Entro il 2050 gli over settanta saranno 2,1 miliardi, ma il nuovo capitalismo della longevità trasforma la vecchiaia da diritto collettivo in una scommessa privata, che solo gli ultraricchi possono permettersi di vincere.
Immaginate un futuro in cui la maggior parte delle persone intorno a voi ha superato i settant’anni. Le strade, gli uffici, i bar affollati di settantenni, ottantenni, novantacinquenni. Lontano dall’essere fantascienza, è la realtà demografica verso cui stiamo andando. Entro il 2050, il numero di over sessanta nel mondo supererà i 2,1 miliardi. In Giappone e Germania, una persona su tre sarà in età avanzata. La Cina avrà più anziani di quanti siano tutti gli abitanti degli Stati Uniti messi insieme. Ciò che si prefigura non è solo un futuro demograficamente più vecchio, ma l’avvento del capitalismo della longevità: un regime in cui vivere più a lungo, e l’incertezza su quanto a lungo, diventano una nuova frontiera dell’accumulazione di ricchezza. Questa è una trasformazione già in corso, che sta riorganizzando le nostre società in profondità, economicamente e politicamente, attorno alla gestione di vite sempre più lunghe e al desiderio di allungarle ancora.
Ogni estate, sulle Alpi svizzere di Gstaad, nel Grand Bellevue Hotel, cinque stelle, si riunisce un gruppo selezionato di miliardari, CEO di biotech, manager di hedge fund e ricercatori anti-invecchiamento. Si chiama Longevity Investors Conference, e mescola presentazioni scientifiche sulla medicina rigenerativa con vetrine di startup che promettono interventi radicali – dalla modificazione delle cellule staminali all’ottimizzazione del microbioma, dalla crioterapia ai nuovi integratori. Qui l’invecchiamento e la morte non vengono trattati come limiti naturali della vita, ma come problemi ingegneristici da risolvere, e come opportunità finanziarie da cogliere. Come ha dichiarato uno degli organizzatori, l’invecchiamento sarà “uno dei temi di investimento più promettenti del prossimo decennio”.
Già nel 2013, Larry Page, cofondatore di Google, lanciò Calico, una società di biotecnologie focalizzata sull’invecchiamento, con l’esplicito obiettivo di estendere la vita umana e curare le malattie legate all’età avanzata. La rivista Time pose la domanda in copertina: “Google può risolvere la morte?”. Page fu tra i primi imprenditori della Silicon Valley a investire seriamente nell’estensione della vita, un campo allora considerato speculativo e marginalmente redditizio, ma i tempi sono cambiati. Il settore della longevità è rapidamente maturato, attirando capitali significativi e generando una nuova classe di startup biotech. Il caso più noto è forse quello di Bryan Johnson, imprenditore texano che aveva fondato Kernel, una società di interfacce cervello-computer, e che ha poi trasformato il proprio corpo in un laboratorio di ottimizzazione biologica attraverso il progetto Blueprint. Il progetto è diventato celebre grazie al documentario Netflix Don’t Die, dove si vede il suo regime estremo: Johnson va a dormire alle 20:30, si sveglia alle 4:30, mangia solo entro le 11 di mattina, assume oltre cento integratori al giorno, si sottopone a MRI annuali di tutti gli organi, sessioni quotidiane di terapia a luce rossa, iniezioni di cellule staminali mesenchimali nelle articolazioni e, fino a quando non ne ha misurato l’inefficacia, trasfusioni di plasma dal sangue del figlio ventenne. Il tutto monitorato da un team di trenta medici e a un costo dichiarato di due milioni di dollari l’anno. Johnson canalizza ricchezza personale e investimenti nella promessa che l’invecchiamento si possa arrestare, o almeno rallentare significativamente. Questa corsa alla longevità accomuna molti dei grandi nomi della Silicon Valley.
“Ciò che si prefigura non è solo un futuro demograficamente più vecchio, ma l’avvento del capitalismo della longevità: un regime in cui vivere più a lungo, e l’incertezza su quanto a lungo, diventano una nuova frontiera dell’accumulazione di ricchezza”.
Peter Thiel, cofondatore di PayPal, ha donato oltre sette milioni di dollari alla SENS Research Foundation di Aubrey de Grey, biogerontologo britannico convinto che l’invecchiamento sia una malattia curabile piuttosto che un processo naturale inevitabile. Thiel si è anche registrato come membro di Alcor Life Extension Foundation, la principale organizzazione di crionica negli Stati Uniti, dove i corpi dei defunti vengono conservati in attesa che la tecnologia possa rianimarli. Come ha dichiarato a un giornalista britannico, la morte è “un problema da combattere”, non qualcosa da accettare. Sam Altman, CEO di OpenAI, ha finanziato con 180 milioni di dollari Retro Biosciences, startup fondata nel 2022 che lavora su tre fronti: la riprogrammazione cellulare, che punta a riportare le cellule invecchiate a uno stato più giovane usando tecniche di ingegneria genetica; le terapie ispirate al plasma, basate sull’idea che trasfondere plasma giovane possa rallentare o invertire l’invecchiamento; e il potenziamento dell’autofagia, cioè la capacità naturale delle cellule di smaltire i propri rifiuti, che si deteriora con l’età. Nel 2025 Retro ha avviato le prime sperimentazioni cliniche sull’uomo.
Jeff Bezos ha investito nel gennaio 2022 in Altos Labs, la startup biotech più finanziata della storia, con tre miliardi di dollari raccolti al lancio, focalizzata sulla riprogrammazione epigenetica delle cellule per rallentarne o invertirne l’invecchiamento. Un anno prima, nel suo ultimo discorso agli azionisti di Amazon prima di lasciare la carica di CEO, Bezos aveva citato il biologo Richard Dawkins: “Resistere alla morte è qualcosa su cui bisogna lavorare attivamente.”
La nozione di longevity escape velocity incarna perfettamente questa logica speculativa. Il termine fu coniato dal biogerontologo Aubrey de Grey in un articolo del 2004, ma l’idea circolava nella comunità della life extension già dagli anni Settanta. Come la velocità di fuga dalla gravità terrestre descrive la velocità necessaria per liberarsi dall’attrazione del pianeta, la longevity escape velocity designa il ritmo al quale il progresso tecnologico deve avanzare per superare quello dell’invecchiamento: se le terapie riuscissero ad aggiungere più anni di vita sana di quanti ce ne vogliono per svilupparle, l’invecchiamento verrebbe progressivamente neutralizzato, aprendo in teoria la strada a una longevità indefinita. Ray Kurzweil, già ingegnere di Google e tra i futurologi più influenti al mondo, prevede che questo punto di svolta sarà raggiunto entro il 2029 o al più tardi entro i primi anni Trenta. Nel suo libro del 2024 The Singularity is Nearer, aggiornamento di un classico del 2005, sostiene che grazie all’intelligenza artificiale, alla nanotecnologia e alla biotecnologia sarà possibile rallentare e invertire l’invecchiamento cellulare in tempi che lui considera quasi certi. De Grey stesso stima una probabilità del cinquanta per cento di raggiungere la longevity escape velocity entro la metà degli anni Trenta. Che queste previsioni si avverino o meno è, in un certo senso, secondario: ciò che conta è che la sola promessa è già sufficiente a mobilitare capitali enormi, a orientare politiche della ricerca e a legittimare un’intera industria. La fantascienza, qui, non è un limite ma un motore: l’accelerazione tecnologica non deve produrre risultati, deve produrre aspettative. Il futuro dell’immortalità non ha bisogno di avverarsi per essere redditizio.
La longevità non è perseguita come bene universale, ma come forma di riproduzione personale e capitalistica: un progetto in cui ricchezza e vita si intrecciano in una rete speculativa, in cui il sogno dell’immortalità resta prerogativa di pochi. Come ha candidamente dichiarato il venture capitalist Oleg Teterin, che ha lanciato una startup di monitoraggio della salute riservata a clienti ultra milionari: “Gli individui ad alto patrimonio netto sono per lo più lo stesso pubblico di riferimento dei nostri potenziali investitori.” I ricchi investono per assicurarsi prima la propria longevità, e poi eventualmente quella degli altri. Il paesaggio che ne emerge non è democratico. Brevetti esclusivi, cliniche private, longevity cities in zone economiche speciali come l’enclave di Prospera in Honduras, dove trattamenti sperimentali possono svolgersi al di fuori delle regolamentazioni sanitarie pubbliche e dei vincoli della ricerca clinica tradizionale. Quello che si presenta come un progetto di emancipazione biologica assomiglia sempre più, nella pratica, a un’infrastruttura pensata per isolare e riprodurre il privilegio, sottraendolo tanto alla redistribuzione fiscale quanto al controllo democratico. Il loro motto potrebbe riassumersi in: No alla morte, No alle tasse, No alla democrazia.
1. Il corpo come portafoglio
Ma il capitalismo della longevità non vive solo nelle fantasie dei miliardari, nei laboratori di crionica o nelle conferenze di lusso sulle Alpi svizzere. Si articola attraverso piattaforme digitali, app e wearable che entrano nelle tasche di chiunque possieda uno smartphone. Nel novembre 2024 ero al Singapore FinTech Festiva,l dove attori finanziari e assicurativi hanno presentato una nuova promessa: re-ingegnerizzare la sicurezza della vecchiaia come infrastruttura retail, data-driven, capace di allineare health and wealth in un unico schema di pianificazione personale. Piattaforme come AIA Vitality e YouSurance offrono agli utenti sconti sui premi assicurativi in cambio della registrazione quotidiana dei propri dati di salute, dal monitoraggio del glucosio ai test epigenetici, collegando direttamente il profilo biologico quotidiano al costo della protezione finanziaria. La dimensione è impressionante: il settore globale della longevità è proiettato a raggiungere i 118 trilioni di dollari entro il 2050.
Queste piattaforme integrano dati biologici con la pianificazione finanziaria personale, spaziando da dashboard pensionistiche a healthtech, agetech, wealthtech e insurtech. Il calcolo chiave non è più l’età anagrafica, ma l’età biologica: quanti anni ha davvero il tuo corpo, indipendentemente da quanti ne segna il calendario? Su questa distinzione si costruisce la promessa di ottimizzare sia l’healthspan che il wealthspan: il primo misura gli anni vissuti in buona salute, il secondo gli anni di sicurezza finanziaria. Più lungo è il primo, più solido sarà il secondo – e viceversa. Ci sono app che si controllano ogni giorno, wearable che quasi non si tolgono mai, strumenti che rielaborano il modo in cui interi strati di popolazione pianificano e risparmiano per il futuro, e che incorporano la logica finanziaria nei ritmi più ordinari della vita quotidiana.
Ma dietro questa promessa di personalizzazione si nasconde una trasformazione più profonda. L’incertezza sulla durata della propria vita viene ora convertita in un parametro misurabile, profilabile, commercializzabile. L’individuo non la gestisce più attraverso istituzioni collettive, ma la interiorizza come calcolo personale, guidato da un algoritmo che conosce il suo battito cardiaco, il suo colesterolo, il saldo del suo conto corrente. Chi guadagna da questa architettura? Certamente non gli utenti. Le piattaforme raccolgono dati biologici, affinano i propri modelli, differenziano le tariffe. Il rischio viene trasferito all’individuo nella misura in cui i suoi comportamenti si discostano dalla norma. Chi non riesce a fare i cinquemila passi quotidiani, chi non dorme abbastanza, chi mangia in modo irregolare perché magari fa tre lavori, paga di più. Il controllo si fa invisibile, distribuito e quotidiano. Eppure il problema non è solo economico. Dietro la promessa di ottimizzare la propria salute e il proprio futuro finanziario si nasconde una trasformazione più sottile, che riguarda il modo in cui concepiamo la vita stessa. Il filosofo Giorgio Agamben ha distinto tra zoē, la nuda vita biologica spogliata di agentività politica, e bios, la vita qualificata all’interno della polis: l’attenzione per l’ottimizzazione della longevità sembra a prima vista celebrare il trionfo del bios – una vita curata dalla ragione, dalla tecnologia, dalla scelta individuale. Ma questo stesso processo erode il tessuto relazionale del bios e riduce l’essere umano a un substrato biologico da amministrare e calibrare. La vita comincia ad assomigliare alla zoē, vita nuda, privata dei suoi legami politici e comunitari, ridotta a qualcosa che deve solo essere preservato e messo in sicurezza.
2. Dalla previdenza sociale al portfolio personale
Non è sempre stato così. Dall’Ottocento alla metà del Novecento, vivere a lungo era un problema collettivo, non individuale. Gli stati moderni costruirono sistemi assicurativi e previdenziali per distribuire il rischio su tutta la popolazione: chi moriva presto finanziava chi viveva più a lungo, chi lavorava manteneva chi non poteva più farlo. Non era solo solidarietà – era anche controllo. Il filosofo francese Michel Foucault mostrò come governare le popolazioni significhi governare la vita stessa: amministrare le nascite, le morti, la salute. È quello che chiamò biopolitica. Questo sistema raggiunse il suo apice nel dopoguerra, durante il periodo fordista-keynesiano, quando la crescita economica, l’occupazione stabile e le protezioni sociali trasformarono la longevità in un bene pubblico. Per la prima volta, masse di lavoratori potevano contare su un futuro prevedibile: la pensione era un diritto,la vecchiaia una fase garantita dalla società.
Quel sistema si reggeva su alcune precondizioni. I mercati del lavoro erano relativamente stabili, i tassi di natalità sostenuti, e la cura degli anziani e dei bambini ricadeva in gran parte sulle donne, spesso senza riconoscimento né retribuzione – ma i salari maschili erano tali da sostenere l’intera famiglia. Con la crisi degli anni Settanta, l’ascesa del neoliberismo aprì le porte a una riforma profonda. Cominciò il processo di finanziarizzazione, per cui le logiche finanziarie smettono di essere confinate alle banche e ai mercati e cominciano a organizzare la vita quotidiana delle persone, dalla sanità alla casa, dall’istruzione alla pensione. I sistemi collettivi vengono smantellati e il rischio riassegnato all’individuo. Il caso più evidente è quello delle pensioni: i regimi a prestazione definita, dove lo stato garantiva un assegno in base agli anni lavorati, cedono il posto a quelli a contribuzione definita, dove ognuno accumula e investe per conto proprio. La vecchiaia dipende ora dalla capacità di gestire un portafoglio di investimenti, e dalla fortuna di farlo nei momenti giusti.
La finanza si è trasformata: non è più soltanto un meccanismo economico ma un modo di immaginare il futuro e di costruire se stessi. Il lavoratore che contava sul proprio stipendio e sulla propria pensione lascia progressivamente il posto a quello che deve pensarsi investitore. Gli Stati Uniti mostrano con chiarezza dove porta questa logica. Le recenti riforme pensionistiche dell’amministrazione Trump hanno aperto i piani 401(k) – fondi pensione individuali che detengono oltre 7 trilioni di dollari di risparmi – a investimenti in private equity, immobiliare e persino criptovalute. Quello che era pensato come un meccanismo di sicurezza collettiva diventa una scommessa sui mercati. Le popolazioni anziane si trovano a dipendere non da diritti acquisiti, ma dall’andamento degli asset.
Vale la pena guardare cosa sta succedendo in Italia. I salari reali sono rimasti sostanzialmente fermi per trent’anni, tra i peggiori risultati dell’intera area OCSE. Il lavoro non basta più a costruirsi una vecchiaia dignitosa. Conta sempre di più ciò che si eredita: una casa, un patrimonio familiare, un capitale da cui partire. Chi non ce l’ha parte in svantaggio, e lo svantaggio si accumula nel tempo. Per i giovani precari di oggi, che saranno i pensionati di domani, la promessa contributiva si sta svuotando di senso. In altre parole, il modo più sicuro per invecchiare bene, in Italia, è ereditare.
3. La longevity economy: chi può permettersela?
Per rispondere alla doppia crisi, economica e demografica, le istituzioni internazionali stanno stanno promuovendo la “Longevity Economy”. Il World Economic Forum, l’OCSE e la Banca Mondiale hanno iniziato a promuovere l’invecchiamento attivo come motore di crescita, ricollocando l’anziano non più come destinatario di protezione sociale, ma come produttore di valore economico. Il messaggio è quasi sempre lo stesso: bisogna continuare a lavorare più a lungo, investire nella propria salute, pianificare con cura il decumulo dei risparmi.
L’economista britannico Andrew Scott, professore alla London Business School e autore del best seller The 100-Year Life, propone di ripensare le fasi della vita come cicli modulari. Non più istruzione, lavoro, pensione – schema figlio di un’era industriale ormai tramontata – ma una successione di transizioni che richiedono aggiornamento continuo, pianificazione finanziaria e monitoraggio della propria salute. Questa visione ha una sua logica. L’idea di uscire da un modello di vita rigido e lineare, che comprimeva tutto in tre fasi predefinite, non è in sé sbagliata. Il problema è chi può permettersi questa flessibilità. Le linee guida per vivere un’esistenza sempreverde presuppongono mercati del lavoro capaci di assorbire i lavoratori anziani, sistemi di welfare solidi, famiglie con risparmi e portafogli di investimento.
Ma la realtà è un’altra: crescita anemica, lavoro precario, protezioni sociali in contrazione. Invitare all’aggiornamento continuo suona grottesco quando i mercati del lavoro non riescono a garantire un impiego stabile nemmeno ai giovani. E come è noto sono proprio i giovani il punto cieco di questo paradigma. La generazione che dovrebbe abbracciare il modello della vita modulare è la stessa che ha attraversato la crisi del 2008, la pandemia, l’inflazione, e che oggi affronta contratti a termine, affitti insostenibili e contributi pensionistici troppo bassi per promettere qualcosa. Per loro, la longevity economy non è un’opportunità di reinventarsi: è un obbligo che rasenta l’assurdo. Il paradosso è stridente: la generazione più esposta alla precarietà è anche quella chiamata a finanziare, con i propri contributi residui e i propri dati biometrici, un sistema che promette longevità agli altri.
Il discorso sulla longevity economy è fuorviante non perché sia falso in ogni dettaglio, ma perché evita la domanda fondamentale: chi crea valore nel capitalismo contemporaneo, e chi ne beneficia? Il capitalismo della longevità non democratizza la possibilità di vivere bene e a lungo. La stratifica, traducendo le disuguaglianze sociali nel linguaggio delle metriche biologiche e dei punteggi algoritmici. Vivere a lungo, in questo sistema, non è un diritto che si estende: è un privilegio che si capitalizza. E come ogni privilegio nel capitalismo finanziario, si eredita, si compra, o non si ha. Per questo non bastano nuove tecnologie né nuovi strumenti finanziari: serve una nuova politica della vita e della morte, una che restituisca alla longevità il suo carattere collettivo, sottraendola alla logica dell’accumulo e ricollocandola nell’orizzonte dei diritti.