Articolo
Alessio Giacometti
Il paradosso di Avatar

Il Paradosso Di Avatar Parla Di Noi
arte natura

La saga più costosa della storia del cinema denuncia lo sfruttamento ambientale, celebra la resistenza indigena e aspira a risvegliare la nostra coscienza ecologica: obiettivi ambiziosi che però non riesce a raggiungere.

In un documentario ormai dimenticato del 2010, Stephen Hawking raffreddava con una battuta l’entusiasmo geek per i tentativi in corso di stabilire dei contatti con gli extraterrestri. “Se gli alieni ci facessero visita”, ammoniva l’astrofisico, “il risultato sarebbe simile a quello che si verificò quando Colombo sbarcò in America, e non fu positivo per i popoli nativi”.

Le stime variano, ma nei tre secoli che seguirono l’arrivo dei coloni europei il numero di nativi sul continente americano precipitò da decine di milioni a poche centinaia di migliaia. Il genocidio delle popolazioni indigene fu una vicenda tragica e raccapricciante di massacri e violenze, armi e malattie.

Lo scontro di civiltà si rivelò talmente epocale e distruttivo da apparire oggi irripetibile sul piano storico, a meno che non ci capiti davvero di incontrare forme di vita extraterrestri. Se mai dovessimo atterrare su nuovi mondi abitati, o gli abitanti di altri mondi ci raggiungessero qui sulla Terra, lo shock antropologico e ambientale che ne potrebbe derivare sarebbe paragonabile soltanto alla colonizzazione delle Americhe, ma su scala interplanetaria.

L’anno prima che Hawking tracciasse un’analogia tra lo sterminio degli indiani e l’incontro con gli alieni uscì nelle sale cinematografiche un film che su quello stesso paragone fondava il proprio nucleo narrativo. Avatar di James Cameron trasformava quel topos intramontabile della fantascienza che è l’incontro con gli alieni in un’allegoria della storia coloniale americana, e viceversa – l’urto tra la civiltà di esploratori che brama di conquistare una nuova frontiera, sottomettere i nativi con una tecnologia superiore e sfruttare le risorse di un nuovo mondo, e la civiltà di indigeni che lotta per difendere le terre ancestrali.

Ruotando attorno a questa semplice dicotomia, così a lungo frequentata dalla tradizione americana, il film si abbatté sulla scena cinematografica come un aerolite, sbancò il botteghino, e nonostante un impatto tutto sommato limitato sulla cultura di massa, venne spinto a un’inevitabile serializzazione con Avatar: La Via dell’Acqua, uscito nel 2022, e Avatar: Fuoco e Cenere, nelle sale in queste settimane. 

Il nuovo capitolo della saga diretta da Cameron è uno di quei blockbuster – si pensi a Oppenheimer e Barbie – ormai talmente voluminosi che è impossibile non vederli arrivare. Al tempo stesso, però, la loro presenza è così ingombrante da poterli tranquillamente ignorare: fanno parlare di sé al punto che abbiamo già sentito tutto quel che serve ben prima di averli visti.

Negli anni, poi, la saga più costosa della storia del cinema ha attirato una pioggia di critiche, in buona parte giustificate. Tra le altre: il falso anticolonialismo di Avatar e la fantasia del “salvatore bianco”, la retorica della famiglia e del meticciato, la visione panpsichista della natura e il paternalismo nella rappresentazione stereotipata delle popolazioni indigene, l’allusione naif al mito del “buon selvaggio” e dell’“indiano ecologista” che protegge la natura pristina e vive in armonia con l’ambiente. Per non parlare dei tanti cliché narrativi che tempestano la saga, come il tropo del protagonista che migra da una civiltà secolarizzata a una spirituale (quel “going native” già visto in Lawrence d’Arabia, L’ultimo dei Mohicani, Il nuovo mondo, Balla coi lupi e L’ultimo samurai), o dell’immaginario manicheo e monodimensionale cui si conformano i personaggi.

“Che cosa resta di Avatar, oggi? E perché mai parlarne?”

La critica si è concentrata ovviamente anche sul paragone con Il mondo della foresta, il romanzo di Ursula K. Le Guin a cui Cameron si è ispirato per la trama. Negli anni la stessa Le Guin ha preso le distanze da Avatar, soprattutto per via della sua deriva militarista: se nel romanzo la violenza nei confronti dell’Altro è il problema irrisolto, nel film si erge addirittura a soluzione.

Rispetto alla fantascienza libera e visionaria di Le Guin, è chiaro che nel cinema di Cameron la tecnica cinematografica ha preso il sopravvento sulla profondità narrativa, e di Avatar si è cominciato a dire che è nulla più che una “macchina dello stupore”. A fronte di una sceneggiatura compiacente e innocua, i sequel traboccano di effetti speciali mirabolanti ma ripetitivi, utili a inseguire il gusto del grande pubblico anziché anticiparlo o mandarlo in crisi. I progressi nella computer grafica hanno permesso a Cameron di incantare lo spettatore con un’esperienza visiva che sembra ispirarsi all’industria videoludica più che al cinema di fantascienza. Ma al di là dell’evidente egemonia delle scene d’azione, con il loro ridondante tripudio di rapimenti, sequestri, inseguimenti, smitragliate e combattimenti corpo a corpo tra umani e nativi, che cosa resta di Avatar?  E perché mai parlane, nonostante tutto?

Facciamo un passo indietro: la saga racconta una storia di resistenza indigena alla distruzione ambientale sullo sfondo delle guerre stellari e nel tempo della crisi ecologica. In Avatar la Terra sta morendo per via di uno sviluppo senza freni e gli umani sono costretti a migrare verso altri pianeti per soddisfare una fame inestinguibile di risorse. In questo esodo interplanetario i terrestri atterrano su Pandora, un pianeta con una ricca biosfera e un ecosistema complesso. Sono due le risorse del nuovo mondo a calamitare l’interesse degli umani: l’unobtainio, un minerale raro e prezioso che giace tra le radici degli alberi, e l’amrita, una secrezione in grado di bloccare l’invecchiamento che gli umani prelevano dal cervello dei cetacei di Pandora.

Da tempo immemore la nuova frontiera è però abitata dai Na’vi, una popolazione di indigeni umanoidi che ingaggia una battaglia serrata contro gli umani per difendere il pianeta dalla terraformazione e dallo sfruttamento intensivo. La saga mette in scena lo scontro di civiltà focalizzandosi su una fase già avanzata del processo di colonizzazione, quando le trattative diplomatiche stanno per naufragare e gli scienziati terrestri si sono impossessati dei saperi indigeni al punto da aver creato delle creature ibride con corpo Na’vi e coscienza umana – gli Avatar, appunto – per conquistare la fiducia delle bande di nativi e sgominarle una volta per tutte.

Cameron non ha mai fatto mistero del sottotesto ambientalista di Avatar: la saga tratta apertamente di deforestazione, avidità delle corporation, vulnerabilità dei popoli indigeni, adattamento ai cambiamenti ambientali, caccia alle balene e distruzione della biodiversità. Su Pandora gli umani hanno installato un apparato industriale e militare imponente, dal quale fuoriescono navi da combattimento e mezzi corazzati che si fanno largo nella natura lussureggiante e la riducono a lande desolate. Gli scienziati umani lavorano a un progetto di assimilazione pacifica dei Na’vi, ma si ritrovano a servire gli obiettivi territoriali dell’esercito e quelli estrattivi della RDA, l’organizzazione non governativa a capo della terraformazione di Pandora.

Cameron instilla la grande storia della colonizzazione nel micro conflitto di passioni dei suoi personaggi: il soldato reietto che tra gli indigeni ritrova la felicità, la sete di vendetta del colonnello tradito, il cinismo dell’amministratore coloniale, la curiosità ingenua degli scienziati che vorrebbero esplorare e contemplare la biosfera del nuovo mondo senza rendere conto a chi finanzia le loro ricerche. 

Dalla Terra a Pandora, la psiche dei coloni risponde a un principio ontologico fondamentale: la netta distinzione tra natura e cultura, e la preminenza della seconda sulla prima. Sul piano storico quella metafisica bipartita ha definito una precisa concezione della natura e legittimato una serie di azioni per trattarla come un’alterità da sottomettere e sfruttare, con conseguenze politiche ed ecologiche disastrose.

Su quel dualismo di fondo l’Occidente moderno ha infatti edificato le proprie leggi e le forme di governo, il sistema produttivo e le pratiche di consumo, l’organizzazione della vita e le relazioni interspecie, senza rendersi conto di come ciò fosse causa al tempo stesso del suo successo e della sua rovina. Nella cosmogonia dei Na’vi tutto fa invece parte di Eywa, la forza vitale e autoregolatrice che emana dalla rete biologica del pianeta, e che i nativi adorano come loro “Grande Madre”. 

“Noi umani del terzo millennio viviamo in un’epoca di re-incantamento del mondo che opera un saccheggio sistematico delle culture native, ma rimaniamo prigionieri nella nostra solitudine di specie: non possediamo protesi neurali per legarci spiritualmente al non-umano, e salvarci dalla fine”.

Pur con delle reinterpretazioni New Age, la cultura dei nativi di Pandora rimanda a molti dei saperi eterodossi che l’ecologia ha prodotto negli ultimi decenni, dall’ipotesi Gaia alla svolta ontologica in antropologia, fino al prospettivismo amerindio e al multinaturalismo di Philippe Descola.

Con l’eccezione del clan degenerato dei Mangkwan, che restituisce tridimensionalità alla struttura morale altrimenti piatta della saga, i Na’vi sembrano incarnare “l’uomo cinegetico” descritto con ammirazione dall’antropologo Paul Shepard: quel tenero cacciatore perfettamente inserito nell’ambiente circostante, che senza attrito venera le stesse creature cui dà la morte e attinge dalla natura senza depredarla. A guidarlo è una sorta di “istinto ecologico” che lo porta a cacciare con prudenza e misura, perché dall’etica della caccia dipendono direttamente l’equilibrio del tutto e la sua stessa vita, votata all’avventura e all’ozio pur nella scarsità di beni materiali. Una vita appagante che secondo Shepard non è neanche lontanamente paragonabile alla condizione deprimente della civiltà agricola e della moderna società tecnoindustriale, tutte dedite alla produzione alienante e al consumo fine a se stesso, come accade agli umani di Avatar

È una tesi controversa ma sostenuta anche da Marshall Sahlins nel suo celebre saggio sull’economia dell’età della pietra e, più di recente, da John Zerzan e Yuval Noah Harari: proprio come i Na’vi di Pandora, le società tradizionali di cacciatori e raccoglitori, con le loro rudimentali economie di sussistenza, conducevano sulla Terra un’esistenza piena e avvincente, con una limitata attività lavorativa e abbondanza di stimoli sociali, intellettuali e ricreativi. Stando alle evidenze raccolte dalla corrente anarchica in antropologia degli ultimi cinquant’anni, le società venatorie tradizionali anteponevano la massimizzazione dell’ozio all’accumulazione della ricchezza e avevano perciò uno stile di vita più libero ed egalitario, soddisfacente e sostenibile di ogni altra società venuta dopo la rivoluzione agricola.

A questo punto però le posizioni degli antropologi divergono: da una parte c’è chi non crede che un ritorno all’organizzazione sociale del Paleolitico sia possibile né auspicabile in un villaggio globale che supera ormai gli otto miliardi di persone, dall’altra i pensatori massimalisti che sulla suggestione dell’uomo cinegetico hanno tentato a più riprese di edificare un vero e proprio programma politico, chiamato alternativamente anarco-primitivismo, neotribalismo, o future primitive utopia. Avatar non offre soluzioni, si limita a riproporre il dilemma del cacciatore: il comunismo primitivo dei Na’vi deve essere preservato ma non è estendibile agli umani, che possono solo continuare a crescere e colonizzare.

Se c’è una cosa che Avatar ci tiene a mostrare è che la società tecnoindustriale dovrebbe imparare dai popoli indigeni come vivere una vita pienamente consapevole sul piano ecologico. Per accorgersi davvero della vita che pullula loro attorno, i Na’vi accedono a uno stato superiore di coscienza tramite lo tsaheylu, il “legame”: allacciano le terminazioni nervose della loro coda neurale a quelle delle altre creature di Pandora, fondendo così la loro attività mentale allo spirito della Grande Madre. “Questo mondo ha radici molto più profonde di quanto immagini”, assicura il protagonista diventato Na’vi, ma per quanto si sforzi, “la gente del cielo” non riesce a vedere la foresta nel modo in cui la vedono i nativi.

Noi umani del terzo millennio viviamo in un’epoca di re-incantamento del mondo che opera un saccheggio sistematico delle culture native, ma la verità è che rimaniamo prigionieri nella nostra solitudine di specie: non possediamo protesi neurali per legarci spiritualmente al non-umano, e salvarci dalla fine. Le società tradizionali hanno raggiunto stati profondi di coscienza ecologica per mezzo dell’animismo, dei miti e dei riti, mentre a noi terrestri evoluti e abbandonati non resta che la scienza per provarci, e le storie. Cameron non ha ancora finito di cantare l’epica di Avatar: altri due sequel completeranno la saga, che sembra però aver esaurito la spinta magica, e avrà bisogno di una svolta narrativa per persuaderci ancora una volta che realtà e finzione sono parte dello stesso mistero.

C’è un evidente paradosso nella quantità di energia e tempo consumati per generare un mondo fittizio idilliaco mentre quello reale collassa, una contraddizione dalla quale Cameron si smarca convincendosi che il fine giustifica i mezzi se i mondi paralleli della finzione riescono a suscitare emozioni reali. La fantascienza apre uno squarcio nel futuro, a volte prevedendolo e altre volte no, ma per Cameron il suo ruolo nell’immaginario è in verità quello di fare da specchio al presente, alle sue crepe e ai suoi bagliori. È uno strumento euristico per dirci cosa siamo diventati e cosa stiamo perdendo, un modo del tutto nuovo di guardare al vecchio mondo di sempre. Come se chiudessimo gli occhi qui, sulla Terra, e ci svegliassimo su Pandora.

Alessio Giacometti

Alessio Giacometti ha un dottorato in scienze sociali e si occupa di ambiente, energia, studi sulla scienza e la tecnologia. Scrive per la televisione e per diverse riviste culturali online.

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