È molto difficile trovare testi scritti degli autori indigeni prima degli anni 90, ma con la Costituzione del 1988 e il riconoscimento dell'identità e delle lingue originarie hanno iniziato a comparire le pubblicazioni che oggi sono centinaia.
È appena uscito in Brasile l’ultimo volume della trilogia Il luogo più oscuro di Milton Hatoum, tra i più noti scrittori brasiliani di origine amazzonica. Ancora inedito in Italia, Dança de engano (Companhia das Letras, 2025) completa l’opera dopo A noite da espera (2017) e Pontos de fuga (2019), pubblicati dalla stessa editrice. La trilogia racconta la formazione di Martim, un giovane in fuga da un padre autoritario e dai segreti di una famiglia in frantumi. Sullo sfondo di un Brasile soffocato dalla dittatura militare, tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta, Martim si muove tra Brasilia, San Paolo e Parigi, cercando riparo nell’arte, nelle amicizie e nei legami affettivi. È il ritratto di una generazione costretta a crescere sotto la repressione, mentre il potere politico invade e devasta le vite private. Un lungo viaggio nell’esilio che si chiude con un ritorno in Amazzonia come luogo d’origine e della memoria.
Se dovessimo indicare un ambasciatore della parola amazzonica scritta, il nome di Milton Hatoum sarebbe inevitabile. Non perché la regione non abbia generato una tradizione letteraria ricca e plurale, ma perché Hatoum ha compiuto un’operazione diversa: ha sottratto l’Amazzonia all’esotismo avventuroso per consegnarla alla letteratura urbana e psicologica. Hatoum non scrive della foresta, ma di una città, Manaus, che della foresta porta l’umidità nei muri e l’urgenza di vivere.
Ricordo di aver letto Dois irmãos (Companhia das Letras, 2000; in italiano “Due fratelli, Tropea 2005), uno dei suoi romanzi più acclamati, durante una lunga sosta nella metropoli amazzonica. Pernottavo in un albergo del centro, a due passi dal mercato del pesce e dalla parrocchia Nossa Senhora dos Remedios, che affaccia sull’omonima piazza, a lato dell’abitazione dei fratelli protagonisti del libro. Immaginavo di vederli alla finestra mentre sedevo sui gradini della chiesa, e mi sembrava di vivere in una performance teatrale, affascinata dalla decadenza dello scenario.
Inzaccherato e sconnesso, il centro città era – e ancora oggi è – un labirinto di vicoli e mercati, adiacente a un porto brulicante di operosità, grida e commerci improvvisati, affollato di venditori-di-tutto sulla soglia della povertà che guadagnano l’equivalente di un dollaro al giorno. La rivalità biblica tra i gemelli Yaqub e Omar, calata nel fango e nel calore di Manaus, rispecchiava il mio personale labirinto emotivo dell’epoca, mentre due fratelli che conoscevo si dilaniavano e io cercavo, tra le pagine del romanzo, consigli e un lieto fine. Che nella vita reale non c’è stato.
Non ricordo come quel romanzo arrivò nelle mie mani, perché trovare libri a Manaus, in un tempo in cui non esistevano gli ebook né la vendita online, non era facile. La metropoli era isolata via terra – l’unica strada che la collega al resto del paese ancora oggi è quasi impraticabile – e i libri arrivavano quasi esclusivamente via nave o aerea. Il trasporto incideva pesantemente sul prezzo finale e un volume a Manaus poteva costare anche il 30% in più rispetto a Rio de Janeiro o San Paolo. Le novità letterarie arrivavano con settimane, a volte mesi di ritardo. Anche i classici erano introvabili, per non parlare di libri naturalistici o delle guide di campo su piante e animali.
A Manaus si viveva in un tempo letterario rallentato. Entrare nelle poche librerie esistenti era per lo più deprimente: la speranza adolescenziale con cui ogni volta affrontavo una livraria svaporava tra gli scaffali ricolmi di prodotti di cartoleria, quaderni, risme di carta, raccoglitori per ufficio, penne e colori inframmezzati da qualche sparuto testo universitario, bibbie e vangeli.
Frequentavo la città per ricerca: era la mia base tra una spedizione scientifica e l’altra e avevo costante bisogno di testi che descrivessero la regione, e di mappe geografiche. Per i primi mi toccava spendere intere – e piacevoli – giornate nella storica Biblioteca Pública do Amazonas, tra riviste antiche e un ricco catalogo naturalistico. Per le seconde cercavo invano, anche nei negozi di materiale nautico perché mi interessavano soprattutto quelle fluviali – mi illudevo che la cartografia mi avrebbe aiutata a orientarmi in quel labirinto. Negli anni imparai che l’unico venditore di mappe utili si aggirava per la città spingendo un carretto a due ruote. Vendeva caramelle, sigarette e cartine geografiche del Sud America e della regione amazzonica. Ancora oggi, ogni giovedì pomeriggio lo trovate davanti al Teatro Amazonas.
Da fuori sembrava un chiosco ordinario, chiuso da pareti in vetro e ferro battuto verde scuro, ma dentro era il paese delle meraviglie. In uno spazio di quindici metri quadri erano disposti, lungo i quattro lati, centinaia di testi.
La disponibilità di testi letterari iniziò ad aumentare verso la fine degli anni Duemila, grazie a un’edicola molto speciale. Da fuori sembrava un chiosco ordinario, chiuso da pareti in vetro e ferro battuto verde scuro, ma dentro era il paese delle meraviglie. In uno spazio di quindici metri quadri erano disposti, lungo i quattro lati, centinaia di testi. Al banco un omino gentile e loquace, che ha fatto la storia della città e l’allegria dei suoi lettori.
Joaquim Rodrigues de Melo era arrivato a Manaus da bambino, da Tefé, città minore che suo padre si era lasciato alle spalle per seguire la corrente del Rio delle Amazzoni e un’offerta di lavoro nel nuovo aeroporto della capitale. Da adolescente lesse – anzi divorò – Imperador do Acre, un romanzo dello scrittore manauara Márcio Souza. Era la prima volta che leggeva un autore regionale, e si chiese: “Dov’è la letteratura amazzonica?”.
Per rispondersi, dopo una laurea in Economia e una specializzazione in Storia e Storiografia dell’Amazzonia, Joaquim iniziò a cercare e raccogliere con certosina diligenza quanto era stato pubblicato sulla regione. Quando si presentò l’occasione di rilevare la Banca do Largo (Edicola della Piazza), da tempo sulla via del fallimento, pensò che era arrivato il momento. Aggiunse sotto l’antica insegna la scritta Livraria especializada em Amazônia – Amazon Bookstore e trasformò l’edicola di fronte al Teatro Amazonas nella libreria più famosa e fornita della regione.
Venuto a mancare nel 2023, a soli 64 anni, nel corso della sua vita Joaquim Melo ha curato una collezione di oltre tremila libri di autori regionali, nazionali e internazionali, incentrati sulla regione amazzonica, la sua fauna e la sua flora, di genere scientifico e letterario, di narrativa, drammaturgia e poesia. Non è poca cosa se si considera che la collezione totale circolante nelle librerie di tutto il mondo è stimata tra i quattro e i seimila volumi – produzione accademica esclusa. I grandi nomi della letteratura amazzonica sono passati dalla sua edicola per presentare le loro opere, compreso Milton Hatoum.
Con i libri, Melo riteneva di poter contribuire a diffondere idee utili per il futuro dell’umanità e visioni alternative al modello di sviluppo dominante. Era di un entusiasmo contagioso. Era impossibile uscire dalla sua edicola senza una gran voglia di cambiare il mondo. “Faccio solo la mia parte”, ripeteva. “Il segreto è lasciar parlare i libri”. E infatti, già al nostro primo incontro mi illuminò d’immenso presentandomi un libretto che avrebbe fatto la differenza, almeno nel mio piccolo.
Lavoravo da qualche anno lungo un affluente del Rio Negro di cui si avevano pochissime o nulle informazioni d’alcun tipo: botanico, zoologico, antropologico. Quello che potevo sapere mi arrivava dalla voce diretta dei suoi abitanti, in parte caboclos (meticci arrivati da poco più di un secolo) e in parte indigeni sospinti verso nord dalla spinta invasiva dei meticci. Le ferite degli scontri per il dominio del fiume e delle sue risorse naturali (prevalentemente noci e caucciù) erano ancora aperte, e tra gli abitanti dei villaggi caboclos a sud e delle comunità indigene a nord non correva buon sangue. Quando ne parlai a Joaquim mi sorprese con un volumetto minuto: Jauapery, originariamente pubblicato nel 1926, presto esaurito e solo ora ristampato dall’Università Federale di Amazonas.
L’autore Alípio Bandeira (1873-1936), militare e indigenista brasiliano, vi raccontava la sua esperienza lungo quel fiume e la dura realtà del contatto con i Jauaperis, gli abitanti originari della regione. Vissuti in relativa tranquillità fino a metà del XIX secolo, gli indigeni divennero vittime di ripetuti atti di violenza, atrocità e massacri da parte di “rappresentanti della società nazionale circostante”. Resistendo strenuamente “si guadagnarono il nome di feroci e persino cannibali, essendo per i loro persecutori prova di ferocia il fatto che si difendessero con ardore e coraggio, e di cannibalismo il fatto che in passato avessero ricavato strumenti musicali dalle tibie dei nemici vinti”.
Portai il libretto nel villaggio caboclo più a nord, quello al confine con il territorio indigeno. Passò di mano in mano: uno dei leader lo passò a un giovane, che lo passò a un altro e iniziò a saltare di villaggio in villaggio. Ha seminato conoscenza e prodotto germogli di pacificazione, insieme alla consapevolezza che la storia degli scontri sul fiume non è esattamente quella che veniva raccontata a parole.
Le violenze si perpetuarono anche nei decenni successivi alla morte di Bandeira e si intensificarono nell’epoca della dittatura militare (1964-1985), coinvolgendo direttamente i padri e i nonni dei caboclos con cui lavoravo. Gli indigeni erano stati costretti a ritirarsi sempre più a nord, lontano dalla foce e verso l’entroterra, ma il libretto provava senza ombra di dubbio che l’intero fiume era stato loro territorio. Nella quarta di copertina della ristampa del 2009 il professor Renan Freitas Pinto scrive che l’autore offre in questo testo “informazioni rigorose […] con l’obiettivo principale di chiarire categoricamente chi siano i veri responsabili delle tensioni e dei conflitti che hanno segnato il contatto, in modo da restituire agli indigeni la possibilità di essere compresi”.
Portai il libretto nel villaggio caboclo più a nord, quello al confine con il territorio indigeno. Passò di mano in mano: uno dei leader lo passò a un giovane, che lo passò a un altro, che lo prestò alla cugina in un villaggio più a sud, da dove iniziò a saltare di villaggio in villaggio. Jauapery ha circolato liberamente per anni e non ho la più pallida idea di dove sia oggi.
Quello che so è che ha seminato conoscenza e prodotto germogli di pacificazione, insieme alla consapevolezza che la storia degli scontri sul fiume non è esattamente quella che veniva raccontata a parole, che “come spesso accade, la leggenda prevale sulla realtà dei fatti” e che gli indigeni rivendicano quel territorio con ragione. Ne parliamo spesso nei villaggi e ci piace credere che, almeno in parte, Jauapery abbia contribuito nel 2018 alla creazione dell’omonimo parco nazionale, per il quale caboclos e indigeni hanno lottato (anche se con eserciti separati) per più di quindici anni.
Il testo di Alípio Bandeira, curiosamente catalogato come poema alla sua prima edizione, si colloca nel filone della letteratura documentaria e della testimonianza, forse il più corposo per l’Amazzonia. A partire dai primi esploratori, seguiti da naturalisti, missionari, antropologi, storici, ricercatori e giornalisti hanno raccontato in vario modo la regione e prodotto una letteratura in cui resoconto oggettivo e cronaca di viaggio spesso si fondono, nel tentativo di mappare un territorio percepito come ignoto. Infatti, come Bandeira, gli autori sono quasi sempre non-amazzonici.
In tempi più recenti, la testimonianza si è spesso associata a un atto di denuncia politica contro i crimini ambientali e lo sfruttamento sistematico delle risorse. Nel solco contemporaneo del filone documentaristico si inserisce il reportage narrativo d’inchiesta, a cui appartiene il recente How to Save the Amazon: a journalist’s fatal quest for answers (Chelsea Green, 2023). Il giornalista britannico Dom Phillips intendeva rispondere alla domanda attraverso ricerche e interviste viaggiando con l’indigenista brasiliano Bruno Pereira in una regione di forti conflitti e deforestazione, dove l’allevamento, gli incendi, la pesca illegale, l’attività mineraria, il traffico di droga e l’urbanizzazione degradano l’ecosistema e colpiscono le popolazioni indigene e tradizionali.
Con l’intento di conoscere le strategie che i popoli della foresta utilizzano per proteggere il loro territorio, come l’agroforestazione, il turismo e la bioeconomia, il giornalista intervistava politici, agricoltori e attivisti indigeni. Il 5 giugno del 2022, durante una spedizione in barca nella terra indigena Vale do Javari, Dom e Bruno furono brutalmente assassinati. Anni dopo, un team di scrittori, giornalisti e attivisti è riuscito a completare il lavoro di Phillips, ognuno affrontando un capitolo incompiuto e la sfida di interpretare i suoi appunti di campo.
Solo dopo la Costituzione del 1988, con il riconoscimento dell’identità e delle lingue originarie, iniziano a comparire con maggiore continuità pubblicazioni di autori indigeni.
Prima degli anni Novanta era molto difficile trovare testi scritti da autori indigeni in Amazzonia. Nonostante la presenza dei popoli originari sia documentata già a partire dai diari degli esploratori europei del Cinquecento, per secoli l’indigeno amazzonico è stato raccontato da non indigeni. La sua figura filtrata dallo sguardo dei colonizzatori, idealizzata dalla letteratura romantica, analizzata nei suoi riti e saperi dalla tradizione indigenista.
L’atto di nascita della letteratura indigena nell’Amazzonia brasiliana è Antes o mundo não existia, del 1980. Firmato da Umúsin Panlõn Kumu e Tolaman Kenhíri, padre e figlio dell’etnia Desana, il testo rompe il silenzio secolare e mette per iscritto la mitologia e la cosmogonia di un popolo del Rio Negro.
Si tratta tuttavia di un episodio isolato, che anticipa di alcuni anni un processo più ampio. Solo dopo la Costituzione del 1988, con il riconoscimento dell’identità e delle lingue originarie, iniziano a comparire con maggiore continuità pubblicazioni di autori indigeni. Emergono allora i nomi di pionieri come Daniel Munduruku e Ely Macuxi, seguiti da Márcia Kambeba, Cristino Wapixana e molti altri. In Sou Macuxi e outras histórias (Caos e Letras, 2019) Trudruá Dorrico esprime un sentimento comune a molti di loro:
“Nonostante i territori indigeni siano stati presi con la forza, non sono stati dimenticati dai nostri popoli.
Se possono essere coltivati, è perché sono stati concimati con il sangue indigeno.
Per sempre lo ricorderemo.
I massacri degli sciamani, dei capi, dei leader, dei guerrieri, delle donne, dei bambini fanno scorrere il sangue dei popoli originari sulla Madre Terra,
ma non moriamo mai: da lei nasciamo ancora
come fiore
frutto
peperoncino
giaguaro
serpente
o di nuovo sotto forma di uomo o donna indigeni.
Lettere, diari, rapporti, leggi e libri raccontano questa storia.
Nelle linee invisibili,
nell’ombra dei fogli,
nel silenzio dei paragrafi”.
La letteratura indigena sta vivendo il momento più produttivo della sua storia. Solo in Brasile oggi si contano quasi un centinaio di scrittori indigeni, di quaranta etnie diverse e più di duecento opere catalogate nella bibliografia disponibile sulla piattaforma Wikibooks, curata da Daniel Munduruku, fin dal 1990 prolifico e premiato autore di testi di letteratura per l’infanzia.
Da quando nel 2008 una legge federale ha reso obbligatorio l’insegnamento delle culture indigene e afrobrasiliane nei programmi scolastici, gli editori hanno iniziato a cercare sempre più opere prodotte da rappresentanti di queste popolazioni. Romanzi, poesie, letteratura per ragazzi, mitologia, saggi e opere difficilmente classificabili offrono una visione unica sul mondo amazzonico e un altro paradigma, in cui natura e cultura non sono dissociate. La foresta è sempre presente, anche quando la narrativa è urbana, perché l’indigeno “è” la foresta. La relazione con la natura influenza anche la costruzione dei personaggi, e gli esseri incantati che la abitano non sono descritti come folcloristici. Spazio, tempo e drammaturgia non sono necessariamente lineari.
Le opere possono mescolare generi, contenere ibridismi linguistici e transitare tra la scrittura e altre forme di espressione, come la musica. Molti testi hanno una struttura narrativa che richiama l’oralità, con ripetizioni, ritmo, musicalità e espressioni in lingue indigene. Nell’opera letteraria di alcuni gruppi etnici, come gli Huni Kuĩ, gli Xacriabá e i Maxakali, il testo appartiene alla collettività e non a un individuo: l’autore è la comunità. Con Umbigo do mundo (Dantes, 2023) una famiglia dell’etnia Baniwa si è riappropriata totalmente della propria narrazione, curando scrittura, contenuti scientifici e immagini del testo.
Come afferma la scrittrice Márcia Kambeba, “gli indigeni hanno sempre prodotto letteratura: non l’hanno fissata su carta ma nella loro memoria”. Oggi, per i popoli di una foresta a rischio di estinzione, comunicare la propria cultura è una questione di sopravvivenza. La scrittura è diventata strumento di resistenza sociale, culturale e politica, un mezzo di affermazione dell’identità e una strategia di difesa dei propri territori.
Il primo indigeno a occupare una poltrona nell’Accademia Brasiliana delle Lettere è Ailton Krenak, eletto membro immortale nel 2023. Originario della foresta Atlantica – bioma di cui sopravvive appena il 30% e per questo definito “residuo forestale” – il popolo Krenak ha subito conseguenze devastanti anche per il crollo dello sbarramento di Mariana nel 2015, quando il cedimento del bacino di decantazione di una miniera di ferro ha ucciso diciannove persone, seppellito con fango tossico il territorio e inquinato i fiumi.
L’opera letteraria del leader e pensatore indigeno occupa una posizione singolare nel panorama contemporaneo: non è narrativa in senso stretto, ma una forma ibrida di saggistica orale trascritta, in cui pensiero filosofico, cosmologia indigena, critica politica ed ecologia si fondono. I suoi libri nascono quasi sempre da conferenze, lezioni, interventi pubblici; la scrittura conserva volutamente il ritmo della parola pronunciata. Idee per rimandare la fine del mondo (Aboca, 2020) è il libro che lo ha reso noto a livello internazionale. Un testo incisivo, che smonta la retorica della specie umana come soggetto eccezionale e denuncia la distruzione del pianeta come conseguenza di una separazione – speculativa e concreta – tra esseri umani e natura.
Il primo indigeno a occupare una poltrona nell’Accademia Brasiliana delle Lettere è Ailton Krenak, eletto membro immortale nel 2023. Originario della foresta Atlantica – bioma di cui sopravvive appena il 30% e per questo definito “residuo forestale”.
Anche grazie allo sforzo di piccole case editrici come Valer, le librerie di Manaus sono finalmente ben nutrite. Nella Banca do Largo Helena, la figlia trentacinquenne di Joaquim Melo, continua insieme ai due fratelli lo straordinario lavoro del padre.
Ha lo stesso sorriso contagioso mentre mi segnala Sol abrasador prepara solo fértil (Orlando, 2025), l’ultima uscita della giovane e premiata scrittrice manauara Myriam Scotti. Nella raccolta di racconti l’autrice descrive diversi personaggi locali – raccoglitori di gomma, abitanti delle periferie e delle favelas della capitale, figure femminili connesse alla foresta – e le contraddizioni di una regione ricca di cultura e natura, ma anche segnata da sfruttamento e disuguaglianza. Con una prosa tra il poetico e il crudo, la narrazione si frammenta in istantanee spietate, riflettendo un’Amazzonia dove tutto è precario e dove si vive in bilico tra la forza e la durezza del territorio.
Ho provato anch’io a contribuire a questo racconto collettivo. Joaquim mi ammoniva, garbato, da dietro il bancone della sua edicola delle meraviglie: “Non permetterti di dimenticare. E non lasciare che il tuo silenzio sia scambiato per assenza di storie.” Non lo avrei fatto. Per infelice coincidenza, quando un infarto lo rubò al mondo, il primo gennaio del 2023, avevo appena iniziato a scrivere il mio primo libro.
Appartengo alla schiera di Alípio Bandeira, di quei tanti arrivati da fuori che hanno finito per restare, scoprendo che la cartografia non serve a trovare una via d’uscita. Il mio ventennale naufragio tra l’Amazzonia forestale e preziosa in cui vivo, quella che soccombe sotto la mano dell’uomo e quella urbana e contraddittoria, l’ho raccontato in Amazzonia. Una vita nel cuore della foresta (Laterza, 2023).
Non esiste un’unica Amazzonia, né un solo modo di raccontarla. La sua letteratura è un territorio plurale, attraversato da voci che hanno linguaggi e arrivano da luoghi e storie diverse: dalla città di Hatoum alla parola collettiva dei popoli indigeni, dalla denuncia di Dom Phillips alla memoria custodita nei libri passati di mano in mano.
In questo mosaico, scrivere non è mai un gesto neutro: è un atto di presenza. Credo che il futuro della letteratura amazzonica sia intrinsecamente legato alla sopravvivenza della foresta stessa, e viceversa, questa foresta avrà un futuro solo se continueremo a parlarne. Finché le daremo parole vive – urbane, indigene, scientifiche, intime – la foresta non sarà solo ciò che stiamo perdendo, ma ciò che stiamo ancora provando a comprendere e a difendere.
La foto è di Alberto César Araújo/Amazônia Real.