Al secondo turno di domenica 25 ottobre, la foresta che con Lula aveva ripreso fiato rischia di tornare ai tempi in cui il padre di Flavio Bolsonaro smantellava i controlli. E alcune sue aree emettono già più carbonio di quanto ne assorbano.
Nel 2026, l’Amazzonia ha iniziato a tirare un incerto sospiro di sollievo: secondo il governo brasiliano, il tasso di deforestazione nell’ultimo anno è stato il più basso da quando è iniziato il monitoraggio della copertura nel 1988. Pensare a 3335 km2 disboscati fa venire comunque i brividi, ma rappresenta un calo di quasi il 42% all’anno precedente.
Tutto indica quindi che la ricetta implementata negli ultimi quattro anni dal governo di Luiz Inácio Lula da Silva per fermare le motoseghe sia stata quella giusta. Per la coalizione di organizzazioni della società civile Observatorio Do Clima, le politiche implementate da Lula hanno evitato l’emissione di 2238 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente, e il sito di informazione sulla crisi climatica Carbon Brief ha effettuato una stima anche su quanto terreno si sia salvato: secondo loro, si è preservata un’area di almeno 20000 km2.
Eppure, gli ambientalisti brasiliani temono che dal prossimo 25 ottobre queste conquiste potranno essere messe in discussione. Il candidato di destra Flavio Bolsonaro ha infatti trionfato al primo turno delle elezioni presidenziali con il 47% delle preferenze, battendo proprio Lula, che si ricandida a un quarto mandato. Nessuno dei due ha però ottenuto la maggioranza assoluta, e così domenica i brasiliani torneranno alle urne per il ballottaggio.
La custodia dell’Amazzonia è prioritaria non solo per il Brasile, ma per la lotta al cambiamento climatico globale. Al suo interno sono raccolte infatti oltre metà delle foreste pluviali del mondo. I suoi alberi svolgono un ruolo cruciale nel regolare il clima, assorbendo e immagazzinando diossido di carbonio. Inoltre il Brasile è, secondo il database Edgar, il settimo emettitore globale di gas climalteranti, derivanti in buona parte proprio dalla deforestazione.
Flavio è figlio di Jair Bolsonaro, presidente dal 2019 al 2022. Il padre si trova al momento agli arresti domiciliari, condannato a 27 anni di reclusione per aver progettato l’invasione del Congresso Nazionale, dell’edificio della Corte Suprema e del Palazzo presidenziale per protestare contro la sua sconfitta elettorale. Fu un vero e proprio golpe, secondo i giudici brasiliani.
Ma per i popoli originari dell’Amazzonia, gli anni della sua presidenza verranno probabilmente ricordati per la deforestazione record di più di 46.000 km2 di foresta. Un livello che nel paese non si vedeva dal 2008.
Il timore è quindi che Flavio replichi le politiche del padre. Anche perché – secondo il giornale comunitario Sumauma – è stato il più votato in otto dei dieci municipi che più hanno contribuito alla deforestazione dell’Amazzonia negli ultimi dieci anni.
“Diversi studi indicano che se la deforestazione eccedesse il 20% – al momento è attorno al 18% – e raggiungesse dal 22% al 24% con un riscaldamento globale che sorpassi 1,8°C, potremmo non essere più in grado di salvare l’Amazzonia”, spiega Carlos Nobre, meteorologo e membro del panel scientifico per l’Amazzonia dell’Università di São Paulo. “Se la deforestazione continuasse al tasso che abbiamo visto sotto Jair Bolsonaro, potremmo raggiungere una perdita dal 22 al 24% entro il 2040. E l’Amazzonia è già sulla soglia di un punto di non ritorno”, continua il professore.
Un simile avvenimento sarebbe catastrofico, dato che – in alcuni punti – la foresta pluviale non è già ora più in grado di assorbire i gas climalteranti.
“Negli anni Novanta, rimuoveva da uno a due miliardi di tonnellate di diossido di carbonio dall’atmosfera ogni anno”, dice Nobre. “Ma oggi quella stima è attorno ai trecento milioni. E parti del sud-est dell’Amazzonia stanno già rilasciando più carbonio di quello che assorbono.”
I ricercatori dell’Observatório Do Clima hanno realizzato un’analisi dei programmi elettorali di tutti i candidati. Bolsonaro si starebbe assumendo un solo impegno ambientale: azzerare la deforestazione “illegale” entro il 2029. Non è mai invece entrato nel merito della perdita di copertura correlata ad attività parzialmente legali. L’agenzia stampa Associated Press ha poi riportato che – durante una manifestazione elettorale nella città di Belem – Bolsonaro ha promesso di “modernizzare” le leggi ambientali e facilitare i permessi per l’agricoltura, l’allevamento e l’estrazione mineraria.
Ad Associated Press, la squadra di Bolsonaro ha replicato che Flavio è un “difensore dell’ambiente e di quelli che lavorano per preservare le foreste e i fiumi puliti”, e che – una volta eletto – lavorerà per creare incentivi economici per la conservazione e il ripristino.
A rendere gli osservatori sospettosi è il fatto che, come senatore, Flavio Bolsonaro propose nel 2019 una riforma del Codice Forestale che eliminava l’obbligo per agricoltori di mantenere la copertura forestale su una parte della proprietà.
“Un cambio come quello proposto da Bolsonaro di fatto legalizza la deforestazione nel paese. Forse è così che pensa di sradicare quella illegale entro il 2029: rendendo legale ogni cosa”, ironizza preoccupato Claudio Angelo, coordinatore delle politiche internazionali di Observatório Do Clima.
Per lui, la politica chiave nella lotta alla deforestazione degli anni di Lula è stata l’implementazione del Piano per la prevenzione e il controllo. Grazie a un monitoraggio delle immagini satellitari, il Piano permette infatti di individuare rapidamente le aree che stanno venendo disboscate. E di bloccarle. “Le persone vengono multate via mail e poste sotto embargo da remoto”, spiega Claudio. “Colpisci il loro portafoglio, dove fa più male”.
Operazioni di questo tipo sono però dispendiose, e particolarmente vulnerabili a eventuali tagli delle risorse. Che è esattamente quanto accaduto durante l’amministrazione di Bolsonaro padre. In un articolo pubblicato su Nature, diversi ricercatori dell’Università di Minas Gerais hanno documentato come il numero di ispettori federali in quegli anni passò da 1311 a 691, mentre la distruzione dei macchinari utilizzati per i crimini ambientali fu proibita. Dal 2018 al 2022, le agenzie ambientali brasiliane hanno poi subito quasi 600 cambi amministrativi attraverso ordini esecutivi. Un ulteriore studio dell’Observatorio Do Clima ha infine documentato tagli alle operazioni di monitoraggio e lotta agli incendi del 9,8% nel 2020 e del 27,4% nel 2021. Allo stesso tempo, le multe imposte per la deforestazione illegale sono calate del 38%.
Al di là dell’attività repressiva, l’altro elemento che determinerà il futuro dell’Amazzonia sarà il modello di sviluppo che il governo vorrà proporre a quei territori. Ne è convinta Emanuela Evangelista, biologa della conservazione e attivista ambientale, che dal 2013 vive a Xixuaú, un piccolo villaggio dell’Amazzonia centrale a 400 chilometri da Manaus, capitale dello stato brasiliano di Amazonas.
L’Amazzonia è infatti uno dei territori meno sviluppati del paese. Secondo l’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica (IBGE), nel 2023 due terzi delle persone nella zona della Valle del Rio Purus viveva sotto la soglia di povertà. Era l’indice più alto di tutto il paese.
Evangelista crede quindi che sarà sull’economia che si misurerà la distanza fra i due candidati. “Secondo l’agenda di Lula, lo sviluppo economico in queste regioni può derivare dalla bioeconomia, dal dare valore a questa foresta in piedi, dal commercializzare i prodotti della foresta in maniera sostenibile.” Un processo lento, che difficilmente porterà ad aumenti di reddito nel breve periodo. Per Bolsonaro, lo sviluppo passa invece “dall’implementare ancora di più la commercializzazione di prodotti classici, come la soia o la carne bovina. Proprio quei prodotti che già oggi rappresentano il maggior fattore di deforestazione”, dice Evangelista citando i dati di Map Biomas, una rete di università, ong e imprese di tecnologia. Nella loro mappatura annuale sulla copertura e sull’uso della terra, emerge infatti come, in quasi il 99% dei casi, la deforestazione sia provocata dal settore agroalimentare.
Proprio per questo, c’è particolare attenzione su quello che Bolsonaro proporrà per le aree protette. Diverse ricerche hanno infatti dimostrato che la strategia più efficace per difendere la foresta è l’istituzione di riserve estrattiviste, terre indigene o parchi nazionali che garantiscano uno statuto legale alla terra. Con l’istituzione del ministero dei Popoli indigeni, il governo di Lula ha portato questo tema all’interno del Congresso. Al contrario, nel programma di Bolsonaro manca qualsiasi compromesso rispetto alla demarcazione e protezione dei territori delle comunità tradizionali. Ancora una volta, l’atteggiamento di Bolsonaro in passato desta molti sospetti negli ambientalisti, dato che fu tra i firmatari della proposta di legge per limitare i diritti dei popoli indigeni alle terre che occupavano solo nel 1988, momento in cui venne promulgata la costituzione.
Ma è sempre l’ombra di suo padre a spaventare più di tutto alcune organizzazioni indigene. “Durante l’amministrazione di Jair Bolsonaro, le invasioni nei territori indigeni sono aumentate di più del 250%. E abbiamo anche testimoniato un aumento della violenza contro le popolazioni indigene”, ha dichiarato Dinamam Tuxá dell’Articolazione dei Popoli indigeni del Brasile (APIB).
Indipendentemente dal risultato del 25 ottobre, il primo turno ha comunque eletto un congresso che non accoglierà favorevolmente le proposte per la difesa della foresta. Secondo l’Observatorio, quasi il 70% degli eletti ha sottoscritto infatti pochi o nessun impegno ambientale. Fra i partiti principali, quello di Bolsonaro ha le credenziali più basse. “Era già stata sufficientemente dura negli ultimi quattro anni, con il Congresso che ha provato a spingere per la deregolamentazione e cancellare alcune delle legislazioni ambientali chiave per il Brasile”, lamenta Angelo. Il riferimento è alla riforma sulla concessione delle licenze, che permette a diversi progetti di medio impatto di saltare i controlli tradizionali, autocertificandosi online. Il progetto di legge venne approvato dal Congresso a luglio 2025, ma parzialmente sottoposto a veto da Lula nei giorni successivi. I divieti vennero però sorpassati da un nuovo voto a fine anno, e ora il paese è in attesa di un possibile giudizio dalla Corte Suprema.
Ecco perché Angelo è convinto che “la rielezione di Lula è probabilmente l’ultima cosa che si frappone fra noi e un’ampia distruzione dell’Amazzonia”, spiega preoccupato.
Per Evangelista, la sfida vera per proteggere la foresta però si dovrà giocare in ogni caso soprattutto all’estero. “Tutto il mondo è responsabile della distruzione e questa foresta fornisce servizi ecosistemici e beni a tutti, e quindi a ogni latitudine ognuno deve fare la sua parte”, spiega la biologa. Anche perché uno studio pubblicato sulla rivista Nature Sustainability ha riscontrato come l’83,17% della deforestazione è stato guidato dalla domanda esterna, con il 23,49% proveniente dall’estero. La soluzione, dunque, è che tutti i paesi paghino per il suo mantenimento attraverso strumenti come fondi per il clima, green bond o mercati del carbonio.
Ma per una simile operazione è necessaria credibilità internazionale. In questo, secondo Evangelista l’elezione di Lula ha effettivamente marcato un cambio di passo rispetto al governo di Jair Bolsonaro, riattivando i finanziamenti al Fundo Amazônia e aumentando i paesi che vi contribuiscono.
La paura è dunque che l’avvento al potere del figlio possa di nuovo portare a frizioni con altri paesi e a far evaporare questo enorme capitale. A quel punto, i popoli della foresta saranno davvero lasciati soli.