Il mondo è diviso tra chi inquina e chi paga la maggior parte dei danni dovuti all'inquinamento senza avere le risorse per tutelarsi. Secondo i report che sottolineano le disuguaglianze le tasse ai ricchi ci farebbero uscire da questa spirale, ma oggi, ancora, i paesi a basso reddito sostengono le élite.
Premessa doverosa: la nostra balena questa volta ci dirà qualcosa di spiacevole. Ha in serbo dati antipatici e ce ne scusiamo. Riguardano il tema dell’equità. Immaginate le due facce di una medaglia. Su una c’è scritto che la metà più povera della popolazione mondiale è responsabile solo del 3% delle emissioni di carbonio associate alla proprietà di capitale privato, mentre il 10% più ricco è responsabile del 77% delle emissioni. Sull’altra faccia c’è scritto che il cambiamento climatico colpisce i poveri più duramente; in proporzione, il 50% più povero sopporta circa il 75% delle perdite di reddito globali dovute al clima. Ora unite le due facce e vi apparirà una parola: ingiustizia. Chi contribuisce al 3% del problema paga il 75% dei suoi costi.
Chi dovrebbe rimboccarsi le maniche?
Potremmo già fermarci qui, ma si dà il caso che nelle ultime settimane siano usciti due rapporti, da due fonti molto attendibili e non connesse tra loro, che entrano nel dettaglio di queste due facce della medaglia della vergogna. Entrambi forniscono dati aggiornati e impressionanti. Definiamo bilancio del carbonio la quantità di CO2 che può essere immessa nell’atmosfera senza causare un aumento delle temperature globali a lungo termine oltre 1,5°C, la prima soglia dell’Accordo di Parigi. Possiamo immaginarla come una sorta di grande “pazienza” del sistema Terra. Fin lì possiamo arrivare, grazie all’assorbimento di oceani e foreste, oltre no. Nel senso che se andassimo oltre vivremmo in un mondo diverso.
Secondo le stime, la pazienza sarà esaurita tra circa due anni se le emissioni continueranno ai livelli odierni. Poiché le emissioni sono ai massimi storici e stanno aumentando anziché diminuire (grazie soprattutto a Cina e Stati Uniti), tutto lascia pensare che quei due anni siano una proiezione più che realistica. Lo dicono le leggi della fisica. A ciò si aggiunga che i teorici dei “tipping points” (i processi autoalimentati che accelereranno ulteriormente il processo) ritengono che i feedback positivi alla base del loro innesco scatteranno quando saremo tra 1,7 e 2 gradi di riscaldamento antropico globale.
Tutto ciò è pubblicato ogni settimana sulle maggiori riviste scientifiche internazionali, nella ormai pressoché totale indifferenza delle opinioni pubbliche e dei mass media. L’associazione internazionale Oxfam, nel suo ultimo rapporto sulle diseguaglianze globali, parla di un imminente e irreversibile “collasso climatico” e dunque sarà accusata di inutile catastrofismo. Poniamo allora che l’allarmismo sia ingiustificato e che si possa ancora porre rimedio. Manteniamoci agnostici. A questo punto, indipendentemente dall’essere ottimisti o pessimisti, è interessante domandarsi chi stia contribuendo più di altri al superamento di queste soglie, e chi dunque dovrebbe rimboccarsi le maniche più di altri per smentire una volta per tutte le cassandre apocalittiche. E qui contano i dati, nella loro disarmante nudità. Vediamone alcuni.
Uno su mille ce l’ha fatta, a metterci in questo guaio
Tutti sanno che sono i paesi più ricchi e industrializzati, oltre agli individui più facoltosi su questo pianeta, ad aver contribuito maggiormente al debito ambientale che stiamo trasferendo ai nostri figli. Sì, ma quanto in proporzione? Se calcoliamo le emissioni basate sui consumi, dal 1990 a oggi l’1% più ricco della popolazione mondiale ha bruciato il 15% del nostro bilancio di carbonio. Le emissioni pro capite dello 0,1% più ricco (uno su mille ce la fa) sono aumentate di 92 tonnellate tra il 1990 e il 2023 (+32%), rispetto a un aumento di sole 0,1 tonnellate per la metà più povera dell’umanità. La quota di emissioni dell’1% più ricco durante questo periodo è aumentata del 13%, mentre la quota del 50% più povero è diminuita del 3%. Quindi per ora non è vero che i paesi poveri del Global South saranno quelli che, avendo maggiori margini di crescita economica, emetteranno di più (Cina, India, Brasile e altri colossi sono un caso a parte).
Vediamo qualche altra cifra calcolata da Oxfam. In un decennio, dall’Accordo di Parigi del 2015 a oggi, l’1% più ricco della popolazione mondiale ha bruciato più del doppio del bilancio di carbonio rimanente rispetto alla metà più povera dell’umanità messa insieme. Dal 1990, un membro dell’1% più ricco del mondo – pensate al primo fantamiliardario che vi viene in mente – ha utilizzato oltre 100 volte di più del bilancio di carbonio rispetto a un membro del 50% più povero, e 300 volte di più rispetto a un membro del 10% più povero.
Mettiamola in termini di peso. Una persona dello 0,1% più ricco della popolazione mondiale emette oltre 800 kg di CO2 ogni giorno. Adesso visualizzate quanti sono 800 chilogrammi. Otto quintali, al giorno. Pensateli dentro la vostra casa o nel baule della macchina o sopra la testa dei vostri figli. Immaginate di doverli trascinare ogni mattina, di portarli in discarica. Al contrario, un membro del 50% più povero del mondo emette in media due kg di CO2 al giorno. Due chili. Come un panettone magnum.
Adesso mettiamola sul tempo. Una persona nello 0,1% più ricco emette più emissioni in un giorno di quante ne emetta una persona nel 50% più povero in tutto l’anno. Se tutti emettessero come uno qualsiasi dell’1% più ricco, il budget di carbonio verrebbe esaurito in meno di tre mesi. Per rimanere entro la soglia massima di 1,5° C di riscaldamento globale, il centesimo e il millesimo più ricchi dovrebbero ridurre le proprie emissioni pro capite rispettivamente del 97% e del 99% entro il 2030. Impossibile.
Gli individui ricchi alimentano la crisi climatica attraverso i loro investimenti, oltre che nei consumi quotidiani. Se i 308 maggiori miliardari al mondo fossero un paese, con i loro investimenti si classificherebbero al quindicesimo posto tra i paesi più inquinanti al mondo, appena davanti all’intero Sudafrica. Se invece decidessero di costituirsi in un paese i primi 222 miliardari al mondo, con le loro emissioni totali di investimento nel 2024 (pari a 1,85 miliardi di tonnellate) si classificherebbe al quinto posto tra i paesi più inquinanti al mondo. Le emissioni annuali pro capite derivanti dagli investimenti di un miliardario medio sono pari a 1,9 milioni di tonnellate di CO2, ovvero 346.000 volte superiori a una persona media. Questo perché quasi il 60% dei loro investimenti riguarda settori ad alto impatto climatico, come le società minerarie, petrolifere e del gas. Quanto alle banche, le 60 più grandi al mondo hanno impegnato 7,9 trilioni di dollari in otto anni (dal 2016 al 2023) nell’industria dei combustibili fossili.
Qualche dato ancora da Oxfam sulla qualità del dibattito pubblico. Negli Stati Uniti, le aziende spendono in media 277.000 dollari all’anno in attività di lobbying anti-climatico, con le aziende del petrolio e del gas naturale responsabili della stragrande maggioranza di queste attività. Dentro le Conferenze delle Parti si siedono quelli che non dovrebbero starci: 1.773 lobbisti del carbone, del petrolio e del gas alla COP29. Quelli che invece dovrebbero esserci, cioè i più colpiti dal riscaldamento climatico antropico, stanno fuori: solo 180 degli oltre 50.000 partecipanti alla COP29 erano rappresentanti dei popoli nativi. A Belém, cioè in casa loro, non è andata meglio.
Forse questo è il vero mondo alla rovescia. Il governo boliviano è stato costretto a pagare a una società mineraria 18,7 milioni di dollari di risarcimento per aver revocato le licenze dopo che l’azienda aveva inquinato uno spazio sacro e minacciato la comunità indigena. Le emissioni eccessive dell’1% più ricco stanno anche alimentando la fame e crisi economiche e sociali più ampie. Si stima che le emissioni del famigerato centesimo causeranno danni economici per 44 trilioni di dollari nei paesi a basso e medio reddito entro il 2050.
Sono i paesi poveri a pagare per noi!
Nel suo documento Oxfam, un movimento che lavora e raccoglie dati in più di 70 paesi, conclude sostenendo che possiamo ancora porre rimedio a queste terribili diseguaglianze, purché si prendano in considerazione alcune misure. E qui si apre il libro dei sogni: i governi devono ridurre le emissioni dei super-ricchi, innanzitutto aumentando le tasse su di loro e introducendo imposte progressive sul loro reddito e patrimonio; poi, bisogna aumentare le tasse su prodotti e attività di lusso ad alta intensità di carbonio, come jet privati e superyacht; limitare o vietare le donazioni aziendali e le attività di lobbying da parte delle aziende di combustibili fossili e vietare la loro partecipazione ai negoziati sul clima; arginare il controllo dei media da parte dei ricchi inquinatori, inclusa la regolamentazione delle pubblicità di greenwashing. Alla base, serve un ruolo proattivo dello Stato nel guidare l’economia verso sostenibilità ed equità. Non faremo nulla di tutto ciò.
Nel frattempo è uscito anche il World Inequality Report 2026, curato da Lucas Chancel, Ricardo Gómez-Carrera, Rowaida Moshrif e Thomas Piketty, che contiene un’analisi storica e multidimensionale delle disuguaglianze basata sui dati più recenti raccolti in quattro anni da oltre 200 ricercatori che collaborano al World Inequality Database. Così il quadro si allarga oltre la crisi climatica. La spesa media per l’istruzione pro capite nell’Africa subsahariana è di soli 200 euro, rispetto ai 7.400 in Europa e ai 9.000 in Nord America e Oceania: un divario di oltre 1 a 40, circa tre volte superiore al divario nel PIL pro capite. Lo 0,001% più ricco – meno di 60.000 multimilionari – possiede una ricchezza tre volte superiore a quella dell’intera metà più povera dell’umanità messa insieme. La diseguaglianza è ben distribuita: in quasi tutte le regioni, l’1% più ricco detiene da solo più ricchezza del 90% più povero messo insieme.
Come fanno notare Jayati Ghosh e il Premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz nella Prefazione al World Inequality Report 2026, mediamente nel mondo la progressività fiscale non funziona quando si arriva in cima alla gerarchia: i centomilionari e i miliardari spesso pagano tasse proporzionalmente inferiori rispetto alla maggior parte della popolazione. Il 10% più ricco della popolazione mondiale possiede quasi i tre quarti di tutta la ricchezza, mentre la metà più povera ne detiene appena il 2%. Meno di 60.000 multimilionari ora controllano tre volte più ricchezza di metà dell’umanità messa insieme. Nella maggior parte dei paesi, il 50% più povero raramente possiede più del 5% della ricchezza.
Noi ricchi quanto meno aiutiamo generosamente i poveri affinché se la cavino da soli e non vengano da noi, vero? No, non è vero per niente. E questo dato è il più sorprendente di tutti. Gli scienziati del World Inequality Report spiegano che “il sistema finanziario globale è truccato a favore dei paesi ricchi”. Infatti, a livello globale circa l’1% del PIL fluisce ogni anno dai paesi più poveri a quelli più ricchi (ripetiamolo: dai paesi più poveri a quelli ricchi) attraverso il meccanismo del debito, il rimpatrio degli utili e i flussi finanziari, il che corrisponde a quasi tre volte l’importo degli aiuti allo sviluppo globali. Ma guai a parlare di estinzione del debito verso i paesi del Global South. Detto altrimenti, notano Ghosh e Stiglitz, “le risorse estratte dal lavoro e dalla natura nei paesi a basso reddito continuano a sostenere la prosperità e lo stile di vita insostenibile delle persone nelle economie ad alto reddito e delle élite ricche in tutti i Paesi”. Viviamo ancora in un mondo colonialista.
Tutti questi dati ci dicono che le diseguaglianze non sono il frutto di ineluttabili leggi di natura o di mercato, bensì di scelte precise, di intenzioni, di istituzioni che le perpetuano, di interessi e avidità. Ghosh e Stiglitz ricordano che in passato alcuni paesi sono riusciti a ridurre il divario delle diseguaglianze, grazie a quattro strumenti: tassazione realmente progressiva; forti investimenti sociali; standard di lavoro equi; istituzioni democratiche. Eppure, alle orecchie dei più, queste ormai suonano come soluzioni velleitarie e idealistiche. Ingiustizie e diseguaglianze non sembrano fare più scandalo, e questo è un fallimento etico oltre che un errore strategico, poiché da sempre le diseguaglianze laceranti producono frustrazioni crescenti, conflitti, instabilità, insicurezza per tutti. E allora, secondo i teorici dei “rapporti di forza”, dovremmo solo ringraziare la fortuna sfacciata di essere nati qui, il fattore C che regge le sorti del mondo, e lavarci la coscienza con qualche aiuto paternalista a chi si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Con il piccolo dettaglio, rimarcato sopra, che persino quando li aiutiamo stiamo dando loro un euro con una mano e gliene togliamo tre con l’altra.
All’inizio del 2024, un gruppo di economisti di Sciences Po e della Harvard Kennedy School aveva pubblicato un lavoro su Nature Climate Change (“The potential of wealth taxation to address the triple climate inequality crisis”) nel quale mostrava, dati alla mano, che per raccogliere i soldi necessari a coprire tutte le spese di adattamento alla crisi climatica dei paesi più poveri sarebbe stato sufficiente tassare dello 0,06% i beni di coloro che risiedono nel 10% dei paesi più ricchi. Ripetiamolo: lo 0,06%. Se poi non vogliamo tassare tutti indiscriminatamente nei paesi più ricchi, gli studiosi ci aiutano con un’altra stima: se individuassimo in tutto il mondo le 65.000 persone più ricche e applicassimo ai loro patrimoni una tassazione annua progressiva che va dall’1,5% al 3% massimo, copriremmo tutti i costi necessari a colmare le diseguaglianze di impatto del riscaldamento climatico sulla metà più povera del pianeta. Solo l’1,5%, per soltanto 65.000 persone al mondo. Non si farà mai. Eresia. Tabù del Grande Mito neoliberista.
Nel World Inequality Report 2026 ci sono anche le schede paese per paese. L’Italia non raggiunge certo le percentuali patologiche delle medie globali elencate sopra, ma non è immune alle diseguaglianze, che sono aumentate nell’ultimo decennio. Il 10% più ricco riceve circa il 32% del reddito totale, mentre il 50% circa il 21%. La disuguaglianza nella ricchezza è sostanzialmente più elevata, con il 10% più ricco che detiene il 56% della ricchezza totale e l’1% più ricco oltre il 22%. Il divario di reddito tra il 10% più ricco e il 50% più povero è aumentato tra il 2014 e il 2024. Leggiamo poi che il reddito medio pro capite in Italia è di circa 32.000 euro, ma dalle dichiarazioni dei redditi non si direbbe proprio.
Adesso accendiamo la TV. A reti unificate ci diranno che chi si prende la briga di fare conti del genere è roso dall’invidia sociale. Sono accademici e scienziati che rosicano perché vivono con lo stipendio statale. I ricchi infatti sono tali perché se lo sono meritato. Fare la coda in un sabato natalizio al centro commerciale per riempire il carrello di porcherie plastificate è un diritto umano fondamentale. Imporre minuscole tasse “patrimoniali” (appena usate la parola avete già perso le elezioni) a quello 0,01% che non siamo noi sarebbe una violazione gravissima del libero mercato, un esproprio proletario, una misura di bieco socialismo di Stato. Una volta i liberali erano contro i monopoli, gli oligopoli e le distorsioni del mercato, ma erano secoli fa. Quello 0,1% infatti contribuisce ai consumi, fa girare l’economia e crea la Crescita. Ne parlano tutti, della Crescita, a destra e a sinistra, imprenditori e sindacati. Deve essere proprio vero.