Quarant'anni di liberismo selvaggio hanno prodotto dipendenza energetica, deindustrializzazione e welfare smantellato. La crisi climatica ci costringe a governare il mercato per evitare di subirne i mali.
La Repubblica Popolare Cinese ha presentato nelle scorse settimane il 15° Piano Quinquennale, il documento strategico che definisce le priorità economiche e sociali da qui al 2030. È uno strumento introdotto da Mao già negli anni Cinquanta: ogni cinque anni ci si ferma, esperti e politici si chiudono a lungo in un albergo di Pechino, guardano dov’è andato il mondo, dov’è andato il paese, di cosa c’è bisogno, che cosa si vuole. È un modo per governare l’economia anziché esserne governati. Ci si domanda: cosa vogliamo produrre e perché? Chi deve farlo? Che forma deve prendere il nostro futuro? In quale storia vogliamo narrarci? Che tipo di relazioni dobbiamo costruire con gli altri paesi per aderire al meglio a queste priorità?
In realtà lo sguardo della Cina corre molto più lontano. Nel 2012, il neo-presidente Xi Jinping ha avviato il grande piano di «Ringiovanimento della Nazione Cinese», con l’obiettivo di trasformare la Cina in una potenza economica avanzata, con ampia influenza internazionale, leader tecnologico e potenza militare. Il piano si compirà nel 2049, nel centenario della nascita della Repubblica Popolare: per quell’anno la Cina dovrà essere a tutti gli effetti una potenza socialista moderna e sviluppata. Ma c’è già stata una scadenza intermedia, nel 2021 (anche quello un anno simbolico, i cento anni dalla nascita del Partito Comunista Cinese). L’obiettivo allora era diventare una società «moderatamente prospera», e si può dire che sia stato adeguatamente raggiunto. Quindi: un piano su circa quarant’anni, una fase intermedia già superata, e intanto, ogni cinque anni, un nuovo piano quinquennale. Quello appena uscito riguarda gli obiettivi di crescita, la necessità di aumentare i consumi interni portando il Pil delle famiglie dal 40 al 45%, la disoccupazione urbana sotto il 5,5% e la popolazione che vive nelle città dal 65% al 70%. Si punta sull’autosufficienza tecnologica, sullo sviluppo dei semiconduttori e delle AI. Si mette al centro la necessità di ridurre la sovraccapacità industriale e le barriere del mercato interno. Si prova a spostare la crescita dall’export ai consumi interni, così da dipendere meno da investimenti e mercati esteri: essere molto forti sulle proprie gambe per avere la schiena ancora più dritta fuori, in un mondo quanto mai incerto, con l’Occidente all’apice della propria imprevedibilità e il Medio Oriente in fiamme.
Ora, il punto non è cosa ne pensiamo degli obiettivi della Cina. Quello che c’è da guardare con interesse è che questa modalità ha funzionato. Dal 1980 in poi è cresciuta del 10% all’anno per trent’anni, portando fuori dalla povertà un paese enorme e allo stremo. E di nuovo, quando nel 2008 la Repubblica Popolare si è resa conto che l’aria delle proprie città era diventata irrespirabile, si è rimboccata le maniche, ha studiato, ha trovato soluzioni e ha invertito la rotta. Per quanto ancora oggi la qualità dell’aria sia spesso bassa e ci sia da lavorare, nel giro di dieci anni l’inquinamento si è ridotto del 60% e i cinesi si sono potuti togliere le mascherine che li proteggevano dallo smog. Lo stesso hanno fatto con le auto elettriche e con la produzione di energia rinnovabile.
Pianificare è scegliere che tipo di paese si vuole essere e convogliare gli sforzi in una data direzione. Di pianificazione si cominciò a parlare fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, mentre l’industrializzazione portava l’Occidente a un aumento verticale di produzione, necessità di materie prime e forza lavoro, urbanizzazione. Fu l’Unione Sovietica, fra gli anni Venti e Trenta, a introdurre i primi Piani Quinquennali, che stabilivano obiettivi precisi di produzione industriale, agricola e infrastrutturale. Seguirono i paesi dell’Europa Orientale e nel ’49 fu il turno appunto della Cina. In quei casi si trattò di una pianificazione completamente centralizzata, spesso a lungo andare gestita da un vertice del potere sempre più rinchiuso in se stesso, spaventato dai nemici interni ed esterni, poco a contatto con la realtà del mondo e del proprio paese. Ma a ben guardare forme di pianificazione c’erano anche qui in Europa. La nostra stessa Costituzione per essere rispettata ha bisogno di una certa dose di pianificazione economica, perché si fonda sul garantire pari opportunità a tutti i cittadini e dunque sul welfare. Serve pianificazione per garantire istruzione e salute pubblica, per sviluppare infrastrutture, coordinare gli investimenti strategici e ridurre le disuguaglianze sociali e territoriali, per «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale» di un paese, come recita la nostra carta costituzionale.
Ancora oggi Finlandia e Svezia mantengono un’ampia programmazione pubblica e un forte coordinamento fra Stato, imprese e sindacati; in Francia il settore pubblico ha un ruolo importante in aree come energia e trasporti, e lo stesso vale per l’Italia.
Dagli anni Ottanta però l’impennata del libero mercato ha tagliato le gambe al welfare: la privatizzazione e la deregolamentazione hanno progressivamente ridotto il ruolo dello Stato nell’indirizzare lo sviluppo economico. Molti settori strategici sono stati affidati alla logica del mercato, nella convinzione che la concorrenza e l’iniziativa privata fossero sempre più efficienti della programmazione pubblica. Nel lungo periodo questo ha accentuato squilibri territoriali e sociali, indebolito la scuola pubblica, minato l’efficienza del sistema sanitario, ridotto gli strumenti di intervento pubblico e reso più difficile affrontare problemi strutturali come la transizione energetica o le grandi trasformazioni tecnologiche. Ma al di là del welfare, il libero mercato e la mancanza di uno sguardo a lungo raggio hanno prodotto disastri di deindustrializzazione subita e mai governata, basti pensare a Fiat, con il suo cimitero di disoccupazione e impianti dismessi, o al siderurgico di Bagnoli. E una dipendenza energetica quasi totale prima dalle fonti fossili prima russe, poi di Algeria, Azerbaijan, Qatar. A livello europeo l’assenza di un’economia di pianificazione seria ha prodotto accelerazioni e retromarce che hanno confuso e sbatacchiato le aziende per anni. Prima il Green Deal, poi il riarmo, e ancora il divieto di vendita di auto a benzina o diesel entro il 2035, poi le deroghe ai carburanti sintetici e alle ibride. Regole, burocrazia e priorità cambiano in continuazione: difficile tanto per un paese quanto per un’azienda guardare lontano.
“Occorre trovare le modalità giuste per cucire assieme pianificazione e democrazia, ma un paese che non si ferma mai a chiedersi che cosa vuole essere non è poi così democratico”.
In questo senso, la crisi climatica viene paradossalmente in nostro aiuto. Non si affronta una questione così enorme a suon di piccoli incentivi, sussidi e fiducia nel mercato. È una crisi che riguarda ogni aspetto della nostra vita, del lavoro, delle filiere produttive, della geopolitica. Da quello che mettiamo nel piatto si arriva agli allevamenti intensivi in Lombardia o in Sud America, ai lavoratori stagionali malesi o senegalesi dei campi di Gioia Tauro, alla perdita di biodiversità e fino alle navi piene di fertilizzanti ferme nel Golfo di Hormuz proprio in questi giorni. Dalla bolletta del gas all’inquinamento dell’aria ai tubi che trasportano gas dal Nord Africa. Dalle automobili sulle nostre strade a un enorme indotto industriale che ha bisogno di sapere se produrre pezzi per motori a combustione interna, elettrici oppure dedicati alla mobilità collettiva.
La crisi climatica ci dice una cosa semplice: un’economia non pianificata tende a produrre disuguaglianze enormi, sovrapproduzione, rifiuti e dipendenze energetiche i cui costi ricadono sempre sui cittadini. Per molto tempo la politica ha preferito ignorare questi effetti. Oggi però governare una transizione così complessa senza una qualche forma di pianificazione non è più realistico. Occorre trovare le modalità giuste per cucire assieme pianificazione e democrazia, ma un paese che non si ferma mai a chiedersi che cosa vuole essere non è poi così democratico. E nemmeno il neofeudalesimo delle Big Tech, la connessione internet di mezzo mondo gestita da un unico imprenditore, le guerre che arricchiscono industria bellica e fossile e distruggono le finanze dei cittadini hanno a che fare con la democrazia. Né lo è la crisi climatica, o l’inquinamento dovuto all’allevamento intensivo, all’Ilva di Taranto o alle auto a benzina.
Come scrive il presidente del Partito socialista belga, Paul Magnette, nel suo Manifesto Ecosocialista (Treccani, 2024), non si esce da questo disastro se non si inizia a decidere che alcune cose non si possono produrre perché non fanno bene alla società. Lui fa l’esempio dei jet privati: inquinano moltissimo, non hanno alcuna utilità sociale, e dunque la questione non è tanto evitare di usarli quanto evitare di produrli. Crediamo davvero che una scelta come questa mini la libertà delle persone? Non è forse vero che, invece, il jet privato mina la libertà di moltissime persone di respirare aria pulita oggi e di avere un futuro domani? E non vale lo stesso per gli allevamenti intensivi? Vietarli non vuol dire vietare di mangiare carne, in assoluto. Se ne mangerà poca, ogni tanto, come del resto si è sempre fatto. Lasciarli esistere mina, oltre alla libertà e dignità degli animali, anche la nostra libertà di non respirare particolato e ammoniaca, e intanto producono il 14% delle emissioni totali di CO2. Ma chiudere d’improvviso un allevamento intensivo, vietare d’improvviso la produzione di jet privati, trasformare d’improvviso la produzione di auto a motore in produzione di auto elettriche e mobilità condivisa, tutto questo comporterebbe costi economici e sociali immensi. Per questo, se come Italia o Europa ci sedessimo a un tavolo e ci dicessimo che da qui al 2040 vogliamo diminuire le emissioni complessive del 90% (come abbiamo fatto), senza deroghe e sotterfugi (come avremmo dovuto fare), dovremmo poi ogni tanto tornare al tavolo e chiederci come e se, per arrivare fin là, c’è da correggere la rotta, rifunzionalizzare, reindustrializzare, formare.
Il filosofo marxista Kohei Saito, che ancora nel suo libro Il Capitale nell’Antropocene (del 2020), vedeva la pianificazione economica come una soluzione da governo autoritario, recentemente ha espresso il desiderio di lavorare proprio su questo tema, di fronte alla necessità di governare la fine del progresso che produrrà un accentramento sempre maggiore di potere e ricchezze mentre il resto della popolazione sarà al collasso. Per questo, secondo Saito, il socialismo rimane un mezzo di adattamento cruciale. L’Antropocene richiede visioni nuove per «superare la “pseudo-razionalità” del nostro sistema attuale», scardinando valori come la “libertà di mercato” e la “crescita economica eterna”.
Lo storico dell’ambiente Troy Vettese e lo scienziato del clima Drew Pendergrass, autori di Socialismo di Metà-Terra (Mimesis, 2025), vedono, come Saito, l’ecosocialismo come zattera per salvarsi da estinzione, crisi climatica e pandemie. «Non preoccupatevi, lettrici e lettori: siamo, sì, socialisti vegani, ma non siamo fautori dell’anarco-primitivismo» esordiscono nella prefazione dell’edizione italiana, che affronta il nostro caso specifico, perché si pianifica per tutti ma poi ogni territorio ha specificità diversa, da affrontare un maniera situata e consapevole .
«Demolire le autostrade, distruggere le Lamborghini, rimuovere le recinzioni nelle campagne e smantellare gli ingombranti lasciti dell’era dei combustibili fossili sono solo alcuni dei moltissimi compiti necessari per riequilibrare il sistema Terra. […] Ripristinando la natura selvaggia che ci circonda, potremmo forse risvegliare l’animale che è in noi e ricordarci che siamo solo una specie tra tante, in un mondo molto più antico e complesso di quanto la nostra effimera civiltà vorrebbe farci credere». Per far questo «usiamo la pianificazione democratica senza denaro, il veganismo, il rinselvatichimento e un sistema di energia rinnovabile come leve per trasformare il nostro rapporto con il mondo naturale». La pianificazione di Vettese e Pendergrass punta al rewilding e alla disedificazione, per l’Italia immaginano di portare dal 5% al 50% le terre protette dove siano vietate «l’agricoltura, l’estrazione mineraria, la silvicoltura e altre azioni perturbatrici»: appunto, metà-Terra, la percentuale necessaria per garantire la sostenibilità ecologica, partendo dall’idea che un sistema alimentare vegano avrebbe bisogno della metà dei territori a oggi coltivata. E così via. Mostrano come eliminare gli allevamenti migliorerebbe la salute in Nord Italia, fanno i conti sulla quantità di terreno che verrebbe lasciato per dar spazio alla biodiversità ma anche a impianti eolici e fotovoltaici per liberarsi dall’industria fossile e usano il caso della GKN per dimostrare che l’«obiettivo socialista dell’autogestione deə lavoratorə possa essere combinato con le esigenze del presente, in questo caso il cambiamento climatico».
“La necessità di affrontare la crisi climatica è un’occasione per provare qualcosa di meglio, allontanarci dallo scoglio del neoliberismo e vedere che cosa c’è in mare aperto”.
Come racconta l’economista e politologo Gareth Dale in un articolo su Jacobin, Vettese e Pendergrass guardano al filosofo, economista e sociologi austriaco Otto Neurath (1882-1945), tecnocrate socialista utopista che immaginava l’economia nazionale come una fabbrica pianificata democraticamente. Per Neurath il capitalismo è anarchico e irrazionale, incapace di gestire i bisogni umani e il consumo di risorse. Durante la breve esperienza della Repubblica Bavarese dei Consigli (durata dal 7 aprile al 2 maggio del 1919), guidò l’Ufficio Centrale di Pianificazione per socializzare l’economia: salari per casalinghe, consigli operai rafforzati, nazionalizzazione delle banche, confisca di appartamenti di lusso per i senzatetto e creazione di una Guardia Rossa. Nella “Vienna Rossa” degli anni Venti promosse edilizia cooperativa, orti urbani e un Museo Sociale. La Repubblica fu repressa nel sangue dai Freikorps (corpi paramilitari di estrema destra) sguinzagliati dai socialdemocratici di Weimar.
Neurath viene citato anche da Saito in un’intervista uscita lo scorso luglio su Lucy: in questo senso i movimenti della decrescita, di cui si è occupato a lungo negli ultimi anni, hanno molto da imparare dalla tradizione austriaca e sovietica. Per Saito la crisi climatica ci pone di fronte all’urgenza di una mobilitazione complessiva per sopravvivere e trasformare la società, ed è quindi dalla pianificazione economica socialista che bisogna prendere a piene mani per «immaginare un modo in cui garantire la soddisfazione dei bisogni di base di tutti, così come la sicurezza, e portare a una trasformazione rapida verso una società più sostenibile nel mezzo del disastro». Questa, dice Saito, è un’economia di guerra.
L’urgenza e la durezza della crisi climatica ci consentono di immaginare l’inimmaginabile. Socialismo e pianificazione erano diventati impraticabili per l’Occidente dopo gli anni Ottanta, ma ora tornano nel dibattito. Emiliano Brancaccio porta il discorso nel dibattito italiano con Libercomunismo, uscito a febbraio per Feltrinelli, osservando come la concentrazione del capitale e l’autoritarismo crescente in Occidente creino un vuoto, ossia uno spazio di intervento per immaginare alternative possibili. E in questo vuoto c’è spazio per cucire pianificazione e libertà: la pianificazione non come imposizione centralizzata, ma come strumento per mobilitare l’intelligenza collettiva, coordinare le risorse e affrontare la crisi stimolando la partecipazione e la creatività degli individui. Secondo Brancaccio, è possibile sconfiggere il potere dei grandi capitali, redistribuire le risorse e rafforzare la democrazia proprio trasformando la gestione economica in un mezzo di emancipazione anziché di controllo.
Nel frattempo, il Think Thank Ecco ha pubblicato un report dal titolo “Dall’ambivalenza alla strategia: l’interdipendenza clean tech con la Cina”, in cui risponde ai timori rispetto al commercio col gigante cinese mettendo prima di tutto in luce «la decarbonizzazione come leva per arrestare e invertire la deindustrializzazione di lunga data, piuttosto che come nuova fonte di esposizione». Il documento riconosce che questi legami comportano rischi concreti e timori legittimi: la concentrazione della produzione di batterie e componenti critici in Cina può generare vulnerabilità industriali e strategiche, mentre la dipendenza commerciale solleva questioni di sicurezza, autonomia tecnologica e competitività a lungo termine, tanto più in un contesto in cui la concentrazione del potere può rendere più difficili trasparenza, controlli e partecipazione nelle decisioni economiche. In questa situazione, il report invoca una nuova politica industriale, urgente e necessaria: «Per i responsabili politici, la sfida centrale non risiede nel disimpegnarsi dalla Cina – una scelta che sarebbe sia economicamente costosa che strategicamente controproducente – ma nel gestire questa interdipendenza». E per questo serve prima di tutto il completamento del mercato unico europeo e poi, sia a livello europeo che nazionale, una politica industriale e di decarbonizzazione «stabile e pluriennale», con piani a lungo termine per esempio su industria del fotovoltaico o riciclo delle batterie.
La chiave è «stabile e pluriennale». È di questo che abbiamo bisogno, in tutti i campi, dal welfare alla protezione e ripristino della biodiversità, alle politiche industriali e del lavoro. Servono anche pensieri di coraggiosa e lucida follia – ed è il caso di Socialismo di Metà-Terra – per trovare il coraggio ancora più grande di agire nella realtà. Nel dubbio, hanno preparato un videogioco, con cui possiamo tutti allenarci alla pianificazione.
La necessità di affrontare la crisi climatica è un’occasione per provare qualcosa di meglio, allontanarci dallo scoglio del neoliberismo e vedere che cosa c’è in mare aperto.