Una balena mi disse
Telmo Pievani
La lezione australiana (fino a prova contraria)

Lucy Mondi Una Balena Mi Disse La Newsletter Di Telmo Pievani

Se oggi a vincere le elezioni e governare sono quelli che dicono che una teiera cinese orbita attorno a Saturno, e ne sono convinti fuor di dubbio, forse dobbiamo rinfrescarci la memoria e riprendere la storia degli incendi in Australia, manipolata dai negazionisti fino a che le scottature non sono state devastanti.

Quando la notte si fa buia, e adesso la notte pare proprio sprofondata dentro un abisso di stupidità e guerre insensate, abbiamo forse il dovere civile di raccontarci storie vere che accendano almeno una flebile luce, là in fondo. In un ricorso storico a metà tra la farsa e la tragedia, abbiamo visto di nuovo un Presidente degli Stati Uniti d’America spacciare davanti al suo microfono planetario affermazioni ardite, suggeritegli dal suo Ministro della Salute negazionista, circa il presunto ruolo del paracetamolo assunto durante la gravidanza come causa diretta dell’aumento dei casi diagnosticati di autismo. Dopo l’idrossiclorochina contro gli effetti del Covid-19 (era il maggio 2020 e nel 2024 lo hanno rivotato), una nuova cortina fumogena si spande da quelle labbra e sbaglieremmo a sottovalutarla, considerato che la febbre alta e l’ansia provocate in milioni di donne avranno effetti collaterali certamente peggiori di quelli del paracetamolo.

Poche ore dopo, il 22 settembre 2025, dinanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite rea di non far funzionare correttamente scale mobili e gobbi elettronici, lo stesso soggetto avvezzo alla menzogna ha ripetuto che il riscaldamento climatico antropico è una grande truffa. Già, lui in materia è ferrato. Che liberazione, che sfogo, che soddisfazione rimuovere la verità scomoda. Ha detto ciò che molti capi di Stato populisti lì presenti pensano, ma non osano dire con tanta sfacciataggine, preferendo locuzioni ambigue come “transizione non ideologica” o “neutralità tecnologica”. Può essere allora interessante, come contraltare, ripercorrere la parabola di un paese lontano e australe che recentemente ha pagato con il sangue e con le ustioni gli effetti dei cambiamenti climatici e si è risollevato smettendola (per ora) di cercare scorciatoie consolatorie e autoinganni.

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Donald Trump all’assemblea dell’Onu di martedì 23 settembre al suo primo intervento dopo la rielezione.

I primi esseri umani a metter piede in Australia furono gli antenati degli aborigeni, forse già 65mila anni fa. Che siano passati da Timor o dalla Nuova Guinea, attraversarono coraggiosamente un mare che non aveva terre visibili all’orizzonte. Prima forse per sbaglio, poi per intenzione, sfidarono l’ignoto, furono capaci di prefigurarsi e di raccontarsi un mondo nuovo. Avevano immaginazione e un’intelligenza narrativa. Approdati nel continente, plasmarono i paesaggi utilizzando gli incendi controllati. Cacciarono fino all’estinzione i grandi mammiferi marsupiali e i giganteschi uccelli inetti al volo. Quelle bestie isolate da milioni di anni non avevano mai incontrato un predatore così ben organizzato in gruppi.

L’Australia, dunque, non è terra vergine da molto tempo e la sua struggente, aspra bellezza è dovuta anche alle tracce silenziose di questa antica compenetrazione con gli umani. Gli aborigeni si sono co-evoluti con la loro terra, plasmandola e lasciandosi plasmare da essa. Pensano che uno spirito creatore, con i suoi canti, faccia esistere le piante, gli animali, le rocce, i segni del paesaggio, le vie da camminare. Come se una mappa verbale tenesse insieme l’universo, unendo il deserto al cielo entro lo stesso tessuto narrativo. Poi all’improvviso venne una stirpe di colonizzatori occidentali di ben altra risma, abituati alla brutalità e all’inganno, con le loro armi, le croci, le malattie, le specie invasive di piante e animali. I loro discendenti, non più tardi di sessant’anni fa, consideravano ancora gli aborigeni come esseri non pienamente umani.

Poi la natura, che alla presenza umana è del tutto indifferente, si è ripresa la scena. Non è mai esistito un momento migliore di questo per essere un incendio, e allora eccolo servito. Nelle regioni più urbanizzate e al contempo più ricche di vegetazione, soprattutto nel sudest, che ancora resistevano all’aridità dominante nel resto del paese, nell’estate australe tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 si scatenarono incendi boschivi catastrofici mai registrati prima a memoria di Homo sapiens. Il trauma della pandemia da Covid-19, subentrata poco dopo, ha come sradicato retroattivamente dalla nostra memoria collettiva ciò che stava accadendo nei mesi precedenti e oggi quasi non ce ne ricordiamo più.

Mentre in Nuovo Galles del Sud e in Victoria le fiamme infuriavano con estensioni e intensità spaventose, l’Australia si inabissava in un periodo di accentuato negazionismo climatico. Sui giornali gli opinionisti si rincorrevano nel minimizzare l’eccezionalità di quanto stava accadendo, affermando che simili eventi c’erano sempre stati in una terra quasi del tutto desertica e semidesertica come la loro (in effetti, diverse piante presentano adattamenti al fuoco e in alcuni casi ne dipendono), dimenticando però che è proprio nei paesi già al limite delle condizioni meteorologiche sopportabili dall’umanità che anche piccole variazioni nelle medie climatiche stagionali possono diventare sconvolgenti. I partiti conservatori e populisti, le fasce più anziane della popolazione, gli abitanti delle aree rurali capeggiavano l’ondata di scetticismo. Le redazioni australiane di Sky e Fox News, di proprietà di Rupert Murdoch, diffondevano fake news e falsi argomenti a mani basse. Bot ben addestrati inventavano hashtag bugiardi e consolatori, di travolgente successo.

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Un canguro femmina con il cucciolo nel marsupio in fuga dagli incendi australiani.

Le lobby petrolifere stavano facendo benissimo il loro mestiere, orchestrando un’efficace campagna di distrazione di massa. Intanto paradossalmente e ironicamente il fumo avvolgeva proprio le aree rurali, bacino di consenso dei negazionisti e degli isolazionisti. L’Australia è un grande esportatore di carbone e gas, e la retorica del benessere e dello stile di vita libero basato sull’industria dei combustibili fossili a (presunto) basso costo non era meno radicata che negli Stati Uniti. Che le Cassandre ambientaliste di città non ci tolgano il sacro diritto al SUV, al pick-up, al centro commerciale, ai voli interni e all’aria condizionata quando ci pare. Dicono. E poi, senza le entrate delle esportazioni il sistema crollerebbe. Si fermerebbe la Crescita. Dicono. C’è troppa richiesta di energia, le rinnovabili non bastano. Dicono. Nel frattempo, 500 milioni di animali venivano arsi vivi, 34 persone erano vittime dirette dei roghi, molte di più quelle indirette.

Se poi le cose si metteranno davvero male con questo maledetto riscaldamento climatico, ne usciremo con qualche diavoleria tecnologica dell’ultimo momento, state tranquilli, non certo con soffocanti regolamentazioni stataliste. Il messaggio, assordante, moltiplicato dai social e dalle piattaforme, era questo. Un’agenzia pubblicitaria nordamericana ben pagata (la stessa che aveva lavorato per l’industria del tabacco, ottimo curriculum) inventò persino la campagna propagandistica surreale del “carbone pulito”, sostenendo che quello australiano era più efficiente e meno inquinante. Un po’ come dire che moriremo annegati in tre metri di acqua, anziché in trecento, ed esserne contenti. In contemporanea, il 2019 era stato l’anno più caldo mai registrato in Australia da quando si fanno le misurazioni (+ 1,53 gradi rispetto all’era preindustriale) e il più secco dal 1900 (40% di precipitazioni in meno rispetto alla media di lungo periodo). Il 2023 poi, da quelle parti, andrà anche peggio.

Una percentuale maggioritaria di australiani a quel tempo si era fatta convincere dall’altro inganno ormai classico in materia di incendi. La “causa” non è stata il riscaldamento climatico antropico – dicono – ma un piromane, un falò andato fuori controllo, un innesco involontario, una cicca di sigaretta mal spenta, un barbecue sfavillante, i fili della luce, i fulmini, il vento, l’autocombustione. Tutte potenziali cause di innesco (cause prossime) che nulla tolgono all’importanza delle cause remote (il riscaldamento globale) che aumentano la frequenza, l’intensità e la velocità di propagazione di incendi devastanti. Secondo il team di ricerca della scienziata del clima Friederike Otto, che nel 2023 ha efficacemente raccontato il caso australiano in Ingiustizia climatica (Einaudi, 2025), il riscaldamento globale di origine antropica ha reso gli incendi catastrofici come quelli australiani più probabili del 30%. La “scienza dell’attribuzione” delle cause degli eventi atmosferici estremi è ancora oggi una disciplina ampiamente negletta e incompresa dall’opinione pubblica e dai decisori politici. Piove meno e piove male, le estati australi sono sempre più lunghe, c’è più materiale secco da bruciare, tirano venti sempre più caldi, molte aree sono più aride: insomma, è il momento perfetto per essere un incendio.

Poi ci sono anche le cause ricorsive, perché gli incendi australiani hanno immesso in atmosfera enormi quantità di gas serra imprigionati in quei 12 milioni di ettari di foresta andati in fumo (un terzo dell’estensione dell’Italia), che per retroazione rinforzano il riscaldamento globale che favorisce gli incendi stessi. A dispetto di tutto ciò, mentre i roghi infuriavano, il vicepremier australiano definì gli ambientalisti “una manciata di perbenisti green delle metropoli”. Aggiunse che era “vergognoso e disgustoso” attribuire gli incendi e le loro vittime al riscaldamento climatico. A proposito di toni moderati e clima di odio (sempre degli altri).

Il gioco pericoloso di trasformare le evidenze scientifiche in materia di contenziosi politici sta dilagando sempre di più, con modalità sfacciate e arroganti. Al sottoscritto è capitato recentemente di tenere una normalissima conferenza divulgativa per studenti in un festival scientifico – dedicata all’evoluzione del genere Homo, alle migrazioni umane, alla comparsa di Homo sapiens in Africa, alle ibridazioni tra diverse specie umane, alla loro successiva estinzione e alle migrazioni umane recenti, il tutto sulla base di ricerche scientifiche corroborate oltre ogni ragionevole dubbio – e di suscitare le vibranti proteste di un gruppuscolo di giovani dell’estrema destra governativa, perché, dicono, così si piega la scienza a propaganda politica a favore del multiculturalismo e dell’agenda della sinistra, senza un vero contraddittorio. Mai successo in trent’anni di comunicazione della scienza di assistere a un tale delirio. Sarà il caso che questi analfabeti funzionali tornino a scuola e qualcuno pazientemente insegni loro la differenza tra i dati di fatto oggettivi in continuo aggiornamento e le interpretazioni opinabili.

Quanto al “contraddittorio”, è un nobile esercizio oggi completamente stravolto dall’abitudine, molto social, di fare affermazioni sensazionali, infondate e talora offensive, per poi chiedere agli altri di dimostrare che sono false. Prove me wrong! Ma certo, in tanti ci cascano e si mettono a confutare: peccato che nella logica argomentativa razionale è chi fa l’affermazione ad avere l’onere della prova, non il contrario. E più l’affermazione è straordinaria, più dovranno essere robuste quelle prove. Come insegna Bertrand Russell, se uno salta su dicendo che esiste una teiera cinese che orbita attorno a Saturno e vi chiede di confutarlo, siete legittimati a non dargli retta. Una pacca sulla spalla, come si faceva in osteria. Adesso invece vince le elezioni, governa e manda in giro giovani ideologizzati a fare cagnara.

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Russel’s teapot. The teapot itself is decorated with a painting of a razor an allusion to Occam’s Razor. Also floating in space is an Invisible Unicorn and a Flying Spaghetti Monster (Alex Zak – Own work, CC BY-SA 4.0)

Quando si nega la realtà, questa presenta il conto. E più si persevera nella negazione, più il conto sarà salato. Gli australiani lo hanno capito sulla loro pelle, scottata. A mano a mano che gli incendi si allargavano e imperversavano – mostrando tutta la loro terribile eccezionalità rispetto al passato e la loro normalità rispetto al futuro – gli analisti cominciarono a notare uno spostamento dell’opinione pubblica verso fonti di informazioni più attendibili: la stampa internazionale e l’ufficio meteorologico statale. Chi non era ancora del tutto chiuso nella sua bolla di autoconferma cominciò a dubitare che tutto quel fumo fosse soltanto un altro “disastro naturale”. Era piuttosto una catastrofe antropica. Le proteste degli attivisti climatici si intensificarono e guadagnarono in efficacia. La scienza riprese ad avere una voce. Le notizie di migliaia di koala carbonizzati fecero il giro del mondo, insieme alle foto dei canguri che scappavano dalle fiamme. Ma soprattutto, i sopravvissuti agli incendi cominciarono a intentare cause contro il governo, con i migliori climatologi chiamati a testimoniare.

Nel corso dei dibattimenti, a favore di telecamere (format infallibile), i fatti empirici tornarono al centro dell’attenzione. I giudici chiedevano evidenze probanti su cause, rischi e danni. Le hanno avute. Le prime due cause ambientali furono vinte. Parti sempre più ampie della società cominciarono a capire che i costi del riscaldamento climatico non riguardano solo il futuro, ma sono già nel presente. Artisti, musicisti e influencer si mobilitarono. La narrazione collettiva stava cambiando, pur tra mille ritrosie, omissioni e reflussi. Le favolette cospirazioniste (sempre le stesse) avevano stufato. La politica fiutò che c’era un consenso crescente da raccogliere. Nel maggio 2022 viene eletto un nuovo governo, che non nega più il riscaldamento climatico antropico e promette di proteggere di più la popolazione dai suoi effetti, mantenendo gli impegni sottoscritti negli accordi internazionali. Fino a prova contraria. La storia giudicherà (almeno sino alla prossima ondata revisionista). E non è una questione di mero schieramento politico, perché anche illustri leader conservatori in passato hanno mostrato di avere a cuore, almeno a parole, le future generazioni.

A conti fatti, però, va detto che l’elemento fuoco in Australia, come ovunque, non ha livellato tutti sullo stesso piano. A fare maggiormente le spese della devastazione climatica sono stati i più deboli, gli emarginati e i vulnerabili della società, oltre a piante e animali non umani. Ingiustizia è fatta. Ma se non altro, i cinici sostenitori della realpolitik sono stati sconfitti un’altra volta. Avendo scarsa fiducia nei valori immateriali che possono talvolta smuovere le masse, pensano che solo i brutali rapporti di forza tra i potenti (che di solito li stipendiano) regolino la storia. Sottovalutano il potere del racconto, l’istinto di sopravvivenza e di procreazione, il contagio positivo di comportamenti eticamente motivati, la pazienza della ribellione. Bisognerebbe portarli in viaggio di penitenza a Robben Island, al largo di Cape Town, a vedere la cella di Nelson Mandela. Non credere nel potere dell’immaginazione è un delitto imperdonabile.

La resipiscenza australiana riporta alla mente la splendida “Costituzione della Terra” scritta dal giurista Luigi Ferrajoli (Per una Costituzione della Terra. L’umanità al bivioProgettare il futuro. Per un costituzionalismo globale). Quando il mondo va in frantumi, quando i potenti della Terra negano la realtà e ingannano i loro popoli, quando le diseguaglianze diventano laceranti, forse anziché rincorrere questo delirio sul suo stesso terreno è meglio fare un salto triplo e, al costo di sembrare ingenui e velleitari, immaginare già come potrebbe essere scritta la Carta fondamentale della futura Federazione dei Popoli della Terra. Perché o ci sarà quella o non ci sarà più nulla. Il dubbio inquietante risiede tuttavia in questa domanda: quanti incendi australiani, quante catastrofi antropiche, crolli, inondazioni, siccità e alluvioni, quante migrazioni e repressioni; insomma, quante sofferenze dovranno passare le prossime generazioni prima di arrivarci?

Telmo Pievani

Telmo Pievani è filosofo della scienza, evoluzionista, saggista e direttore editoriale di Lucy sui mondi. Collabora con il «Corriere della Sera» e altre testate. Il suo ultimo libro è Tutti i mondi possibili. Un’avventura nella grande biblioteca dell’evoluzione (Raffaello Cortina Editore, 2024).