Una balena mi disse
Telmo Pievani
Fare la guerra, fare la pace: cosa è più semplice?

Lucy Mondi Una Balena Mi Disse La Newsletter Di Telmo Pievani

Conflitto e cooperazione sono intrecciati da sempre in Homo sapiens. La guerra sistematica e organizzata però si ritrova solo in una frazione della sua storia: non è quindi un istinto innato, ma una micidiale tentazione ricorrente.

Il grande mirmecologo ed evoluzionista Edward O. Wilson diceva sempre che noi Homo sapiens siamo una specie chimerica, o ancor meglio un Giano bifronte. La nostra socialità è paradossale. Veniamo infatti da una lunga storia naturale, nel genere Homo, in cui abbiamo imparato a cooperare e a essere altruisti gli uni verso gli altri, a patto però che questi “altri” fossero nostri parenti o membri del nostro stesso gruppo. Le capacità di collaborazione umane sono nate all’interno di piccoli gruppi che erano in competizione con altri, per le risorse, il territorio, la riproduzione.


Come scrisse tempo fa l’economista e biologo Samuel Bowles, il conflitto (tra gruppi) è stata la levatrice dell’altruismo (nel gruppo). Lo aveva già intuito Charles Darwin nell’Origine dell’uomo. Il primatologo di Harvard, Richard Wrangham, lo ha definito “il paradosso della bontà”. Nei nostri cugini più prossimi, gli scimpanzé, notiamo in effetti la stessa ambivalenza: ottima organizzazione e coesione di gruppo (propugnata soprattutto dalle femmine e disturbata da sporadici scontri tra maschi) e ogni tanto eruzioni di “aggressività letale di coalizione”, quando un gruppo muove contro un altro, lo attacca, uccide i cuccioli e li sbrana.


Da una decina d’anni abbiamo anche prove neuroscientifiche di questa doppiezza. Il nostro cervello ancora oggi attiva automaticamente un sistema profondo di identificazione dell’altro come appartenente al “noi”, piuttosto che “altro da noi”, attraverso l’amigdala, che presiede alle nostre emozioni reattive di minaccia, difesa, protezione. Fare questa distinzione rapidamente, in passato, ci ha salvato la vita, perché dovevi capire subito se avevi davanti un compagno di gruppo o un potenziale nemico. Adesso invece, nella nostra testa, tre decimi di secondo dopo l’amigdala scattano le aree prefrontali che ci permettono di comprendere la situazione, valutare caso per caso, razionalizzare.


Ma l’amigdala è sempre lì che cova sotto la cenere. Il risultato è che ancora oggi tendiamo a cooperare e a essere altruisti con chi ci assomiglia, con chi percepiamo come “uno di noi”. Viceversa, l’amigdala scatta preoccupata dinanzi a un volto estraneo. Siamo portati insomma al tribalismo, al conformismo di gruppo, ad aderire a comunità protettive. Oggi lo vediamo persino nel web, un ambiente iper-tecnologico dove non abbiamo trovato di meglio che far rinascere le “bolle” di similarità e di auto-conferma, le tribù digitali, con l’aiuto assai interessato degli algoritmi.

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Examples of skull from Charterhouse Warren, with evidence for blunt force trauma and cut marks (Schulting et al. Antiquity, 2024)

Quindi la guerra è connaturata alla specie umana come nostro “marchio di Caino”? Lo sostiene in un libro interessante e alquanto pessimista il filosofo del diritto Gianluca Sadun Bordoni. L’analisi storica (nella parte centrale del volume) è molto realista, cruda e ben argomentata: gli ideali di pace portati avanti dalle democrazie, dal libero commercio, da universalismi e ideologie, e più di recente dalle legislazioni transnazionali, hanno tutti fallito. Dopo il lungo equilibrio della Guerra Fredda e le illusioni di fine della storia seguite al suo collasso, oggi le guerre imperversano e assistiamo a un riarmo generalizzato, anche atomico. Ciò avviene perché l’assetto concreto di stabilizzazione delle relazioni internazionali si basa da sempre sulle strategie di contenimento, sulla deterrenza, sugli equilibri di potenze. La guerra moderna, sostiene l’autore, è effetto dell’ambivalenza dello Stato, del Leviatano, e dei suoi conseguenti nazionalismi e sovranismi, che riducono la violenza interna, ma la scatenano contro altri stati.

Questa tesi storiografica non avrebbe alcun bisogno di rintracciare le radici della guerra nella biologia e nell’evoluzione profonda umana, ma è proprio quello che l’autore fa nella prima e nella terza parte, per mostrare che la guerra è un retaggio inestirpabile dal comportamento umano proprio in virtù di quel “paradosso della bontà” di cui dicevamo sopra. Tuttavia, lo Stato moderno è una struttura completamente diversa dai gruppi umani tribali in conflitto di cui parlava Darwin.

Qualcosa non torna. I due casi solitamente citati di palesi aggressioni tra gruppi umani, con relativo sterminio di uno dei due, sono i siti archeologici di Nataruk in Kenya e di Jebel Sahaba in Sudan. Risalgono rispettivamente a 10mila e a 13mila anni fa. Ora, si dà il caso che il genere Homo abbia 2,5 milioni di anni e Homo sapiens 300mila anni. Se l’aggressività deliberata di coalizione è così radicata nell’evoluzione umana, perché la troviamo soltanto nell’ultimissima fase (5%) della nostra storia? Se così fosse, il record fossile umano dovrebbe essere completamente diverso. Quelli furono peraltro scontri feroci fra gruppi umani per la conquista di territori, in una fase di transizione climatica, quando già probabilmente stavano imparando a selezionare piante e animali (i primi ritrovamenti in tal senso risalgono a più di 30mila anni fa) e la complessità delle gerarchie sociali cominciava a emergere. Tutti gli altri casi documentati di “guerra” (armata, intenzionale, deliberata) sono più recenti.

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Perforated skull by M. Novak, © Institute for Anthropological Research

C’è poi la tesi secondo cui la nostra specie avrebbe estinto con la violenza gli uomini di Neanderthal e le altre specie umane sopravvissute fino a 40mila anni fa. Tuttavia, allo stato attuale delle conoscenze paleoantropologiche, questa idea di un genocidio interspecifico è poco plausibile, per varie ragioni.

Nel caso di eliminazione fisica diretta dovremmo trovare segni diffusi e sistematici di uccisioni e morti violente. Invece nel caso di Neanderthal abbiamo trovato solo due casi, peraltro dubbi (a Shanidar in Iraq e a Saint-Césaire in Francia), con altre ferite riconducibili a incidenti di caccia. Se ci fu una guerra, perché troviamo solo due casi (su centinaia di siti di Neanderthal conosciuti e dettagliatamente descritti) di presunte ferite inferte da un’altra specie? Non regge.

Fra l’altro, anche nei due soli casi dubbi, è molto più plausibile che la violenza sia avvenuta tra gruppi della stessa specie, non tra specie diverse (lo stesso vale per i segni di violenza su alcuni Homo heidelbergensis ad Atapuerca), perché il modello “In Group / Out Group” di cui abbiamo detto sopra riguarda la conflittualità fra gruppi all’interno della stessa specie, non tra specie diverse. È una distinzione fondamentale: conosciamo molti casi di conflitti tra gruppi di scimpanzé, certo, ma sinora nessun caso di scimpanzé che attaccano i loro cugini bonobo, in modo organizzato, al di là del fiume Congo!

Un altro motivo per cui la soluzione finale violenta tra Homo sapiens e Neanderthal non funziona è che prima dell’estinzione del secondo, avvenuta in una decina di millenni fra 50 e 40mila anni fa, le due specie hanno a lungo convissuto negli stessi territori, in diverse regioni dell’Eurasia, scambiandosi persino manufatti e ibridandosi a più riprese, cioè facendo figli insieme che poi venivano accolti dalle rispettive comunità (altrimenti i figli ibridi non avrebbero a loro volta avuto figli e noi non porteremmo tracce di DNA neandertaliano nel nostro genoma).

Infine, la densità di popolazione a quel tempo era bassissima, c’erano spazio e risorse per tutti: è molto più probabile che sia stata una tardiva competizione demografica. Dopo un lungo periodo di equilibrio, la nostra specie ha acquisito un vantaggio competitivo (forse a causa di un’ulteriore evoluzione del nostro linguaggio e delle capacità di cooperazione in gruppo), si è espansa e gradualmente ha sostituito i Neanderthal, in parte fondendosi con loro. È un modello già visto in altri casi nell’altra è spacciata; senza la necessità di ricorrere alla violenza diretta, che è pericolosa sia per chi la subisce sia per chi la adopera.

Non resta che affidare la tesi dell’inevitabile naturalità della guerra ai riscontri di conflitti tra cacciatori raccoglitori, passati e presenti. Il mito del “buon selvaggio” è demolito da tempo e non c’è alcun dogma pacifista che nega la dura realtà dei fatti. Non è più un tabù (nonostante una lunga tradizione di antropologia novecentesca pacifista, contro la quale polemizza Sadun Bordoni) rilevare che nei gruppi di cacciatori raccoglitori sono documentati faide e lotte, per esempio tra aborigeni in Australia e Nuova Guinea, così come tra paleo-amerindi e amerindi moderni. Tuttavia, questi raid raramente si protraggono fino alla distruzione completa del gruppo nemico e alla conquista (un’eccezione è la spedizione dei Maori contro i Morori delle isole Chatham in tempi storici). Probabilmente questa gestione variabile della conflittualità fra gruppi risale alla svolta di 60mila anni fa, quando le popolazioni di Homo sapiens iniziarono a occupare tutti i continenti tranne l’Antartide.

I conflitti tra tribù indigene non sfociano quasi mai in massacri intenzionali e definitivi dei rivali. Si tratta per lo più di raid, incursioni, scaramucce, insomma di una gestione complessa dei potenziali interessi in conflitto nella gestione del territorio, nei movimenti, negli scambi tra gruppi. Prima dell’invenzione della domesticazione di piante e animali, lo scontro tra gruppi aveva funzioni di controllo del territorio di caccia e raccolta, all’interno di popolazioni nomadi. Si è sempre trattato, però, di un adattamento rischioso e costoso, perché implica alti livelli di testosterone, stress, perdite di vite preziose per il gruppo. A riprova, il conflitto si scatena spesso in condizioni di asimmetria di potere, cioè quando uno dei due gruppi si convince, a torto o a ragione, di poter rapidamente prevalere sull’altro (questo accade anche nella storia della guerra moderna).

In fatto di guerra, la situazione cambiò completamente dal Neolitico in poi e affermarlo non significa negare la continuità dei processi evolutivi. Fu una transizione epocale: sorse la necessità di difendere stabilmente un territorio coltivato; le società diventarono sedentarie, ma allo stesso tempo si espansero demograficamente ed ebbero la necessità di colonizzare altre terre, esautorando gli autoctoni. Bisognava difendere i confini (una novità evolutiva), le proprietà, i beni. Insomma, la guerra come comportamento umano sistematico e generalizzato apparve soltanto dopo il Neolitico. Ecco perché ne troviamo le tracce solo nell’ultimo 5% della storia umana.

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Trinity Site, 0.016 second after explosion, July 16, 1945. (Berlyn Brixner, Los Alamos National Laboratory)

Ma allora la guerra fa parte della nostra natura oppure no? Forse è meglio attenersi all’ambivalenza darwiniana e fermarsi lì, aggiungendo semmai che oggi la nostra “natura” è impregnata di cultura. Il conflitto fra gruppi fa parte del nostro retaggio evolutivo, a causa del “paradosso della bontà”, ma come ne fanno parte anche la cooperazione, l’altruismo, il soccorso verso individui in difficoltà, la consolazione dello sconfitto, il rifiuto di scambi iniqui, cioè comportamenti improntati alla solidarietà.

Se un etologo extraterrestre o la nostra amata balena ci stanno osservando adesso (per inciso, le balene non si fanno la guerra), rimarranno colpiti dal fatto che spesso ci armiamo gli uni contro gli altri, certo, ma lo sarebbero ancor di più scoprendo che sappiamo convivere in mezzo a milioni di estranei nelle città. Insieme a migliaia di persone non imparentate con noi, ogni mattina pazientemente prendiamo la metropolitana, ci tolleriamo, rispettiamo regole di convivenza. Ogni volta che vedete in tv una scena di guerra e di violenza, amava ripetere Stephen J. Gould, ricordate che in quella stessa giornata il mondo è andato avanti grazie a miliardi di invisibili atti di gentilezza. Per contro, provate a prendere un gruppo di scimpanzé estranei fra loro e metteteli in un vagone della metro: vedrete cosa succede!

Con i bonobo, invece, che pure sono nostri cugini stretti, andrebbe un po’ meglio. C’è un po’ di bonobo in noi, ci siamo auto-selezionati per la docilità. E poi abbiamo la cultura, che spesso fa la differenza. Nell’esperimento neuroscientifico descritto sopra, se ai volontari per esempio bianchi viene mostrato il volto di un afroamericano, che però non è un estraneo ma un noto campione di basket o musicista, l’amigdala se ne sta buona e silente. Significa che la cultura (l’educazione di quel soggetto, i suoi gusti, la sua storia personale) riesce a modulare una reazione istintuale e a reprimerla. Non è poco.

Come deve ammettere anche Sadun Bordoni nel libro, la guerra non è un istinto innato e non è certo scritta nel nostro DNA: è una struttura culturale umana con basi anche biologiche, come lo era la schiavitù e come lo è il patriarcato. Come tale, la guerra non è affatto un destino ineluttabile. Potremmo (faticosamente) fare a meno di tutti e tre questi micidiali vizi (schiavitù, patriarcato e guerra) e la nostra natura non ne verrebbe stravolta. Anche perché in tempi storici la guerra non ha mai risolto un solo problema di chi l’ha dichiarata contro qualcun altro. Il vero miraggio non è la pace, ma illudersi di risolvere i conflitti tramite la guerra. Quindi sarà stato anche un adattamento ancestrale (anche se non troppo ancestrale, come abbiamo visto), ma non per questo la guerra va considerata “razionale” nel 2025. Homo sapiens si porta dietro un sacco di adattamenti una volta funzionali e oggi divenuti completamente inutili se non dannosi.
 

Certo, il paradosso della bontà ci insegna anche che arrivare alla pace è possibile, ma probabilmente non sarà mai perpetua, perché continuamente minacciata dall’interno e dall’esterno. Bisogna ammettere, amaramente, che fare la guerra è più facile e resterà una tentazione ricorrente e permanente. La pace invece è una conquista fragile, che richiede manutenzione costante, e che tuttavia razionalmente ed eticamente non ha alternative, poiché dal 1945 in poi l’unico esito di una guerra non convenzionale sarebbe l’auto-distruzione nucleare dell’umanità. La deterrenza finora ha funzionato, ma fino a prova contraria. Il problema è che quella “prova contraria” sarebbe definitiva e senza ritorno. Lo sapeva bene Enrico Fermi. Alla domanda sul perché nessuna civiltà avanzata viene a trovarci dallo spazio, rispondeva che tutte le specie tecnologicamente progredite a un certo punto della loro evoluzione incontrano quel dilemma. E prima o poi schiacciano il bottone.

Telmo Pievani

Telmo Pievani è filosofo della scienza, evoluzionista, saggista e direttore editoriale di Lucy sui mondi. Collabora con il «Corriere della Sera» e altre testate. Il suo ultimo libro è Tutti i mondi possibili. Un’avventura nella grande biblioteca dell’evoluzione (Raffaello Cortina Editore, 2024).