securitarie o libertarie. “È un grave errore”, sentenzia Winner, “costruire un sistema sociotecnico dopo l’altro nella fede cieca che ogni nuova tecnologia si rivelerà essere politicamente innocua e benefica”.

A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, la controcultura cominciò a problematizzare la natura intrinsecamente benefica della tecnologia soprattutto in relazione al concetto di rischio: bisognava smettere di incoraggiare lo sviluppo tecnologico che minacciava la salute pubblica o favoriva i conflitti, che degradava l’ambiente o esauriva le risorse. Forte di un vasto consenso, la retorica del rischio permise di riformare diversi regimi sociotecnici e limitare la diffusione di molte tecnologie con conseguenze nocive, dai pesticidi al nucleare. Come alternativa a uno sviluppo tecnologico cieco ai rischi che esso stesso comportava, i teorici critici di quegli anni proposero il concetto di tecnologie “appropriate”, senza tuttavia curarsi a sufficienza dell’opacità di una simile definizione.

“La saggezza esige un nuovo orientamento della scienza e della tecnologia verso l’organico, il gentile, il non violento, l’elegante e il bello”, scrisse un caliginoso Ernest Schumacher nel suo Piccolo è bello (1973). Per Winner le preoccupazioni sui rischi della tecnologia messi in luce dai teorici del New Left sarebbero potute diventare anticamera di una più ampia consapevolezza politica dello sviluppo tecnologico, ma finirono per escludere dall’ambito della filosofia politica della tecnologia la discussione intorno ai suoi fini sociali. “Esistono ancora valori condivisi che contano per la nostra comunità politica”, si domandava Winner, “o resta solamente il desiderio di arricchirci senza rischiare di avere un cancro?”. 

Non è vero che le tecnologie sono neutre, semplici supporti all’attività e alla volontà umane: le tecnologie plasmano la nostra volontà, ne definiscono la portata e ne modificano il significato. L’introduzione di un braccio robotico in una fabbrica aumenta la produttività, ma cambia anche il senso stesso del lavoro in quel contesto.

Viene sintetizzato un nuovo farmaco e si trasformano le pratiche mediche, la concezione di salute e quella di malattia. In rete si diffondono immagini generate dall’intelligenza artificiale violando il diritto d’autore e l’intero sistema legislativo è costretto a rivedere le proprie categorie tradizionali per estendere la giurisdizione su quell’inedita classe di illeciti. Insomma, per Winner il cambiamento tecnologico si accompagna sempre a una rinegoziazione dell’ordine morale, a una ristrutturazione del sé e a una ridefinizione dei confini politici, anche se all’inizio sembra che nulla di decisivo stia davvero mutando. 

Alcune innovazioni non si limitano a ricombinare le attività umane di base – classificare, pianificare, organizzare, produrre, consumare e quant’altro – ma alterano in maniera così profonda le condizioni materiali stesse della vita in società da instaurare un nuovo regime sociotecnico.

Eppure, sostenere che le tecnologie abbiano qualità politiche rimane ancora oggi un tema controverso, sempre minacciato da due diverse forme di determinismo: quello tecnologico, in base al quale l’innovazione sarebbe la prima causa di un mutamento sociale cui gli individui non possono fare altro che conformarsi; e quello sociale, per il quale sono le circostanze culturali dello sviluppo, del controllo e dell’uso a determinare la natura politica degli oggetti, che in sé e per sé non avrebbero alcun orientamento. Per Winner, invece, le tecnologie incorporano forme specifiche di potere e autorità in due modi diversi: ci sono le tecnologie progettate per produrre specifici effetti sociali e le tecnologie che sono politiche per loro stessa natura.

In riferimento alle prime, Winner cita l’esempio della progettazione urbanistica discriminatoria di Robert Moses nella New York degli anni Venti. I suoi tristemente noti cavalcavia erano così bassi da impedire agli autobus pubblici di raggiungere le spiagge di Jones Beach, accessibili solo con l’auto privata, allora diffusa nell’alta borghesia americana ma non tra i ceti popolari e le minoranze etniche. Convinto razzista e agguerrito arrampicatore sociale, Moses plasmò l’infrastruttura urbanistica di New York con lo scopo deliberato di ingegnerizzarne le relazioni sociali. 

“Dalla rivoluzione industriale in avanti, è proprio questo il problema che ci interroga in maniera sempre più pressante: possiamo orientare, e se necessario limitare, il cambiamento tecnologico in modo da renderlo compatibile con un’idea di società che massimizzi la libertà, l’uguaglianza, la giustizia e il bene pubblico?”

Tra le tecnologie che sono invece politiche per loro stessa natura, dal momento che adottarle significa anche aderire a una particolare forma di vita politica, Winner analizza il caso a lui più familiare, il reattore nucleare.

Durante le “Energy Wars” degli anni Settanta il dibattito sull’energia nucleare e le alternative rinnovabili si polarizzò intorno a una precisa idea di ordine politico che quelle diverse tecnologie sembravano incarnare: da una parte un sistema autoritario, ad altra centralizzazione, arcano nel suo funzionamento e governato da un clero anonimo di scienziati iperspecializzati; dall’altro un sistema liberale, disperso ed equo all’interno di comunità di piccola scala che si immaginavano pienamente autosufficienti. La spinta a centralizzare o decentralizzare la produzione di energia aveva (e ha) una valenza non solo tecnica ma anche politica, poiché avrebbe determinato una diversa distribuzione del potere economico e dell’autorità tecnoscientifica. 

Rispetto a teorici come Amory Lovins e Stewart Brand che in quegli anni si scontrarono per imporre la desiderabilità di uno scenario energetico sull’altro, Winner propose una visione più obliqua sulla decentralizzazione dei sistemi tecnologici. In The Whale and the Reactor contesta l’assioma secondo cui un sistema decentralizzato sarebbe per definizione incline alla partecipazione democratica: “quanti centri ci sono? Dove si trovano? Che poteri posseggono? Quanta varietà culturale e quanta vitalità esprimono?”.

Nei sistemi politici il numero di centri di potere si estende da uno (dittatura) a innumerevoli (anarchia), e ogni rivoluzione del passato ha coinciso con la proposta di riformare i centri di potere esistenti, ma cosa accade nei sistemi sociotecnici? La risposta di Winner è che non necessariamente la decentralizzazione degli apparati tecnologici si accompagna alla promessa di riforma sociale.

Può benissimo succedere che vengano decentralizzati la distribuzione e l’uso delle nuove tecnologie, ma non la loro produzione o proprietà: uno scenario in cui a fabbricare e installare le tecnologie per l’energia rinnovabile siano pochi grandi produttori e a trarne profitto sia soprattutto l’industria clean tech, proprio come avviene oggi con gli impianti utility-scale di grandi dimensioni, spesso osteggiati dalle comunità locali.

Un altro esempio descritto da Winner per mostrare come la spinta emancipatoria della decentralizzazione possa rivelarsi vana o addirittura rafforzare l’accentramento del potere economico e l’influenza politica è la rivoluzione informatica degli anni Ottanta. In filosofia politica, la nozione stessa di rivoluzione implica uno spostamento nell’asse del potere, un’adesione totale a ideali di riforma sociale e una rinegoziazione dei confini di classe.

Winner osserva i guru della rivoluzione informatica, annota le trasformazioni annunciate e ne smaschera le promesse: “nel complesso, la rivoluzione informatica è clamorosamente silente riguardo i propri fini”. Già allora, innovatori e romantici del computer non mancavano mai di ripetere che la rivoluzione informatica avrebbe migliorato le condizioni di vita di chiunque, portando libertà, democrazia e giustizia senza bisogno d’essere governata in un senso o nell’altro: una convinzione parareligiosa che lo stesso Winner definì “mitinformazione”.

La sua prognosi agli albori della rivoluzione è che sì, la diffusione del computer trasformerà nel profondo le relazioni sociali e i rapporti di forza, ma non nel senso paventato dagli sviluppatori: a trarne il maggior beneficio saranno i centri di potere esistenti e le burocrazie del controllo. “Se ci sarà una rivoluzione informatica”, intuì Winner con notevole lucidità, “è probabile che avrà un carattere decisamente conservatore”.

Col senno di poi, alcune delle sue previsioni sulla società dell’informazione si sono rivelate parziali o sperticate. È il caso della supposizione per cui i dati digitali sarebbero delle “merci deperibili”, destinate a diventare obsolete in brevissimo tempo – una profezia smentita dall’avvento dell’intelligenza artificiale generativa e dalla sua voracità di stock di dati con i quali addestrare i propri modelli.

A distanza di quarant’anni, altre analisi di Winner risultano invece straordinariamente profetiche: le attività umane vengono tracciate e monitorate da un sistema di sorveglianza apparente benigno e senza precedenti, le tecnologie digitali eliminano molti degli strati di interazione sociale che in precedenza mettevano gli individui in condizione di agire assieme, le persone diventano più suscettibili all’influenza della pubblicità e dei leader politici. Fenomeni che col tempo abbiamo imparato a chiamare capitalismo della sorveglianza, slacktivismo e disinformazione.

Il maggiore contributo di Winner alla filosofia politica della tecnologia è stato però riassestare l’intero dibattito sull’innovazione intorno al concetto di limite. “In un tempo in cui il potere inesauribile della scienza e della tecnologia rende possibile qualsiasi cosa”, scrive nell’introduzione a The Whale and The Reactor, “rimane da stabilire dove tracciare una linea, e se saremo in grado di dire che oltre quella linea esistono delle potenzialità che la saggezza ci suggerisce di evitare”.

Dalla rivoluzione industriale in avanti, è proprio questo il problema che ci interroga in maniera sempre più pressante: possiamo orientare, e se necessario limitare, il cambiamento tecnologico in modo da renderlo compatibile con un’idea di società che massimizzi la libertà, l’uguaglianza, la giustizia e il bene pubblico? Winner non ha risposte, c’è chi crede che l’etica di fronte alla tecnica diventi patetica, ma in un tempo in cui chi controlla la tecnologia controlla anche il mondo è bene che la fiamma della critica non smetta di ardere.

credits immagine: Matt Emmett/Forgotten Heritage Photography

Alessio Giacometti

Alessio Giacometti ha un dottorato in scienze sociali e si occupa di ambiente, energia, studi sulla scienza e la tecnologia. Scrive per la televisione e per diverse riviste culturali online.

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