Una balena mi disse
Telmo Pievani
Navigare nella notte dei tempi

Lucy Mondi Una Balena Mi Disse La Newsletter Di Telmo Pievani

Da Malta all’Australia, i primi antichissimi navigatori ci hanno insegnato a sognare a occhi aperti.

Per raggiungerla dalla Sicilia, bisogna fare una traversata marittima di circa cento chilometri. Tre volte di più venendo dalla Libia. L’arcipelago maltese è uno dei gruppi di isole più remoti del Mediterraneo. Oggi quelle acque sono tra le più letali al mondo. Ci muoiono annegate, o di fame e di sete, centinaia di persone ogni anno, nella pressoché totale indifferenza dell’opinione pubblica e delle classi dirigenti, benché gran parte di quelle donne, quegli uomini, quei bambini, quelle famiglie siano in fuga dagli effetti diretti e indiretti del riscaldamento climatico antropico generato dalle nostre emissioni. Il loro comportamento non è un’invasione, ma è esattamente ciò che ci ha reso umani.

Marsa, Malta

Un’antichissima traversata verso Malta

Gli esseri umani si spostano e migrano da sempre. Nella nostra epoca – con il bel tempo, il satellitare, la strumentazione adeguata e un po’ di fortuna – si può attraversare il canale maltese con un gommone, ma migliaia di anni fa era un azzardo. Durante il Pleistocene, nei periodi più freddi, il livello dei mari era più basso di decine di metri, un ponte di terra collegava Malta alla Sicilia. Con la fine dell’ultima glaciazione, intorno a 13mila anni fa, l’innalzamento del mare lo sommerse e si creò un canale che tocca i 95 metri di profondità. Malta divenne una piccola piattaforma in mezzo alle onde, estesa per non più di 316 km quadrati, nel centro del più grande mare interno del mondo.

L’isolamento, le piccole dimensioni, le risorse limitate, l’instabilità ecologica, il clima semiarido rendevano impossibile il sostentamento di una popolazione umana su Malta prima dell’invenzione dell’agricoltura e dell’allevamento, cioè della capacità umana di addomesticare piante e animali, forzando gli ecosistemi a un eccesso produttivo. Una terra tanto remota non poteva essere raggiunta da bande di cacciatori e raccoglitori, privi di tecnologie marittime adeguate. Solo i popoli neolitici, a partire da 7400 anni fa, avrebbero saputo compiere una simile opera di colonizzazione, sospinta dalla loro crescita demografica. Arrivarono con le loro colture e ceramiche. O almeno così credevamo fino a poche settimane fa.

In un articolo pubblicato recentemente su Nature (maggio 2025; 641: 137-143), un team di ricerca coordinato da Eleanor M.L. Scerri – brillante archeologa del Max Planck Institute per la Geo-Antropologia di Jena – ha mostrato che in realtà Malta era abitata almeno da mille anni prima che arrivassero i neolitici. Dati archeologici e cronologici (sugli utensili in pietra e i focolari trovati nel sito di Latnija, sulla costa nord di Malta), botanici (piante autoctone e selvatiche, usate per il fuoco) e faunistici (gasteropodi marini, pesci e mammiferi marini) evidenziano la presenza di cacciatori raccoglitori mesolitici su Malta, dove vivevano principalmente cacciando animali (cervi rossi, foche, uccelli, tartarughe) e pescando cernie e granchi. 

Per un millennio almeno si vedono insomma i segni di una cultura completamente diversa da quella agropastorale che arriverà dopo, dalla Sicilia. I primi arrivati, come tipico di Homo sapiens, plasmarono l’ecosistema e ne ridussero la biodiversità, ben prima dell’invenzione dell’agricoltura. Quei gruppi preneolitici, grazie alle loro doti cooperative e di coordinamento, portarono a termine la più lunga traversata marittima di cacciatori raccoglitori mai documentata finora nel Mediterraneo. Probabilmente navigarono d’estate su canoe intagliate nei tronchi. Le vele non erano state ancora inventate. Non fu un viaggio comodo: ci volevano almeno due giorni, superando correnti laterali che mandavano alla deriva le imbarcazioni e allungavano la traversata.

Grazie a questa scoperta, si spiegherebbero meglio le somiglianze tecnologiche che si notano tra le comunità mesolitiche della sponda settentrionale del Mediterraneo e quelle della sponda meridionale maghrebina. Senza far correre troppo la fantasia, forse già prima dell’arrivo degli agricoltori e dei pastori il Mediterraneo brulicava di precoci attività marittime che facevano scalo tra le isole e connettevano le popolazioni di cacciatori raccoglitori. Non c’erano blocchi navali tra le due sponde del Mediterraneo, che si arricchivano a vicenda.

CC0

La prima navigazione in Australia

Come accade spesso nella scienza, una scoperta apre nuovi scenari e genera ulteriori domande. Se furono in grado di arrivare a Malta così precocemente – si chiedono i ricercatori coordinati da Scerri – chi può escludere che nel Mediterraneo e altrove vi siano state antichissime connessioni e migrazioni finora sfuggite alle nostre osservazioni? Quando gli esseri umani inventarono la navigazione e cominciarono a spostarsi sui mari? Solo la specie Homo sapiens fu in grado di farlo? 

Forse sì, a giudicare dal fatto (ancora piuttosto enigmatico) che l’altra specie umana che abitò le sponde settentrionali del Mediterraneo fino a tempi recenti, Homo neanderthalensis, non fu in grado (per quanto ne sappiamo finora) di attraversare lo stretto di Gibilterra. Gli ultimi manipoli di Neanderthal si erano rifugiati attorno alla rocca, intorno a 40mila anni fa, sopravvivendo per millenni pescando e cacciando, mentre i gruppi di Homo sapiens occupavano tutta la penisola iberica e spingevano da nord. Forse se la sarebbero cavata fuggendo in qualche rifugio costiero in Nord Africa, ma a quanto pare non lo fecero e si estinsero di lì a poco.

Non per questo dobbiamo tuttavia considerare la navigazione un’esclusiva di Homo sapiens. Per inciso: “Una balena mi disse” è un progetto editoriale di decentramento del punto di vista privilegiato della nostra specie sul mondo, e ci scusiamo sin da subito con i lettori per le continue ferite narcisistiche che la scienza infligge al nostro orgoglio antropocentrico e ai sacri “valori identitari” dell’Occidente. Se a scuola vi hanno insegnato che la navigazione è nata nel Mediterraneo con i fenici, è tempo di ricredersi. Basta allargare solo un po’ lo sguardo sul tempo profondo della storia umana.

Certo, Homo sapiens ci ha messo del suo: i nostri antenati usciti dall’Africa a più riprese a partire da circa 120mila anni fa portarono a termine imprese nautiche notevoli. Raggiunsero il Medioriente e la penisola arabica attraverso il ponte dei Sinai e attraversando lo stretto di Bab el Mandab (oggi Gibuti), che però era bassissimo nei periodi freddi. Più difficile fu colonizzare, poco dopo, l’Australia. Gli antenati degli aborigeni ci riuscirono già 65mila anni fa, quindi molto tempo prima della traversata verso Malta e da tutt’altra parte rispetto al Mediterraneo. Ci arrivarono da Timor est verso la Kimberly Country o da Sulawesi verso Nuova Guinea e in entrambi i casi è stato calcolato che, anche nei periodi in cui il mare era più basso, non si vedeva la costa dall’altra parte. 

Questo è un dettaglio importante, perché se all’orizzonte non vedo che di là c’è il profilo di un altro mondo, per scoprirlo devo arrivarci per caso, magari durante una battuta di pesca o sballottato da una burrasca, e poi sento la necessità di tornare indietro a raccontarlo agli altri. Per farmi credere dai compagni del gruppo, dovrò spiegarlo bene, farlo immaginare: è necessaria in sostanza la capacità di far prefigurare agli altri ciò che noi abbiamo in mente. Solo così ci si può organizzare per andare intenzionalmente dall’altra parte tutti insieme, costruire imbarcazioni adeguate, calcolare le correnti, valutare le condizioni meteorologiche e iniziare la colonizzazione di un nuovo ambiente, con fonti di cibo e habitat differenti. Questo è chiaramente un comportamento intenzionale e strategico, frutto di flessibilità adattativa. 

Dalla contemplazione sognante di cosa potrebbe esserci al di là dell’orizzonte, seduti su una spiaggia al tramonto, alla progettazione di una spedizione il passo è lungo e periglioso. Servono linguaggio articolato e immaginazione – cioè le doti dell’intelligenza umana moderna – per pianificare anticipatamente una simile impresa. Non sarà un caso che a Sulawesi, dove Homo sapiens passò nella sua espansione verso la Nuova Guinea solcando più bracci di mare, nelle grotte della regione di Maros Karst si trovano le più antiche pitture rupestri mai rinvenute, di fine fattura e risalenti a 40mila anni fa. Esse sono precedenti, per intenderci, a quelle europee (non ditelo agli estensori dei nuovi programmi delle scuole italiane, ma a quanto pare nemmeno l’arte fu inventata in Europa).

Homo Floresiensis

Ipotetica ricostruzione eseguita con metodi forensi del viso di Homo floresiensis
(Cicero Moraes et alii – http://arc-team-open-research.blogspot.it/2015/08/homo-floresiensis.html, CC BY 4.0)

Passaggi via mare nella notte dei tempi

Tutto ciò riguarda la nostra specie. Se però allarghiamo il panorama su epoche più remote del popolamento del sud-est asiatico, il quadro si complica.  Un tempo esisteva una grande piattaforma continentale chiamata “Sonda”, che nelle fasi di clima freddo si estendeva dall’Indocina attuale fino al Borneo, a Sumatra e a Giava. La costa orientale di questo continente coincideva all’incirca con la “linea di Wallace”, una separazione biogeografica di faune che corre tra Bali e Lombok e tra Borneo e Sulawesi, individuata da Alfred R. Wallace, il co-scopritore della teoria dell’evoluzione per selezione naturale. Sulla sponda opposta, a oriente, si estendeva un altro supercontinente, chiamato “Sahul”, che univa Papua Nuova Guinea, l’Australia e la Tasmania. Nell’evoluzione umana sono fondamentali gli spostamenti delle popolazioni e gli isolamenti geografici causati dai cambiamenti climatici.

Prima dell’arrivo di Homo sapiens, nelle terre della Sonda vivevano gli ultimi Homo erectus a Giava e soprattutto i denisovani, una specie sorella di Neanderthal che si era adattata all’Asia orientale e che si muoveva su un vastissimo territorio, dai Monti Altai e dal Tibet a occidente fino appunto alle ultime propaggini orientali dalla Sonda. Poiché gli attuali abitanti di Papua Nuova Guinea hanno nelle loro cellule una percentuale significativa di DNA denisovano, non è escluso che questa terza specie umana si sia spinta così a oriente in Oceania, fino a Sahul, attraversando quindi un braccio di mare. Ma è anche possibile che quella traccia genetica sia figlia delle ibridazioni avvenute, più a occidente sulla Sonda, con i gruppi di Homo sapiens prima che questi ultimi arrivassero a Papua Nuova Guinea, quindi restiamo agnostici al riguardo.

Se anche i denisovani non fossero riusciti ad attraversare la linea di Wallace – giungendo fino a Papua Nuova Guinea prima che la Sonda venisse parzialmente sommersa, trasformandosi nell’attuale costellazione di arcipelaghi – di sicuro ci era riuscita ben prima un’altra specie umana, pigmea, figlia di una migrazione antichissima fuori dall’Africa: Homo floresiensis. L’isola di Flores è molto oltre la linea di Wallace e gli antenati di questa forma umana, rimpicciolitasi a causa di un processo evolutivo noto come “nanismo insulare”, vi si erano insediati già 800mila anni fa. Quindi è sicuramente accaduto che gruppi umani molto più antichi di Homo sapiens – magari andando alla deriva su zattere di fortuna o trascinati da una tempesta – attraversarono i 20-40 km del braccio di mare corrispondente alla linea di Wallace e poi saltassero da isola a isola lungo la catena della Sonda fino a Flores.

Poiché Homo floresiensis ha resistito sulla sua isola fino a 50mila anni fa, insieme ai draghi di Komodo, e considerato che Homo sapiens passò probabilmente lungo le isole della Sonda per arrivare in Australia già 65mila anni fa, c’è una sovrapposizione temporale di alcuni millenni che lascia supporre che le due specie possano essersi incontrate su quelle rive. Poco più a nord, sull’isola filippina di Luzon, è stata recentemente scoperta un’altra specie pigmea, Homo luzonensis. Le Filippine non sono mai state collegate alla terraferma, quindi abbiamo la prova di un altro antico passaggio via mare, dal Borneo attraverso l’arcipelago paradisiaco di Palawan. Si sospetta che anche a Sulawesi, mai connessa alla Sunda, sia arrivata una popolazione umana prima di Homo sapiens. La separazione geografica, prodotta anche dalle migrazioni via mare, ha generato quindi una pletora di nuove specie umane sulle isole.

Per queste “navigazioni” così antiche, provare che si sia trattato di comportamenti deliberati è difficile. Tuttavia, è pur vero che molti animali non umani hanno raggiunto nel passato evolutivo e ancora raggiungono nuove terre emerse viaggiando a nuoto o su zattere naturali: proboscidati, suini, cervi, roditori, più raramente primati. Rimanendo nel nostro genere, Homo, molti studi recenti hanno rivalutato l’importanza delle risorse acquatiche (anfibi, molluschi, pesci, mammiferi marini), quindi è probabile che i nostri antenati, in fuga da zone interne sempre più aride, abbiano frequentato volentieri le sponde dei fiumi, le rive dei laghi, le coste e forse le isole. Dal punto di vista di chi è in cerca di cibo, un arcipelago smette di essere una barriera e diventa un ponte verso nuove risorse.

Del resto le uscite dall’Africa delle specie del genere Homo negli ultimi due milioni di anni sono sempre avvenute seguendo le linee di costa e i corridoi fluviali: l’acqua faceva da guida. Bisogna poi considerare che il Pleistocene è stata una fase di continua instabilità ecologica, con alternanza di fasi glaciali e interglaciali, a loro volta scandite da oscillazioni interne di temperatura anche importanti. Si calcola che, di conseguenza, i livelli del mare abbiano fluttuato in su e in giù per almeno 130 metri. Le isole diventavano penisole e poi tornavano isole. I ponti di terra si aprivano e si chiudevano. I ghiacciai avanzavano e si ritiravano. Le specie del genere Homo sono figlie del cambiamento climatico (ma non per questo il riscaldamento antropico attuale è paragonabile a quanto accaduto nel tempo profondo della nostra storia evolutiva, essendo molto più veloce e causato dalle emissioni di gas serra di una sola specie). La mobilità è l’adattamento principale a un mondo che cambia continuamente, inclusi gli spostamenti sul mare.

Allo stesso tempo, affrontare l’oceano doveva fare una gran paura. Lo dimostra il paradosso del popolamento del Madagascar. Questa grande e meravigliosa isola si trovava a poche centinaia di km da uno dei centri di origine delle specie ominine e poi dell’umanità, il Sudafrica e l’Africa orientale, eppure non fu mai colonizzata da queste popolazioni ancestrali. C’è dibattito su alcuni segni di macellazione trovati nel 2018 su ossa di uccelli elefante (il mitico Aepyornis dalle uova gigantesche, alto tre metri e mezzo, sul quale aveva favoleggiato Marco Polo), che risalirebbero a più di 10500 anni fa, suggerendo l’ipotesi che gruppi preneolitici, come a Malta, avessero attraversato il canale del Mozambico. Resta il fatto che le popolazioni native malgasce odierne sono di origine chiaramente sud-est asiatica, a riprova di una sostanziale occupazione umana neolitica tardiva proveniente dall’Oceano Indiano. Le migrazioni fanno strani giri: i pionieri di Homo sapiens dall’Africa sono arrivati fino in Australia seguendo le coste dell’Oceano Indiano e solo molto tempo dopo alcuni loro discendenti hanno fatto la strada in senso inverso, “scoprendo” il Madagascar a due passi da dove tutto era cominciato.

Mikalojus Konstantinas Ciurlionis

Epopee acquatiche

Poi ci presero gusto un po’ tutti e le colonne d’Ercole smisero di fare paura agli Ulisse pleistocenici. Umani intrepidi si adattarono a vivere sulle sponde del mare di Kara, nell’oceano Artico, già 45mila anni fa, cacciando i mammut lanosi siberiani. Questi Homo sapiens arrivarono dalle steppe dell’Asia centrale, seguendo il corridoio fluviale dello Jenisej, forse a partire dalla ricca regione dei Monti Altai, dove fino a pochi millenni prima i loro antenati avevano convissuto sia con i Neanderthal sia con i denisovani. Questo significa che a partire almeno da 50-40mila anni fa stare lungo le rive del mare non era più un vincolo e che avevano imparato a colonizzare le zone interne, anche se aride e montagnose. Chi glielo facesse fare, però, di vivere a meno venti gradi sotto zero in mezzo ai ghiacci, quando avevano terre ben più ospitali a loro disposizione, resta un punto di domanda.

Nel frattempo, il mare era diventato un’autostrada. Come ha ben ricostruito Dylan Gaffney, del Dipartimento di Archeologia dell’Università di Cambridge, nel 2021 sul Journal of Archaeological Research (29: 255–326), nel nord del super-continente Sahul manipoli di Homo sapiens arrivarono nell’arcipelago delle Bismarck intorno a 45-35mila anni fa e nelle isole Salomone 33mila anni fa. Dovettero attraversare vari stretti, larghi da 20 e 60 km, molto pericolosi. Altri gruppi scelsero invece di fare incursioni nelle vallate interne della Nuova Guinea, disperdendosi in quel territorio accidentato e dando origine a migliaia di etnie, culture e lingue differenti. Gli strumenti litici e l’ossidiana viaggiavano con loro. Cominciarono a usare il fuoco per farsi largo all’interno della foresta. Cacciavano mammiferi, rettili e pipistrelli. Pescavano mitili e pesci, tra i quali anche squali. Ogni tanto gli insediamenti scomparivano, spazzati via da eruzioni vulcaniche, ma poi tornavano altri e riprendevano la stessa vita.

Da isola a isola, iniziarono a portarsi dietro anche gli animali da mangiare, come il cusco (un marsupiale arboricolo), le piante, come il taro selvatico, e i tuberi come l’igname. Ciò significa che, al pari di quanto attestato anche in Europa, la cosiddetta “rivoluzione” neolitica fu preceduta in realtà da millenni di tentativi ed errori nella domesticazione, di prime selezioni di piante e tuberi, di esperimenti. Le isole, poi, sono da sempre laboratori di biodiversità e di speciazioni. Nel Pleistocene i livelli del mare oscillavano, quindi in una fase fredda e di mari bassi un arcipelago era raggiungibile, poi l’oceano si alzava e quelle popolazioni rimanevano separate. Nella fase fredda successiva arrivavano altre genti e una parte delle autoctone magari si spingeva oltre. Derive, divergenze, stratificazioni, ibridazioni culturali, diversificazioni, specializzazioni: così si formò il meraviglioso mosaico delle culture del Pacifico.

All’incirca nello stesso periodo, fra 38mila e 30mila anni fa, quando l’Eurasia orientale era collegata a Sakhalin e a Hokkaido, i primi cacciatori sapiens entrarono in quello che oggi chiamiamo Giappone. La penisola coreana era molto vicina e lo stretto fu attraversato. Dagli spostamenti dell’ossidiana, si è capito che qui gli umani usavano non canoe pesanti ma già imbarcazioni rivestite in pelle, formate da un telaio di legno leggero ricavato da rami. Una decina di millenni dopo, questi “navigatori” passarono di isola in isola lungo la catena delle Ryukyu, verso sud dal Giappone fino a Taiwan.

In contemporanea, più a nord i cacciatori siberiani orientali, inseguendo le loro prede, transitarono lungo la Beringia (oggi sommersa, ma a partire da 110mila anni fa nei periodi freddi era un ponte di ghiaccio e tundra che univa l’Asia orientale e il Nord America) e arrivarono nello Yukon intorno a 24mila anni fa. Poiché troviamo insediamenti umani in Sudamerica datati forse 18mila anni fa, il popolamento delle Americhe deve essere stato molto rapido: una scorribanda continua di abili cacciatori, in cerca di grandi mammiferi, e di pescatori. Per questo alcuni ipotizzano che l’autostrada di scorrimento sia stata fornita, ancora una volta, dalle coste del Pacifico nord occidentale (che sarebbe “orientale” dal punto di vista degli asiatici, ma noi lo chiamiamo “occidentale” perché è a ovest del resto delle Americhe e dell’Europa; è sempre interessante ricordare che basta girare il mappamondo e noi diventiamo l’oriente dell’oriente). Dall’Alaska alla California e oltre, infatti, i segni di attività di pesca sono molto antichi e persistenti.

Abbiamo fatto il giro del mondo dal punto di vista delle prime “navigazioni” e ora possiamo chiudere il cerchio con il Mediterraneo, che a differenza dell’Asia orientale, dell’Australia e delle Americhe unisce il margine settentrionale del continente di origine degli antenati di tutte le specie umane, il Medio Oriente (snodo migratorio cruciale da sempre) e l’Eurasia. Non stupisce dunque che diversi paleoantropologi ritengano plausibile che il Mediterraneo e le sue isole siano stati punti di connessione via mare anche per specie precedenti a Homo sapiens. Nella regione di Plakias, sulla costa meridionale di Creta, sono state trovati strumenti litici pleistocenici piuttosto arcaici (appartenenti alla tecnologia acheuleana) che potrebbero risalire a più di 130mila anni fa. Il dibattito è aperto, ma di sicuro Creta non è mai stata collegata alla terraferma né europea né africana, e qualcuno deve pur aver manipolato quegli oggetti.

Sulle isole Ionie di Zacinto e Cefalonia ci sono segni di una presenza neandertaliana. Ogni tanto escono notizie sensazionali di possibili fuoriuscite di Homo sapiens dall’Africa molto più antiche di quanto supposto finora, con esplorazioni anche nel Mediterraneo, ma non sono state confermate. Invece, da quando i primi pionieri della nostra specie arrivarono in Europa intorno a 45mila anni fa e forse prima, ci aspettiamo sorprese. Sardegna e Corsica, un tempo unite fra loro ma non alla terraferma, furono lambite dai primi cacciatori sapiens già 15mila anni fa, prima di Malta quindi. Due millenni dopo, dall’Anatolia arrivarono a Cipro (dove viveva una specie di ippopotamo pigmeo). 

Insomma, nella storia del genere Homo le coste sono state effettivamente ambienti attraenti e piste di rapido spostamento, qualche volta capitava ai temerari di essere passivamente trascinati sulla sponda di un mondo sconosciuto, ma prima di affrontare deliberatamente il mare aperto le specie umane ci pensarono un po’, perché l’impresa richiedeva una flessibilità cognitiva e adattativa e una capacità di immaginazione e pianificazione acquisite in tempi più recenti. Il viaggio per mare è un viaggio nel futuro: bisogna prefigurarsi una meta, sempre più in là. Poi è nostalgia, perché nasce il desiderio di tornare indietro. Da Malta all’Australia, i primi navigatori ci hanno insegnato a sognare a occhi aperti.

Telmo Pievani

Telmo Pievani è filosofo della scienza, evoluzionista, saggista e direttore editoriale di Lucy sui mondi. Collabora con il «Corriere della Sera» e altre testate. Il suo ultimo libro è Tutti i mondi possibili. Un’avventura nella grande biblioteca dell’evoluzione (Raffaello Cortina Editore, 2024).