La conferenza sul clima di Belém è finita da tre settimane. Ha fatto vivere al resto del mondo le condizioni a cui sono sottoposti gli abitanti della foresta amazzonica, e questa è una vittoria. Il Paese continua a portarne le tracce e, con quest'esperienza, guiderà la presidenza fino a COP31.
Ormai non se ne parla quasi più, la COP30 si è conclusa da tre settimane e non fa più notizia. In Amazzonia, però, la terra vibra ancora.
Più di cinquantamila persone si sono concentrate per una decina di giorni in una piccola città all’ingresso della grande foresta, vicine quanto basta per sentirne il profumo, immaginarla, oppure farsi venire voglia di vederla. Così, alla fine dei lavori, non tutti sono tornati a casa: gli stessi brasiliani e diversi gringos – come sono chiamati qui i non amazzonici – hanno voluto vedere di più, magari risalendo lentamente il Rio delle Amazzoni, oppure volando in qualche altra città. Di fronte alle distanze, molti si sono accontentati di un breve tour all’isola di Combú, a un’ora di motoscafo dalla sede della conferenza.
Per molti di noi, abitanti di questa immensità, partecipare alla COP30 ha comportato settimane di viaggio e una complessa logistica. Io stessa sono tornata da poco nella mia palafitta dopo giorni di navigazione, un motoscafo in panne e un paio di piogge torrenziali. La mia testa è ancora là, alla frenesia di quei giorni, alla dispersione degli spazi e allo sforzo costante di star dietro a tutto, senza riuscirci mai.
Belém è città tropicale e brumosa, affacciata su un gigantesco estuario alimentato da più fiumi e composto da un sistema di baie influenzate dalle maree dell’oceano Atlantico e dal flusso del Rio delle Amazzoni. L’acqua è mista, né dolce né salata, limacciosa, ricchissima di sedimenti. La foresta intorno forma un ecosistema singolare, ricco di mangrovie.
Fondata nel XVII secolo, la città conserva un’eleganza decadente: il centro storico è un dedalo di strade acciottolate che si apre davanti a una piccola fortificazione eretta dai portoghesi per controllare l’ingresso del fiume; di fianco, si staglia la bianchissima Catedral da Sé; sull’altro lato si trova l’iconico mercato Ver-o-Peso dove i profumi delle erbe medicinali sono sovrastati dall’odore del pesce appena sbarcato e da quello dei manghi in partenza per altri lidi. Ma è una bellezza ruvida e popolare, fatta di palazzi consumati, facciate art nouveau scolorite e marciapiedi sconnessi. Il 36% dei residenti vive in povertà, il 55,5% in favelas (la più alta percentuale tra le capitali brasiliane), e solo il 20% della popolazione dispone di un sistema di raccolta delle acque reflue. Secondo l’Indice di Progresso Sociale (SPI), Belém è la quarta capitale con la peggiore qualità della vita in Brasile.
Il cuore dei negoziati della trentesima conferenza sul clima, la cosiddetta Zona Blu, è stato allestito nel centro congressi della città, allungato per l’occasione da corridoi tendati che ospitavano le sale di riunione, le plenarie, gli spazi per la stampa e i padiglioni tematici, incluso uno, per la prima volta in una COP, per le scienze planetarie, in cui talk di alto livello accademico mostravano la profondità dei rischi che il pianeta affronta.
Fuori dall’area diplomatica, una lunga passerella portava alla Zona Verde, aperta al pubblico e ai dibattiti su innovazione, tecnologie sostenibili, diritti umani, finanza etica. In diversi punti della città altri spazi di incontro, come le strutture in legno nel campus universitario o nei giardini del Museo Goeldi, o le imbarcazioni ancorate sul lungofiume. Dopo aver navigato fiumi per migliaia di chilometri, battelli e carovane dai nomi carichi di significato – Onda della speranza, Navigando contro la fine del mondo, Flottiglia Madre delle acque, per citarne alcuni – hanno ospitato workshop, eventi e mostre su disuguaglianza sociale, salute, educazione, emancipazione femminile e le possibili soluzioni alla catastrofe climatica. Tra gli spazi aperti, c’era anche un’enorme struttura galleggiante arrivata da Venezia per l’occasione. In linea con la cultura locale, feste, spettacoli e danze non sono mancati perché, come amava ripetere il qui (in Pará) famoso pagliaccio Magnolio, “l’allegria non cancella la nostra serietà”.
Una giornalista europea mi ha detto “è la peggior COP a cui abbia partecipato, e ne ho viste diverse. Niente funziona, l’aria condizionata è pessima, non c’è acqua nei bagni, internet è instabile. Lula ha sbagliato, avrebbe dovuto farla a Rio de Janeiro”.
Molti gringos si sono lamentati, brontolando per esempio sulla qualità del servizio. Una giornalista europea mi ha detto “è la peggior COP a cui abbia partecipato, e ne ho viste diverse. Niente funziona, l’aria condizionata è pessima, non c’è acqua nei bagni, internet è instabile. Lula ha sbagliato, avrebbe dovuto farla a Rio de Janeiro”. Effettivamente, il primo giorno la venue principale non era esattamente pronta. Ho partecipato all’apertura della conferenza con un intervento al Padiglione Italia e i microfoni non funzionavano bene, le cuffie per niente e dopo cinque minuti la pioggia ha coperto completamente le mie parole per i successivi quindici. In generale, l’acustica non era delle migliori e la temperatura era diseguale: si gelava nei corridoi delle plenarie e si moriva di caldo nei padiglioni. I social pullulavano di video spiritosi di delegati che si sventolavano ferocemente con ogni tipo di ventaglio e titoli del tipo: “Gringos sperimentano il caldo dell’Amazzonia”.
Ho sentito lamentele sul livello di sicurezza inadeguato, che già il secondo giorno avrebbe permesso l’invasione e i danni all’ingresso della zona dei negoziati da parte di manifestanti e indigeni Tupinamba. Altri erano preoccupati soltanto dal pericolo di “caduta mango” dagli altissimi alberi secolari che ombreggiano le strade della città, carichi di frutti proprio in questa stagione. Almeno fino al giorno in cui hanno visto l’incendio incenerire i tendoni della conferenza e, incanalati nel flusso ordinato dell’evacuazione, hanno saggiato anche un’altra vulnerabilità.
Quasi ogni pomeriggio, tuoni prolungati annunciavano l’arrivo di temporali, che a giorni alterni causavano allagamenti, dentro e fuori la cittadella, costringendo molti a sollevare l’orlo dei pantaloni.
L’unico felice in quei momenti era l’albero nel corridoio di uscita. Un giovane esemplare di una specie non meglio identificata rimasto incastrato nella costruzione dei corridoi tendati, con le radici completamente ricoperte di moquette e nessun accesso alla luce del sole per tutta la durata della conferenza. Tutti lo abbiamo visto accartocciare le foglie nei giorni più caldi temendo per la sua vita e poi tornare vigoroso grazie alle brevi inondazioni.
Fino all’ultimo giorno il mondo ha dubitato dell’effettiva realizzazione della COP di Belém: “problemi con gli alloggi”, si diceva, “molte delegazioni non verranno, non ci sarà il quorum per portare avanti i negoziati”. Gli ultimi giorni, dopo l’incendio, si è addirittura paventata la necessità di spostare negoziati e negoziatori in un’altra città per concludere i lavori.
E invece la COP30 c’è stata, è iniziata e si è conclusa nella foresta amazzonica e solo questo è già una sfida vinta. Insicurezza, caldo soffocante, incendi, temporali tropicali e allagamenti costellano la vita degli abitanti dell’Amazzonia.
I livelli di difficoltà, qualunque sia l’obiettivo, qui sono più alti. È come se il livello del disordine fosse più alto. In fisica si chiama entropia e non dipende affatto dalla latitudine, ma la sensazione è che segua lo stesso gradiente della biodiversità e della ricchezza linguistica: minima ai poli, massima ai tropici. Credo sia il motivo per cui in Canada o in Danimarca tutto sembra più facile da realizzare. Lo ha detto anche il presidente della COP30, l’ambasciatore André Correa do Lago: «È evidente che portare tutte queste persone in Amazzonia e metterle di fronte alle grandi sfide che le popolazioni locali affrontano ha avuto un impatto sulle negoziazioni».
Proveniente da tutto il mondo ma in maggioranza dalle Americhe, una umanità diversa e multilingue ha mostrato a Belém la sua vitalità, organizzando conferenze parallele come la Cupola dei Popoli o la COP delle Periferie e portando idee e proposte concrete, basate sulla natura, sulla conoscenza ancestrale e su modi di vita diversi da quelli che stanno causando il caos climatico.
Oltre al quorum, c’è stata la maggior partecipazione di popoli indigeni e comunità tradizionali della storia delle COP, tanto nei negoziati quanto al di fuori. Proveniente da tutto il mondo ma in maggioranza dalle Americhe, una umanità diversa e multilingue ha mostrato a Belém la sua vitalità, organizzando conferenze parallele come la Cupola dei Popoli o la COP delle Periferie e portando idee e proposte concrete, basate sulla natura, sulla conoscenza ancestrale e su modi di vita diversi da quelli che stanno causando il caos climatico. Per l’apertura dei vertici paralleli cinquemila persone provenienti da sessanta paesi a bordo di duecento imbarcazioni di diverse dimensioni hanno sfilato di fronte alla città, portando un unico manifesto e la voce dei popoli delle foreste, delle acque e delle periferie. A bordo di un battello anche l’anziano capo indigeno Raoni Metuktire, leader dei Kayapó, con il messaggio “la soluzione siamo noi” scritto a grandi lettere su un cartello.
Il giorno successivo un centinaio di indigeni dell’etnia Munduruku con a capo la Alessandra Munduruku hanno bloccato gli ingressi principali della Zona Blu, in modo pacifico ma risoluto, tanto da obbligare la presidenza e la vice presidenza della COP30, oltre alle ministre dell’ambiente Marina Silva e dei popoli indigeni Sonia Guajajara, ad uscire dai negoziati per incontrare i manifestanti, che in questo modo hanno ottenuto la protezione di diversi territori.
Poi c’è stata la fiaccolata delle poronga, in omaggio a Chico Mendes e ai primi estrattori di caucciù. A quei tempi, per inoltrarsi nella foresta prima dell’alba – orario migliore per l’estrazione della resina – i raccoglitori usavano un lume a olio legato sulla testa, la poronga appunto, un precursore delle torce frontali. Anche Marina Silva ci ha raggiunti, ha indossato come tutti noi una fiaccola accesa e ci ha raccontato dei suoi ricordi d’infanzia di quando suo padre estraeva e lavorava il lattice.
Poi c’è stato il giorno della grande marcia per il clima che ha attraversato le strade della città fino alla grande Aldeia amazonica, spazio sociale dedicato ai villaggi indigeni, e che ha raccolto migliaia di partecipanti (la stampa locale ha parlato di 70mila persone da 65 paesi). Con tamburi, maracas, costumi, ornamenti, pitture corporali, danze, canti e carri allegorici la manifestazione sembrava un carnevale, festa che non a caso trova la sua massima espressione in Brasile, dove le seriose solennità religiose dei colonizzatori vennero contaminate dall’allegria dei popoli originari. Striscioni e megafoni chiedevano azioni rapide, inclusa la protezione delle foreste e la fine dell’estrazione di petrolio dai loro territori.
Nei tendoni della Zona Blu, nel frattempo, Tasso Azevedo, fondatore di Mapbiomas e ideatore del Fondo Amazonia, parlava di connessione internet e inclusione digitale, Caetano Scannavino, coordinatore della ONG Salute e Allegria, delle difficoltà di garantire il diritto alla salute nei villaggi remoti e della soddisfazione di vedere finalmente il tema incluso nei negoziati. Il premio Nobel Carlos Nobre allertava sulla necessità di azzerare le emissioni nette entro il 2040, pena l’aumento delle temperature a 2,5°C e il raggiungimento di tutti i punti di non ritorno.
Mentre il direttore esecutivo dell’Istituto di ricerca ambientale IPAM, André Guimarães, parlava dei pro e dei contro dei biocarburanti e Eric Sawyer dell’Istituto di sviluppo sostenibile IABS mostrava il valore della bioeconomia amazzonica, sul battello della Fondazione Amazzonia Sostenibile discutevamo di petrolio. Virgilio Viana, direttore dell’organizzazione e membro della Pontificia Accademia delle Scienze, sosteneva che l’esplorazione dei giacimenti oceanici potrebbe essere un’occasione se si stabilisce che il 10% dei profitti vada a finanziare la transizione energetica, cosa che peraltro anche altri paesi quali la Norvegia dovrebbero fare. Quando gli ho chiesto come stesse andando secondo lui questa COP mi ha risposto “è già un successo”.
Uno dei talk per me più appassionanti parlava di semi e di riforestazione in uno stand in cui campeggiava la scritta “siamo la prima generazione che può lasciare un pianeta migliore di come lo ha trovato”. Che bello sarebbe.
Storicamente in secondo piano nelle COP, l’agenda per l’adattamento ai cambiamenti climatici ha acquisito slancio a Belém. Per la prima volta, è stata concordata una serie di indicatori per misurare i progressi nel settore.
Il testo finale della COP è stato intitolato Global Mutirão: Uniting humanity in a global mobilization against climate change (Mutirão Globale: unire l’umanità in una mobilitazione globale contro il cambiamento climatico). Termine portoghese di difficile traduzione, mutirão è un atto collettivo. In Amazzonia facciamo mutirão con frequenza, per costruire una scuola, per rimuovere un albero caduto, per intrecciare la paglia dei tetti, ovvero in tutte le (frequentissime) occasioni in cui il singolo non può farcela da solo. Anche chiamato Mutirão Decision, il documento trova ispirazione proprio nella visione locale di comunità, e invita a unire le forze per un obiettivo comune. Potremmo dire che ci invita a remare tutti nella stessa direzione.
Storicamente in secondo piano nelle COP, l’agenda per l’adattamento ai cambiamenti climatici ha acquisito slancio a Belém. Per la prima volta, è stata concordata una serie di indicatori per misurare i progressi nel settore. Sottolineando che “il costo dell’inazione supererebbe di gran lunga il costo di un’azione tempestiva ed efficace”, il testo consolida il principio secondo cui discutere di crisi climatica significa anche discutere di economia, e sottolinea l’urgenza di mobilitare risorse “per l’adattamento nei paesi in via di sviluppo, specialmente quelli che sono particolarmente vulnerabili agli effetti negativi del cambiamento climatico e hanno notevoli limitazioni di capacità, come i paesi meno sviluppati e i piccoli Stati insulari in via di sviluppo”. Le nazioni ricche hanno accettato di triplicare i finanziamenti entro il 2035.
Il testo non fa passi indietro riguardo l’abbandono dei combustibili fossili e non avanza: si limita a confermare il risultato raggiunto a Dubai, facendone esplicito riferimento. Eppure, Belém ha creato un’onda anti-fossile senza precedenti. Dalla COP30 è uscita la più completa mappatura globale dei Paesi disposti ad allontanarsi definitivamente dalle energie fossili.
Una roadmap che definisca come accelerare la transizione energetica è ormai necessaria e inevitabile. È stato il tema centrale della conferenza, una proposta lanciata da un singolo paese, il Brasile, ha raccolto il sostegno di altri ottanta e continuerà a orientare il dibattito internazionale. In molti avremmo voluto che questo cammino venisse tracciato già nel documento finale, ma tempi non maturi, paesi contrari e lobbisti del petrolio non lo hanno permesso. Ne prendiamo atto. Ci aspettiamo però che i processi avviati consentiranno di definire una tabella di marcia nei prossimi mesi: già si parla addirittura di una COP parallela, dedicata a questo tema, guidata da Colombia e Olanda e prevista per inizio 2026.
Il Brasile guiderà la presidenza della COP30 fino al prossimo novembre e avrà un ruolo tecnico e strategico per l’elaborazione della roadmap che non è riuscito a ottenere a Belém. Per usare una metafora ecologica, si potrebbe dire che il sostegno ai combustibili fossili abbia raggiunto il suo tipping point, il punto di non ritorno. Da adesso in poi il processo di abbandono è irreversibile: altri paesi aderiranno all’iniziativa e l’uso di petrolio, gas e carbone dovrà diventare storia passata.
Se l’uscita dalle fonti fossili è inevitabile, Carlos Nobre ci ricorda però che “possiamo pianificare una transizione ordinata perché diamo per scontato che le foreste del pianeta saranno ancora lì a prestare servizio come contenitori di carbonio”. Ne deriva che una seconda roadmap deve accompagnare la prima, per la fine della deforestazione.
Servono sforzi per arrestare e invertire la deforestazione e il degrado forestale entro il 2030 ma, anche in questo caso, sarebbe stato importante definire un piano d’azione globale. Anche in questo caso, dunque, non resta che puntare sui prossimi mesi.
È vero che ogni paese può già fare la sua parte, infatti in Brasile la meta “deforestazione zero” è parte del piano di governo e ha permesso una riduzione importante del taglio raso negli ultimi anni. Ma è anche vero che l’Amazzonia brasiliana continua a perdere tra i 7 e i 10 alberi al secondo e gli altri paesi fanno anche peggio, come la Bolivia che spicca tra i leader globali della distruzione forestale.
Il Mutirão Decision riconosce “l’importanza di conservare, proteggere e ripristinare la natura e gli ecosistemi per raggiungere l’obiettivo di temperatura dell’accordo di Parigi” e richiede “maggiori sforzi per arrestare e invertire la deforestazione e il degrado forestale entro il 2030” ma, anche in questo caso, sarebbe stato importante definire un piano d’azione globale. Anche in questo caso, dunque, non resta che puntare sui prossimi mesi.
Strumenti come il TFFF (Tropical Forest For ever Facility) lanciato durante la conferenza – un meccanismo che premia i paesi che proteggono le foreste tropicali e che ha raccolto adesioni per 6,4 miliardi di dollari – sono benvenuti in principio, ma devono garantire trasparenza, hanno bisogno di una buona governance, e dell’inclusione delle comunità locali nella sua costruzione sin dall’inizio.
La Mutirão Decision richiama anche alla necessità di “promuovere l’integrità dell’informazione”. Infatti, nonostante il consenso della scienza occidentale e di quella indigena sulle cause che determinano il caos climatico e sulle azioni necessarie per arrestarlo, il negazionismo esiste e si perpetua, spesso, attraverso la falsa informazione, che può fare grandi danni rallentando il processo. Ecco allora la necessità di riconoscere e affermare il valore alla scienza. Durante uno dei miei interventi mi sono emozionata ricevendo in omaggio da un giovane indigeno, studente universitario in Ecuador, un cappellino identico al più famoso indossato da Donald Trump ma con su scritto “Make Science Great Again”. L’ho adorato.
Anche la Cupola dei Popoli, il vertice della società civile e dei movimenti per la giustizia climatica, ha prodotto il suo documento finale e lo ha presentato alla presidenza della COP30 a chiusura dei lavori. La dichiarazione indica come causa principale della crisi climatica il modello dominante di produzione lineare che prevede la confezione, il consumo e lo scarto, contro la visione circolare, più naturale e olistica, in cui si guarda non solo al profitto ma anche ad altri indicatori, come il bem viver e la felicità, per esempio. Il documento solleva pesanti critiche alla lentezza strutturale delle COP e propone diverse soluzioni. Alcuni esempi sono: la proprietà collettiva dei beni fondamentali quali aria, foreste, acqua, terre, minerali e fonti di energia; adottare una cosmovisione integrata che non separi l’uomo dalla natura; la creazione di aree protette per la conservazione dello stock di carbonio e della biodiversità del pianeta; una riforma agraria globale in direzione dell’agro-ecologia e dell’agro-forestazione, ovvero di tecniche che non richiedono la distruzione per produrre alimento.
È stata una conferenza importante sotto molti punti di vista, ma pur sempre un piccolo tassello nel lungo processo iniziato a Parigi dieci anni fa. L’Accordo di Parigi prevede che le parti si incontrino periodicamente per fare il punto sullo stato delle cose e per valutare i progressi collettivi verso il raggiungimento degli scopi dell’accordo stesso. È quanto è accaduto alla conferenza di Belém che, oltre a riconfermare le regole finora definite, ha introdotto nuovi strumenti di implementazione.
Tutto questo è sufficiente? La risposta della scienza è no. Lo ripete da almeno due decenni e le popolazioni originarie di diversi luoghi del pianeta, compresa l’Amazzonia, lo fanno anche da più tempo: le emissioni di gas climalteranti devono diminuire subito, non in un prossimo futuro. Accelerare è necessario. E possibile, anche. Perché l’azione climatica globale è un movimento collettivo, che procede anche in assenza di pochi attori negazionisti. Irrefrenabile, avanza nelle strade e nei palazzi negoziali, si fa spazio nelle coscienze e colleziona evidenze, si amplifica nelle danze e nei tamburi dei popoli della foresta e, con la sua forza, fa vibrare la terra.