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Ferdinando Cotugno
Il Piano Mattei rafforza il nostro colonialismo petrolifero

Il Piano Mattei Rafforza Il Nostro Colonialismo Petrolifero
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Non con le comunità africane ma con la politica dei paesi che detengono ricchezze fossili: la strategia varata da Meloni due anni fa e intitolata al fondatore dell'Eni Enrico Mattei ignora le regioni più bisognose e crea una linea di collaborazione tra potenti locali e aziende italiane.

Il modo migliore per visualizzare le grandi ambizioni africane di Giorgia Meloni col Piano Mattei (che nel frattempo ha compiuto due anni, auguri) è capire bene di cosa è erede, e quindi tornare agli anni Trenta del secolo scorso. Il Caminho do Ferro de Benguela (CFB), una vecchia ferrovia coloniale che tagliava l’Africa meridionale dal Mozambico all’Angola, fece il suo viaggio inaugurale nel 1931, mentre in Italia entravano in vigore il Codice Rocco fascista e l’obbligo del giuramento di fedeltà al regime.

I treni del Caminho do Ferro de Benguela passavano dalle cascate Vittoria e da Harare, la capitale dello Zimbabwe (che allora si chiamava Salisbury ed era la capitale della Rhodesia meridionale), e davano lavoro a 13mila persone: era il vecchio sogno di un colonizzatore scozzese con la passione dei treni, sir Robert Williams da Aberdeen. Nonostante lo splendore dei paesaggi, la ferrovia non era stata costruita per il turismo, ma per trasportare minerali. L’uranio e il cobalto africani che servirono al Manhattan Project e alle prime bombe atomiche USA viaggiarono su questi treni fino all’Atlantico, sbocco delle miniere dell’attuale Repubblica Democratica del Congo, oltre tre milioni di tonnellate all’anno. Insomma, non moltissimo sembra cambiato da allora. 

Il traffico ferroviario sulla CFB era attivo prima della Seconda guerra mondiale, e rimase operativo durante il conflitto e anche dopo, fino a un’altra guerra, quella civile angolana, che durò quasi trent’anni: costò vite, prosciugò risorse e distrusse la ferrovia. Allo scoccare del nuovo millennio ne rimanevano solo 34 chilometri utilizzabili, un arto fantasma delle infrastrutture africane. Quella ferrovia è però rimasta un’ossessione coloniale: i primi a provare a rimetterla in sesto furono prevedibilmente i cinesi, con una ristrutturazione da due miliardi di dollari della China Railways Construction Company che guardava però a oriente, ai porti della Tanzania, da cui salpare per la Cina.

Non è andata bene, troppi problemi, troppo debito, troppa corruzione, e allora sono arrivati Stati Uniti, l’Unione Europea e infine il Piano Mattei, la strategia per l’Africa varata due anni fa dal governo Meloni per fare dell’Italia un soggetto geopoliticamente dominante nel continente. L’idea infrastrutturale nel corso di un secolo non è cambiata: portare le risorse africane al mare e farle viaggiare verso quello che negli anni Trenta del Novecento si chiamava ‘impero’ e che oggi si chiama ‘Nord globale’. Oggi la ferrovia creata da Williams nel secolo scorso viene definita nei documenti ufficiali «corridoio di Lobito», come il porto angolano dove sfocia il progetto. Anche la fame è la stessa di quasi cento anni fa, solo applicata a tecnologie nuove: il cobalto del Congo, il litio dello Zimbabwe, il rame di tutta l’area. E il Piano Mattei è perfettamente integrato in questi appetiti.

Insomma, mentre tiene viva la recita del Ponte sullo Stretto, l’Italia ristruttura ferrovie coloniali in Africa, dato che nel corridoio di Lobito andranno 320 milioni di euro del Piano Mattei. Il progetto racconta bene lo spirito della strategia voluta da Meloni e intitolata al fondatore dell’Eni Enrico Mattei: mettere soldi nel continente per fare altri soldi.

«La cooperazione italiana in Africa, con il piano Mattei, ha iniziato a imitare quelle della Cina e dell’India», spiega Lorena Stella Martini, senior analist del think tank Ecco. Meloni l’aveva presentato al suo debutto come la fine del paternalismo europeo, finalmente una cooperazione da pari a pari, il che è vero, ma nel senso più capitalista del termine: meno medici e più project manager. «Un approccio alla cooperazione più laico e senza troppi paletti o ingerenze sui diritti umani», dice Martini.

Il corridoio di Lobito è un buon esempio di questo metodo: secondo la ONG Global Witness l’ampliamento della ferrovia sta facendo migliaia di sfollati nella periferia della città mineraria di Kolwezi, in Congo, che hanno la sfortuna di abitare sul tracciato. «Lo schema lo si vede anche dalla selezione degli Stati con cui cooperare, scelti quasi tutti tra quelli a medio reddito dove ci sono davvero opportunità. Uno dei problemi di questa strategia è che quelli più in bisogno spariscono dai progetti», conclude Martini. I paesi coinvolti nella prima fase del Piano Mattei, nel 2024, erano infatti Egitto, Tunisia, Marocco, Algeria, Kenya, Etiopia, Mozambico, Repubblica del Congo, Costa d’Avorio. Nella seconda, inaugurata nel 2025, si sono aggiunti Angola, Ghana, Mauritania, Senegal, Tanzania. 

Questa strategia nasce come un’operazione di finzione, un modo per dare un nuovo brand e una riorganizzazione a soldi che c’erano già. Di nuovo non c’erano i soldi, ma la volontà di indirizzarli per aumentare il capitale politico dell’Italia (togliendoli ovviamente alle destinazioni originarie, il clima e lo sviluppo in altri paesi e continenti).

Il 14 febbraio Meloni ha celebrato i due anni del piano Mattei in un pomposo vertice in Etiopia. Per capire l’importanza strategica che ha per la destra italiana, basti pensare che la presidente del Consiglio ha scelto di essere a Addis Abeba insieme all’Unione Africana, più che a Monaco dove si teneva l’annuale e Conferenza per la sicurezza, appuntamento che si tiene ogni anno sulle tematiche della difesa e che nel contesto del riarmo europeo è diventato delicatissimo. Più che l’Ucraina, dove l’Italia ha poca possibilità di incidere, meglio l’Africa, dove c’è spazio per crescere in peso e dove ci sono sempre più interessi privati da mobilitare.

Valerio Bini è docente di Politiche per l’ambiente all’Università Statale di Milano, e ha seguito l’evoluzione del Piano sul campo, in Kenya. «Innanzitutto, questa strategia nasce come un’operazione di finzione, un modo per dare un nuovo brand e una riorganizzazione a soldi che c’erano già». Nel 2023 il Piano Mattei viene edificato su tre miliardi presi dal Fondo clima e due miliardi e mezzo della cooperazione allo sviluppo: quindi di nuovo non c’erano i soldi, ma la volontà di indirizzarli per aumentare il capitale politico dell’Italia (togliendoli ovviamente alle destinazioni originarie, il clima e lo sviluppo in altri paesi e continenti). Come spiega Bini, «il dialogo è stato da pari a pari, ma con i governi, non con le società africane». 

Lo scopo ultimo era facilitare la frontiera alle grandi aziende italiane. 

La più attiva è stata Eni: è suo il progetto del Piano Mattei che Valerio Bini monitora da vicino. In Kenya 80mila contadini con piccoli appezzamenti sono stati mobilitati per coltivare ricino (la storia ha un suo senso dell’umorismo, verrebbe da dire) per la produzione di biocarburanti di Eni, «un modello inefficiente, in aperta competizione con la filiera alimentare, con un grande impatto in termini di CO2, una coltivazione molto politica che sta avendo rese pessime ma un ottimo ritorno per Eni e per i rapporti del governo italiano con quello locale». Il piano non è stato imposto ai contadini, ma è stato guidato, e non nell’interesse di questi piccoli agricoltori al limite della sussistenza, spesso con un solo ettaro di terra, che si trovano a coltivarne la metà per produrre carburanti, su incoraggiamento del governo kenyota e italiano. 

«Non ci sarà paternalismo coloniale», spiega Bini, «ma ci sono asimmetrie enormi in questo rapporto di potere». Lo schema è questo dappertutto: il governo apre la via, le grandi aziende nazionali la percorrono e alle ONG rimane solo lo spazio per essere esecutrici delle strategie governative. L’Africa come terreno di business. Meloni parla spesso di metodo win win, in cui vincono entrambe le parti, ma solo se l’interlocutore è la politica con le aziende italiane. Il piano Mattei ha trasformato la cooperazione allo sviluppo in geopolitica dello sviluppo, e questo è un bene per l’Italia e un’opportunità per i paesi partner, ma di tutto questo rimane ben poco per le popolazioni locali. Una manovra di hard power economico e soft power relazionale. Conclude Bini: «Il piano non è stato costruito in modo predatorio, a livello istituzionale, però questo lascia ancora più mano libera alle aziende italiane per fare il bello e il cattivo tempo sui progetti, soprattutto quelli legati all’export, che siano energia, biocombustibili o materie prime. Abbiamo dato una cornice propagandistica e coperture pubbliche ad aziende che operano in quel continente da decenni». 

Il fatto che non sia menzionato il fossile nel piano Mattei, non vuol dire che non rientri nelle relazioni tra Italia e Africa. Il piano è stato l’accorpamento strategico di politiche che già esistevano sotto un unico cappello e un’unica regia.

Simone Ogno è un campaigner che per ReCommon monitora il piano Mattei dagli inizi. La ONG per cui lavora si batte contro i progetti estrattivi e fossili delle aziende italiane nel continente. Il piano Mattei per ora è rimasto dentro la cornice della transizione, anche se nei suoi aspetti più opachi, che siano l’estrazione di minerali critici o i contestatissimi biocarburanti vegetali. Ma, spiega Ogno, «la terza fase, che si apre ora, dopo il vertice di Addis Abeba, sarà la più critica perché potrebbero entrare in gioco anche interessi molto più grandi e potenzialmente fossili». Perché possiamo anche fingere che non sia così, leggendo i documenti del piano Mattei, ma sullo sfondo dei rapporti tra Italia e Africa ci sono gli idrocarburi, gas e petrolio, le principali risorse che le nostre aziende continuano a prendere dal continente: poche settimane fa Eni ha aperto la nuova rotta di gas naturale liquefatto in Congo.

Ma è solo l’ultimo esempio, ci sono estrazioni attive in Algeria, Libia, Egitto, Angola e soprattutto Mozambico. Non a caso sono tutti paesi interessati anche dal piano Mattei: «Il fatto che non sia menzionato il fossile nel piano Mattei, non vuol dire che non rientri nelle relazioni tra Italia e Africa», spiega Martini di Ecco. «In questo senso il piano rischia di essere uno specchietto per le allodole per futuri progetti fossili». Il piano è stato l’accorpamento strategico di politiche che già esistevano sotto un unico cappello e un’unica regia. Insomma, un articolato progetto di rebranding politico. 

Ma la domanda è: rebranding di cosa? E allora possiamo tornare al corridoio di Lobito, che negli anni Trenta di questo secolo farà lo stesso servizio degli anni Trenta del secolo scorso: nastro trasportatore di risorse africane verso le economie occidentali. 

Quindi forse la parola che cercavamo è quella, sì, sempre lei: colonialismo. 

Il Piano Mattei è una riuscita operazione di rebranding coloniale. 

Ferdinando Cotugno

Ferdinando Cotugno è giornalista freelance. Il suo ultimo libro è Tempo di ritorno (Guanda, 2025).

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