Alcune nuove tendenze della critica letteraria trasformano gli scrittori del passato in paladini dell'ecologia, molto spesso a sproposito.
Le environmental humanities si sono poste un obiettivo programmatico che viene insegnato come un catechismo nei corsi di laurea: la crisi ecologica è anche una crisi dell’immaginario, l’immaginario è la materia su cui si esercitano le arti, e solo le arti possono rifondare l’immaginario decadente della civiltà moderna. Per quanto ambizioso o pretenzioso ciò possa sembrare, a livello teorico si tratta di far leva sulle avanguardie artistiche del nostro tempo per riportare l’ambiente al centro del discorso e ricucire così lo strappo esiziale tra natura e cultura. Sul lato pratico, invece, è un pullulare di opere riconducibili a due generi ben definiti: da una parte l’ecofiction, dall’altra l’ecocritica. La prima, una narrativa che affronta la questione ambientale in romanzi e scritti di fantascienza. La seconda, un filone della critica ambientale che punta a rileggere l’intero canone letterario attraverso i saperi e la sensibilità propri dell’ecologia. In questo monumentale lavoro di revisione, l’ecocritica sembra riscoprire continuamente autori celebri, insospettabili o dimenticati che hanno dato, consapevoli o meno, il loro contributo alla tematizzazione della questione ecologica in letteratura. Scrittori dell’Antropocene prima che si chiamasse così: in Italia, si è scritto dei casi di Andrea Zanzotto, Anna Maria Ortese e Italo Calvino.
Tra gli autori a trovare spazio nel pantheon delle environmental humanities nostrane c’è ovviamente anche Mario Rigoni Stern, fino allo scorso dicembre protagonista di una mostra dal titolo eloquente: Mario Rigoni Stern. Ecologia, impegno civile e cura dei luoghi. Una miscellanea di lettere, interviste e interventi pubblici che assieme ai libri hanno definito la parabola esistenziale di Rigoni quale intellettuale engagé e attento alla questione ambientale. In mostra nulla di inaspettato: l’affinità elettiva con Primo Levi, la vita sull’Altipiano dei Sette Comuni ai margini della società letteraria, l’educazione sentimentale nei boschi, le lauree honoris causa per aver allargato il campo d’interesse della sua letteratura alle scienze forestali. È indubbio, Rigoni ha scritto di natura per amore della natura, e nelle sue “storie naturali” l’Io del narratore assume una posizione decentrata per fare spazio a piante e animali. Eppure, c’è qualcosa che non torna nei suoi libri, una visione a tratti ingenua della natura che mina alla base la rappresentazione stessa dello scrittore “ecologista” – un appellativo che, per altro, lo stesso Rigoni non avrebbe gradito vedersi affibbiato. Elevando gli scrittori del passato a paladini dell’ambientalismo, le environmental humanities rischiano alle volte di prendere degli abbagli.
Breve nota biografica: Mario Rigoni Stern nasce ad Asiago nel 1921, allo scoppio della Seconda guerra mondiale parte alpino per il fronte, diventa sergente maggiore, combatte in Francia, Albania e poi in Russia. Nel corso della ritirata finisce prigioniero dei tedeschi quando è ormai arrivato al Brennero, viene internato in un lager, costretto a lavorare in miniere di ferro e carbone. Durante la prigionia comincia a tenere un diario, e nel dopoguerra trasforma gli appunti dal fronte in un libro: Il sergente nella neve (1953). Nel risvolto di copertina, Elio Vittorini decreta che Rigoni non è “uno scrittore di vocazione”, forse non sarebbe in grado di inventare storie, ma certo può riferire di quello che gli è accaduto “con immediatezza e sincerità”. È una critica puntuale: in fondo Rigoni non ha fatto altro che scrivere di quel che gli è capitato di fare, vedere, incontrare nel corso di una vita da alpinista, soldato, montanaro, cacciatore, impiegato statale e, solo infine, narratore.
Nei libri di Rigoni c’è una visione a tratti ingenua della natura che mina alla base la rappresentazione stessa dello scrittore “ecologista” – un appellativo che, per altro, lo stesso Rigoni non avrebbe gradito vedersi affibbiato. Elevando gli scrittori del passato a paladini dell’ambientalismo, le environmental humanities rischiano alle volte di prendere degli abbagli.
Quello di Vittorini è però anche un giudizio ingiusto, perché Rigoni è uno scrittore vero, e Il sergente nella neve un capolavoro allucinato e straziante. Il primo libro è un vasto e inatteso successo, ma passano quasi dieci anni prima che ne arrivi un secondo: Il bosco degli urogalli (1962). Di lì in avanti gli scritti di Rigoni si possono dividere in due categorie: quelli sulla guerra, sul suo trauma e il suo ricordo, e quelli sulla montagna e la vita nei boschi. Le opere di entrambe le tipologie sono collegate da un reticolo di rimandi, perché finita la guerra il soldato dell’Altopiano non spara più ai russi ma ai galli cedroni, ed è il bosco a guarire la testa del reduce. Guerra e caccia, senza soluzione di continuità: “Avrei avuto voglia di appostarmi con il fucile e aspettare i russi come si aspetta la lepre”, si legge in Il sergente nella neve.
Abbandonati a se stessi nella steppa russa, gli alpini avvertono nell’animo l’immensa distanza che li separa da casa e nel pandemonio della guerra sognano soltanto di “tornare a baita”, ma sanno a malapena dov’è il Nord e dove il Sud. Nella ritirata gli scarponi si consumano e i soldati se li saldano ai piedi con stracci e fil di ferro. Ad alcuni si gelano le dita e muoiono lì, in qualche isba sperduta. Le gambe dei superstiti affondano nella neve e le ginocchia scricchiolano come fuscelli. Quando va bene le mani sono impegnate a spennare un colombo cacciato tra le betulle. Si domandano se davanti l’ingresso di casa troveranno ancora i due tigli che c’erano quando sono partiti. L’archetipo del reduce descritto da Rigoni è un reietto che sopravvive alla guerra cercando la pace e l’isolamento nei boschi, come un orso ferito: “partiva al mattino e ritornava la sera, girava tutto il giorno per i boschi come avesse da cercare qualcosa, così per tanti giorni”.
Quando non ha scritto di trincee, mortai, reggimenti e capisaldi militari, Rigoni ha raccontato di malghe, stagioni e mestieri in sintonia con la natura. E lo ha fatto, ricordano i critici, con una lingua precisa ed esatta, sebbene scarna ed essenziale, nel suo sistematico fotografare la vita umana mescolata a quella animale e vegetale. Molte pagine si rivelano profetiche e poetiche, come quelle dedicate all’apicoltura in cui Rigoni descrive il glomere di api che, nel tepore dell’arnia, si ammassano per sopravvivere al gelo dell’inverno: “rotano lentamente dall’interno all’esterno per usufruire tutte del calore in uguali proporzioni, e solo per la regina hanno delle particolari attenzioni, non per dinastia ma per il proseguimento della specie”. Le storie naturali di Rigoni sono anzitutto questo, un dizionario traboccante di parole dimenticate: glomere, appunto, ma anche borita, stabbio, luccherino, crespino e tante, davvero tante altre.
A rileggerli con la sensibilità odierna, però, alcuni suoi racconti suonano equivoci. C’è un capitolo di Uomini, boschi e api (1980) dedicato ai mestieri di montagna, tra i quali quello di cavatore di marmo rosso delle Prealpi. Per un attimo Rigoni sembra riconoscere l’incompatibilità tra le attività estrattive e l’ambiente che tanto dichiara di amare, ma poi si ricorda della miseria delle comunità montane, dei paesani emigrati in America, e subito si arrende alla necessità dello sviluppo, al punto di dirsi pronto a pagarne il prezzo se porta benessere ai montanari:
Le discariche e gli sbancamenti rosseggiano tra il verde dei boschi come ferite sui fianchi dei monti, a certuno questi squarci dànno fastidio: ma a una disoccupazione o a una emigrazione Oltralpe sono da preferire? I comuni, poi, che certo non hanno grassi bilanci, incassano decine di milioni dalle concessioni. E un giorno il tempo ricoprirà tutto, come è accaduto con le ere geologiche.
Più avanti, parlando delle esistenze dure e stentate dei carbonai, dirà che hanno contribuito al progresso dell’umanità, “magari riscaldando con il prodotto del loro lavoro la stanza di un genio”. La natura come pozzo e come discarica è la quintessenza della questione ecologica: Rigoni non ha soluzioni, non può averne, ma il problema qui per l’ecocritica è non accorgersi che questa visione della natura rimane viziata da un pervicace antropocentrismo.
In Arboreto salvatico (1991), lo scrittore racconta del rapporto che intrattiene con gli alberi piantati nel suo brolo (altro termine perduto del suo dizionario naturale), e subito dichiara di volerlo fare con un intento “estetico-sentimentale”. Il titolo è un calembour: l’arboreto è “selvatico”, piantato senza essere coltivato, ma è anche “salvatico”, ossia salvifico e taumaturgico. Essenza dopo essenza, Rigoni rievoca un tempo in cui gli alberi non facevano da sfondo alla vita degli uomini, ma al contrario esercitavano su di loro un segreto influsso e ne determinavano la cultura. E ciononostante le descrizioni dell’arboreto sono incapaci di superare una concezione utilitaristica del mondo vegetale, simili nello stile a certi documentari naturalistici sulla cura dei boschi cedui. Degli alberi che descrive ci dice se hanno legna buona da ardere, se i frutti attirano la selvaggina da cacciare, se si prestano a fare mobili o utensili. Figlio del proprio tempo, lo scrittore non avverte alcuna contraddizione nel misurare il valore degli alberi in relazione ai loro usi strumentali, alla resa economica e all’apporto che danno alla cultura degli uomini.
Altrove, la critica di Rigoni si rivolge sì allo sviluppo, ma non a un certo modo di dominare la natura che permea la sua visione del mondo. Di una lepre senza vita sul ciglio della strada pensa ad esempio che ha pagato il prezzo della motorizzazione, e che al tempo delle slitte trainate da cavalli non sarebbe stata investita – semmai, cacciata. Il problema non è l’uccisione della bestia in sé, con quegli occhi “grandi e pietosi”, che Rigoni tollera e pratica ed esalta, ma il progresso che invade le montagne e guasta l’equilibrio ancestrale tra preda e cacciatore. Più avanti in Uomini, boschi ed api, raccontando di Don Lepre – il parroco di montagna con il vizio della caccia – lo scrittore riconosce nell’uccisione degli animali addirittura un potere catartico:
Ma non era anche scritto nella Bibbia di certi grandi cacciatori al cospetto di Dio? E mangiare polenta e selvaggina con un sano bicchiere di vino, una volta tanto, è certo meno che un peccato veniale. Molto meno, molto, di un peccato veniale; anzi: dopo diventi più buono, buono al punto di perdonare di cuore alle maldicenze delle pettegole, e più comprensivo delle miserie del mondo.
Un giorno, per stanare una lepre che si è infilata disperata tra le radici di un larice, il curato ordina di non affumicare la tana ma di abbattere direttamente l’albero: “Vedremo come saprà cavarsela questo saltamartino senza un buco da potersi nascondere”. Forse è vero, c’è stato un tempo in cui questo assedio accanito alla natura era parte di un equilibrio primordiale, ma oggi? Adattando a forza il pensiero degli intellettuali del passato al discorso ambientale corrente, il loro senso intuitivo dell’ecologia appare necessariamente antiquato.
Non senza ambiguità, la caccia è il tema centrale nelle storie naturali di Rigoni, che proprio in difesa della caccia lamentava la colonizzazione della montagna da parte di una nuova tribù di trekker, sciatori della domenica, cercatori di funghi, boy-scout, motocrossisti e quant’altro. Gli alberi di Natale negli alberghi, i palazzetti del ghiaccio, gli chalet lusso: tutta una nuova economia della montagna che veniva ad estrarre profitto dalla natura selvaggia di quei luoghi. C’era un tempo in cui la montagna pullulava di animali, poi è arrivata l’antropizzazione col suo corollario di agricoltura, cementificazione e turismo, la selvaggina è quasi scomparsa, e per ripopolare l’eden dei cacciatori i guardiaparchi hanno introdotto i falsi selvatici, soprattutto fagiani o starne da voliera, ma l’età dell’oro era già finita per il cacciatore dell’Altopiano. Rigoni rimpiange quel tempo in cui la tradizione della caccia era un tratto idiomatico della cultura delle Alpi e per numeri non incideva in modo determinante sull’avifauna, bensì come “leggero prelievo”. Per lui è evidente che il problema dei boschi non sono i cacciatori, ma i nuovi frequentatori abituali che con il loro “calpestio di tanti piedi” rovinano il sottobosco e impediscono alla foresta di rigenerarsi.
Rigoni ricorda che in passato cacciare era una necessità e la cacciagione era convertibile in beni di prima necessità: dieci chili di farina da polenta e due di formaggio per una pelle di volpe, cinquanta chili di farina e mezza forma di formaggio per una pelle di martora. Ma non era per questo che si cacciava: “era per sentirci parte di quella natura: neve, bosco, freddo, notte, silenzio, animali. Una maniera di vivere che forse in qualche parte del mondo c’è ancora”. È una suggestione potente, che oggi sembra fare presa soprattutto sulla minoranza survivalista: quell’ideale di caccia “etica” e responsabile che, se orientata alla comunione anziché alla conquista, diviene un viatico per riconnettersi spiritualmente alla terra e alle tradizioni avite, e rispettare così certi limiti anziché superarli.
Ma più che sulla caccia in sé, i libri naturalistici di Rigoni si focalizzano sulla vigilia della caccia, sull’attesa e il desiderio che la anticipa e la alimenta. In un altro dei suoi racconti venatori, un cacciatore s’infila in un buco scavato nel letamaio per fare la posta alla volpe che trafuga le sue galline. L’uomo sta lì tutta la notte, nel pieno dell’inverno, “gelato come un rapano”. Sente l’odore di fumo che viene dalla casa riscaldata e gli pare di vedere volpi ovunque, ma la sua smania è tale che resiste all’assideramento e alle visioni. L’uomo si è così irrigidito che non sa nemmeno se riuscirà a premere il grilletto, ma poi, all’improvviso, la volpe compare, si avvicina circospetta, è a tiro, lui attende ancora un attimo, infine spara: “Quando calcolò che era il momento giusto si rizzò in piedi di scatto girando su se stesso, urlando: bestiaccia!”. Non è per i trofei che si caccia, né per la fame o il diletto, ma per quella bramosia che ogni tanto ruba l’animo umano: secondo lo scrittore, questa era una buona maniera di vivere.
Come fosse la massima esperienza umana, l’interesse di Rigoni Stern si coagula proprio nel momento esaltante e rapinoso che precede la battuta di caccia, quando l’eccitazione dei cani segugio si confonde all’ardore degli uomini.
Un giorno concessero la caccia nella zona di rifugio e di ripopolamento dove da anni era bandita. In quei boschi i caprioli vivevano a branchi ed era un paradiso terrestre. Quel mattino accorsero tutti i cacciatori della zona e ne vennero, anche, da molto lontano. Sino in Paese si udiva il latrare delle mute ai guinzagli e prima dell’alba vennero a trovarsi sulla cima del monte, al centro della bandita, una trentina di cani e forse più. Li lasciarono e pareva un finimondo: latravano, abbaiavano, squittivano, correvano per il bosco in tutti i sensi, inseguendo i caprioli che incrociavano e ingarbugliavano le tracce e gli odori.
È come se tutelare l’ambiente avesse per fine quello di salvaguardare questo istinto primordiale che lega uomini e animali in una perpetua lotta per la vita.
C’è una scena fugace e misteriosa che ricorda Il vecchio e il mare (1952) di Ernest Hemingway in cui, al cospetto di un vecchio gallo cedrone abbattuto dopo una interminabile posta, lo scrittore-cacciatore avverte per un attimo la vertigine della materia viva.
Teneva ritta la testa e mi guardava. Mi sentivo timido davanti alla fatalità di quella morte che avevo dato e chinandomi gli accarezzavo il collo. […] Ora che era nostro, che erano finiti tensione e spasimo, ora ci sembrava che fosse morto anche qualcosa di noi. Non restava più niente né di noi né di lui di quello che eravamo prima: noi due, uomini qualsiasi e lui, una cosa morta qualsiasi. Ritornavano le montagne, le rocce, i massi, il bosco che poco prima non esistevano.
Più avanti, sempre nel Bosco degli Urogalli, un’altra momentanea epifania, subito sepolta da un velo di giustificazioni morali.
Una volta in Grecia aveva sparato a dei soldati che scappavano, ma poi, come ne vide cadere uno, aveva buttato il fucile che gli scottava tra le mani e gli venne un desiderio immenso di tornarsene a casa e piantar lì tutto. Nemmeno più una formica o una vipera uccideva così. Ma perché sparava agli urogalli? Alle coturnici? Ai francolini? Ai forcelli? Non lo sapeva nemmeno lui, ma era una necessità perché in quei momenti si sentiva più libero di ogni altro uomo. O meglio non che la sentisse questa libertà, ma accadeva che allora scompariva tutto: la fatica del lavoro, i bisogni di tutti i giorni, obblighi e impegni che comportavano il vivere tra gli uomini e tutto il resto.
La libertà umana come vertice del creato, il fine ultimo dell’esistenza che sta sopra a tutto, anche al bosco e alla vita che vi formicola dentro.
Come noi tutti, gli scrittori non sono esenti da tic e difetti: a leggerle con attenzione, le loro opere brulicano di ossimori, cortocircuiti, incomprensioni. Non c’è nulla di male in questo, ma fingere di non vedere le idiosincrasie è sbagliato, e pericoloso. Alla fine, le storie naturali di Rigoni che hanno retto meglio alla prova del tempo sono quelle sulla bellezza nostalgica delle montagne, sulla malinconia dello spirito che viene a osservarle, come succede al vecchio emigrante che dopo tanti anni ritorna al suo paesello.
Godeva a starsene seduto per ore sotto il pruno nell’orto della sorella, e guardava attorno alle montagne che cambiavano colore con le ore del giorno, e i pascoli con le vacche, e i boschi scuri […]. E io capivo come nel sapore forte del sigaro, nel canto frettoloso degli uccelli, nei campani delle vacche, nel profilo dei monti lui ritrovasse cose concrete che gli facevano dimenticare l’odore e l’aria del cementificio, il rumore dei compressori e dei montacarichi, il profilo dei grattacieli.
Sono parole liriche e struggenti che rendono Mario Rigoni Stern un grande scrittore: continuiamo a leggerlo allora, ma senza farne per questo un idolo dell’ecologia.