Una balena mi disse
Telmo Pievani
Il nemico del mio nemico è mio amico?

Lucy Mondi Una Balena Mi Disse La Newsletter Di Telmo Pievani
politica

Crediamo che schierarci sia una scelta lucida, ma la scienza spiega che è un istinto tribale antico quanto la Bibbia.

Uno dei giorni più belli dell’anno è il sabato del silenzio elettorale. Il tasso di grevità e banalità del dibattito pubblico crolla improvvisamente. I politici di maggioranza e opposizione sono istituzionalmente costretti a stare zitti, almeno per qualche ora, e in via del tutto eccezionale i telegiornali non sono infarciti di quell’insopportabile e imbarazzante sequela di dichiarazioni che compongono il “pastone” quotidiano. Per tutto il resto dell’anno dobbiamo sorbirci un minestrone di sproloqui insulsi di propaganda spiccia – ripetitivi, scontati, registrati male, petulanti – alternati a pubblicità di divani e di sistemi antintrusione. In quel benedetto weekend apolitico, no. La campagna elettorale permanente si ferma. L’astinenza dalle volgarità mette peraltro in difficoltà i commentatori social, che hanno meno argomenti su cui insultare. Può capitare persino che in qualche talk show si parli di cultura, di scienza, di remote regioni del mondo normalmente ignorate. Ma dura poco. Poi arriva sempre il lunedì.

L’opinionismo geopolitico e le sue metafore

I giovani che hanno votato in massa per il No al referendum del 22 e 23 marzo, del resto, non guardano la televisione, la cui età media di fruizione ormai è sopra i 65 anni. Si informano a modo loro, selezionano le notizie, avendo forse iniziato a imparare (così funziona la coevoluzione tra la specie umana e le sue creature tecnologiche) a adattarsi all’infodemia. Come effetto collaterale piacevolissimo di tutto ciò, in quel fine settimana di pace e civiltà mediatica si riduce anche l’inquinamento da opinionismo geopolitico, che tocca ormai livelli tossici altissimi. 

Nell’odierno mesto tramonto del diritto internazionale e delle noiose (ancorché essenziali) negoziazioni multilaterali, siamo circondati da gente che ha veramente capito tutto su come va il mondo. Con il tono da bar dello sport, gli “autorevoli editorialisti” ci spiegano che è tutta una questione di rapporti di forza, da sempre. Che la geopolitica ha le sue leggi ferree. Che non contano le torsioni della coscienza, i diritti umani, e le altre fanfaluche da buonisti, ma solo il pragmatismo lucido e concreto dei fatti (o presunti tali). Che ogni evento ha sempre un precedente, che a ben guardare è già successo tutto (basta rileggere Tucidide e Tito Livio), che non c’è nulla di nuovo sotto il sole perché il destino è scritto nel DNA dei popoli. Con l’indignazione morale da anime belle non si fa politica, e via discorrendo.

Già dalla prima riga delle loro ponderate analisi si capisce che ragionano per partito preso, che devono a ogni costo avvalorare una tesi preconcetta, ma non hanno il coraggio di dirlo apertamente e allora si rifugiano nell’esterofilia citando e traducendo per noi (magnanimi) l’articolo di commento di un loro collega inglese o statunitense. Non paghi di questo provincialismo giornalistico, con il ditino alzato bollano prontamente il dissenziente come incompetente. Le loro previsioni vengono sovente smentite dai fatti, i quali tuttavia non hanno parola e non glielo fanno notare. Passa tutto in cavalleria. I veri esperti di geopolitica dovrebbero prendere qualche seria contromisura perché quando una disciplina è presa in prestito da qualsiasi dilettante il suo statuto epistemologico rischia di diluirsi nella chiacchiera.

I più divertenti sono quelli che, a quasi un anno e mezzo dall’insediamento, ancora cercano ostinatamente una logica, una razionalità, un’efficacia purchessia nelle decisioni di Donald Trump, nella sua volgarità esistenziale, nella brutalità antropologica, nella stolida violenza di fatti e parole, nel delirio narcisistico e nella miseria umana della sua corte. L’asticella del pudore si abbassa sempre di più e le spiegazioni diventano giustificazioni.

Il tratto comune di questo dibattito pubblico deteriorato è il realismo ipocrita, che veste i panni del cinismo disincantato. Gli altri sono tutti ingenui o ideologici: non hanno capito il legno storto dell’umanità, non lo vogliono accettare. Fra le metafore che compongono questa scorza di fiera durezza, una ha particolare successo e colpisce per la sua longevità: in guerra, e siamo sempre in guerra con le armi o con il denaro, “il nemico del mio nemico è mio amico”. Questo principio di realpolitik è così permeante nel nostro immaginario che abbiamo perso le tracce delle sue origini. Probabilmente è un proverbio antichissimo. Compare già nella Bibbia, nel Libro dell’Esodo. Non manca quasi mai nei trattati di strategia militare e di politica, a cominciare da quelli indiani, ed era un detto anche romano. Pare essere molto diffuso in Medio Oriente, ma non ci sono evidenze che sia nato proprio lì. Si affermò infine come modo di dire a partire dall’Ottocento.

Il nemico del mio nemico è mio amico, forse

La casistica è eterogenea. Un esempio classico è la triangolazione di rapporti fra Arabia Saudita, Israele e Iran. Ai primi due, benché vi siano differenze culturali profondissime, conviene per ora avere buoni rapporti, palesi o riservati, perché hanno la teocrazia sciita come nemico comune alle porte di casa. Le fragili alleanze nelle faide di mafia si basano spesso sul principio del nemico del nemico, e quando si rompono scorre il sangue. I pregiudizi di conferma che rinsaldano le camere dell’eco sui social network si fondano pure su questi meccanismi di riconoscimento emotivo immediato: quelli della bolla nemica della mia bolla nemica sono miei amici.

Checché ne dicano i nostri realisti sgamati dalla scorza dura, questa astuzia è piena di difetti e pericoli. La mossa è tipicamente tattica e di corto respiro: non dobbiamo sposarci per sempre con il nemico del nostro nemico, ma sarà sufficiente stringere un’alleanza opportunistica con lui fino a quando il nostro comune nemico non sarà sconfitto. A quel punto potremo tornare a ignorarci o a combatterci. Sul piano strategico può rivelarsi un disastro, perché alleandoci con il nemico del nostro nemico lo rafforziamo e, non appena costui avrà sconfitto il nostro nemico comune, volgerà le sue armi contro di noi e scopriremo così di aver creato, sponsorizzato e promosso, a causa della nostra cortezza di vedute, un nemico peggiore di quello che volevamo sconfiggere. Gli Stati Uniti d’America, finanziatori da decenni di gruppi terroristici e di parti in causa nei conflitti regionali (tutti nemici dei loro nemici), sono un esempio perfetto di questo errore strategico, pagato caro in una serie di occasioni.

Il difetto sembrerebbe risiedere nel fatto che si tratta di un’alleanza temporanea motivata soltanto dall’interesse contingente, cessato il quale essa decade. Se vogliamo unirci al nemico del nostro nemico, dobbiamo essere agnostici al suo riguardo: potrebbe essere indifferente a noi o persino ostile, ma pur sempre meno ostile del nostro nemico comune. Magari il nemico del nostro nemico ci fa proprio schifo moralmente, ma dobbiamo turarci il naso e conviverci. Ciò che ci unisce non è un collante positivo, propositivo e costruttivo, ma la paura, la minaccia, l’odio per lo stesso avversario.

Quindi è una scelta del male minore, che non è mai ottimale. Non implica una visione comune di lungo respiro né valori culturali, politici o religiosi condivisi: è un patto infido e instabile che poggia su basi d’argilla. E allora la tentazione del doppio gioco sarà forte: fare finta di essere il nemico del tuo nemico per strapparti informazioni preziose che saranno vendute proprio al tuo nemico. A quel punto, la situazione si rovescia: l’amico del mio nemico è mio nemico (e siamo messi male).

La grande narrazione tribale

A rigor di logica, c’è poi un rischio di regresso all’infinito. Se io e il nemico del mio nemico ci mettiamo insieme contro il comune nemico (chiamiamolo nemico 1), potrebbe succedere che un giorno sopraggiunga un nemico ancora più grande e minaccioso verso tutti (nemico 2), contro il quale si scaglia il nemico 1 per ragioni di sopravvivenza. A questo punto, a me e all’ex nemico del mio nemico converrebbe allearci con il nemico 1 e combattere tutti insieme contro il nemico 2. Quindi una mossa che sembra improntata a una navigata scaltrezza da lupi di mare del disordine mondiale contemporaneo rischia di rovesciarsi nel suo opposto: un errore da ingenui. Stai a vedere che il vero realismo sta nel cooperare stabilmente e in modo lungimirante per un bene comune (ovvero, l’amico del mio amico è mio amico e, quando serve, il nemico del mio amico è mio nemico), ma questa eresia non si può più dire, perché si passa per radicali utopisti.

Nonostante il ginepraio di controindicazioni, uno studio pubblicato su Science Advances nel maggio 2024 sembra confermare l’antico detto. Bingjie Hao e István A. Kovács, fisici alla Northwestern University di Evanston, in Illinois, hanno studiato il modo in cui le reti sociali complesse di individui tendono a organizzarsi, trovando un loro ordine dinamico interno. Le relazioni tra individui possono essere positive (di amicizia e fiducia) o negative (paura e sfiducia) e le reti che si formano possono essere più o meno polarizzate (come succede per esempio sui social media). A conferma della “teoria dell’equilibrio cognitivo”, elaborata in psicologia sociale negli anni Quaranta del secolo scorso, in effetti le prime aggregazioni si formano a partire da tre nozioni intuitive: l’amico del mio amico è mio amico; il nemico del mio amico è mio nemico; e infine, il nemico del mio nemico è mio amico.

Così la nostra mente, che deve gestire relazioni sociali complesse tra moltitudini di estranei (un risultato evolutivo rarissimo tra le specie sociali), cerca una stabilità psicologica sostenibile, una sua coerenza, valutando gli atteggiamenti più o meno positivi degli altri. Ciò vale a maggior ragione in un contesto di socialità disordinata e disorientante come i social media, dove l’amicizia è soltanto un like passeggero. Ma si noti che le tre regole di equilibrio sociale non si equivalgono tra loro. Le prime due generano una cooperazione per convergenza (l’amico del mio amico è mio amico: facciamo parte della stessa rete valoriale, etica o non etica poco importa, l’Italia si regge sulle reti degli “amici degli amici”) oppure una cooperazione difensiva (il nemico del mio amico è mio nemico, quindi alleiamoci), entrambe con forte reciprocità (devo essere fedele se voglio che il mio amico lo sia con me). La terza invece genera un patto instabile di mera convenienza, per le ragioni addotte sopra. L’amicizia corrisposta, insomma, tende a durare più delle alleanze tattiche.

I ricercatori naturalmente mettono in guardia dalle semplificazioni. Le reti sociali reali, non quelle simulate sui social, sono condizionate da molti altri fattori: il grado di parentela; le dimensioni della comunità; le differenti modulazioni di individualismo e collettivismo nelle diverse culture; le informazioni condivise. Eppure, gli schemi di apparentamento che troviamo sui social e nel dibattito massmediatico sono simili a quelli reali. Forse perché li abbiamo creati proprio riversandoci dentro i limiti e le peculiarità della nostra mente. Nella nicchia eco-culturale cosiddetta virtuale (in realtà il digitale è una forma di iper-realtà che plasma sinapsi e lacera le carni), il nostro cervello ha ricreato il “piccolo noi” rassicurante dei tempi arcaici. Nel tribalismo digitale, ci stringiamo a quelli “come noi” perché là fuori ci sono gli “altri da noi”, un nemico comune.

Il videogioco geopolitico

Allora forse questa è una possibile chiave di lettura per comprendere la deriva del cinismo geopolitico ostentato a reti unificate. Continuiamo ad attraversare confini etici ed estetici invisibili. Abbiamo visto video di guerra – dove nella realtà giovani soldati stavano morendo e donne e bambini bruciavano nelle loro case o soffocavano dentro il fumo di petrolio – presentati da profili istituzionali della Casa Bianca come se fossero un film d’azione, alternati a spezzoni di paccottiglia hollywoodiana, tra Top Gun, Guerre stellari e supereroi, con tanto di colonna sonora yankee. Si è alzata soltanto la voce del vescovo di Chicago a definire terrificanti e disgustosi quei montaggi osceni.

Ma il punto forse sta proprio lì. L’indignazione non ha la stessa visibilità mediatica del sadismo indifferente e del realismo ipocrita. Alla porzione paleolitica del nostro cervello piace molto quel videogioco e il discorso geopolitico al tempo dei social sta adeguando la sua semantica. Il lessico amico-nemico taglia via tutte le complessità e le sfumature. Dopotutto, bisogna solo decidere chi sta vincendo e chi sta perdendo, come se a vincere e a perdere fosse un tutt’uno. C’è l’elettore arrabbiato che decide per chi voterà in base al prezzo del diesel. Ci sono i buoni e i cattivi, secondo le convenienze. E, come appunto in certi film americani, i buoni sono veramente buoni e i cattivi sono davvero cattivi, coerenti a tutto tondo dall’inizio alla fine. Il linguaggio della geopolitica è stato sussunto nell’immaginario del videogame.

Forse sarà un bambino anche questa volta a dire, dopo aver visto i vestiti nuovi dell’imperatore, che il re è nudo, ovvero: “questo non è un videogioco”. Speriamo. Nell’evoluzione umana, tutte le barbarie reali sono state precedute e preparate dalla barbarie delle parole.

Telmo Pievani

Telmo Pievani è filosofo della scienza, evoluzionista, saggista e direttore editoriale di Lucy sui mondi. Collabora con il «Corriere della Sera» e altre testate. Il suo ultimo libro è Tutti i mondi possibili. Un’avventura nella grande biblioteca dell’evoluzione (Raffaello Cortina Editore, 2024).

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