Nel 2022 ha fondato "Banlieues climat", un'associazione che intende formare i giovani provenienti dai quartieri popolari sulle ingiustizie sociali e climatiche. In questa intervista fa il punto sulla situazione francese e parigina.
Féris Barkat è cresciuto in una famiglia di operai nella periferia di Strasburgo. Dopo il liceo, ha ottenuto una borsa di studio per la London School of Economics, che ha deciso di abbandonare quando ha saputo del cancro della madre. Cercando le ragioni della sua malattia e individuandole nell’inquinamento del suo quartiere, nel 2022 ha deciso di fondare “Banlieues climat” con Sanaa Saitouli, Abdelaali El Badaoui e il rapper Sefyu. L’associazione, che ha aperto a Seine-Saint-Denis una scuola di ecologia popolare, ha l’obiettivo di formare i giovani, provenienti soprattutto dalle classi popolari, sulle questioni climatiche. Poiché la crisi climatica si stratifica sulle ingiustizie sociali, sono soprattutto le classi più vulnerabili a subire la violenza ambientale.
Féris Barkat oggi è una voce di riferimento, con notevole sèguito tra i giovani e non.
Banlieues Climat parte da una storia personale.
Tre anni fa, con gli altri tre co-fondatori, ci siamo riuniti per affrontare la questione del clima, ma dal punto di vista della salute e della giustizia sociale. Salute perché mia madre si era ammalata e quindi era importante parlare dei problemi ambientali che stavamo affrontando, e giustizia sociale perché l’ambiente era una forma di violenza che si aggiungeva a tutte le altre che stavamo vivendo.
Per farlo, per noi era importante poter applicare conoscenze e concetti, e riappropriarci di un tema in cui c’erano anche potenziali prospettive di emancipazione, sia economica, con la creazione di molti posti di lavoro in Francia sotto l’ombrello della transizione ecologica, ma anche di acquisire una forma di legittimazione nel dibattito pubblico che ci permettesse di costruire un movimento per contrastare i vari tipi di violenza – poliziesca, sociale, contro le donne, contro i bambini, contro l’ambiente, o legate al lavoro dei nostri genitori. Tutti questi temi, che sono in realtà molto legati alla questione climatica e che abbiamo iniziato a combinare con quella ecologica, ci hanno portato a questioni di classe, di lotta sociale, ed è così che abbiamo dato vita a un movimento, ma questa è solo la base del progetto.
…che diventa una storia collettiva.
Il nostro pubblico di riferimento è proprio quello non interessato a ciò che stiamo facendo. Coinvolgiamo molti giovani che escono dal carcere, che vengono reintegrati e che sono molto, molto lontani dalle questioni educative ed ecologiche. Questo è il nostro pubblico principale. È a loro che cerchiamo di rivolgerci. E lo facciamo semplicemente attraverso un meccanismo di identificazione. Con giovani che assomigliano a loro, che hanno seguito lo stesso percorso di vita.
Se c’è un “ex giovane” che è stato in prigione, andrà a formare ex giovani che sono stati in prigione. L’obiettivo è dimostrare che in realtà ci siamo sbagliati. I sogni che possiamo avere, il modo in cui ci diciamo che nella vita conta solo fare soldi, soldi, soldi, soldi e non penseremo agli altri, non penseremo collettivamente, non andremo avanti verso l’emancipazione di noi stessi… è qualcosa che ci è stato insegnato, che ci è stato messo in testa, e il nostro obiettivo è quello di decostruirlo. Con il passare del tempo è un messaggio che si trasmette.
Come si può replicare questa esperienza?
All’inizio è stato difficile, perché non eravamo in molti. Prima in quattro, poi in otto, poi dodici e alla fine siamo arrivati a oltre mille. Abbiamo formato giovani anche in Italia, in Marocco e poco tempo fa siamo andati in Brasile. Stiamo cercando di creare un movimento giovanile che abbia base un po’ ovunque, ma all’inizio è stato complicato perché, sui temi della giustizia, della lotta e dell’attivismo in generale, c’era una sorta di omogeneità organizzata dai bianchi, che rendeva difficile identificarsi con la causa. Quello che abbiamo cercato di fare all’inizio è stato a volte ingannare le persone dicendo: “Dai, passeremo un fine settimana a fare un barbecue e a parlare di ecologia. Dai, c’è una partita di calcio”, e non giocavamo a calcio, a volte abbiamo mentito per convincere la gente a venire, poi abbiamo dovuto passare del tempo in diverse aree, creando associazioni giuste. È un lavoro che richiede tempo sul campo, e la gente non si prende il tempo per farlo, perché con il pretesto che si tratta di una rivoluzione, per alcuni attivisti è più facile uscire e fare militanza piuttosto che costruire ponti e convergere con le persone che sono le prime a essere colpite, le persone che vivono la violenza e la denunciano. L’obiettivo era dimostrare che coloro che subiscono violenza possono essere i primi esperti della loro vita. Metterli in una posizione diversa. Non siamo qui per dirvi: venite, vi insegneremo, non saprei cosa. In realtà, voi stessi siete esperti della vostra vita, perché la vivete in prima persona. Se lo vivete, potete parlarne. Abbiamo riunito le mamme del posto per parlare dell’inquinamento del mercurio. Sono loro le esperte, perché sono loro che cucinano, sono loro che fanno il lavoro di sensibilizzazione per i senzatetto, sono loro che portano avanti questi progetti. Partendo dal principio che le persone che vivono nei nostri territori sono le prime esperte, d’un tratto si inverte il meccanismo e le si riesce a mobilitare.
Quando va tutto bene, o quando si ha l’impressione che vada bene, è facile essere una brava persona, ma quando le cose vanno male, è allora che si pone il problema dell’impegno sociale.
In una recente intervista, hai detto che “quando va tutto bene, o quando si ha l’impressione che vada bene, è facile essere una brava persona, ma quando le cose vanno male, è allora che si pone il problema dell’impegno sociale”. Mi ha fatto pensare alla più celebre frase del film L’odio, “fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta…
…ma l’atterraggio”. Certo.
Quel film è del 1995. La situazione nelle banlieue francesi non è cambiata in questi trent’anni?
Non è migliorata affatto. Al contrario, stiamo assistendo a una crescente individualizzazione dei percorsi di vita, il che significa che non c’è un’organizzazione comune che possa unirci, che possa coinvolgerci. Non credo che ci sia stato alcun cambiamento in trent’anni. Allo stesso tempo, però, credo che questa frase, “l’importante non è la caduta, ma l’atterraggio”, sia problematica perché, in verità, è la caduta che fa accadere le cose.
È la caduta che, a poco a poco, ci fa rinunciare ai diritti, ci fa perdere terreno. Lo abbiamo visto di recente con i crimini che si sono verificati perché, semplicemente, se si guarda all’economia, al tasso di disoccupazione o alle diverse aspettative di vita, la situazione non è cambiata.
L’amministrazione di Anne Hidalgo a Parigi è elogiata per la sua sostenibilità ambientale, che però sembra non avere attenzione per quella sociale. Che ne pensi?
Tutta una serie di partiti politici sono socialmente borghesi, o comunque costruiti senza la voce dei primi colpiti, e inevitabilmente non possono produrre politiche pubbliche che prescindono da essi. Lo abbiamo visto con le Olimpiadi e i villaggi dove hanno purificato l’aria per gli atleti. Le istituzioni hanno deciso di purificare l’aria per alcune persone, mentre altre cercavano di fare una campagna per dire che l’asma e le malattie cardiovascolari sono causate dall’inquinamento atmosferico. Non credo si siano resi nemmeno conto della violenza simbolica che può rappresentare. Non c’è nulla di sorprendente, il problema è che sono sorpresi perché hanno buone intenzioni: lo fanno per la gente, ma non con la gente, e quindi contro la gente. Credo che accada fondamentalmente perché ci sono questioni che non si vedono, che non si capiscono. Quando si parla di biciclette, ad esempio, e di mobilità, si dice: “Sì, è importante mettere in piedi un piano per la mobilità ciclistica”. Sì, è interessante, ma dobbiamo riuscire a ragionare sulla questione della cultura della bicicletta nei nostri territori, per le donne che magari a volte sono escluse e che non sono abituate ad andare in bicicletta, che in bicicletta sono mal viste. La questione della mobilità deve essere pensata dal punto di vista di coloro che sono più emarginati. Non credo che Hidalgo lo faccia, ma almeno è molto più attenta di tante altre figure pubbliche, il che è un bene. È solo che è al di là di lei, nella continuità di chi sono e di ciò che rappresenta, e questo è quanto.
L’ultima volta che sono stato a Parigi, sono venuto a seguire le prime occupazioni di università europee per la Palestina, una delle quali alla Sorbonne, di cui sei diventato il primo professore senza laurea. Credi che l’unione tra la lotta climatica, per la libertà della Palestina e, più in generale, dell’autodeterminazione dei popoli possa creare un’attivazione nei quartieri emarginati, un’occasione di aggregazione e un orizzonte politico inedito?
Penso che si tratti di una capacità di organizzare e internazionalizzare la lotta molto interessante. Non credo che sia sempre possibile che le lotte convergano, perché ciò implicherebbe che il luogo del potere sia unico, definito e centralizzato. La questione della Palestina ha risvegliato molte persone, ma ne ha anche fatte sentire molte insicure. Ci sono gruppi che non possono lottare e prendere posizione come vorrebbero per paura di ritorsioni. Quando ho organizzato una proiezione pirata sulla facciata del Parlamento Europeo per denunciare il genocidio in corso ne abbiamo pagato le conseguenze. Noi siamo a posto perché siamo un collettivo che ha appena iniziato ad affermarsi, ma penso che per le associazioni più note sia complicato gestire i procedimenti legali, le accuse per terrorismo e cose del genere.
A metà febbraio, a Lione il servizio d’ordine di un evento dell’eurodeputata franco-palestinese Rima Hassan si è scontrato contro quello al seguito di Nemesis, un collettivo che sfrutta l’idea del femminismo per portare avanti istanze anti-immigrazione. Il ventitreenne Quentin Deranque, tra le file di quest’ultimo, è morto. Sei rimasto stupito dalla notizia?
No, è il risultato della faida razziale innescata dalla politica. Non ho molto altro da dire, se non che non possiamo mettere l’antifascismo e il fascismo sullo stesso piano. Dal 2022 in Francia i gruppi di estrema destra hanno ucciso undici persone e ne hanno gravemente ferite diciannove.
Sappiamo che è una lotta. Mio nonno ha combattuto per liberare l’Algeria. Dopodiché, credo che la repressione non si possa normalizzare. È pericoloso quando molte persone la ritengono qualcosa di normale, di banale, di accettabile, e non riescono a prendere una posizione, sono indifferenti.
Nel 2023, il collettivo Action Antifasciste Paris-Banlieue ha organizzato un evento pubblico per ricordare la morte di Clément Meric, giovane antifascista francese ucciso da dei naziskin nel 2013. La manifestazione si è svolta senza alcun incidente, ma più di dieci attivisti italiani sono stati espulsi dalla Francia per avervi partecipato. Ti spaventa la repressione nel tuo Paese?
Penso che siamo preparati. Parlo di noi, cioè delle persone con cui faccio militanza. Sappiamo che è una lotta. Mio nonno ha combattuto per liberare l’Algeria. Dopodiché, credo che la repressione non si possa normalizzare. È pericoloso quando molte persone la ritengono qualcosa di normale, di banale, di accettabile, e non riescono a prendere una posizione, sono indifferenti. Per me gli indifferenti sono i più pericolosi. Sono quelli che fanno pendere l’ago della bilancia. Che ci siano persone dall’altra parte, che siano contrarie, è normale. Ciò che non è normale sono gli indifferenti. Non era previsto che fossero così numerosi.
L’anno prossimo in Francia si vota per le elezioni presidenziali. C’è qualcuno o qualche partito che ti trasmette fiducia?
Nel complesso, la sinistra radicale resta migliore degli altri, ma tutti i partiti hanno alla base logiche profondamente escludenti, soprattutto a livello locale, per quanto riguarda le questioni dei mandati e del clientelismo elettorale che sono estremamente problematiche. Quindi no, non credo che nessuno di essi sia buono. Dopodiché, alcuni sono peggiori di altri.
La foto è di Yann Weber.