Una balena mi disse
Telmo Pievani
I “wet market”, i rinoceronti e la stupidità umana

Lucy Mondi Una Balena Mi Disse La Newsletter Di Telmo Pievani

Cinque anni dopo la pandemia, l’uomo continua a favorire la diffusione di virus pericolosi e a minacciare specie rare per superstizione e profitto. Siamo davvero ancora degni del nome Sapiens?

Questa puntata della newsletter è un test di intelligenza, per la specie Homo sapiens. Scegliamo, fra le moltissime, due ricerche recentemente pubblicate su «Nature» e «Science». Descriviamole nella nudità dei loro contenuti e intanto chiediamoci come sia possibile che un mammifero dotato di facoltà cognitive uniche si comporti in un modo così stupido e controproducente. 

La prima, apparsa su «Nature» il 5 giugno scorso a firma di Jane Qiu, ci racconta che i “wet markets”, i famigerati mercati di animali vivi (ma anche morti) saliti alla ribalta durante la pandemia di SARS-CoV-2, cinque anni dopo non solo non sono stati ancora regolamentati né ridotti, ma prosperano meglio di prima e fanno affari d’oro. Il pangolino (che ospita in sé diversi ceppi di coronavirus) continua a essere il mammifero più trafficato al mondo. Nell’aprile di quest’anno in Nigeria hanno sequestrato quattro tonnellate delle sue scaglie, pari a duemila pangolini scorticati.

Nel mercato di Jatinegara, a Giacarta, le gabbie di animali vivi sono impilate fino a tre metri di altezza e tengono stipate creature diversissime stipate: pipistrelli innanzitutto, e poi procioni, macachi, uccelli canterini. Provengono da ogni parte dell’Indonesia, che sta devastando a ritmi impressionanti le sue foreste primarie per fare posto a piantagioni di olio di palma e altre coltivazioni intensive, e dall’estero, grazie al traffico illegale di animali esotici, il quarto commercio criminale al mondo più lucroso dopo armi, droghe ed esseri umani. 

L’inviata di «Nature» ha visitato Jatinegara e racconta la totale assenza di igiene, gli inservienti che toccano le bestie a mani nude e se le caricano addosso, la puzza di urina e di feci amplificata dall’umidità tropicale. Bisognerebbe introdurre come minimo le misure di biosicurezza applicate al dispositivi di protezione per il personale. Il commercio degli animali più rischiosi per la salute umana – come pangolini, pipistrelli, zibetti e procioni – andrebbe poi semplicemente vietato e stroncato, ma non si fa, perché minacceremmo, si dice, il sostentamento delle comunità locali e la loro cultura.

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Wildlife market (birds and mammals), Jatinegara, Giacarta.

(Aaron Gekoski, World Animal Protection, CC BY 4.0)

Fatto sta che il posto migliore in cui ogni virus vorrebbe vivere è un wet market di questo tipo, in mezzo a una megalopoli di undici milioni di abitanti (che peraltro sta sprofondando rapidamente a causa del combinato disposto di subsidenza e innalzamento dei mari dovuto al riscaldamento climatico antropico, al punto che è già stato programmato il trasferimento della capitale nel Borneo, a Nusantara, spianando ovviamente la foresta che ospita oranghi e rinoceronti nani), visitata da migliaia di turisti internazionali con in tasca il biglietto di un volo intercontinentale. Queste sono le condizioni ecologiche ideali per un virus pandemico e noi, i sedicenti Sapiens, gliele abbiamo apparecchiate per bene.

Il motivo? Semplice: attorno ai mercati di animali vivi prolifera un’industria globale, in gran parte illegale, che vale centinaia di miliardi di dollari all’anno. Quindi se una scienziata balena extraterrestre potesse analizzare la situazione, concluderebbe che sulla Terra un mammifero africano bipede ha inventato un modello economico per sfruttare gli altri animali, come cibo o come compagnia, in modo tale da garantire enormi guadagni a breve termine per pochissime persone, esponendo gli altri otto miliardi al rischio di pandemie devastanti. Molto intelligente questo libero mercato, in effetti.


Se poi aggiungiamo che una parte consistente di questo smercio illegale è alimentato dalla domanda altissima di parti di animali (corni di rinoceronte, scaglie di pangolino, pinne di squalo, etc.) che senza alcuna base scientifica sono ritenute depositarie di chissà quali proprietà medicamentose e afrodisiache, la nostra intelligenza spicca ancora di più. I corni e le scaglie sono fatti di banale cheratina, il che significa che si dovrebbero ottenere gli stessi miracolosi effetti terapeutici ingurgitando o spalmandosi addosso un bel tritato di unghie e capelli, senza massacrare rinoceronti e pangolini.


Le riviste scientifiche continuano a sfornare articoli in cui si spiega che il numero e la varietà di agenti patogeni che circolano liberamente fra gli animali a contatto con gli umani sono ampiamente superiori a quanto stimato sinora. Ci sono decine di famiglie e centinaia di specie di virus sconosciuti che vengono osservati e descritti per la prima volta. Inutile anticiparne le mosse, sono troppo numerosi là fuori. L’unica strategia sarebbe quella di ridurre la probabilità di zoonosi, cioè del salto di specie dagli animali a noi. Non sapevamo di non sapere, prima della pandemia del 2020. Adesso sappiamo di non sapere, ma non è cambiato nulla. Quindi ci è ben chiaro che questi sudici mercati di animali vivi sono laboratori naturali perfetti in cui i virus possono evolvere, mutare, ricombinarsi e scatenare epidemie mortali, e nonostante ciò gli scienziati non ricevono i fondi necessari per studiare i rischi che stiamo correndo.


Eppure le nuove tecnologie di sequenziamento e di editing del genoma ci permetterebbero di individuare gli spostamenti e di ricostruire l’evoluzione di centinaia di agenti patogeni. Una nuova tecnica diagnostica, chiamata VirScan, permette di verificare in un singolo test i segni di centinaia di infezioni, passate o in corso, in umani e altri animali. E invece, si preferisce non sapere. In molte parti del mondo avere sintomi di malattie zoonotiche equivale a uno stigma e si tace. Commercianti e gestori dei mercati si guardano bene dal collaborare con i ricercatori. Persino le autorità di regolamentazione e i funzionari doganali – secondo le interviste rilasciate a Jane Qiu (il cui reportage è stato finanziato dal Pulitzer Center) – sono riluttanti a introdurre tecniche innovative, perché “se si trova qualcosa di nuovo, diventa un problema”. Insomma, meglio non sapere. Poi arriverà una nuova pandemia e fingeremo ancora di sorprenderci.


La Cina ha formalmente bandito le pratiche di allevamento e commercio di gran parte delle specie selvatiche a scopo alimentare (più difficile scalfire gli interessi della cosiddetta medicina tradizionale), ma il risultato è che sono passate alla clandestinità, recuperando e superando il giro d’affari pre-pandemico. Le agenzie federali statunitensi che si occupano di questo sono sotto attacco, l’Organizzazione Mondiale della Sanità è sempre più indebolita e il recente Accordo Pandemico Globale firmato a Ginevra (con l’astensione fra gli altri dell’Italia, perché noi vogliamo mantenere la nostra “sovranità” sulla salute, parole testuali) è stato annacquato fino a renderlo pressoché ininfluente. Tre mosse geniali, direbbe la nostra extraterrestre.
 

Come se ciò non bastasse, Donald Trump ha azzerato quasi tutte le funzioni e i finanziamenti dell’USAID, l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, inclusi il programma per migliorare la comprensione delle malattie zoonotiche nei paesi a basso e medio reddito e il programma “STOP Spillover” che mirava a sviluppare interventi per mitigare i rischi zoonotici. L’Unione Europea finora non è stata in grado di colmare questo vuoto improvviso. Questo significa che nei prossimi anni andrà perduta la continuità della raccolta dei dati e la costruzione di capacità locali di individuazione tempestiva e di risposta a una malattia emergente. Siamo o non siamo una specie meravigliosa?

Jane Qiu è andata poi al confine tra Vietnam e Cina, per studiare il contrabbando sempre florido dei pangolini, e ha scoperto che quando vengono catturati in Malaysia questi animali sono portatori sani di molti meno coronavirus di quelli che presentano quando sono venduti nei mercati e nei ristoranti. Lo stesso per i ratti. Questa è la prova che il loro commercio sommerso è un amplificatore dei patogeni. I cacciatori di frodo di pipistrelli intanto proseguono nel loro pessimo lavoro: quando una ferita da graffio o da morso si infetta, lamentano strane febbri, qualche volta muoiono, altre volte guariscono. Stanno giocando con il fuoco pandemico.

Nel mercato di Langowan, nella parte settentrionale di Sulawesi, passano un milione di pipistrelli all’anno. Nei giorni di festa se ne vendono anche diecimila. Poiché tutto è clandestino, quando un animale mostra sintomi di malattia non lo segnalano certo alle autorità: se lo mangiano o lo spacciano in qualche mercato più lontano. Clandestinità, controlli insufficienti, enormi profitti per pochi, riduzione dei finanziamenti alla ricerca, una gran voglia di non sapere: ecco la ricetta per la prossima crisi. E quando succederà, guai a dire che la scienza lo aveva ampiamente predetto, perché la canea dei social e del dibattito massmediatico ansiogeno si concentrerà sul dito (qualche presunto complotto sull’origine di quel singolo virus) e non sulla Luna (le condizioni ecologiche, sociali ed economiche che aumentano il rischio pandemico in generale).

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Bhopu the Greater one-horned Rhinoceros,

San Diego Zoo Safari Park in Escondido, CA

(Heather Paul, Flickr, CC BY 2.0)

Il bracconaggio dei rinoceronti va a gonfie vele

Per completare il test di intelligenza, una seconda ricerca, pubblicata su «Science» sempre agli inizi di giugno, ci aggiorna su come sta andando il bracconaggio dei rinoceronti: benissimo! Dal 2017 al 2023, solo nell’ecosistema del Greater Kruger, ne sono stati ammazzati almeno 1985, il che equivale alla soppressione del 6,5% della popolazione complessiva ogni anno. Niente male. Eppure sono stati spesi 74 milioni di dollari per la lotta contro questo crimine. Secondo gli studiosi – coordinati da Timothy Kuiper dell’Università di Cape Town in Sudafrica – forse è un problema di strategia. Gran parte degli investimenti sono stati destinati a misure di contrasto attivo e sorveglianza: controlli degli accessi, telecamere di rilevamento, ranger armati, cani da tracciamento. In effetti, 700 bracconieri sono stati arrestati, ma il bracconaggio statisticamente non si è ridotto.

Il problema sta nel contesto: la domanda, altissima, da parte della medicina tradizionale cinese (in base alla credenza superstiziosa secondo cui la polvere di corno di rinoceronte risveglierebbe la gente dal coma e curerebbe le febbri); le spaventose disuguaglianze di ricchezza; la povertà estrema delle popolazioni locali limitrofe; le organizzazioni criminali radicate; la corruzione nella polizia e nel personale addetto alla conservazione; un sistema giudiziario inefficace; l’instabilità politica. Tutto ciò incentiva il coraggio di assumersi il rischio di uccidere gli esemplari di due specie fortemente protette e sorvegliate come il rinoceronte bianco (Ceratotherium simum, ormai rarissimo) e quello nero (Diceros bicornis). Aumentare la probabilità e la severità delle punizioni non basta.

Senza nulla togliere alla necessità di controlli e pene severe, quale alternativa esplorare, dunque? La più triste è anche la più è niente da fare: Homo sapiens da solo non ce la fa a smettere. Solo la decornazione degli animali (2284 capi in otto riserve), riducendo le ricompense per i bracconieri, limita rapidamente e significativamente il fenomeno (del 78%) e costa poco (solo l’1,2% del bilancio).

Il prezzo è vedere le povere bestie mutilate, ma se non altro vive. Dalle ricerche sin qui condotte, pare che l’assenza del corno limiti un po’ il loro uso dello spazio, ma non la sopravvivenza e la riproduzione. Per altri animali la rimozione delle parti preziose del corpo però non è praticabile: non si possono far girare i pangolini tutti nudi senza scaglie e gli squali hanno bisogno delle loro pinne. In altri casi, tuttavia, come si fa con i bambini pestiferi, la riduzione delle opportunità di fare il male funziona. In Venezuela i ricercatori rimuovono dal nido i piccoli di pappagallo e li portano in aree sicure durante la notte, per poi rimetterli al mattino. A Cape Town gli ambientalisti “rovinano” le cortecce di certi alberi autoctoni dipingendoli, al fine di scoraggiare la scortecciatura illegale per il commercio di medicinali.

La nostra balena extraterrestre è sconcertata. Non pensiate, però, che Homo sapiens si arrenda tanto facilmente. La domanda di cheratina di rinoceronte è così stupidamente alta che persino un moncone in ricrescita può essere molto interessante (111 animali uccisi nel 2022 e 2023 nel Kruger per un abbozzo basale di corno). Quindi la decornazione va eseguita regolarmente e continuamente. È una storia infinita. Alcuni criminali si sono messi a rubare i corni persino nei Musei di storia naturale, ma adesso sono tutti nei caveaux e quelli esposti sono copie in resina (e pare che il tritato di resina non abbia gli stessi effetti medicamentosi e afrodisiaci).

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Telmo Pievani

Telmo Pievani è filosofo della scienza, evoluzionista, saggista e direttore editoriale di Lucy sui mondi. Collabora con il «Corriere della Sera» e altre testate. Il suo ultimo libro è Tutti i mondi possibili. Un’avventura nella grande biblioteca dell’evoluzione (Raffaello Cortina Editore, 2024).