La fusione dei ghiacci polari apre nuove rotte commerciali e giacimenti bramati dalle grandi potenze. Ma questo estrattivismo mette in pericolo la Corrente del Golfo: se collassa, il Nord Europa gelerà mentre il mondo si scalda.
capovolgiamo il mappamondo e lo guardiamo da nord il mondo ha tutto un altro aspetto. Al centro c’è l’Oceano Polare, un luogo misterioso e remoto, bianco, azzurro – luce spettrale. Tutto attorno si affaccia la terra. A est c’è un’intera mezza luna di costa russa. Al confine nord con questa mezza luna c’è l’Alaska, divisa dalla Russia solo dallo Stretto di Bering. Subito dopo, a nord ovest c’è un bel pezzo di costa canadese, le isole sempre canadesi di Baffin e Queen Elisabeth. E poi c’è un grosso spicchio di isole e penisole europee: Groenlandia, Islanda, Scandinavia, ed ecco di nuovo la Russia. Questi paesi fanno parte di uno stesso Consiglio artico che si è riunito in armonia finché si parlava di scienza, mentre ora, rapidamente, la tensione sale. L’Artico è un mare ghiacciato e, secondo la rivista scientifica Nature, si sta riscaldando a una velocità fra le 2 e le 4 volte superiore alla media globale. E questo, per chi affaccia su quei ghiacci, lo rende molto più interessante di prima.
In realtà il Nord ha sempre avuto un fascino intenso, occulto e selvaggio. Come raccontava Joscelyn Godwin nel libro Il mito polare (2001), uno dei miti che da sempre popolano l’immaginario indoeuropeo è quello dell’origine polare dell’umanità: il regno degli Iperborei immaginato dai Greci, l’ultima Thule ai confini del mondo, il regno sotterraneo di Agartha degli occultisti russi e francesi del diciannovesimo secolo, il mito della Terra Cava, da cui prende le mosse il Viaggio al centro della Terra di Jules Verne e che ipotizza che il globo sia vuoto al suo interno e ospiti civiltà sconosciute, accessibili attraverso grandi ma irraggiungibili aperture ai poli. Quando nel 1926 l’esploratore Richard E. Byrd sorvolò per primo il polo Nord in aereo, circolarono a lungo voci e articoli certi che l’aviatore avesse volato all’interno della Terra ma che gli fosse proibito raccontarlo. Tantissimi viaggi, libri e chimere di esoteristi ed esploratori si sono rivolti al nord “spirituale”: il mito polare, il nord attorno a cui tutto ruota, la direzione della trascendenza. Oggi quel Nord è un luogo più fisico che mai, oggetto di mire molto terrene eppure, in qualche modo, altrettanto affascinanti.
Come spiegava già nel 2019 su Noema Magazine il direttore della School of Transnational Governance di Firenze, Fabrizio Tassinari, l’Artico detiene circa il 13% dei giacimenti di petrolio e il 30% dei giacimenti di gas non ancora scoperti, mentre in Groenlandia ci sarebbero quasi un quarto delle riserve mondiali di terre rare. È una delle ragioni per cui Trump la vuole: piantare una bandierina su quelle lande ghiacciate e sempre sognate da tutti, e accaparrarsi terre rare fondamentali per industria bellica, tech e transizione energetica ora in mano alla Cina.
In realtà, per Nicholas Kusnetz di Inside Climate News, mettere le mani su quelle risorse non sarà così semplice. Nel 2021 infatti la Groenlandia ha vietato nuove esplorazioni offshore di petrolio e gas proprio per non inasprire ulteriormente gli effetti del cambiamento climatico. Ci sono alcuni contratti di locazione attivi perché rilasciati prima del divieto a una società britannica e una concessione a una società statunitense, ma sono tutti inattivi. Esiste anche un grande giacimento di terre rare mescolate all’uranio, ma è inaccessibile a causa delle restrizioni sull’estrazione dell’uranio: una decina di anni fa una società aveva cercato di far revocare il divieto sull’uranio per poter aprire le riserve, ma i locali si sono allarmati e nel 2021 hanno lanciato una campagna che ha contribuito a introdurre nuovi limiti. Forse conquistare o comprare l’isola servirebbe proprio ad abbattere divieti e protezioni. Ma oltre le norme ci sarebbero impianti, infrastrutture e città da costruire. Non immediato.
Ben più interessante è la Rotta del Mare del Nord.
La Northern Sea Route collega l’Europa del Nord all’Asia orientale senza bisogno di passare da Suez. Corre dal Mare di Barents fino allo Stretto di Bering, costeggiando tutta la Siberia attraverso l’Oceano Artico. Negli ultimi anni è diventata una delle infrastrutture geopolitiche più strategiche al mondo, accorcia i tempi di navigazione tra Europa e Asia anche del 30-40% riducendo consumo di carburante e costi di trasporto. Si fa sempre meno impervia grazie allo scioglimento dei ghiacci estivi e agli enormi investimenti russi in porti, sistemi di navigazione, rompighiaccio nucleari e basi militari, che un pezzo dopo l’altro addomesticano la costa artica.
“Trump vuole la Groenlandia per piantare una bandierina su quelle lande ghiacciate e sempre sognate da tutti, e accaparrarsi terre rare fondamentali per industria bellica, tech e transizione energetica ora in mano alla Cina”.
È un processo lento, ma quando nel 2021 la nave porta-container Ever Given rimase incagliata nel canale di Suez, bloccando per una settimana il commercio globale e provocando danni economici attorno ai 12 miliardi di dollari, l’attenzione di mezzo mondo si spostò a nord, verso una soluzione un tempo impraticabile e oggi sempre più conveniente.
La Russia la considera sua personale sfera di controllo, è Mosca a regolarne l’accesso, soprattutto per il traffico commerciale legato a gas, petrolio e materie prime. Ma al tavolo è seduta anche la Cina, che ci vede un’estensione della Nuova Via della Seta, una Polar Silk Road. In Guerra bianca, Marzio Mian riporta una dichiarazione di Putin, del 2017, all’inaugurazione di una base militare nell’Isola di Alexandra, a nord-est delle Svalbard: «Da questa regione dipende il futuro della Russia. Dobbiamo contrastare le minacce della Nato alle nostre porte […] Dobbiamo garantire la sicurezza delle nuove rotte polari e degli impianti di estrazione. Siamo qui per affermare la sovranità russa su questo mare».
Il libro è del 2022, a guerra in Ucraina scoppiata da pochi mesi, e si è fatto di giorno in giorno più attuale e rilevante. Mian riporta anche un eloquente commento dell’ammiraglio cinese Yin Zhu ad Asia News: «L’Artico è di tutti e noi abbiamo un quinto della popolazione mondiale. Quindi rivendichiamo i nostri diritti a ogni costo». Per secoli esploratori di tutto il mondo hanno cercato passaggi a Nord-Est e a Nord-Ovest e, ora che quei passaggi si stanno aprendo, tutti vogliono poterli controllare, anche da remoto.
E non stupisce allora che per Trump, in chiave più anti-cinese che anti-russa, il Nord sia sempre più una questione di «sicurezza nazionale».
Non che le mire degli USA sulla Groenlandia siano recenti. Hanno una storia lunga e la racconta Paul Bierman, docente di Natural Resources and Environmental Science all’Università del Vermont, in un articolo su The Conversation. Comincia nel 1941, quando gli USA ottennero l’accesso alla Groenlandia grazie a un trattato con la Danimarca occupata per proteggere l’isola dal rischio di invasione tedesca. Negli anni Cinquanta realizzarono poi la Thule Air Base, uno dei principali centri di difesa negli Stati Uniti, con radar, piste, sistemi di allarme precoce e unità militari, e la Camp Century, che invece venne costruita all’interno della calotta glaciale: un’enorme base missilistica sotterranea, ricoperta da 30 metri ghiaccio e oggi abbandonata assieme a rifiuti militari e altri materiali tossici, che riemergeranno man mano che il riscaldamento climatico scaverà nel ghiaccio. Il trattato è ancora oggi in vigore e questo, tutto sommato, pone già la Groenlandia in parte sotto il controllo degli USA.
Finora solo gli accordi multilaterali hanno contribuito a evitare un’escalation, ma oggi il multilateralismo è ai minimi storici. Se davvero da qui a dieci anni in estate l’Oceano Polare dovesse essere sgombro dal ghiaccio, la Rotta Marittima Settentrionale diventerebbe il passaggio commerciale più immediato e conveniente per, letteralmente, mezzo mondo. Come scrive il direttore di Osservatorio Artico Leonardo Parigi su Passenger Artico, «possiamo immaginare così tanti scenari in questa zona – da un conflitto armato tra Nato e Russia alla completa fusione dei ghiacci marini – da rimanere intontiti».
Ma c’è un pericolo più imprevedibile degli altri. Più oscuro, minaccioso.
Oltre al Consiglio Artico, esiste un Consiglio dei Ministri Nordici. È l’organo ufficiale per la cooperazione intergovernativa nella Regione Nordica ed è composto da Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia, Islanda e alcune zone autonome, fra cui la Groenlandia. È il ministero dell’Artico del continente europeo, potremmo dire. Pochi giorni fa questo Consiglio ha pubblicato un rapporto inquietante secondo cui il cambiamento climatico in atto potrebbe far collassare la Circolazione Meridionale Atlantica (Atlantic Meridional Overturning Current, AMOC), una delle più grandi correnti oceaniche del mondo: comprende la Corrente del Golfo e la sua funzione è portare acqua calda dai tropici fino al Nord Europa. È il calorifero dell’Europa settentrionale e solo grazie a questo calorifero finora si è potuto vivere in condizioni climatiche abbastanza miti in paesi che si trovano a latitudini molto elevate. Ecco, questo equilibrio potrebbe spezzarsi da un momento all’altro. Secondo il rapporto, d’ora in poi “ogni ulteriore riscaldamento e ogni prolungamento del superamento di 1,5°C” aumenterà la probabilità che la corrente collassi del tutto. Se accadesse sarebbe un disastro. Non solo per i paesi che affacciano sull’Artico: anche Regno Unito e Irlanda sarebbero in pericolo. In inverno le temperature a Londra scenderebbero sotto i -20°C, a Oslo sotto i -50°C, e intanto, il resto del mondo continuerebbe a scaldarsi. Le conseguenze sarebbero enormi, sconvolgerebbero tutto, dalla produzione alimentare ai sistemi energetici.
“Se la Corrente del Golfo collasserà, oltre ai Paesi dell’Artico anche Regno Unito e Irlanda sarebbero in pericolo. In inverno le temperature a Londra scenderebbero sotto i -20°C, a Oslo sotto i -50°C”.
Avremmo mai immaginato che la nostra hybris umana sarebbe stata in grado di arrestare un’enorme e millenaria corrente marina? Se lo raccontassimo a qualche alchimista del XVI secolo o esoterista russa del XX la chiamerebbero magia nera e forse è proprio così. Siamo diventati nostro malgrado capaci di magia nera, e questa magia è nelle mani di pochi: quel famoso 1% più ricco al mondo che detiene mezzi di informazione, potere e produzione. L’1% che da solo potrebbe spegnere l’interruttore delle emissioni di anidride carbonica da energia fossile e che tramite i suoi lobbisti da trent’anni di Cop impedisce che si tiri il freno a mano della crisi climatica.
Fra questi maghi oscuri ce ne sono diversi che adesso si troveranno di fronte a un bel dilemma.
Spingere l’acceleratore della crisi climatica e la corsa all’Artico, o rischiare che l’acceleratore si spezzi e finire contro un iceberg di ghiaccio degno di The Day After Tomorrow?
Il Consiglio dei Ministri Nordici in questo caso si pone da mago bianco e con i piedi per terra, guarda all’Artico con gli occhi del futuro e non con l’ingordigia colonialista ed estrattivista che ci ha portati fin qui. Per questo, almeno in quel rapporto, raccomanda una “vigorosa” mitigazione della crisi climatica attraverso una rapida decarbonizzazione. Perché non abbiamo idea di quale sia il limite di sopportazione di questa corrente, la particella di CO2 nell’atmosfera che farà traboccare il vaso e l’arresterà una volta per tutte. Certo questo implicherebbe tener giù le mani da risorse artiche, niente estrazione nemmeno per la Norvegia, che tuttavia vive di quello.
La magia nera di cui siamo capaci oggi è la più terrena, meno segreta eppure più potente di sempre. È fatta di oro nero, gas e carbone, ma anche di pescherecci giganti, rotte commerciali, metalli non poi così rari per transizioni energetiche e belliche. Ha l’aspetto del turbo capitalismo ed è fatta da maghi che a volte, suggeriscono gli Epstein Files, si nutrono di bambine come il diavolo. I maghi oscuri litigano fra di loro, vogliono tutti controllare il Polo, ma questa volta la loro magia potrebbe sfuggire di mano. Fintanto che l’AMOC resisterà, la Groenlandia e l’Oceano Polare si scioglieranno, liberando materie prime e rotte navali ma anche innumerevoli metri cubi d’acqua che andranno a ricoprire lontane isole del Pacifico come Tuvalu o le Marshall. E magari qualche virus mai visto, che magari si abbatterà sull’umanità come la Nube purpurea di un altro, omonimo, famoso romanzo nordico. E poi forse fra venti o trent’anni la Corrente collasserà, la Groenlandia e i mari del nord si copriranno di ghiaccio, la Northern Sea Route tornerà a essere una chimera, scandinavi e londinesi emigreranno verso sud, nei pochi chilometri di terra ancora vivibili, non troppo freddi e non troppo caldi.
Ma molti di quei maghi oggi hanno ben più di settant’anni e se nel frattempo non avranno sconfitto anche la Morte, difficilmente vivranno e vedranno coi loro occhi gli esiti della loro magia nera. Come spesso accade, saranno altri a subirli.