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Lorenzo Colantoni
La mappa dei nuovi impianti estrattivi

La Mappa Dei Nuovi Impianti Estrattivi
clima politica

Negli ultimi tre anni abbiamo avviato 80 progetti, ed entro il 2030 ne sono previsti altri 76, molti dei quali offshore. Solo gli Stati Uniti rischiano di emettere un quarto di quanto il mondo può permettersi prima di sforare gli obiettivi climatici. Ma la transizione ormai è avviata.

Nel 2021, l’Agenzia Internazionale per l’Energia, IEA, pubblicava il report più dettagliato su come arrivare a un mondo a emissioni zero entro il 2050. Si basava su un assunto: nessun nuovo progetto di estrazione di combustibili fossili. L’IEA intendeva con questo sia la necessità di fermare la produzione di petrolio, gas e carbone per mantenere il riscaldamento del pianeta a 1,5 gradi entro il 2100, ma anche che la capacità esistente fosse più che sufficiente ad accompagnare la transizione. Era un periodo felice per la lotta al cambiamento climatico, grazie al ritorno degli Stati Uniti di Biden nell’Accordo di Parigi, al lancio entusiastico del Green Deal in Europa, alla proliferazione degli obiettivi Net-zero a livello globale.

Nel 2025 l’opinione della IEA è rimasta la stessa, ma il mondo è profondamente cambiato. La seconda presidenza Trump non solo promuove l’estrazione fossile, ma ostacola attivamente lo sviluppo delle rinnovabili. Mentre l’UE più o meno silenziosamente procede allo smantellamento del Green Deal, gli investitori a livello globale ritrovano (con gli interessi) l’attrazione verso pozzi petroliferi, miniere di carbone e depositi di gas. Drill, baby, drill è lo slogan sulla bocca di tutti.

La situazione però è più complessa che in passato, meno unidirezionale; ci sono sviluppi particolarmente preoccupanti a livello climatico e ambientale, come il ritorno del petrolio del Mare del Nord, ma anche la realtà di una transizione energetica ormai avviata, che stempera i desideri estrattivi di investitori e politici a livello globale. 

L’estrazione di petrolio e gas è quella dove la situazione è più complessa. Solo nel 2024 nuove attività di esplorazione hanno scoperto riserve per quasi dieci miliardi di barili di petrolio equivalente (bboe), e quasi la metà hanno ricevuto l’approvazione per essere sviluppati. Si tratterebbe di un aumento importante, pari a più del 3,5% della produzione globale attuale, che si aggiungerebbe a incrementi negli anni precedenti ancora più importanti: nel 2022 le scoperte erano state il triplo, le decisioni di investimento finale il doppio. Negli ultimi tre anni di fronte alla richiesta della IEA di non iniziare nuove attività di estrazione, i nuovi progetti per gas e petrolio sono stati 80, a cui potrebbero aggiungersene altri 76 entro la fine del decennio – e già la capacità esistente ci farebbe sforare ampiamente l’obiettivo di mantenere il riscaldamento del Pianeta entro 1,5 gradi.

Alcuni progetti preoccupano più di altri; l’azienda petrolifera norvegese Equinor nel 2025 ha approvato Fram Sør, un progetto di estrazione di petrolio (75%) e gas (25%) nel Mare del Nord per un totale di circa 116 milioni di barili equivalenti, un brusco cambio di direzione in un paese che sembrava indirizzato verso il phase out dell’estrazione fossile. La francese Totalenergies domina invece lo sviluppo africano, con il progetto Tilenga in Uganda che dovrebbe portare alla produzione di 149mila barili esclusivamente di petrolio già nel 2026.

L’americana Exxonmobil guida in Sud America con lo sviluppo del giacimento petrolifero di Uaru in Guyana; l’impianto offshore in acque ultraprofonde potrebbe produrre già 136mila barili al giorno a luglio 2026, e arrivare a 215mila l’anno successivo. Guyana che è al centro di una corsa all’oro nero dopo la scoperta di ingenti risorse petrolifere nell’ultimo decennio, e di accordi particolarmente profittevoli verso le compagnie che stanno trainando l’estrazione, ossia Exxonmobil, Chevron e la cinese China National Offshore Oil Corporation (CNOOC). In America Latina si muove però qualcosa anche in Brasile, dove il governo Lula bilancia la protezione dell’Amazzonia con l’aumento della produzione petrolifera e si piazza tra i dieci paesi più importanti per nuove estrazioni di gas e petrolio.

Questi piani estrattivi vengono principalmente da una manciata di paesi, molti del Nord Globale: gli Stati Uniti coprono il 58% del totale e il Canada il 9%, seguiti dall’Argentina di Milei (5,3%), Cina (4%) e Russia (1,9%), per quasi l’80% della nuova estrazione di gas e petrolio.

Prevedibilmente la lista vede però in cima gli Stati Uniti, con un forte distacco rispetto agli altri: i nuovi progetti estrattivi statunitensi per il 2035 sono più di nove volte quelli canadesi (al secondo posto nella classifica) per il petrolio, e più di cinque volte per il gas. Solo con questi nuovi progetti, gli Stati Uniti potrebbero emettere 43mila milioni di tonnellate di CO2 in più: un quarto di quanto ancora possiamo emettere in totale (e non per anno) prima di sforare il grado e mezzo. Se poi il piano americano per sfruttare le risorse petrolifere venezuelane dopo il rapimento di Maduro funzionasse, questo da solo consumerebbe il 13% del budget di emissioni.

Sono dati che rivelano due trend importanti. Il primo, che questi piani estrattivi vengono principalmente da una manciata di paesi, molti del Nord Globale: gli Stati Uniti coprono il 58% del totale e il Canada il 9%, seguiti dall’Argentina di Milei (5,3%), Cina (4%) e Russia (1,9%), per quasi l’80% della nuova estrazione di gas e petrolio. Non è un caso, visto il crescente consolidamento delle principali compagnie petrolifere e il progressivo loro disinvestimento dalle rinnovabili, e l’aumento esponenziale dei permessi per estrarre gas e petrolio negli Stati Uniti – più 55% solo nel primo anno della seconda presidenza Trump. 

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La responsabilità proporzionale della produzione prevista di petrolio e gas da nuovi giacimenti e pozzi per paese, dal 2025 al 2035

L’altro aspetto riguarda le modalità e, soprattutto, le aree legate alla nuova produzione: ci troviamo infatti di fronte a una nuova ondata di progetti offshore, spesso in aree dove l’impatto ambientale dell’estrazione potrebbe essere particolarmente rilevante. Se infatti è la Norvegia a guidare il trend offshore con Fram Sør, che si trova nel delicato Mare del Nord, gli Stati Uniti aumentano le trivellazioni nel fragilissimo artico in Alaska, in particolare con il progetto Pikka (potenzialmente già attivo nel dicembre 2026), e nel Golfo del Messico, teatro del peggior disastro ambientale della storia dell’estrazione petrolifera. La Guyana invece ha emanato una legge che dia la responsabilità degli sversamenti di petrolio alle compagnie petrolifere solo nel maggio 2025; al danno climatico si aggiunge il molto reale rischio di un danno ambientale irrimediabile.

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Rimane poi lo spettro del carbone. L’apertura di nuove miniere è diminuita e nel 2024 è stata la metà del decennio 2015-2024, ma la situazione rimane problematica. Considerando le previsioni sul riscaldamento del Pianeta dell’IPCC, il forum dell’ONU sul cambiamento climatico, già l’apertura di nuove miniere è di per sé incompatibile con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Circa 850 nuovi progetti sono in fase di sviluppo, di cui la metà a uno stadio abbastanza avanzato: questo trend di diminuzione potrebbe così invertirsi da un anno all’altro, anche grazie alla spinta di una Cina ancora legata alla risorsa e a un Trump che già nella sua prima presidenza aveva spinto molto sul carbone (chiama il settore la America’s beautiful clean coal industry). Per un clima già travagliato, questo potrebbe essere il colpo di grazia.

Tutte le Carbon Bombs insieme produrrebbero da sole emissioni undici volte superiori al budget disponibile per rimanere entro il grado e mezzo.

È un quadro complesso, che si capisce bene dal successo ancora forte delle Carbon Bombs, quei progetti legati a petrolio, gas o carbone che nella loro vita emetterebbero più di un miliardo di tonnellate di CO2. Tra il 2021 e il 2024, il consorzio di ONG che le monitora stima che le 65 principali banche mondiali hanno finanziato le aziende dietro a questi progetti per quasi 1400 miliardi di euro, e in questi anni ne sono stati lanciati almeno 28 di nuovi. Tutte le Carbon Bombs insieme produrrebbero da sole emissioni undici volte superiori al budget disponibile per rimanere entro il grado e mezzo. Sono attività che spesso includono infrastrutture come terminali per spedire il gas liquefatto, che vedono la Cina molto coinvolta (è responsabile di oltre metà dei nuovi progetti), ma anche i soliti: Totalenergies, CNOOC, oltre a Eni, BP e Shell, le compagnie che occupano i primi cinque posti per numero di progetti.

Se la situazione è grave, non è detto però che ci sia da disperare, perché i desideri estrattivi di investitori e politici potrebbero scontrarsi con la realtà di un mondo cambiato, e già avviato verso la transizione energetica. La quasi totalità dei progetti rinnovabili è adesso più economica di quelli fossili, e dà chiari vantaggi in termini di indipendenza energetica – soprattutto considerando la concentrazione della produzione di gas e petrolio in poche compagnie, legate ad altrettanti pochi paesi. Il petrolio ha poi raggiunto prezzi bassi – insufficienti per garantire una produzione profittevole soprattutto per chi, come molti produttori statunitensi, hanno costi più alti degli altri. La stessa espansione della produzione venezuelana tanto desiderata da Trump avrebbe un effetto potenzialmente devastante sui produttori americani, perché porterebbe ulteriore competizione a ribasso sul mercato globale. Prezzi alti stimolerebbero invece più investimenti, ma sarebbero difficili da sostenere per l’impatto che avrebbero su consumatori già aggravati da un costo della vita ai massimi storici.

In un mondo in cui i combustibili fossili sono ormai un investimento poco profittevole, questa nuova ondata di progetti estrattivi potrebbe quindi avere vita breve. Difficile però dire se sarà abbastanza breve da affrontare con successo la crisi climatica che ormai incendia il nostro Pianeta.

Lorenzo Colantoni

Lorenzo Colantoni è giornalista e ricercatore ambientale, con esperienze sul campo in Africa Sub Sahariana, America Latina, Sudest Asiatico, Ucraina e Artico. Specializzato in crimini ambientali e impatto della crisi climatica, è responsabile di ricerca dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) e consulente di agenzie ONU come UNODC, UNEP e UNICRI. Colantoni è anche regista di documentari e autore di sette libri; l’ultimo, Lungo la Corrente, è stato pubblicato da Laterza nel 2024.

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