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Alessio Giacometti
Il Delta impazzito

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Nel 1951 il Po sommerse il Polesine, uccidendo cento persone e sfollandone centinaia di migliaia. Lo scrittore Gian Antonio Cibotto raccontò la catastrofe e il fascino magnetico e respingente di quella terra folle, sospesa ancora tra l'acqua e l'oblio.

“Dov’è che esiste il Delta? Il Delta esiste dove gli uomini non ci sono. Mi sono spiegato? Ci sono gli uccelli, ci sono i pesci, c’è l’acqua, c’è il vento, il sole. […] Cammini per questo paese, se paese si può definire, e non incontri mai nessuno. Vai dove c’è la chiesa, è sempre chiusa, non apre nessuno. Insomma, quello è il Delta. E là è un posto incredibile”.

A parlare è Gian Antonio Cibotto: giornalista, scrittore e critico teatrale tra i maggiori nel Veneto del secondo Novecento. Il Delta cui fa riferimento è quello del Po: luogo magnetico e respingente, nostalgico e straniante, lì dove il grande fiume si smembra e sfocia nel mare, dando vita a un paesaggio naturale e umano inconfondibile, sfuggente, per molti aspetti anche letterario.

Le località che rendono il Delta così diverso dal resto del Veneto, ormai industriale e cementificato, affiorano dalla cartina come lingue di terra dalla laguna: Boccasette, Barricata, Scardovari, Bacucco, Pila, e chiaramente Scano Boa. Proprio in quest’ultimo, Cibotto ha ambientato il suo romanzo più noto, diventato due volte film: la storia di un vecchio che arriva nel Delta per far fortuna con la pesca del “pesce pazzo”, lo storione. Scano Boa (1961) è la parabola tragica ed eroica di un disperato cercatore d’oro che si scontra con una natura sublime e ostile, primordiale, capace di scatenare la follia umana almeno quanto di placarla. “La follia è una costante tipica del Delta”, diceva Cibotto per spiegare come mai proprio in quel posto sognasse di estinguersi. “Perché voglio andare a stare in Delta? Perché sono sicuro che se vado a stare là, io sto benone, non ho più problemi. Cioè i problemi abituali della vita là non possono esistere, perché nel Delta si sogna ad occhi aperti”.

Di quella terra di mezzo che dalle valli dell’entroterra si estende fino alle foci del Po, Cibotto è stato a lungo uno dei massimi interpreti, come ben racconta la mostra Gian Antonio Cibotto: Il gusto del racconto, allestita a Rovigo nell’anno che sta a cavallo tra il centenario dalla nascita e il decimo anniversario della morte del narratore polesano. Nella prima sala espositiva, l’Olivetti Lettera 22 macchiata della cenere di sigaro e la Mini Minor salvata allo sfasciacarrozze: i due strumenti di cui il cronista si è servito per coprire la vasta area del Delta e raccontarne gli accadimenti nel corso di mezzo secolo, il principale dei quali fu l’alluvione del 1951.

Nel novembre di quell’anno piove incessantemente per settimane, il Po raggiunge il colmo di piena e comincia a esondare, poi si verificano tre rotte, e il fiume sovraccarico d’acqua e detriti dilaga impetuoso sulle campagne che le bonifiche avevano sottratto alla palude, trasformandole in un immenso pantano. I morti sono un centinaio, gli sfollati 180mila. Il Polesine è immerso in uno sterminato acquitrino, e subito scatta la macchina dell’assistenza per prestare soccorso agli alluvionati intrappolati sugli argini, ai piani alti delle case padronali, sopra i tetti e nei fienili. Tra i volontari della prima ora c’è un giovane Gian Antonio Cibotto, che in quel mese funesto tiene un diario delle sue esperienze, poi pubblicato in un libro dal titolo Cronache dell’alluvione (1954). Leggerlo è come aprire la macchina del tempo, ritrovarsi nel vivo della Grande Alluvione per tornare con spirito diverso alle esondazioni di oggi e forse prepararsi a quelle, sempre più comuni e violente, di domani. Per chi scrive nel tempo della fine, le Cronache sono un modello di come si possano raccontare le catastrofi naturali con sincerità e trasporto, ma senza retorica o affettazione:

Incontriamo il Po. È così gonfio che tra la riva e il pelo dell’acqua ci sarà mezzo metro. Fa un’impressione tremenda. Mentre corriamo, penso dove s’andrebbe a finire se improvvisamente spaccasse l’argine. Se non fosse che a formulare la proposta di tornare indietro passerei per un uomo senza coraggio, non esiterei un istante.

Porto Caleri Dune (1)

Porto Caleri, dune. Foto dell’autore

Nei due giorni antecedenti la rotta e nelle due settimane successive, Cibotto lavora con le squadre di soccorso, naviga nel buio e nella nebbia, trae in salvo uomini e animali dai casolari a mollo nell’acqua. Comincia a prendere appunti senza finalità letterarie, semmai per predestinazione – suo nonno aveva documentato la storica esondazione dell’Adige nel 1844. Ma Cibotto annota quel che succede in quei giorni rovinosi soprattutto per dovere morale: l’acqua defluirà, la terra tornerà a respirare e gli uomini, per andare avanti, dimenticheranno l’accaduto. La memoria è come una piana sommersa dal fiume: emergono solo le vette, il resto svanisce nel fango. Scrivere, per Cibotto, serve allora a solidificare una fetta di esperienza umana che altrimenti andrebbe perduta, a riassumere il dolore e la disperazione di quegli attimi che sconvolgono il suo piccolo mondo antico.

Il quadro che restituisce dell’alluvione dà subito un’immediata sensazione di verità. Niente prosa d’arte, niente pose da intellettuale impegnato o polemiche pretestuose. Il racconto prende la forma frammentaria ma rigorosa della cronaca, le parole dello scrittore sono come una telecamera per registrare quello che avviene. Ma a differenza delle torme di cronisti venuti da Roma e Venezia sul luogo della sciagura, Cibotto ha sull’alluvione uno sguardo emico, tutto interno alla comunità di cui lui stesso fa parte, lunatico e diffidente e umorale come solo i polesani sanno essere di fronte alle calamità.

In una recensione piena di ammirazione, Eugenio Montale elogerà le Cronache definendole un “documentario vero e non truccato”, tanto più meritorio in un tempo in cui “ogni racconto o romanzo assume quasi sempre la forma più o meno cinematografica della testimonianza, della cosa vista”. E tuttavia Cibotto sa bene quanto la scrittura sia inadeguata in quei frangenti rovinosi. Può salvare gli eventi dall’oblio, ma non ricostruirà né case né affetti. Lì per lì, la parola dello scrittore non basta nemmeno a consolare:

Mai come in questi istanti, ho sentito l’impotenza della parola. Leggo infatti anche sul volto dei miei compagni un comune desiderio: quello di fermarci per dire una parola di conforto, per battere magari solamente una mano sulla spalla di qualcuno. Invece ci sentiamo tutti legati dallo stesso imbarazzo, da un identico impaccio, e se scendessimo, forse finiremmo col restare nelle vesti di semplici e puri curiosi, con il pericolo di ascoltare le nostre parole risuonarci nell’orecchio inutili, convenzionali.

Prima che il fiume straripi, Cibotto s’invola nel paesaggio piatto e spoglio del Delta per raccontare l’esodo dalle campagne, il vociferare di notizie infondate, il falso senso di sicurezza di chi nelle osterie si dà arie prendendosela comoda. Quanti si convincono a partire immediatamente raccolgono il poco che possono e lasciano le loro vecchie case, “pieni di freddo e di paura”. In mezzo alla colonna di gente, Cibotto avverte la stessa atmosfera che si respirava negli anni della guerra: si cammina nel buio, si dorme all’addiaccio, si accendono fuochi lungo le strade per scaldare i bambini. Preghiere, bestemmie, una donna che partorisce. I più fortunati hanno potuto tirarsi dietro le bestie:

Scendiamo dalla ferrata alla strada che porta verso il ponte dei frati. È ingombra di buoi e di cavalli che vengono fatti sfollare dalle fattorie vicine. Corrono urtandosi l’uno con l’altro, e ogni tanto qualcuno va a zompettare nei fossati laterali, oppure gira dentro qualche corte. Per farli instradare non c’è che un mezzo, bastonarli. E dalla rabbia con la quale i padroni li picchiano, si capisce tutta la loro angoscia per quello che ormai temono di dover forse abbandonare al destino.

Porto Caleri Giardino Botanico (1)

Porto Caleri, giardino botanico. Foto dell’autore

Poi, quando il fiume fa breccia sugli argini e inonda le campagne, Cibotto sale su una barca di volenterosi e si adopera per recuperare i dispersi. L’attenzione dello scrittore si concentra sui protagonisti “oscuri e disinteressati” dei primi giorni, quando “soccorrere voleva dire rischiare”. Quello che gli interessa capire è se a prevalere sarà l’egoismo o l’altruismo, l’interesse personale o la solidarietà. In quelle settimane il Polesine pullula infatti di faccendieri e malviventi pronti a speculare sulle disgrazie altrui. I barcaioli palpeggiano le donne quando le issano a bordo. I reporter dalle città compatiscono le urla degli scampati, ma è un infingimento che Cibotto subito smentisce: la gente cammina muta, impietrita. Il lamento più doloroso è quello delle bestie rimaste nelle stalle con l’acqua alla gola:

Andiamo a portare alcuni proprietari nelle loro fattorie, per cercare di alimentare il bestiame se è ancora vivo. Stanno seduti immobili e silenziosi, ma con le mani stringono i bordi della barca quasi a spezzarli, presi dalla smania di arrivare e dalla trepidazione. Se parlano, buttano via le parole come oggetti inutili, e tengono gli occhi sempre fissi in avanti. A mano a mano che si approda è una successione di scene strazianti. L’ultimo uomo esce dalla stalla tutto infradiciato, senza più cappello, e ridendo e agitando le braccia ci fa segno che sono tutte morte. Temo sia impazzito, e, una volta in barca, lo tengo d’occhio. Ha le labbra che gli tremano come quelle dei conigli.

Sono gli anni Cinquanta, e come il resto d’Italia il Polesine si sta faticosamente riprendendo dalla devastazione della guerra. L’alluvione è un drammatico bagno di realtà, e scava ferite talmente profonde nelle comunità del Delta che ne permangono tuttora i segni. Circa 80mila sfollati non faranno più ritorno a casa, molte imprese cadono in rovina, il commercio ristagna e i contadini migrano altrove a cercare lavoro. Ancora oggi, gli enormi zuccherifici di quell’epoca spiccano come relitti in mezzo alla foschia. È come se queste terre non avessero mai conosciuto il progresso, ma passano gli anni, i decenni, e la voglia di sviluppo riprende immancabilmente il sopravvento.

Dimenticata l’alluvione, in Polesine arrivano l’agricoltura meccanizzata e la pesca intensiva, le trivelle del gas, le centrali idroelettriche, le idrovore, da ultimo anche il turismo. Come ai tempi del Taglio di Porto Viro da parte della Repubblica di Venezia, nel Delta ci si industria in ogni maniera per strappare la terra alle acque. Il fiume reagisce ogni volta come una creatura viva, uno storione che prima si avvicina lascivo e all’improvviso rifugge. Oggi gli sforzi inestinguibili degli uomini sono vanificati da nuovi e vecchi problemi: la subsidenza e il cuneo salino, le specie invasive e l’erosione delle coste, fino alla minaccia sempre reale di nuove esondazioni per via dei cambiamenti climatici. Come negli anni della Grande Alluvione, la gente del Delta vive in uno stato di perenne disincanto e precarietà, tenuto a bada da una fede inscalfibile nella sorte propizia.

Dieci anni dopo l’esondazione, Cibotto racconta in Scano Boa degli scampati dalle zone alluvionate che nelle osterie dell’estremo Delta rievocano i tempi della grande pesca, quando il Dio del fiume donava agli uomini in abbondanza prima che gli venisse la bizza di togliere loro ogni cosa. È inseguendo le sirene del fiume che il vecchio protagonista giunge nel Delta, “dove si va a caccia di notte perché il pesce è matto nella testa”. All’inizio è una cuccagna, e grassi storioni dal ventre molle s’infilano nelle reti senza fatica. Ma come il fiume in cui nuota, il pesce pazzo è beffardo e imprevedibile: “Il colore grigio ferro, l’abitudine a strisciare sul fondo, la civetteria di filare a pelo d’acqua, quasi immobile, sterzando con colpi repentini di coda, e soprattutto la furia con la quale una volta ferito sapeva immergersi nella mota, tentando con la fuga di sottrarsi all’inevitabile cattura”. La fortuna passa, e come ai tempi dell’alluvione il fiume inghiotte i sogni e le fantasticherie degli uomini.

Alessio Giacometti

Alessio Giacometti ha un dottorato in scienze sociali e si occupa di ambiente, energia, studi sulla scienza e la tecnologia. Scrive per la televisione e per diverse riviste culturali online.

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