Articolo
Nicola Manghi
La carta dopo il territorio

La Carta Dopo Il Territorio
clima politica

L'arcipelago di Tuvalu sta affondando a causa dell'innalzamento del livello del mare provocato dalla crisi climatica. È destinato a diventare una nazione digitale?

Quando cominciano le procedure d’atterraggio, si potrebbe pensare a uno scherzo. D’altronde, dopo due ore e mezzo trascorse a sorvolare nient’altro che la superficie infinita e disorientante dell’oceano Pacifico, è facile non accorgersi di quegli isolotti spuntati all’improvviso. Troppo piccoli per poterli scorgere all’orizzonte, compaiono quando l’aereo ha già iniziato a perdere rapidamente quota, puntandoli deciso come a volercisi conficcare. L’avvistamento suscita un clamore festoso che coglie indistintamente i pochi turisti che hanno scelto quella meta così poco battuta – il “paese meno visitato del mondo”, dice qualche classifica –, i funzionari internazionali a cui è stata assegnata una destinazione così esotica, e gli habitué che pure hanno percorso quella tratta decine di volte. C’è chi si sporge verso i finestrini che offrono la vista migliore, chi estrae cellulari e macchine fotografiche per immortalare il momento, e qualche locale orgoglioso che invita i turisti a uno scambio di posto per consentirgli di godere appieno di quello spettacolo singolare e così fugace. Bisogna vincere qualche resistenza per convincersi che le manovre d’atterraggio siano abbastanza precise per centrare quella striscia grigia di asfalto disegnata in mezzo alle palme, e che non tocchi al caso stabilire se l’aereo riuscirà a imboccare quella pista dissestata o finirà invece per infrangersi nel mare che le corre parallelo su entrambi i lati. Ma il tempo disponibile per queste elucubrazioni è poco: dopo una manciata di minuti, l’aereo sta terminando la sua corsa accanto a file di scooter accorsi a scoprire chi sia arrivato oggi in città. 

È così che si arriva a Tuvalu, un minuscolo gruppo di isole collocato all’estremità occidentale della Polinesia, al centro dell’Oceano Pacifico, circa a metà fra l’Australia e le isole Hawaii. Con un territorio di 26 chilometri quadrati e circa 12.000 abitanti, oltre metà concentrati nella capitale, si tratta di uno dei paesi più piccoli e meno popolosi al mondo. Per la quasi interezza della sua storia, dell’esistenza stessa di questo arcipelago sono stati al corrente – perlomeno alle nostre latitudini – solo gli appassionati di geografia o i collezionisti di francobolli, che il paese ha cominciato a produrre su larga scala poco dopo aver ottenuto l’indipendenza per approvvigionare le finanze pubbliche. Poi, negli anni Novanta, qualcosa cambiò: lentamente, il nome del paese cominciò a viaggiare lungo circuiti sempre più estesi e i suoi rappresentanti politici a comparire su palchi sempre più prestigiosi. A promuovere l’ingresso di Tuvalu nelle mappe dell’immaginazione globale era una circostanza singolare e drammatica: la conformazione geomorfologica dell’arcipelago, composto da nove tra atolli e isole coralline di cui nemmeno un lembo di terra supera i cinque metri di elevazione, combinata con le previsioni sull’innalzamento del livello del mare che cominciavano allora a preoccupare l’opinione pubblica globale, gettava un’ombra cupa sul futuro del paese. L’arcipelago sembrava destinato a divenire inabitabile nel giro di alcuni decenni, lo stato tuvaluano rischiava di rimanere senza un territorio.

Certo, anche oggi sono poche le persone che sappiano collocare questa manciata di piccole isole su una carta geografica, o che anche solo ne conoscano il nome. Eppure, le “isole che affondano” nel Pacifico sono diventate un vero topos immaginativo della crisi ecologica, e un topos che Tuvalu ha finito per incarnare più fedelmente di tutti gli altri paesi che condividono questo destino incerto – per esempio delle altrimenti ben più celebri Maldive, che nelle fantasie collettive nostrane rimangono soprattutto figurate come paradiso turistico non ancora intaccato dalle ombre lunghe della catastrofe imminente. Così, gradualmente, Tuvalu è diventato rappresentate esemplare e precoce, negli immaginari ecologici e nelle sedi diplomatiche, di una condizione destinata a diventare universale. 

Al tempo stesso, la crisi ecologica ha completamente trasformato l’identità pubblica del paese. Benché minacci l’esistenza stessa dell’arcipelago, infatti, la crisi climatica concorre da oltre trent’anni a rafforzare la tenuta immaginaria e simbolica di una comunità che una ormai consolidata tradizione di emigrazione rende sempre più diasporica e sparpagliata. A fronte di dinamiche politiche interne dominate dalla competizione tra le otto comunità isolane che formano l’arcipelago e che in epoca precoloniale costituivano regnucoli indipendenti, la crisi ecologica ha rinsaldato la presa narrativa del discorso nazionale, offrendo un vettore d’identificazione collettiva e un copione per la condotta dei rappresentanti diplomatici del paese. Posizionarsi sulla scena internazionale come rappresentante politico e performativo delle “isole che affondano”, poi, ha progressivamente procurato al governo di Tuvalu un’esposizione smisurata per la sua minuscola taglia. Tuttavia, lo ha simultaneamente vincolato a riprodurre quell’immagine pubblica indipendentemente dalle circostanze – e pena la perdita improvvisa di quel capitale faticosamente accumulato. 

“Tuvalu è diventato rappresentate esemplare e precoce, negli immaginari ecologici e nelle sedi diplomatiche, di una condizione destinata a diventare universale”. 

Questa dinamica perversa ha dato luogo a incidenti pubblici singolari. Per esempio, quando nel 2018 alcuni geologi neozelandesi pubblicarono uno studio che, fondandosi su immagini aeree e rilevazioni satellitari, sosteneva che nel corso degli ultimi quattro decenni il territorio di Tuvalu fosse aumentato del 2,9% invece di diminuire come sarebbe stato intuitivo aspettarsi, il primo ministro Enele Sopoaga si lamentò che non fosse stato sottoposto alle autorità governative prima di essere pubblicato. Lo studio, pur prestandosi a fraintendimenti e strumentalizzazioni, si limitava ad accumulare indizi in favore dell’ipotesi – di per sé promettente e capace potenzialmente di aprire prospettive di adattamento inattese – secondo cui gli atolli sarebbero in grado di adeguare il proprio ininterrotto processo di formazione al tasso di crescita del livello del mare. Tuttavia, complicando la narrazione sul destino ecologico dei piccoli stati insulari, esibiva anche la fragilità della strategia diplomatica fondata sull’idea che Tuvalu rappresenterebbe un punto di osservazione privilegiato sulla crisi ecologica, ovvero, come ripetuto a più riprese da rappresentati del governo, un luogo dove recarsi per vedere il riscaldamento globale “con i propri occhi”.

A difesa del governo tuvaluano, va detto che la storia politica del paese consiste anche, e più di molte altre, di un susseguirsi di messe in scena, di discorsi pubblici, di performance sui palchi delle istituzioni globali, e di un intreccio impossibile a sciogliersi tra realtà e rappresentazione. Tutto cominciò nel 1990, quando Bikenibeu Paeniu, allora 34enne primo ministro del paese, veniva invitato – come parte di un ristretto gruppo di personalità politiche che, oltre a lui, includeva il sovrano della Giordania, i primi ministri di Gran Bretagna, Francia e Malta e il Presidente svizzero – alla seconda World Climate Conference di Ginevra per raccontare il dramma che incombeva sul suo paese. «Quando mi è stato chiesto di partecipare a questa conferenza, mi ha confortato sapere di poter parlare con il cuore di questo argomento», disse Paeniu, inaugurando un copione destinato a persistere a lungo, in cui il drammatico resoconto empirico di prima mano e le rivendicazioni di giustizia si mescolano con un approccio docile e disciplinato, attento a non guastare le forme consensuali di quei contesti. In effetti, si ha l’impressione che i rappresentanti di Tuvalu siano invitati sui palchi delle istituzioni internazionali soprattutto a offrire un’istantanea performativa della propria condizione, in fondo utile a restituire l’immagine di una conversazione globale decisa a coinvolgere le vittime della crisi ecologica e a produrre un’azione unanime che intervenga efficacemente sulle cause. Lo scambio è evidente: Tuvalu ottiene visibilità per sé e le proprie rivendicazioni e la comunità internazionale ne risulta rafforzata nella propria legittimità, così che ai paesi inquinanti basta prendere impegni tutto sommato minori per mantenere la reputazione di membri responsabili della famiglia delle nazioni. 

Storicamente, in effetti, i rappresentanti di Tuvalu hanno dovuto bilanciare la durezza dei propri interventi con un’attenzione a non guastare i rapporti diplomatici – anche con alcuni dei più ostinati produttori di energie fossili – da cui dipendono le decine di milioni di dollari di aiuti internazionali su cui in larga parte l’economia nazionale si fonda. Uno slogan coniato da Enele Sopoaga alla COP21 di Parigi, nel 2015, rappresenta efficacemente questa strategia. Sopoaga chiese di «salvare Tuvalu per salvare il mondo». Unendo l’esperienza vissuta e situata con il savoir faire cosmopolita del diplomatico esperto, Sopoaga riusciva a depositare negli immaginari collettivi l’idea che il destino specifico di Tuvalu – le condizioni necessarie perché le sue isole continuino ad affiorare – dipendesse esattamente dal mantenimento del riscaldamento globale entro quella soglia di 1,5° C rispetto all’epoca preindustriale che l’assemblea si era faticosamente e ambiziosamente data come obiettivo. Lo slogan era attento ad affermare la singolarità della condizione tuvaluana mettendola però al servizio di una comunità internazionale. Il motto offriva gli atolli di Tuvalu come una sorta di termometro planetario, capace di anticipare il futuro e misurare il procedere della crisi; i pochi metri di elevazione sul livello del mare dell’arcipelago diventavano, figurativamente, una misura del tempo che rimane prima che sia troppo tardi. Soprattutto, però, il paese veniva rappresentato come esente da interessi propri e specifici, suscettibili magari di scontentare qualche altro governo, e ridotto integralmente a simbolo di una posta in gioco collettiva e globale: le misure necessarie ad assicurare che Tuvalu non scompaia sotto l’oceano, così, sarebbero le stesse capaci di garantire che le condizioni ambientali in cui la civiltà umana ha proliferato sul pianeta non siano stravolte dalla crisi contemporanea. 

Tuttavia, è evidente che una strategia diplomatica di questo genere non può rimanere profittevole a lungo termine, e che la sua efficacia dipende strettamente da circostanze più ampie. È notizia recente che l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale entro la soglia dei 1,5° C è ormai sfumato. D’altronde, il labile consenso che si era creato a Parigi è svanito in fretta dopo la prima elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Così, anche la comunicazione pubblica del governo tuvaluano ha cambiato registro. Nel novembre 2021, ha fatto scalpore il videomessaggio tramite il quale Simon Kofe, ministro degli esteri, della giustizia e delle comunicazioni del paese, presentava la condizione drammatica del proprio paese alla COP26, a Glasgow. Parlando da quello che si presumeva essere un ufficio – sfondo blu, bandiere istituzionali, podio… –, aveva energicamente dettagliato al mondo la condizione drammatica di Tuvalu e le richieste del suo governo alla comunità internazionale. Ma mentre proseguiva con enfasi – «le nostre isole sono sacre per noi, contengono il mana del nostro popolo, erano la casa dei nostri antenati, sono la casa del nostro popolo oggi e vogliamo che rimangano la casa del nostro popolo nel futuro» –, la camera arretrava, l’inquadratura si allargava, e la scena veniva svelata svolgersi, in realtà, all’aria aperta: Kofe si trovava in piedi dentro alla laguna di Funafuti, l’atollo che ospita la capitale del paese, con l’acqua che gli lambiva le ginocchia, a comporre un’immagine destinata a diventare virale. Si trattava di una citazione quasi letterale – o della riproduzione memetica – di un’altra immagine iconica: una copertina del «Time» che ritraeva António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, nella stessa posizione durante una fugace visita all’arcipelago nel maggio 2019. Le immagini di Guterres e Kofe, insieme a tante altre filiazioni della medesima matrice che sono state prodotte e hanno circolato negli anni successivi, hanno concorso a dare rappresentazione grafica al topos dell’“isola che affonda” restituendo simultaneamente l’impressione perturbante di una diplomazia sorpassata dagli eventi, a rischio di finire anch’essa sommersa. 

Ma è l’anno successivo che la comunicazione pubblica del governo tuvaluano ha segnato la propria svolta più netta. Il 15 novembre 2022, Kofe parlava nuovamente in video alla platea della COP, a un anno dal discorso-performance che gli era valso notorietà internazionale. Il filmato trasmetteva sin da subito un’atmosfera lugubre difficile da decifrare. Apparendo nuovamente a mezzobusto, ma questa volta all’aria aperta, in piedi su una spiaggia dell’isolotto “incontaminato” di Te Afualiku – sabbia immacolata, palme fitte, fruscio del mare in sottofondo… –, Kofe aveva annunciato un progetto decisamente sorprendente: «dall’anno scorso, il mondo non ha agito, ed è toccato a noi farlo. Abbiamo visto le temperature crescere oltre i 1,5 gradi, preannunciando la scomparsa di isolotti come questo, e abbiamo dovuto prendere le nostre precauzioni […] Mentre la nostra terra scompare, non ci resta altra scelta che diventare la prima nazione digitale del mondo. La nostra terra, il nostro oceano e la nostra cultura sono i beni più preziosi del nostro popolo, e per tenerli al sicuro, indipendentemente da ciò che potrebbe accadere nel mondo fisico, li trasferiremo sul cloud». Come l’anno precedente, però, le immagini avevano subito preso il sopravvento sulle parole. La camera aveva cominciato ad arretrare e, progressivamente, uno sfondo nero era apparso a contornare la scena. Mentre Kofe si faceva più piccolo sullo schermo e alcuni glitch sfrangiavano l’immagine ai bordi, come se l’immagine si stesse formando mano a mano che entrava nell’inquadratura, l’inganno veniva svelato: Kofe si trovava già nella realtà virtuale.

“La nostra terra, il nostro oceano e la nostra cultura sono i beni più preziosi del nostro popolo, e per tenerli al sicuro, indipendentemente da ciò che potrebbe accadere nel mondo fisico, li trasferiremo sul cloud”.

I dettagli finora noti del progetto della nazione digitale – suggestivamente chiamato “Future Now” – sono minimi. Oltre alla riproduzione grafica dell’arcipelago, si tratterebbe, secondo quanto lasciato trapelare, di digitalizzare la burocrazia del paese e mettere al sicuro su un cloud documenti storici e registrazioni di elementi del patrimonio culturale, ma soprattutto di ottenere che le attuali frontiere marittime del paese – quelle che delimitano la sua zona economica esclusiva, o ZEE, e che secondo la legge del mare dovrebbero adeguarsi al variare delle coste – siano riconosciute come permanenti e svincolate dalle trasformazioni che le isole potrebbero subire nei prossimi decenni. Le poste in gioco complessive di questa operazione sono ben chiare. Innanzitutto, da un punto di vista comunicativo, con questo progetto il governo tuvaluano ricalibra la propria posizione ufficiale rispetto al futuro e ai rischi che esso ha in serbo per il paese. Fino all’annuncio di Kofe, infatti, i rappresentanti di Tuvalu si erano storicamente rifiutati di accettare – perlomeno pubblicamente – l’ipotesi della migrazione forzata, ripetendo senza sosta, in occasione delle loro apparizioni internazionali: «non stiamo affondando, stiamo lottando!». Il discorso di Kofe, nel prendere sul serio questo scenario, introduce una discontinuità netta con il passato. Lo fa, tuttavia, non attirando l’attenzione sulla crisi umanitaria di quelli che già da tempo sono stati etichettati come i “primi rifugiati climatici” o sulle misure necessarie per assicurare una «migrazione dignitosa», come richiesto a gran voce da Anote Tong, ex presidente delle isole Kiribati, anch’esse esposte a un simile destino, bensì spostando l’attenzione sul tema, correlato ma distinto, delle conseguenze politiche e istituzionali del futuro geologico dell’arcipelago. 

Così, al fronte comunicativo se ne aggiunge uno politico e diplomatico. La “nazione digitale”, infatti, ambisce soprattutto a svincolare il destino istituzionale del paese da quello materiale dell’arcipelago, e a piegare il diritto internazionale al fine di crearvi lo spazio per quello che alcuni giuristi già cominciano a chiamare uno «stato deterritorializzato». Si tratterebbe di una novità storica assoluta. Infatti, benché anche in età moderna siano esistite entità sovrane prive di un territorio (per esempio il Vaticano durante il periodo di tempo intercorso tra la breccia di Porta Pia e i Patti Lateranensi), nel corso dell’ultimo secolo il possesso di un territorio definito si è gradualmente affermato – insieme a quello di una popolazione permanente e di un governo effettivo – tra i criteri costitutivi della statualità nell’ambito del diritto consuetudinario internazionale. Il progetto della nazione digitale, allora, rappresenta un primo tentativo di gettare le basi discorsive, se non ancora legali, di questa istituzione a venire. L’ambizione tuvaluana è che il territorio virtuale così costruito, ottenuto producendo scansioni satellitari di tutte le isole, possa sostituire quello, “reale”, che la crisi ecologica minaccia di distruggere. 

Certo, benché annunciato come un’azione unilaterale di secessione del mondo fisico, il progetto della nazione digitale risponde pur sempre a un calcolo attento al bilancio tanto diplomatico quanto materiale dell’operazione. Se l’obiettivo di mitigare la crisi ecologica sembra ormai irrealistico e “salvare Tuvalu” rischia di tramutarsi in un miraggio, il governo s’ingegna per mettere al sicuro almeno la sovranità. Per capire come mai mantenere la sovranità – anche una sovranità ridotta a puro titolo legale, scollegata dal destino materiale della popolazione – sia diventato una priorità autonoma rispetto agli scenari che avranno impatti più diretti sulla vita dei tuvaluani, è necessario ricostruire la rilevanza non solo simbolica o politica, ma anche materiale, che essa ha acquisito nella storia dell’arcipelago. Quando, nel 1974, la popolazione tuvaluana espresse in un referendum organizzato dalle Nazioni Unite la propria decisione di tagliare i rapporti con il Regno Unito e di trasformare il paese in uno stato sovrano, molti osservatori erano scettici. In particolare si domandavano come un arcipelago così piccolo, remoto e privo di risorse naturali avrebbe potuto permettersi il costo economico dell’indipendenza. A distanza di nemmeno cinquant’anni, si può dire che non soltanto i loro scetticismi si sono dimostrati infondati, ma che la sovranità stessa si è trasformata nella risorsa economica più preziosa del paese. Ad oggi, infatti, le entrate più rilevanti dell’economia tuvaluana sono tutte direttamente collegate allo statuto istituzionale del paese. 

Tre esempi, fra i tanti che potrebbero essere menzionati, saranno sufficienti a illustrare questa circostanza peculiare. Innanzitutto, la vendita di permessi di pesca all’interno della sua EEZ di 750.000 chilometri quadrati – in proporzione ai 26 chilometri quadrati di territorio del paese, la più grande al mondo – porta a Tuvalu un flusso monetario variabile ma che abitualmente ammonta a oltre la metà del PIL nazionale. In secondo luogo, una parte considerevole dell’economia tuvaluana deriva dallo sfruttamento commerciale del dominio internet “sovrano” del paese (tecnicamente, il suo ccTLD), che corrisponde a un curioso “.tv”. Fin da quando l’organizzazione internazionale per la standardizzazione (ISO) lo attribuì al paese nel 1996, il dominio apparve subito, per via della sua assonanza con l’abbreviazione di “televisione”, un insperato colpo di fortuna per il governo di Tuvalu, che proprio grazie ai profitti così ottenuti sarebbe riuscito a sostenere i costi necessari per un seggio alle Nazioni Unite nel 2000. Il recente successo delle piattaforme di streaming online, alcune delle quali – come per esempio Twitch – utilizzano il dominio tuvaluano, ha progressivamente aumentato la rendita generata dal .tv, che oggi vale oltre 10 milioni di dollari ogni anno. Da ultimo, proprio l’ingresso nell’ONU propiziato dalla commercializzazione del .tv ha rafforzato enormemente la leva transazionale della diplomazia tuvaluana, e di conseguenza la capacità del governo di ricevere aiuti internazionali e stringere alleanze fruttuose anche dal punto di vista economico, come per esempio quella con Taiwan, che Tuvalu sostiene dal 1979, ricevendo in cambio cooperazione e aiuti finanziari.

Le poste in gioco strettamente materiali della “nazione digitale”, allora, sono evidenti. Sulle implicazioni di respiro più ampio, invece, a questo stadio delle cose si può solo fantasticare, domandandosi a quale server il governo tuvaluano affiderà i propri dati e chi ne sarà il proprietario, per esempio, o interrogandosi sulla forma di vita dei tuvaluani del futuro, cittadini di una nazione virtuale o azionisti di un’impresa sovrana. Certo, il significato stesso della sovranità, per Tuvalu ma forse non solo, potrebbe risultarne profondamente sconvolto. Se prima ho scritto che nella storia di Tuvalu realtà e rappresentazione s’intrecciano fino a rendere impossibile distinguerne i capi, allora, il progetto della nazione digitale ambisce ad abolire definitivamente la separazione tra i due regni. Scomparso il territorio, di Tuvalu potrebbe rimanere la mappa. Non come reliquia, simulacro, traccia, rappresentazione senza più un referente, bensì come spazio nuovo, infine sollevato dalla fatica di doversi commisurare a una superficie materiale, finalmente pura estensione geometrica. Una mappa, insomma, fattasi essa stessa territorio.

Nicola Manghi

Nicola Manghi è un antropologo che studia le intersezioni tra la sovranità e la crisi ecologica. È parte del team di ricerca del progetto ERC FIREPOL. The politics of wildfires, è affiliato al Centre de Recherche et Documentation sur l’Océanie (CREDO) di Marsiglia e al programma di antropologia dell’Università di Waikato a Kirikiriroa/Hamilton (Aotearoa/Nuova Zelanda). Ha tradotto e curato in italiano saggi di Bruno Latour e Isabelle Stengers.

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