Articolo
Danilo Zagaria
Le ferite della guerra nel sottosuolo

Le Ferite Della Guerra Nel Sottosuolo

Un mare di fango privo di vegetazione: con scontri di artiglieria pesante anche il terreno perde la vita, recuperare i corpi diventa difficile, i proiettili contaminano il paesaggio. Dopo la seconda Guerra Mondiale molte aree vennero definite "irrecuperabili", oggi il modo di combattere è cambiato, ma la terra continua a conservarne le tracce.

Nel corso della storia umana poche battaglie possono rivaleggiare in intensità e crudezza con quella di Verdun. Combattuta nel corso del 1916 sul fronte occidentale, coinvolse centinaia di migliaia di soldati. La piazzaforte di Verdun, punto cardine della linea di difesa francese, fu attaccata dai tedeschi a partire dal 21 febbraio con l’obiettivo dichiarato di sfibrare l’esercito nemico e tentare un attacco in profondità.

La grande guerra era già diventata un confronto statico, in cui le innovazioni tecnologiche (le mitragliatrici, il filo spinato e il sistema stesso delle trincee) rendevano ogni offensiva costosissima in termini di vite umane, e spesso richiedeva mesi di combattimenti sanguinosi per strappare non più di qualche chilometro al controllo degli avversari. Una situazione che, come la battaglia di Verdun dimostrò nel modo più spaventoso, spingeva quindi i combattenti a intensificare lo scontro, soprattutto attraverso l’uso massiccio dell’artiglieria. Ciò che avvenne nelle prime fasi del combattimento, vale a dire il bombardamento preliminare dei tedeschi, sprigionò un volume di fuoco mai visto prima: nel giro di nove ore venne sparato sulle linee francesi, in tutto una dozzina di chilometri, circa un milione di proiettili.

Lo scontro che seguì trasformò il campo di battaglia in uno scenario spaventoso: il terreno, sconvolto dai colpi d’artiglieria e dagli scontri per un totale di trecento giorni, divenne un mare di fango privo di vegetazione. Dove sorgeva il forte di Douaumont, punto strategico della difesa francese, il suolo fu colpito da due proiettili di obice per metro quadrato. A causa dell’intensità dei combattimenti, divenne presto difficile recuperare i corpi dei caduti, specialmente quelli dispersi nella cosiddetta terra di nessuno, lo spazio conteso fra i combattenti che passava di frequente da uno schieramento all’altro in base a offensive e controffensive. La scrittrice scozzese Cal Flyn, autrice del reportage Isole dell’abbandono, racconta i luoghi abbandonati dagli esseri umani in cui la natura, dopo tanto tempo, è tornata a prosperare. Descrive così la situazione a Verdun nel 1916:

Una battaglia che avrebbe imperversato per giorni, settimane, mesi. Presto quel fuoco infernale sarebbe diventato la normalità: il costante infuriare dell’artiglieria, un tuono che riverberava nel petto e nei polmoni; a terra, un ammasso polverizzato di fango, argilla e sangue gelatinoso, e frammenti di ossa, carne e schegge di proiettili ridotti in poltiglia; ammassati nelle trincee, i cadaveri mutilati e sventrati – sepolti in una marea di sudiciume, in attesa di essere fatti saltare in aria dall’ennesima esplosione. […] Era senza dubbio il peggior posto al mondo. Fu qui, con la battaglia di Verdun, che nacque il concetto di ultraviolenza: la prima volta in cui il mondo fu esposto a uccisioni su scala industriale.

L’eredità della Prima guerra mondiale non è soltanto geopolitica o racchiusa nella simbologia dei monumenti commemorativi. Anche il suolo, sconvolto dai combattimenti su ogni fronte interessato dal conflitto, ne conserva il ricordo. Nei pressi di Verdun il terreno è carico di proiettili, spesso inesplosi, e lo sarà fino a quando le opere di bonifica portate avanti dagli artificieri francesi non saranno terminate. Probabilmente, ci vorranno decenni. Negli anni successivi alla grande guerra la ripresa dell’attività agricola in questi territori fu molto difficile perché ostacolata dal continuo ritrovamento di ordigni, cadaveri, cespugli di filo spinato, frammenti di metallo arrugginiti e ogni genere di detrito bellico. Alcune aree, irrecuperabili secondo il governo francese, furono recintate e andarono a finire in quella che oggi è nota come Zone Rouge (zona rossa), estesa quanto l’area del comune di Parigi. Si tratta di una superficie interdetta alle attività umane, oggi in larga parte coperta da boschi piantati nel dopoguerra.

I bombardamenti, aerei o d’artiglieria, crebbero in intensità nel corso del secolo, devastando non soltanto il suolo, ma anche la copertura ebosa, le foreste e i corsi d’acqua, producendo un inquinamento atmosferico come nessuna guerra del passato aveva mai fatto.

A pochi chilometri dal grande ossario di Douaumont, il terreno custodisce un altro scempio, questa volta perpetrato negli anni Venti. È il luogo noto come Place à Gaz (luogo del gas), dove vennero inumate e bruciate centinaia di migliaia di munizioni chimiche inutilizzate durante il conflitto. Iprite, gas lacrimogeni, fosgene e altri composti alterarono la composizione chimica del terreno, lasciandolo brullo e sterile. Nel 2007 tre scienziati tedeschi provarono a stimare quanto fosse profonda la contaminazione e determinare quali elementi e composti ne fossero responsabili, e in un articolo riportarono i risultati dello studio effettuato sul campo. Vennero rinvenuti residui di metalli pesanti come rame, piombo, arsenico e zinco. Fu l’arsenico, un pericoloso cancerogeno, a preoccupare maggiormente, vista la sua capacità di percolare negli strati più profondi del suolo, defluire in superficie grazie alle piogge o addirittura essere trasportato dal vento.

Per fortuna la contaminazione era superficiale, concentrata nei primi venti centimetri di suolo. Il sito, scoperto soltanto nel 2003, costituisce un rischio notevole per le attività umane e in alcuni punti presenta concentrazioni solide degli elementi che di rado sono riportate nella letteratura scientifica. Inoltre, è molto probabile che non sia stato l’unico luogo in cui vennero distrutte munizioni di questo tipo negli anni che seguirono la fine del conflitto, ma trovare gli altri non è affatto facile.  

Il modo di combattere le guerre, dopo Verdun, subì dunque un brusco cambiamento. Oltre alla guerra chimica, che portò sul campo elementi e composti potenzialmente pericolosi per i terreni soprattutto se accumulati in siti localizzati, la guerra industriale e di massa del XX secolo coinvolse porzioni di territorio sempre più estese: se la prima interessò circa otto milioni di chilometri quadrati (poco più dell’estensione del Brasile), la seconda superò i venti (quanto l’intero Nord America). I bombardamenti, aerei o d’artiglieria, crebbero in intensità nel corso del secolo, devastando non soltanto il suolo, ma anche la copertura ebosa, le foreste e i corsi d’acqua, producendo un inquinamento atmosferico come nessuna guerra del passato aveva mai fatto.

Nel 2025 la rivista Eurasian Soil Science ha pubblicato una review dello scienziato russo O.A. Gordienko che, concentrandosi sui conflitti degli ultimi centoventi anni, mette in evidenza i diversi modi in cui le azioni di guerra (compresi addestramento ed esercitazioni) modificano il suolo. Prima di tutto, il terreno interessato dai conflitti subisce un notevole compattamento, dovuto al transitare di soldati e mezzi militari ma anche alla costruzione di basi temporanee e altri edifici. Un suolo schiacciato, pressato, subisce l’alterazione della sua capacità di drenare l’acqua, al punto che l’erosione può diventare più seria e pericolosa, causando smottamenti e una minore tenuta nei pressi dei corsi d’acqua. E non solo: «Il movimento di macchinari e truppe provoca la distruzione della struttura del suolo, la miscelazione dei suoi orizzonti, il deterioramento delle proprietà fisiche e chimiche, la devastazione della vegetazione e l’intensificazione dei processi di desertificazione».

Anche la morfologia del suolo viene alterata dal contesto bellico. Ad esempio, si stima che nella sola regione francese dell’Argonne, durante la Prima guerra mondiale i tedeschi spostarono 46 milioni di metri cubi di terreno, una quantità che potrebbe riempire circa 40-50 stadi come San Siro fino all’orlo. Ma è forse il bombardamento l’azione che più di ogni altra modifica la conformazione territoriale durante i combattimenti. Alcuni pedologi, scienziati esperti nello studio dei terreni, hanno addirittura coniato un termine per descrivere gli effetti di bombe e granate sulla conformazione del suolo: bombturbation. Si tratta di un particolare tipo di perturbazione degli strati superficiali, capace di alterarne la conformazione grazie alla compattazione di una parte del terreno e all’espulsione di un’altra, eventi che si verificano quando il proiettile esplode.

L’effetto combinato di un numero elevato di ordigni, come accadde a Verdun (34 milioni di proiettili sparati dai tedeschi e 28 milioni dai francesi), diede origine a quel paesaggio lunare talmente disturbante da essere entrato nell’immaginario comune come il campo di battaglia per antonomasia. In molti territori attraversati dai conflitti ancora oggi è possibile identificare strati composti da materiali tecnogenici, cioè detriti di origine industriale, che diventarono parte del suolo durante o in seguito ai combattimenti. Dopo la drammatica battaglia di Stalingrado, combattuta fra il 1942 il 1943, un gran numero di crateri presenti nella città sovietica venne riempito con rovine e detriti di ogni tipo, andando a costituire uno strato pedologico ancora oggi presente nel sottosuolo dell’area urbana.

I contaminanti possono disperdersi nel suolo e dare origine a inquinamento più o meno localizzato, i cui effetti sugli ecosistemi sono ancora poco studiati. Ovviamente questo genere di contaminazione è presente non soltanto sui campi di battaglia, ma anche nei poligoni di tiro, dove vengono effettuate le esercitazioni e i test sui nuovi armamenti.

L’elenco dei contaminanti chimici che interessano il suolo nelle zone di guerra è piuttosto lungo: si va dai carburanti ai lubrificanti, dai solventi ai residui di esplosivi e proiettili, senza contare la contaminazione diretta dovuta all’impiego deliberato di agenti chimici (come i defolianti utilizzati in Vietnam) o di materiali radioattivi (come i proiettili all’uranio impoverito impiegati durante le guerre balcaniche degli anni Novanta). Le munizioni adoperate o disperse sui campi di battaglia sono costituite per lo più da un nucleo di piombo e antimonio, coperto da una sottile camicia di rame o zinco. Questi elementi possono disperdersi nel suolo e dare origine a inquinamento più o meno localizzato, i cui effetti sugli ecosistemi sono ancora poco studiati. Ovviamente questo genere di contaminazione è presente non soltanto sui campi di battaglia, ma anche nei poligoni di tiro, dove vengono effettuate le esercitazioni e i test sui nuovi armamenti. Si stima che nel mondo oggi siano presenti circa centomila poligoni, dove si produce uno scarto di circa 72.600 tonnellate di piombo ogni anno.

I territori di guerra possono ospitare al loro interno, anche molti anni dopo la fine delle ostilità, diversi ordigni inesplosi (oggi identificati con l’acronimo ERW, explosive remnants of war, residui bellici esplosivi) e altri dispositivi, fra cui le pericolose mine antiuomo e anticarro. Oltre a costituire un pericolo per le persone che vivono in regioni contaminate, possono causare un danno ambientale serio, compromettendo in modo localizzato alcuni territori. L’osservatorio sui conflitti e l’ambiente CEOBS riporta che fra i paesi più esposti ci sono senza dubbio Ucraina, Afghanistan, Cambogia, Iraq e Corea del Sud. L’Ucraina in particolare è attualmente fra i più minati del mondo: secondo le principali stime, oltre un quarto della sua superficie potrebbe essere contaminata. Essendo i dati difficili da ottenere, per altre nazioni è soltanto possibile fare ipotesi. Appare comunque probabile che anche in diverse zone di Azerbaijan, Marocco e Myanmar siano presenti questo tipo di residui bellici.

Per due paesi, Vietnam e Laos, a rappresentare una minaccia è soprattutto quanto resta delle bombe a grappolo, impiegate in gran numero durante i pesanti bombardamenti effettuati dall’aviazione americana in Vietnam. Anche il devastato territorio della Striscia di Gaza, bombardato da Israele negli ultimi anni con centinaia di migliaia di tonnellate di ordigni, nasconde probabilmente un numero elevatissimo di ERW, che rappresentano una minaccia persistente e mortale per i civili. Il territorio dell’Iran, oggi al centro di una preoccupante crisi internazionale, porta ancora i segni della quasi dimenticata guerra combattuta contro l’Iraq di Saddam Hussein negli anni ’80: armi chimiche, sversamenti di petrolio e mine contribuirono a degradare suoli e risorse idriche, mettendo in difficoltà il settore agricolo e le coltivazioni di palma da dattero.   

Mine ed ERW possono compromettere la salute ambientale in diversi modi. È possibile che nel tempo i dispositivi comincino a rilasciare nel suolo i materiali di cui sono composti, fra cui metalli pesanti ed esplosivi. Le mine, progettate per restare silenti nel terreno per molto tempo conservando inalterata la loro capacità di uccidere o mutilare, possono colpire non soltanto gli esseri umani ma anche la fauna, compromettendo la buona salute degli ecosistemi, compresi i suoli. Diverse organizzazioni internazionali impegnate nei progetti di sminamento stanno studiando in che modo gli effetti dei cambiamenti climatici potrebbero interagire con mine ed ERW. Eventi meteorologici estremi, come le alluvioni, possono ad esempio causare lo spostamento, l’esposizione e la detonazione degli ordigni, così come l’innalzamento delle temperature medie può incidere sulla dispersione nel suolo dei componenti e sulla degradazione degli ordigni stessi. Nel 1955, il fulmine di un temporale attivò una delle mine che gli inglesi avevano interrato in un campo delle Fiandre durante la battaglia di Messines del 1917: non esplosa durante la grande guerra e dimenticata, saltò in aria trentotto anni dopo, per fortuna senza causare vittime.

Il programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) stima che oltre cento milioni di persone vivano in territori contaminati da mine ed ERW, mentre la società Landmine and Cluster Munition Monitor calcola che nel corso del 2024 le vittime delle mine siano state oltre seimila, la maggior parte delle quali bambini.

La foto è di Yevhen Titov (AFP).

Danilo Zagaria

Danilo Zagaria è biologo, divulgatore scientifico e redattore editoriale. Scrive di libri, scienza e animali su diverse testate, fra cui «La Lettura» del «Corriere della Sera». Il suo sito personale è La Linea Laterale. Nel 2020 ha fondato la rivista letteral-scientifica «Axolotl». Con add editore ha pubblicato In alto mare. Paperelle, ecologia, Antropocene, finalista dell’edizione 2023 del Premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica, e Il groviglio verde. Abitare le foreste dal Mesozoico alla fantascienza.