In Kenya un Tinder radiofonico aiuta i Maasai rimasti senza bestiame a trovare moglie. In Brasile un villaggio si stringe attorno a una sardina. La parentela include animali, territori e gesti condivisi — e perderli, ci ricorda l'antropologia, è una forma di violenza.
Nella contea di Narok, nel sud-ovest del Kenya, c’è una piccola stazione radio che trasmette principalmente in lingua Maa, con qualche sporadica contaminazione in inglese e swahili. La lingua Maa è parlata dal popolo Maasai, una popolazione indigena che vive tra Tanzania e Kenya e che da secoli pratica la pastorizia come principale fonte di sostentamento.
Da qualche anno, Wambaz Oleman si è trasferito a Narok per lavorare come speaker radiofonico e tutte le settimane conduce una delle trasmissioni di maggior successo della contea: una sorta di Tinder radiofonico dove aiuta le persone a trovare marito o moglie. Oleman studia i profili dei candidati, li abbina, introduce le coppie in diretta e guida le prime conversazioni. A quel punto i due possono decidere se incontrarsi e continuare a conoscersi in autonomia, sotto lo sguardo attento di Oleman che ogni tanto le contatta per sapere come sta andando.
Il programma ha molto successo – diverse coppie che si sono conosciute in radio hanno poi finito per sposarsi – ma non è certamente la modalità più tradizionale di incontro, soprattutto per i Maasai. Oleman, però, la considera una risposta necessaria a un problema concreto: gli uomini Maasai fanno sempre più fatica a trovare una compagna. Una delle ragioni, mi spiega, è che molti di loro hanno perso il bestiame.
Il rapporto tra i Maasai e i propri animali, principalmente bovini, è strettissimo e va al di là del semplice sostentamento economico. La gestione e la salute degli animali hanno un valore sociale profondo, sul quale si costruisce l’identità di ciascun individuo. Per gli uomini, in particolare, possedere degli animali significa poter offrire una vita dignitosa alla famiglia, dimostrare di saper gestire delle responsabilità e, quindi, di potersi sposare.
Negli ultimi anni, però, si sta progressivamente perdendo la base materiale sulla quale si fondano queste relazioni. “Le siccità prolungate stanno riducendo le mandrie e azzerando il patrimonio delle famiglie,” mi spiega Oleman. “Così si spezza il tradizionale sistema attraverso cui gli anziani sostenevano i giovani nel percorso verso il matrimonio. Senza bestiame, che significa identità e dignità, diventa difficilissimo sposarsi.”
Da qui l’idea del programma radiofonico, per offrire anche a chi non possiede mandrie la possibilità di costruire una rete di legami stabili. “Il mio programma mette in contatto i giovani, ma espone anche le pressioni che affrontano,” continua Oleman. “Gli uomini si sentono inadeguati, le donne sono insicure rispetto al proprio futuro e le famiglie diventano più frammentate. Rimandare il matrimonio alimenta frustrazione, migrazioni forzate e tensioni sociali.”
Quando gli chiedo se ci vede una correlazione diretta con la crisi climatica, Oleman non ha dubbi. “I cambiamenti climatici stanno ridefinendo silenziosamente i legami familiari. Non perché trasformino i nostri valori, ma perché erodono le basi materiali che li sostenevano.”
“I cambiamenti climatici non agiscono soltanto sui corpi, sui territori, sulle economie, ma anche sulla forma invisibile delle relazioni umane, la nostra sfera più intima”.
I fattori esterni o interni a una comunità che possono trasformare i rapporti di parentela, la loro funzione e natura, sono da sempre oggetto di interesse e di studio. All’inizio del Novecento, l’antropologo inglese Radcliffe-Brown sosteneva che i legami di parentela servissero a mantenere l’ordine e la coesione sociale. Nei decenni successivi, questa visione fu progressivamente messa in discussione perché considerata troppo rigida, poco attenta al contesto storico e incapace di cogliere come le relazioni familiari cambino nel tempo. A partire dagli anni Sessanta, si cominciarono a esplorare altri fattori capaci di modellare le relazioni familiari, come le gerarchie di genere e le dinamiche di potere, ma anche le crisi economiche e le trasformazioni politiche e sociali.
Oggi i cambiamenti climatici introducono un ulteriore livello di complessità. Non agiscono soltanto sui corpi, sui territori, sulle economie, ma anche sulla forma invisibile delle relazioni umane, la nostra sfera più intima.
Nel contesto Maasai la perdita del bestiame destabilizza l’ordine generazionale. Gli anziani, che tradizionalmente detenevano autorità grazie al controllo delle mandrie, non sono più in grado di sostenere i giovani che, a loro volta privi di risorse, faticano a sposarsi e a costruire un nucleo familiare. In Europa e negli Stati Uniti, inoltre, diversi studi hanno evidenziato una relazione tra stress climatico e diminuzione della natalità. In Italia, una ricerca pubblicata nel 2025 sulla rivista Genus ha mostrato che chi considera i cambiamenti climatici il principale problema per il futuro ha una probabilità significativamente più bassa di desiderare figli rispetto a chi non li percepisce come una minaccia. Può sembrare ovvio, ma dimostra come i cambiamenti climatici incidano in modi diversi sui legami familiari a seconda dei diversi contesti sociali.
Spesso queste difficoltà spingono le persone ad allontanarsi dalla propria comunità di origine in cerca di nuove risorse e opportunità. Ma la migrazione implica anche un’ulteriore trasformazione dei legami di parentela e delle pratiche di cura.
Per descrivere come le relazioni familiari si trasformino quando le persone si spostano, la ricercatrice Giovanna Gini, del King’s College di Londra, ha proposto il concetto di mobile kinship, o parentela mobile. Gini usa questa espressione per indicare la continuità e la flessibilità dei legami di parentela nel tempo e nello spazio, soprattutto nelle comunità costrette a migrare a causa di pressioni climatiche o ambientali. L’idea di fondo è che la parentela non sia una struttura fissa, ma una rete di relazioni che si riorganizza continuamente, adattandosi ai cambiamenti climatici, economici, politici e sociali che attraversano le vite delle persone.
“Storicamente le persone si sono sempre spostate e la parentela è sempre stata modellata dal movimento,” spiega Gini. “La differenza, oggi, sta nel come. Grazie alla tecnologia, ad esempio, il modo in cui la migrazione trasforma i legami familiari è cambiato profondamente. Basti pensare a quanto sia diverso oggi mantenere un rapporto con chi vive dall’altra parte del mondo rispetto a quanto lo fosse per le generazioni precedenti.”
“Ma è cambiato anche il modo in cui portiamo con noi la nostra identità quando ci spostiamo,” continua. “Oggi, grazie alla globalizzazione, si possono trovare quasi ovunque gli ingredienti per cucinare i piatti della propria infanzia, ad esempio. Sembra un dettaglio, ma non lo è: il cibo, gli odori, le ricette di famiglia fanno parte di quella rete di legami che, insieme alle persone e ai luoghi, definisce chi siamo.”
Sopravvivere agli effetti della crisi climatica significa dunque imparare a preservare legami emotivi e pratici nonostante le distanze imposte dagli spostamenti forzati. Ma Gini introduce un elemento ulteriore, che allarga il concetto stesso di parentela fino a includere il mondo non umano: il territorio e persino gli esseri viventi da cui una comunità dipende – come il bestiame per i Maasai.
“L’idea di famiglia non è né naturale né universale. Nella maggior parte delle società, la parentela non coincide semplicemente con i legami biologici e può estendersi fino a includere animali, piante, paesaggi”.
Per la sua ricerca, Gini ha lavorato a lungo con la comunità di Enseada da Baleia, in Brasile, costretta ad abbandonare la striscia di terra in cui viveva dopo che nel 2016 un ciclone l’aveva quasi completamente rasa al suolo. La comunità ha insistito per restare sull’isola, seppur spostandosi in una zona diversa. Così ha rivendicato il diritto di scegliere dove ricostruire la propria vita e preservato la continuità con il territorio, la cultura e i legami che la tenevano unita.
Al centro di questa decisione, racconta Gini, c’è il rapporto profondo che la comunità ha con la manjuba, una piccola sardina locale che non è soltanto fonte di cibo e sostentamento, ma costituisce il fondamento dell’identità culturale, delle tradizioni e dei legami sociali del gruppo.
Secondo Gini, nella comunità di Enseada i legami di parentela si costruiscono attraverso pratiche quotidiane come la pesca, l’essiccazione del pesce, la narrazione di storie e la condivisione dei pasti. La manjuba è alla base di tutte le pratiche sociali fondamentali per la comunità. Senza di essa, i legami sociali non potrebbero formarsi né essere mantenuti perché verrebbe meno il principale mezzo di cooperazione, trasmissione dei saperi e condivisione collettiva. Il pesce, quindi, diventa essere senziente, compagno di vita, fonte di insegnamento e soggetto politico.
È proprio attraverso questo rapporto con il pesce che gli Enseada riescono a ricostruire il proprio mondo dopo il trauma dello spostamento forzato. E quando arriva il momento di decidere se lasciare l’isola, è la memoria collettiva di quei legami a orientare la scelta. guidando la comunità verso la decisione di restare per poter continuare a pescare la manjuba con tecniche nuove, adatte al nuovo paesaggio.
La memoria, come mi fa notare Gini, non è soltanto qualcosa che si custodisce nella mente, ma è qualcosa che si fa, che si rinnova attraverso gesti concreti. “Quando fai cose che portano con sé memoria,” spiega Gini, “coinvolgi anche le persone che erano parte di quella memoria.” Questa dimensione non riguarda solo il cibo: la danza, il canto e qualsiasi pratica che sia parte di un’identità condivisa possono aiutare a mantenere vivi legami di parentela che trascendono i luoghi e il tempo.
L’idea di famiglia, d’altra parte, non è né naturale né universale. Nella maggior parte delle società, la parentela non coincide semplicemente con i legami biologici e può estendersi fino a includere animali, piante, paesaggi: tutto ciò che partecipa alla costruzione di un’identità condivisa e di una rete di cura. Riconoscere questi legami come familiari significa comprendere davvero cosa perdiamo quando il clima cambia. “Essere costretti ad abbandonare o a rinunciare a questo tipo di relazioni è una forma di violenza”, spiega Gini. “Nel caso dei cambiamenti climatici lo è ancora di più, perché queste relazioni possono semplicemente scomparire da un giorno all’altro.”
Spostando lo sguardo, il senso del discorso di Gini non cambia. A gennaio 2026, una frana ha colpito il paese di Niscemi, in Sicilia, provocando il crollo di strade e case e l’evacuazione di centinaia di persone. La violenza dell’evento e delle sue conseguenze non riguarda soltanto i paesaggi trasformati o le abitazioni danneggiate, ma anche i legami e le relazioni che quel territorio custodisce. Riferendosi alla biblioteca della città, ad esempio, Milena Bonvissuto, scrittrice e operatrice culturale di Niscemi, ha scritto: “Questa raccolta non è solo un insieme di libri; è il frutto di una custodia amorevole durata generazioni. Se non interveniamo ora, il fango e l’abbandono cancelleranno per sempre pagine insostituibili della nostra identità.”
Estendere il concetto di parentela fino a includere questa costellazione di relazioni significa mantenere vivi rapporti e forme di responsabilità reciproca, anche nei contesti più instabili. Significa, soprattutto, dotarsi di un linguaggio salvifico: per continuare a stare in relazione con quello che resta e con quello che, pur scomparso, continua in qualche modo a vivere insieme a noi.