La violenza capitalista si abbatte sia sul corpo degli esseri umani sia su quello della natura. Nel memoir working class "Ducks" la fumettista Kate Beaton illustra gli strati di questo sfruttamento.
“C’è un posto dove nascon memorie” recita un adagio impresso nelle cantilene di molti noi millennials. Sono abituata a pensare la memoria come un fatto viscoso, che prende la forma del suo contenitore, a volte trabocca e a volte stagna e si fa desiderare, come se la si dovesse drenare, estrarre. Portata in superficie, a coscienza, può zampillare disordinata, travolgere, ma anche costruire, diventare testata d’angolo di grandi narrazioni o più semplicemente illuminare di senso esperienze individuali destinate all’oblio. La scorsa primavera però mi è arrivato tra le mani un memoir che ha prodotto quello che in fisica si direbbe un passaggio di stato: la memoria è passata da stato liquido a solido, si è resa visibile come una carota geologica, estratta dal sottosuolo, che conserva in ordine verticale una storia di vita individuale che diventa epitome della violenza della società capitalistica.
Ducks. Due anni nelle sabbie bituminose (Bao Publishing, 2024) racconta la caduta e ascesa dell’autrice, la fumettista e disegnatrice Kate Beaton, nata e cresciuta a Capo Bretone, in Nuova Scozia. All’inizio degli anni Duemila, Beaton lascia la costa atlantica. Non si tratta di una scelta, ma di una traiettoria obbligata. Ha poco più di vent’anni, una doppia laurea in Storia e Antropologia e soprattutto un debito studentesco non conciliabile con il suo desiderio di svolgere un lavoro nel mondo della cultura, per giunta nella sua città.
«Ho imparato che posso avere delle opportunità o posso avere casa mia» sentenzia sin dalle prime tavole, attraverso le quali guida lettori e lettrici in un territorio flagellato dal migratory labor, la mobilità coatta che conduce migliaia di giovani verso lo stato dell’Alberta, patria delle industrie che trattano le cosiddette sabbie bituminose. Una dimensione familiare e di comunità attraversata da una profonda frattura generazionale, in cui si consumano le tensioni e rassegnazioni attorno a un paradigma dello sviluppo che ha a un tempo assicurato reddito e negato aspirazioni e compatibilità ambientale. Un territorio in cui “tutti hanno sempre fatto così”, perciò gambe in spalla, si parte.
Fort McMurray, luogo-simbolo dell’industria legata all’estrazione e alla lavorazione delle oil sands, allora, non vendeva sogni, ma solide realtà: era una convincente promessa di salari alti, turni di lavoro estenuanti ma temporanei, offriva la prospettiva che bastasse stringere i denti per qualche anno per rientrare in possesso del proprio futuro. Richiamava quel patto freudiano di cessione di un po’ di libertà in cambio di un po’ più di sicurezza. Un patto inscritto nelle fondamenta dell’economia fossile, che può assicurare sviluppo o divorarti, come racconta John Vaillant in L’età del fuoco (Iperborea, 2024), a partire dai roghi che investono nel 2016 proprio la stessa località canadese, fiamme che riscrivono le regole, divampano e travolgono le stesse industrie che fanno bruciare il pianeta. Una corsa all’oro nero fatta di immense miniere a cielo aperto, terreni interamente disboscati per separare il bitume dalla sabbia, città provvisorie e dormitori prefabbricati, promiscui, costruiti per funzionare e controllare, non per durare ed emancipare. Intorno, il paesaggio porta i segni dell’estrazione: foreste interrotte, bacini di scarto, acqua che non è più acqua, le anatre atterrano sui laghi contaminati e muoiono. Ducks prende il titolo da lì, da una catastrofe ambientale che diventa emblema di un’intera economia fondata sulla rimozione delle conseguenze del paradigma estrattivista.
In queste cittadelle di container, segregate e insalubri, ci sono pochissime donne, così poche da diventare immediatamente visibili e quindi vulnerabili. Beaton lo racconta senza enfasi, con la sobrietà di chi ha impiegato anni a capire che ciò che aveva normalizzato non era accettabile, semmai funzionale alla sopravvivenza. Il lavoro da attrezzista che le viene assegnato richiede competenze che lei impara facendo, cercando connessioni con quegli stessi colleghi che da un lato la supportano, dall’altro preparano l’agguato. Lo stupro subito da Beaton non è un episodio del racconto, ma un fatto prismatico che assomma una quotidianità di battute e ambiguità, che oscillano tra il sopruso mascherato da bonario cameratismo e le minacce vere e proprie. E allo stesso tempo, gli uomini incontrati da Beaton sono sì raccontabili attraverso la lente del machismo, ma a loro volta sono situati in un ecosistema marcato dalla stessa violenza patriarcale e capitalistica che riproducono e che il loro lavoro innerva nella terra.
Una porzione di mondo e una temperie in cui parlare di salute fisica non rappresentava una priorità, figuriamoci affrontare quella mentale, sebbene sarebbe stato cruciale in quel contesto di allontanamento forzato dai propri affetti. Lo stesso background da cui Beaton proviene e che per questo può narrare da una prospettiva critica, ma situata. In questo senso, ogni qual volta incontravo le tavole che mettono in luce il sistema di relazioni in cui la giovane è immersa, mi è parso di trovarci il Piccolo manifesto di scrittura working class di Alberto Prunetti, traduttore, scrittore e direttore artistico del Festival della Letteratura Working Class che da un paio d’anni prende vita a Campi Bisenzio (Fi), negli spazi della ex fabbrica dell’automotive GKN. Un semplice repertorio di pratiche di scrittura che intimano a chi si cimenta nel lavoro culturale – il desiderio di Kate – di non osservare le vite degli altri dal buco della serratura, come un voyeur, ma invitano a una profonda riconnessione con il sé, per restituire tridimensionalità a quegli stessi soggetti che si rischia di ridurre a immagine piuttosto che dipingere come multiforme umanità.
Kate Beaton, “Ducks”, per gentile concessione di Bao Publishing
Nel palinsesto minerale di Beaton, è facile osservare la stratificazione di soprusi consumati tra le argille, depressione e i primi timidi tentativi di disegnare, tra i giunti di cardano e i sensi di colpa, ed è altrettanto semplice constatare la sua solida consapevolezza della dimensione di classe, che nel suo caso per fortuna non muta in zavorra, ma è capace di guidare quanto meno tentativi di miglioramento delle condizioni di vita. Infatti, dopo alcuni mesi nello stabilimento di Syncrude, l’invio di un curriculum va in porto e Kate trascorre un anno a Victoria, impiegata presso lo shop del Museo Marittimo della Columbia Britannica. Risultato? Si scontra con una realtà di paghe da fame: niente più camerate miste ma un materasso buttato in una stanza a poco prezzo, un posto di lavoro riscaldato ma con capi senza scrupoli, dai quali viene licenziata.
Di nuovo la scure del destino, di nuovo le sabbie bituminose, stavolta in uno stabilimento Shell. “Siamo i fortunati” sentenzia il collega Davy, cinquantenne, operatore gruista, mentre le racconta con soddisfazione di essere riuscito a sanare tutti i suoi debiti lavorando lì, “sperando che la salute reggesse”. È in questa fase conclusiva del suo impiego che Beaton, dopo averla attraversata praticamente in ogni pagina, focalizza la questione ecologica: i necrologi che riportano casi di tumore si affastellano, si fanno sentire le proteste dei movimenti ambientalisti, inizia ad accedere a contenuti online che raccontano la devastazione ambientale e sociale.
Il libro di Beaton non è una denuncia urlata: è un archivio del presente. Strato dopo strato, accumula, conserva e mette in luce lavoro, genere, debito, violenza, ecologia. Racconta una generazione cresciuta dentro un’economia della promessa legata a doppio filo con l’elusione dei limiti dello sviluppo e con la prometeica e imperialistica presunzione di dare un prezzo a tutto, financo alla natura. Una generazione le cui superstiti, una volta rientrate a casa, come riesce a fare Kate, oscillano tra il sollievo e il pentimento, pronte adesso a guardare il mondo con quello sguardo intersezionale che disvela un atlante di vite e territori variegatamente spinti a resistere un giorno in più, invano, nella speranza di essere protagonisti del proprio futuro.
La mobilità, i viaggi, gli spostamenti che attraversano Ducks non hanno nulla di avventuroso, non vi è traccia di nessuna quest, nessuno molla tutto e cerca fortuna in un altrove o persegue con nuovo slancio i propri sogni. È una mobilità obbligata, prodotta da una geografia delle opportunità profondamente diseguale. Si parte non per esplorare, ma per sdebitarsi, per rimettere in bolla le proprie esistenze, colpevoli di aver ambìto a un avvenire diverso dalla miniera. Si vive in una parentesi continua, in non-luoghi progettati per l’estrazione di valore e completamente disfunzionali alla costruzione di legami che non siano quelli immediatamente sufficienti alla riproduzione quotidiana. È una mobilità che promette ritorno in grazia di dio e produce invece permanenza forzata, compromissione del corpo e delle proprie prospettive di evoluzione personale e sociale. La mobilità forzata che attraversa l’esperienza di Kate Beaton dà corpo, a distanza di sessant’anni, all’intuizione che Luciano Bianciardi formulava in Il lavoro culturale.
Uno spostarsi affatto emancipatorio, semmai appena sufficiente a restare dentro il circuito della sopravvivenza. In Bianciardi è la capitale morale ad assorbire senza integrare, ed è il lavoro intellettuale che si rivela un compromesso continuo con un sistema che monetizza le ambizioni e consuma chi vi si affida; in Ducks è la provincia, dissestata e inevitabile, a esercitare attrazione, a spingere migliaia di vite a muoversi per sdebitarsi, come un orizzonte costantemente rinviato ma tenuto vivo da una remunerazione impensabile altrove. Il lavoro, intellettuale o industriale che sia, si avviluppa in una trappola tra riconoscimento e frustrazione, in un sistema che chiede di investire tutto – tempo, desideri, salute – in cambio di un futuro differito, facendo dell’indebitamento, simbolico o materiale, il vero motore della riproduzione sociale.
Kate Beaton, “Ducks”, per gentile concessione di Bao Publishing
All’origine di tutto c’è infatti il debito, da intendersi non come incidente individuale, ma come dispositivo strutturale che imbriglia e orienta le scelte prima ancora delle aspirazioni. In questo senso, l’estrazione non riguarda solo il sottosuolo, ma riguarda il futuro per intero. Le ruspe scavano nelle possibilità, i camion trasportano le speranze, l’industriale le trasforma in una risorsa da sfruttare.
La violenza che attraversa questo memoir è un’infida costante di silenzi, zone grigie, tirare a campare, ma è anche capace di exploit terrificanti, che insistono sui corpi e sui territori, parimenti da sfruttare e consumare. È qui che il personale diventa geologico, è qui che le biografie assumono la stessa materialità dei sistemi economici che le attraversano. Guardare il mondo da qui – dalle sabbie bituminose canadesi, da un memoir disegnato, da una storia di lavoro coatto e femminile – aiuta a guardare criticamente alle sedicenti transizioni che dovrebbero interessare proprio il modello economico vigente, per garantirne la sostenibilità. Il racconto di Beaton illumina l’insufficienza dei processi di conversione in essere tanto quanto la perpetrazione di quella “accumulazione per spossessamento” di cui parlava il sociologo David Harvey nelle sue riflessioni sul modo di riproduzione del capitalismo. Un incedere neocoloniale, che unisce alle velleità di espansione geografica del capitale i processi di finanziarizzazione dell’economia e di mercificazione di territori e diritti.
È allucinante quanto tutto questo risuoni nel nostro presente. Il 2026, più che cominciare, ha chiesto all’umanità di cominciare a camminarci dentro con un altro passo e di sgranare gli occhi, in senso piuttosto letterale, per osservare la furia multipolare (e multi-popolare) di questi primi mesi dell’anno nuovo. E allora con un occhio cogliere il cosiddetto Sud globale, banco di prova e di rapina di una profonda riscrittura dell’ordine internazionale, con l’attacco al Venezuela, le reazioni attese e temute di Cina e Russia, dentro e oltre i loro confini. L’altro occhio inevitabilmente deve puntare al Nord del mondo “per come lo conosciamo”, fino agli estremi boreali del pianeta, fin dove si spingono le brame di risorse e potere di Donald Trump. In mezzo, un’Unione Europea che se non si allinea annaspa e mostra la fatica del gattopardo, quella di chi non ammette che siamo entrati in una transizione egemonica che non sarà breve e soprattutto che non sarà indolore, specialmente con queste armi (diplomatiche) spuntate.
E poi, di colpo, un altro attore si è affacciato sul palcoscenico: il Canada ha palesato una posizione fondata sulla difesa del multilateralismo, su una maggiore sovranità strategica in settori chiave come energia e catene di approvvigionamento. La risonanza del discorso tenuto dal primo ministro Mark Carney al Forum di Davos mi ha portata a domandarmi quanto ne sapessi di una media potenza solitamente ai margini della riprogettazione degli scenari internazionali. Mi sono allora ricordata di aver letto Ducks e sono stata nuovamente grata a Kate Beaton per aver regalato a lettrici e lettori un’epopea del quotidiano di territori e comunità che vedono i propri beni trasformati in merci e la propria capacità di autodeterminazione negata o messa a repentaglio. Un racconto in cui riecheggiano tutti i nostri Siti di Interesse Nazionale non ancora bonificati, le nostre re-industrializzazioni mancate, le nostre prospettive di rilancio produttivo attraverso l’economia di guerra. Una storia incastonata nella Storia dei luoghi dove l’estrazione di risorse si intreccia con disuguaglianze sociali profonde, dove la corsa non pianificata e spregiudicata alla crescita economica si paga con la compromissione della salute, ambienti degradati, debiti crescenti e vite sottomesse all’eterno ritorno dell’identico ricatto tra fame e fumo.