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Caterina Orsenigo
Le radici profonde del fallimento del Green Deal europeo

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Qualche anno fa l'UE sembrava pronta a imboccare la strada della crescita verde: un documentario mostra i limiti di quel progetto e ci invita a immaginare nuovi modelli economici.

«Il Green Deal europeo è la nostra nuova strategia per la crescita. Muovendoci per primi e rapidamente aiuteremo la nostra economia ad assumere la leadership a livello mondiale», diceva la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel dicembre del 2019, illustrando quella che sarebbe dovuta essere «la strategia per fare dell’Europa il primo continente al mondo a impatto climatico zero entro il 2050, dando impulso all’economia, migliorando la salute e la qualità della vita delle persone e tutelando la natura», come spiegava poi il Comunicato.

Non è andata così. Prima di tutto perché due anni dopo è arrivata la guerra in Ucraina, l’UE si è spaventata e invece di schiacciare l’acceleratore delle rinnovabili è corsa a cercare nuovo gas in Algeria e negli Stati Uniti. Poi, perché l’inflazione ha spaventato non solo le istituzioni europee ma anche consumatori e imprenditori, e il panico generale ha giustificato marce indietro su altri fronti come lo stop alle auto a benzina nel 2035. E ancora: non è andata così anche perché molti finanziamenti sono stati spostati sull’industria bellica. Inoltre, mentre noi eravamo sempre più indecisi e confusi, la Cina si sistemava per bene sul trono di quella «leadership a livello mondiale» che la von der Leyen di sei anni fa sperava di riuscire a ottenere. L’UE non si è mossa né per prima né rapidamente, ed eccoci qui.

Ma c’è un altro punto. Più profondo, sostanziale, a monte di tutto il resto. Non è andata così perché crescita economica e pressione ambientale non possono essere disaccoppiate. Se l’Europa è in buona parte riuscita a rispettare i propri obiettivi in termini di emissioni, non bisogna dimenticare che molto di quello che usiamo viene prodotto e smaltito altrove. Le materie prime arrivano per esempio dall’Africa sub-sahariana (ma anche India o America Latina), e in certi casi lì tornano i rifiuti. Per trovare i nostri vecchi cellulari e computer, per esempio, basta fare un viaggio in Nigeria: lo raccontava alcuni anni un’inchiesta dell’UNU (Università delle Nazioni Unite). È un fenomeno chiamato carbon leakage (“fuga di carbonio”), per cui, come spiega l’Institute for European Environmental Policy (IEEP) una quota significativa delle emissioni legate ai consumi europei avviene in altri paesi, per lo più del Sud Globale grazie alle importazioni di materie prime e prodotti finiti, mentre le statistiche ufficiali sul clima misurano solo i gas serra prodotti dentro i confini dell’UE. Il Green Deal sarebbe potuto essere la nostra strategia per la crescita, se solo fossimo stati più convinti, più indipendenti, più capaci di implementare le politiche dal basso o di non farci distrarre dalle tentazioni fossili. Per diventare «il primo continente al mondo a impatto climatico zero entro il 2050» invece bisognerebbe continuare a nascondere sotto l’ampio tappeto del colonialismo tutto l’impatto climatico che serve a mantenere il neoliberalismo. Il problema lì è proprio la parola “crescita”.

I movimenti ambientalisti nati quell’anno avevano in parte creduto alla narrazione di von der Leyen e alla favola del decoupling (disaccoppiamento, appunto). A sei anni da quel picco di cortei e striscioni “There is no Planet B”, un documentario si aggira per le sale cinematografiche indipendenti d’Europa: The Cost of Growth di Anuna De Wever e Lena Hartog, diretto da Thomas Maddens. Il titolo ricalca The Limits to Growth, il rapporto pubblicato nel 1972 dal MIT su commissione del Club di Roma e guarda a che punto siamo, quanto costa (e a chi) oggi la crescita. Ciò che sorprende è che nessuno dei “casi studio” del documentario riguarda i combustibili fossili. 

“Crescita economica e pressione ambientale non possono essere disaccoppiate. Se l’Europa è in buona parte riuscita a rispettare i propri obiettivi in termini di emissioni, non bisogna dimenticare che molto di quello che usiamo viene prodotto e smaltito altrove”.

The cost of growth si costruisce seguendo le voci narranti di Lena e Anouna, interviste a Greta Thunberg, al parlamentare europeo Diego Marin, al giornalista Vijay Prashad, ai ricercatori Jason Hickel e Mariana Walter. E racconta quattro storie principali: due di estrattivismo, sfruttamento e lotta, due di resistenza e futuro.

La prima è la storia dell’espropriazione di un enorme pascolo di renne in terra Sápmi da parte del governo norvegese, per costruire un parco eolico. È conosciuto come il caso Fovsen. Due attiviste Sami raccontano che «non ci sono state espropriazioni simili nemmeno durante la vera colonizzazione». In Norvegia una legge permette al governo di iniziare a costruire progetti prima che siano stati approvati giuridicamente: le pale eoliche vengono costruite senza alcuna valutazione di impatto ambientale e per ogni pala una strada che vi conduca. «La Norvegia ne parla come atto di servizio all’ambiente ma ci sono compagnie petrolifere statali che pianificano di usare quell’energia: stanno prolungando l’era del petrolio» spiegano. Quando la Corte suprema norvegese decreta che rubare terra agli indigeni è una violazione dei diritti umani, ovviamente non succede nulla: le pale e le strade ormai sono lì. Gli attivisti occupano per diversi giorni il ministero del petrolio e dell’energia e poi altri sette ministeri. Niente di fatto, anche se i racconti di lotta sono sempre racconti di speranza. Resta che il costo del Green Deal lo pagano gli indigeni Sami e le loro renne. Con la beffa che quell’energia verrà usata per estrarre altri combustibili fossili perché per alimentare la crescita serve sempre più energia: più pale eoliche, più pannelli solari e batterie, anche più fossile. Lo osserva l’antropologo Jason Hickel: il capitalismo è un sistema che per restare stabile deve espandersi, come un aereo che deve continuamente accelerare per non precipitare. Basta un anno di recessione perché la gente perda casa e lavoro. 

La seconda storia avviene nel Nord-Ovest della Serbia: valle dello Jadar, fra le montagne e il fiume Drina. Il gruppo anglo-australiano Rio Tinto scopre la “jadarite”, un metallo nuovo che contiene altissime concentrazioni di litio, iniziano i lavori per aprire la miniera, il progetto vale poco meno tre miliardi di dollari: villaggi comprati e svuotati per pochi soldi, regole ambientali non rispettate. Le proteste che invadono il paese sono fra le più importanti dalla caduta di Milosevic. Anche qui gli attivisti pongono l’attenzione sulla stessa questione: è vero che l’Europa dipende molto dalle miniere del sud globale e che dovrebbe rendersi indipendente, ma nuove miniere sul suolo europeo non le sostituiranno, semplicemente aumenteranno l’estrazione totale. Non solo: la Rio Tinto non è una compagnia europea, quindi la sensazione di trovarsi a pagare per la transizione di qualcun altro è ben comprensibile. È notizia proprio di questi giorni che in seguito alle proteste la compagnia, almeno per il momento, ha sospeso il progetto. 

Lena e Anouna raccontano l’entusiasmo con cui sono entrate nei movimenti ambientalisti, hanno organizzato scioperi, lotte, boicottaggi, hanno parlato con le istituzioni, fatto proposte e proteste. Finché, di sconfitta in sconfitta, non si sono fermate a chiedersi se dietro la crisi climatica non ci fosse qualcosa di più grande e strutturale: il sistema economico. Ci ha messo del tempo a capirlo il movimento ambientalista del 2019, nonostante alle spalle ci fossero decenni di lotte di fabbrica e di rapporti sui limiti dello sviluppo, di studi sul decoupling e sulla decrescita. Però è successo e il velo della crescita verde è caduto. 

“Il capitalismo e la favola della crescita sono pervasivi, ma restano delle brecce, delle nicchie di resistenza, spazi di sottrazione e di possibilità”.

“In presenza di risorse limitate, la crescita infinita non è solo una favola, ma è un’idea estrattivista e per sua stessa natura oppressiva, un sistema che determina chi vince e chi perde nel gioco della vita. La domanda che dobbiamo porci quando parliamo di crescita è per chi stiamo facendo crescere questa economia e che storie usiamo per giustificarla” dice Anouna.

Il capitalismo e la favola della crescita sono pervasivi, ma restano delle brecce, delle nicchie di resistenza, spazi di sottrazione e di possibilità. C’è la storia di una cooperativa abitativa di Amsterdam che sottrae case al mercato per restituirle alla cittadinanza. E soprattutto c’è l’ex GKN di Campi Bisenzio. Nel documentario il portavoce Dario Salvetti racconta la fabbrica quando era in funzione, con ritmi sempre meno umani perché ogni frazione di secondo di lavoro in più per gli operai è fatturato in più per i padroni. Racconta il licenziamento improvviso, i macchinari enormi, costosissimi e nuovi di zecca che la proprietà era disposta a buttare nella spazzatura. E poi il presidio permanente, l’incontro con il movimento ambientalista, e la scoperta più importante: fino a quel momento gli operai non erano mai stati liberi di scegliere cosa produrre, con quali materie prime e per chi, potevano pensare solo allo stipendio. Ma se il lavoro possono darselo da soli, tutto cambia. Conoscono le necessità, le materie prime e le disponibilità logistiche del proprio territorio. Possono produrre secondo il bisogno anziché per la crescita. Il progetto prevede pannelli solari e cargo-bike e allo Stato costerebbe meno finanziare il loro piano industriale che pagare la cassa integrazione ai lavoratori. Se non succede è perché sarebbe una ferita troppo grave per la narrazione neoliberista: finora nessun’altra fabbrica ha seguito la GKN nella sua lotta, ma se vincesse, se autodeterminarsi fosse una possibilità concreta, allora potrebbero seguire in tanti. 

La crescita costa risorse naturali, salute, disuguaglianze, sfruttamento, migrazioni, genocidi. Le soluzioni reali alla crisi climatica hanno la faccia di una fabbrica autogestita e non possono funzionare se non scardinando tutto: per prima la favola della crescita e dunque l’estrazione indiscriminata di risorse, lo sfruttamento, l’accaparramento di terre. Il Green Deal europeo poteva essere una strategia di crescita, oppure una strategia per raggiungere le zero emissioni nel 2050, senza emettere il surplus altrove. Viene facile pensare oggi che se almeno fosse stata una strategia di crescita, in questo momento di terremoti geopolitici l’Europa non sarebbe stata così debole e vincolata. Forse sarebbe un pochino più in grado di tenere dritto il timone, di difendere il diritto internazionale e il multilateralismo. Forse il petrolio del Venezuela così difficile da estrarre potrebbe starsene sotto terra e le materie prime della Groenlandia non sarebbero esposte alla furia estrattivista statunitense, di questi tempi più affamata dell’Europa. Ma non si fa con i se nemmeno la storia recente. Il Green Deal non è riuscito è essere la success story che vendeva allora von der Leyen, ha perso l’ambizione e il physique du rôle per giocare la parte del protagonista.

Ma a sei anni di distanza, quello stesso discorso del dicembre 2019 non ha più il fascino e l’entusiasmo di allora. La parola crescita fa pensare ai parchi eolici nei pascoli indigeni del Nord Europa e all’acqua inquinata dal litio in Serbia e prima ancora in Cile o nella Repubblica Democratica del Congo. I movimenti ambientalisti non applaudono più, anche perché difficilmente oggi li troviamo come allora a chiedere ai governi di ridurre le emissioni. Più facilmente li troveremo all’ex GKN a immaginare modelli di economia alternativa. Sapendo che solo creando modelli di economia alternativa, è possibile abbassare le emissioni.

Caterina Orsenigo

Caterina Orsenigo è scrittrice e giornalista. È laureata in filosofia a Milano e in letterature comparate a Parigi. Scrive di immaginari e crisi climatica per diversi giornali e riviste. Con Prospero Editore ha pubblicato il romanzo di viaggio Con tutti i mezzi necessari. Organizza passeggiate letterarie con l’associazione Piedipagina e fa parte del comitato organizzativo del corso di perfezionamento in Ecosocialismo dell’Università Bicocca.

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