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Claudia Torrisi
Il patriarcato si nasconde negli oggetti

Il Patriarcato Si Nasconde Negli Oggetti
genere medicina

Strumenti medici come la sedia ginecologica e lo speculum sono stati progettati senza considerare davvero i corpi e i vissuti delle donne, dentro a un dominio maschile che pesa ancora sulla salute femminile.

Qualsiasi persona che si sia mai sottoposta a una visita ginecologica può confermarlo: non è quella che si potrebbe definire un’esperienza propriamente piacevole. 

Svestite dalla vita in giù, posizionate su una sedia reclinata con un incavo a forma di “u” sul bordo inferiore, cercando di arrivare più in basso possibile con il sedere. Le gambe, divaricate, vanno messe in alto, ponendo i piedi su due staffe. Raggiunta la posizione, si attende che il medico o la medica faccia quello che deve, sopportando diversi gradi di fastidio a seconda della procedura. 

Per qualcuna, però, la percezione può essere talmente negativa da allontanarla del tutto dallo studio medico. In Italia una donna su quattro non si sottopone a una visita ginecologica da oltre tre anni, e da altrettanto tempo non effettua un pap test, lo screening per la diagnosi precoce di anomalie al collo dell’utero che permette di prevenire alcuni tumori. La maggior parte evita le visite per la convinzione di non averne bisogno, per i costi o per “pigrizia”. Ma per il 24% di queste persone, la ragione è una sensazione di “disagio”. Ad alimentare questa percezione contribuiscono fattori come l’imbarazzo nello spogliarsi, le preoccupazioni riguardanti la pulizia, l’odore, la sensazione di impotenza, la perdita di controllo o la paura del dolore. 

Dalle testimonianze sui consultori autogestiti negli anni Settanta emerge, però, “quanto l’esperienza sia condizionata dagli oggetti che si trovano nella stanza ginecologica”, scrive Chiara Alessi in La sedia del sadico. Il design sul corpo delle donne (Laterza, 2026), in cui indaga da una prospettiva femminista la storia del design di oggetti che hanno a che fare con i corpi femminili. Ad esempio, la sedia per visite, “percepita dalle donne come una delle cause centrali delle esperienze negative durante una visita ginecologica, come se la sua stessa comparsa, prima ancora di utilizzarla, generasse ansia, preoccupazione, percezione di scomodità ed esposizione del proprio corpo in balìa di qualcun altro”.

Nonostante la visita ginecologica, fatta in questo modo, sia fonte di malessere, è percepita un’esperienza sì scomoda, ma da sopportare. Le donne hanno talmente introiettato il proprio disagio che pensano di doverci convivere, o che sia una difficoltà personale. 

Se si sposta il problema dal soggetto agli oggetti con cui interagisce, però, la prospettiva cambia. Nel libro, Alessi afferma che il design non è neutrale, così come gli oggetti e la loro progettazione sono portatori di strutture di potere. 

Nello sviluppo della sedia ginecologica, i corpi e il vissuto delle donne sono stati semplicemente ignorati, per concentrarsi più sulle esigenze del personale sanitario che su quelle delle pazienti, relegate a soggetti passivi: nonostante i progressi tecnologici in vari ambiti, la stanza e la sedia sono rimaste sostanzialmente invariate per decenni.

Tra le criticità ravvisate dalle donne ci sono la freddezza della sedia, la sua scomodità, l’impossibilità di vedere che cosa succede e il conseguente senso di impotenza, l’idea di essere completamente esposte a sconosciuti nella propria intimità. Secondo l’autrice, “la progettazione tradizionale della strumentazione non fa che rafforzare quella che evidentemente non è soltanto una percezione, ma è esattamente la modalità con cui si progetta per le donne, cioè subordinandole”.

Anche lo speculum – una sorta di becco d’anatra che serve a separare le pareti vaginali durante l’ispezione – è rimasto negli anni quasi identico. Nonostante per alcune donne sia causa di dolore e disagio, con un impatto sulla frequenza dei controlli.

Lo strumento è il più antico dell’ostetricia e della ginecologia e risale all’epoca romana, sebbene la forma attuale sia arrivata nel XIX secolo. La sua storia è piuttosto violenta. 

Uno tra i modelli più noti è stato quello inventato dal medico statunitense J. Marion Sims, che lo usava per sperimentare trattamenti su donne nere schiavizzate che lavoravano nelle piantagioni dell’Alabama che soffrivano di fistole vescico-vaginali – il che impediva loro di lavorare con efficienza. Sims, che è passato alla storia come uno dei padri della ginecologia, agiva nel retro del suo ospedale e senza anestesia, convinto che le persone nere avessero una diversa resistenza al dolore. 

Prima di lui, lo speculum veniva usato impropriamente nelle prigioni per la ricerca di malattie veneree per prevenirne la diffusione identificando e trattenendo le donne infette, o per esaminare i corpi di prostitute davanti a studenti, in maniera violenta e senza sterilizzazione. Un altro uso era quello di verificare l’illibatezza delle donne che avevano subito uno stupro.

“Nello sviluppo della sedia ginecologica, i corpi e il vissuto delle donne sono stati semplicemente ignorati, per concentrarsi più sulle esigenze del personale sanitario che su quelle delle pazienti, relegate a soggetti passivi: nonostante i progressi tecnologici in vari ambiti, la stanza e la sedia sono rimaste sostanzialmente invariate per decenni”.

Dopo l’intervento del medico Edward Gabriel Cusco, che riprese lo speculum di Sims inventando il caratteristico design a becco d’anatra, e di Thomas Graves che lo perfezionò ulteriormente, numerosi medici e scienziati negli ultimi centocinquant’anni hanno provato a migliorarne il design. “Tuttavia, si tratta di introduzioni e cambiamenti legati più che altro alla soddisfazione della praticità del conduttore dell’esame più che alle necessità del corpo delle donne”, ricostruisce Alessi. Inoltre, “non si è mai manifestata la volontà di ripensare totalmente l’oggetto, di superare quel paradigma della progettazione per cui ‘se si è sempre fatto così ci sarà una ragione’”. 

Nel frattempo, diversi tentativi di riprogettare lo speculum per renderlo più funzionale alle esigenze femminili si sono scontrati con la resistenza del personale medico.

Se gli oggetti non sono neutrali, però, anche il significato culturale che gli viene attribuito può cambiare nel tempo, così come le conoscenze, la coscienza politica e lo sguardo che si assume. A partire dagli anni Settanta, ad esempio, il movimento femminista si è riappropriato dello speculum e ne ha fatto uno strumento di consapevolezza e autodeterminazione. 

La giornalista Giulia Siviero, in Fare femminismo, scrive che nello speculum, in quegli anni, alcune femministe “vedono il simbolo del modo in cui le istituzioni mediche hanno trafficato con i corpi delle donne”. Il metallo usato dai ginecologi viene sostituito con la plastica (meno fredda e più economica), e vengono organizzati spazi in cui insegnare alle donne come utilizzarlo autonomamente, impugnandolo in verticale per mantenerne il controllo. Le donne “si mettono sulle loro gambe, accovacciate o sull’orlo di una sedia, per togliersi dalla posizione di completa impotenza che le vuole sdraiate a gambe aperte su un lettino ginecologico”. Infine, attaccano allo speculum uno specchio o ne posizionano uno di fronte, lo colpiscono con un fascio di luce e si guardano.

Oggi, lo speculum “continua a essere l’oggetto inventato dagli uomini per le donne che meglio racconta la contraddizione del design nel mancato aggiornamento di un rapporto corretto tra biologia e cultura, tra liberazione e oppressione, tra autodeterminazione e controllo dei corpi”, scrive sempre Alessi.

Affermare che gli oggetti non sono neutrali significa, infine, anche scardinare l’idea che quelli che ci circondano oggi siano i migliori possibili, come se fossero frutto di una sorta di selezione darwiniana.

A partire dall’epoca industriale, la progettazione in serie si è tarata sull’unità di misura dell’“uomo medio”: un maschio, abile, occidentale, con una misura media calcolata per quanto riguarda altezza, peso, temperatura corporea e altre caratteristiche. 

Attorno a questo prototipo, sono stati progettati e costruiti oggetti e arredi di uso comune: dai bagni ai mezzi di trasporto, dai tasti del pianoforte alle maniglie delle porte, dai telefoni cellulari tarati per mani e tasche maschili alle mascherine chirurgiche. 

I crash test con manichini dalle proporzioni femminili sono stati perfezionati solo nell’ultimo decennio, con evidenti ricadute sulla sicurezza delle donne in caso di incidente automobilistico. Tutto ciò che è considerato unisex è in realtà a misura di uomo. Come scrive Caroline Criado Perez in Invisibili. Come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo, “vedere nel maschio l’essere umano predefinito è uno dei fondamenti della struttura sociale umana”. 

Analogamente, anche la storia ufficiale del design che ci è stata tramandata è una storia fatta di nomi maschili.

Per questa ragione, mettere l’attenzione sul “soggetto imprevisto” del design, il corpo della donna, significa per Alessi “non solo smentire l’esistenza di un utente omogeneo che a lungo è stato eletto come standard della progettazione ‘a misura d’uomo’”, ma anche accogliere la voce delle donne, che per secoli è stata silenziata nella progettazione e nella produzione.

Il punto non è tanto invertire i ruoli tra chi progetta e chi è progettato, quanto “disarmare le strutture di potere, sapere, produzione e selezione storicamente egemoniche”: “Rendere ciascuna progettista, affinché nessuna sia progettata”.

Claudia Torrisi

Claudia Torrisi è una giornalista, si occupa principalmente di questioni di genere e diritti. Scrive su Internazionale, Domani e altre testate, e ha lavorato alla realizzazione di documentari e podcast.

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