Una balena mi disse
Telmo Pievani
La rivincita del gene egoista

Lucy Mondi Una Balena Mi Disse La Newsletter Di Telmo Pievani

Il Grande Mito del libero mercato come benefattore definitivo dell'umanità ha partorito un mostro: la seconda amministrazione Trump chiama "libertà" la sopraffazione dei più deboli e il vilipendio delle regole.

La nostra balena concludeva il suo ultimo dispaccio del 2025 notando che quasi tutti in Italia e altrove – politici di maggioranza e opposizione, imprenditori e sindacati, Banche centrali e governi – evocano la “crescita” economica come panacea di ogni male e si criticano l’un l’altro per non aver promosso a sufficienza la “produttività”. Ma quale crescita? E se buona parte dell’arco costituzionale desse per scontato qualcosa che forse scontato non è? Davvero la crescita materiale quantitativa (misurata dal PIL) è l’unico propulsore di benessere, di maggiore gettito fiscale per pagare i servizi pubblici e di occupazione?

Un’altra idea che non si può più mettere in discussione nel dibattito pubblico, a meno di non essere tacciati di radicalismo, è che l’unico modo per produrre crescita sia lasciare più liberi possibile i mercati di agire secondo le proprie spinte interne di competizione. Vincoli e regolamentazioni (le più odiate di tutte sono quelle europee, ma spesso sono più bizantine quelle nazionali) sono considerati limiti inopportuni imposti alla libera espressione degli spiriti animali del capitalismo. Ne discende che libertà economica e libertà politica coinciderebbero e che dunque qualsiasi freno alla prima sia una minaccia per la seconda.


Ma come siamo arrivati a dare per scontato ciò che forse non lo è? Attraverso una storia tenace cominciata ormai quasi un secolo fa, iniziata con la messa in discussione del New Deal americano, proseguita con la Grande Accelerazione del progresso tecnologico e produttivo del Secondo Dopoguerra (che ha portato tanto benessere a una parte dell’umanità, ma nascondeva un prezzo ambientale), culminata con la presunta Fine della Storia nel 1989 e con il trionfo aggressivo di un pensiero unico: l’idea che esista cioè una sola forma di capitalismo, sfrenato, predatorio, in espansione illimitata.

25ea683fbbad956585cef39c8e93a0340b5ea1ba1ded9ce331962033a8998e18

Il lavaggio del cervello in nome del Grande Mito

Questa è la tesi di fondo dell’ultimo ponderoso lavoro di Naomi Oreskes, storica della scienza ad Harvard, e di Erik Conway, storico delle tecnologie alla Purdue University: Il Grande Mito, 600 documentatissime pagine per raccontare il tempo profondo del negazionismo antiscientifico contemporaneo, la cornice culturale dell’attuale delegittimazione della scienza, la sua filigrana nascosta. Il volume si limita agli Stati Uniti, ma offre chiavi di lettura feconde anche per il resto del mondo che è andato al traino della leggenda del libero mercato. Come insegnava il genio della propaganda Edward Bernays, ripetere per tre volte con convinzione una bugia la farà sembrare plausibile. Ripetetela altre tre volte e diventerà subliminalmente vera. Ripetetela in coro e nessuno cercherà più alternative. Si è creato un Grande Mito e il primo passo per contrastarlo è riconoscerlo prima che sia troppo tardi.

Il Grande Mito è la naturale continuazione di Mercanti di dubbi, che spiegava i trucchi e le modalità di fabbricazione delle bugie negazioniste sulle piogge acide, sui pericoli dei pesticidi, sui danni del fumo da sigaretta, sulle cause antropiche del riscaldamento globale. Tutto quel tempo perso nel salvare vite, tutto quell’occultamento non fu solo questione di ignoranza e malafede, ma di un piano assai ben disegnato e perseguito per decenni. La domanda successiva a cui rispondere, quindi, riguarda il perché della costruzione di una tanto efficiente macchina di disinformazione, per la difesa di quali interessi, per l’obbedienza a quale idea di economia.

Oreskes e Conway ripercorrono un secolo di storia statunitense documentando le strategie di propaganda del Grande Mito (facendo i nomi delle imprese, dei think tank coinvolti, degli attori protagonisti), a cominciare dalla reificazione: parlare del “Mercato” come se fosse non un prodotto culturale degli ultimi secoli – contingente nella sua evoluzione come ogni realtà umana – bensì un’entità a sé stante, intrinsecamente razionale, fondata sulla presunta “naturalità” delle diseguaglianze, e come tale al di sopra della politica e della società stessa, quasi una divinità saggia e onnisciente che “per magia” (l’espressione preferita da Ronald Reagan) ci rende più ricchi, soddisfa i nostri bisogni al supermercato, glorifica la sacra libertà dei consumatori. Assumendo la credenza nel Grande Mito connotati quasi religiosi, i due autori definiscono la fede in questo falso dogma “fondamentalismo del mercato”.

Molto interessante è la modernità della comunicazione e delle pubbliche relazioni del Grande Mito. Gli autori raccontano di come siano stati usati linguaggi diversi per inventare “fatti alternativi” e difendere i diritti dei più forti attraverso un catechismo di massa molto efficace: le serie televisive edificanti (La casa nella prateria!), il cinema (la Hollywood oggi tacciata di essere un covo di radicali), la produzione di cartoni animati del reazionario e sfegatato anticomunista Walt Disney, il fumetto, gli show teatrali (il General Electric Theater dell’attore Reagan), le trasmissioni radiofoniche, i manuali scolastici, le riviste aziendali, opuscoli diffusissimi, pubblicità martellante, cartelloni, vetrine, persino le prediche nelle chiese. Più di recente, il web e i social. Al fondo, lo stesso pervicace messaggio: non bisogna interferire con il Mercato. 

La fallacia del terzo escluso

Anche gli ultraliberisti comunque fanno eccezioni: smettono subito di odiare lo Stato quando aumenta le spese militari e sottrae le terre ai popoli nativi. Ogni mito che si rispetti, per stare in piedi, ha bisogno di un nemico da additare: il governo impiccione, lo Stato tassatore, i collettivisti, gli ambientalisti. Un’altra strategia ben nota infatti è la polarizzazione indebita, o fallacia del terzo escluso, che fa leva sulla nostra preferenza intuitiva per le dicotomie: o laissez-faire sfrenato o totalitarismo tirannico; o concorrenza senza vincoli o collettivismo sovietico. Allora chiunque osi mettere in discussione il Grande Mito diventa automaticamente un estremista, un radicale, un comunista, un assistenzialista parassita, un “socialista” (che negli Stati Uniti rimane una parola “anti-americana” pesante da portare), insomma un perdente. Succede anche oggi. Ricordiamo gli editorialisti compunti che per tutto il 2025 prevedevano la sconfitta certa di Zohran Mamdani, perché troppo radicale e socialista, e per di più di religione islamica. Proponeva un pizzico di giustizia in più su affitti, trasporti e beni primari, non sia mai. Adesso è sindaco di New York.

A proposito di confronti tra passato e presente, fa impressione leggere le dichiarazioni dei fondamentalisti del mercato sul lavoro minorile, giustificato per decenni perché i genitori dovevano essere “liberi” di mandare i loro figli in fabbrica e in miniera. Oppure seguire le campagne di incoraggiamento delle donne a fumare, come segno di emancipazione e di “libertà”. Oppure sapere delle resistenze all’elettrificazione delle aree rurali, rinviata a lungo perché poco conveniente per il Mercato. O ancora, sentire di come il nume tutelare del fondamentalismo del mercato, Milton Friedman, consulente economico fra gli altri di Augusto Pinochet, definiva i danni ambientali: inevitabili “effetti di vicinato” (poi si preferì il più diplomatico e ipocrita “esternalità negative”). Tra le libertà di impresa secondo lui ci stava pure il diritto di inquinare.

Altrettanto impressionante è leggere di come molti scienziati, medici e docenti universitari statunitensi si siano venduti alle lobbies del Grande Mito, spacciando dubbi infondati e ritardando l’adozione di misure a favore della giustizia sociale, dell’uguaglianza e della tutela ambientale (che negli States era stata un valore bipartisan fino a Reagan). Non è un caso che ancora oggi gli scettici climatici, essendo sempre più difficile negare l’evidenza del riscaldamento globale antropico, si rifugino nell’argomento secondo cui ne usciremo, non cambiando modelli di sviluppo e di consumo, ma grazie all’innovazione tecnologica miracolosa prodotta dal libero mercato. Il problema è il governo. La soluzione è il Mercato.

9277206 03233613 Trump

Adam Smith all’americana

Uguaglianza è una brutta parola. Libertà va sempre bene. Si noti però che i padri dell’idea moderna di libertà, da John Stuart Mill a Karl Popper, non si sono mai sognati di sostenere che la libertà individuale e di impresa debba essere assoluta, cioè sciolta da vincoli. Mill elencò diversi “principi di non danno” che la libertà di ciascuno deve rispettare, poiché la mia libertà non può andare a scapito della libertà degli altri (e tra gli altri includeva i posteri). Deve essere insomma una libertà socialmente responsabile, perché se io impongo la mia libertà agli altri, gli altri faranno lo stesso con me e quindi la mia stessa libertà sarà in pericolo. In una società aperta non dovrebbe esistere la libertà di andare per esempio in giro a infettare gli altri con un virus – rifiutandosi di rispettare le norme condivise di contenimento del contagio (la famosa “dittatura sanitaria”) – perché così facendo il mio rifiuto della mascherina e del green pass metterà a rischio la libertà degli altri, i quali si troveranno obbligati a stare in casa in quarantena o bloccati in una corsia di ospedale. Non a caso Mill intitolò il suo capolavoro On Liberty, cioè sulla libertà esercitata responsabilmente, e non On Freedom, la libertà individuale in quanto tale. 

Allo stesso modo il padre del libero mercato, Adam Smith, non si è mai sognato di affermare che il governo non avrebbe dovuto più avere alcun ruolo in società, anzi assegnava allo Stato la garanzia di aspetti fondamentali della nostra vita, come la salute, le infrastrutture, le spese per la difesa, le norme bancarie e addirittura salari minimi adeguati. Oggi questa è eresia per i fondamentalisti del mercato, ma è semplicemente l’Adam Smith del 1776, della Ricchezza delle nazioni, letto integralmente e non storpiato, banalizzato e strumentalizzato citandone qualche frase qua e là. Per un vero liberale, per esempio, i monopoli, i cartelli e gli oligopoli frutto di collusioni con la politica dovrebbero essere un grave peccato, perché riducono la concorrenza e ne indeboliscono gli effetti. Anche le diseguaglianze eccessive dovrebbero essere mitigate, perché sbilanciano i mezzi di partecipazione alla libera concorrenza. E invece oligopoli, corporazioni e diseguaglianze lancinanti sono fieramente difesi dagli attuali fondamentalisti del mercato in quanto, dicono, “naturali” espressioni delle differenti capaci di competere. Ben strano fenomeno.

A differenza di altri autori – con i quali abbiamo dialogato e di cui parliamo su Lucy sui mondi – Oreskes e Conway non pensano tuttavia che la causa della crisi ambientale sia il capitalismo in sé, ma una certa interpretazione del capitalismo come sistema a crescita illimitata, refrattario a ogni regolamentazione, senza vincoli. Ritengono che questa versione del capitalismo sia dannosa per le stesse imprese, oltre che per la società e l’ambiente. Fanno notare che il fondamentalismo del mercato è innanzitutto un tradimento della Costituzione americana, se è vero che Thomas Jefferson fece scrivere nella Dichiarazione di Indipendenza che “All men are created equal”. Propongono al suo posto un capitalismo temperato da regolamenti redistributivi e da norme di garanzia stabilite da governi democratici: John Maynard Keynes aggiornato al XXI secolo. Senza massicci interventi statali, del resto, non avremmo avuto le principali trasformazioni tecnologiche dell’ultimo secolo, checché ne dica la suadente retorica del ragazzo in felpa nel garage della Silicon Valley. 

Il Grande Mito ha partorito

Che la divisione in classi e le diseguaglianze facciano parte dell’ordine “naturale” delle cose è chiaramente un retaggio del darwinismo sociale. Lo si diceva anche della schiavitù. Sul piano evolutivo, questa è sempre la solita idea del gene egoista, il bestseller di Richard Dawkins di cui quest’anno si festeggeranno i 50 anni: gli organismi sarebbero i portatori passivi dei loro geni, che li usano come veicoli temporanei per massimizzare il loro successo e la diffusione delle loro copie; ogni forma di cooperazione e di altruismo sarebbe un egoismo mascherato e indiretto; l’evoluzione sarebbe un processo di problem solving che genera macchine ottimali di sopravvivenza; la selezione naturale un ingranaggio cieco e inesorabile che gradualmente affina strategie e adattamenti dei replicatori genetici; quel che i geni fanno agli organismi, i “memi” lo fanno ai nostri cervelli, colonizzandoli per trasmettere copie di sé stessi. In sintesi: solo l’egoismo dei replicatori immortali, lasciati liberi di competere e di trasmettersi da un individuo ai suoi figli, innalza le cattedrali della vita. La società non esiste, è solo la somma delle relazioni fra singoli che fanno i propri interessi. Uno dei libri più imprecisi e parziali nel descrivere la reale complessità dell’evoluzione si sta prendendo la sua rivincita al di fuori della biologia.

Il Grande Mito di Oreskes e Conway (pubblicato nel 2023 negli Stati Uniti) adesso va aggiornato. Ha bisogno di un capitolo finale, di un compimento. Dopo decenni di preparazione, il Grande Mito ha trovato il suo interprete più sfacciato, volgare, brutale. Annunciato dalle trombe della seconda amministrazione Trump, il meme del Grande Mito ha partorito il suo mostro: il darwinismo sociale globale; la tragedia dei beni comuni estesa al pianeta intero; cioè il neoliberismo individualista e predatorio applicato alla geopolitica. Memi alternativi all’individualismo eroico del Far West del resto non ce ne sono: nel nord del mondo gli oppositori del Grande Mito sono fiaccati, litigiosi, eterogenei, narcisisti, inefficaci, subordinati (Oreskes e Conway raccontano di come anche i presidenti americani democratici, da Carter a Obama, ma soprattutto Clinton, si siano lasciati influenzare dalla retorica del Grande Mito). Oggi, al confronto dei nostri leader progressisti balbettanti, quando prende il microfono la portavoce di una comunità nativa dell’Amazzonia sembra Martin Luther King.

E dunque, ecco l’alba tossica dell’età dei predatori: la destrutturazione di tutte le istituzioni transnazionali di garanzia; il vilipendio del diritto internazionale; l’annullamento degli accordi mondiali sui beni comuni planetari, cioè protezione ambientale, mitigazione del riscaldamento climatico antropico, sicurezza e controllo della proliferazione di armi; l’aggravarsi delle diseguaglianze; il mancato rispetto dei diritti umani fondamentali, anche in contesti di guerra; l’ostentata negazione delle verità scomode della scienza. Intanto un regime tecno-autoritario sempre più potente, all’ombra della sua Muraglia, sornione ci aspetta al varco.

Come scrisse nei suoi saggi sulla libertà Isaiah Berlin, citando un discorso di Abraham Lincoln, “la totale libertà per i lupi è la morte per gli agnelli”. Il gene ultraliberista non vede il futuro: misura il suo successo sul qui e ora, e chiama “libertà” la sopraffazione. Al contorno, frotte di cinici commentatori – immemori del fatto che le norme di garanzia per non far riprecipitare il pianeta nella barbarie furono scritte 80 anni fa da statisti dopo la tragedia di due guerre mondiali (scoppiate entrambe non in luoghi esotici, ma nel cuore dell’Europa occidentale: grazie Occidente!) – con il sopracciglio inarcato salgono sul carro del vincitore e da sopra ci urlano che siamo tutti ingenui, poiché la forza, il potere e la prepotenza sono sempre state le muse ispiratrici della storia. Certo, e sono sempre state anche il paravento dei codardi.

Bd38ece4456a5c262846f2bf0d7b5659f9bcfee437d8e177b5f4e0e116cd14d9

Telmo Pievani

Telmo Pievani è filosofo della scienza, evoluzionista, saggista e direttore editoriale di Lucy sui mondi. Collabora con il «Corriere della Sera» e altre testate. Il suo ultimo libro è Tutti i mondi possibili. Un’avventura nella grande biblioteca dell’evoluzione (Raffaello Cortina Editore, 2024).