Il rapporto umani-disegno è antico decine di migliaia di anni. Più di recente lo abbiamo applicato all'ambito tecnico. Uno dei più noti autori viventi del settore, Jim Ottaviani, spiega perché dal naturalista greco Crateva alla sensibilizzazione sanitaria le illustrazioni sono state un pilastro della divulgazione.
Nel 2011, una misteriosa epidemia di zombie colpisce gli Stati Uniti. Lockdown in tutte le città, screening a tappeto degli infetti, ricerca disperata di un vaccino, famiglie intrappolate. I cittadini zombieficati, intanto, si trascinano per le strade in cerca di nuove vittime, scrutando ogni anfratto con i loro occhi non-morti. Tutto questo è raccontato in un documento ufficiale del CDC, il Center for Disease Control statunitense, massimo organo nazionale per il controllo delle malattie infettive e per la protezione della salute pubblica in generale. Non è nemmeno un documento secretato, potete leggerlo qui. Non si tratta di un report sulla gestione di emergenze sanitarie, ricco di dati e indicazioni sulle strategie da attuare. È un fumetto.
Nonostante le sue inquietanti risonanze con alcune delle esperienze vissute nel 2020, la storia che racconta è del tutto inventata e fu realizzata circa un decennio prima dello scoppio della pandemia di SARS-Cov-2. Nessuna capacità di prevedere il futuro, ovviamente. Si tratta solo di cultura della prevenzione. Nel 2011, in particolare, il CDC aveva scelto di utilizzare il fumetto per raccontare alla popolazione come comportarsi in una situazione di emergenza. I due protagonisti, Todd e Julie, si preparano a sopravvivere all’orda zombi mettendo insieme un kit d’emergenza che comprende tutti gli elementi suggeriti dagli esperti di comunicazione del rischio. Torce, radio, scorte di acqua e cibo, e così via.
Il messaggio finale è semplice ma di vitale importanza: che si tratti di un’inondazione, di un incendio o di un lockdown improvviso, arrivare preparati alle emergenze aiuta a gestirle. E poi, continua il fumetto, la scienza ci aiuta a uscirne. Non a caso, la vicenda si conclude con la messa a punto di un vaccino anti-zombi nella sede principale del CDC ad Atlanta, prima di un ultimo colpo di scena. Anche se il CDC viene sempre più svalutato e affossato dall’amministrazione Trump, resta ancora un organo di straordinaria importanza in ambito medico a livello internazionale, e allora perché un’istituzione così seria e rispettata ha deciso di affidare la diffusione del suo messaggio scientifico più rilevante a un fumetto?
La risposta brevissima – e di parte – è che funziona. Date un fumetto in mano alla maggior parte delle persone e vedrete che lo scorreranno. La combinazione di immagine (molta) e testo (poco), rende la lettura tanto leggera che con buona probabilità lo finiranno. La risposta lunga è complessa, e ha forse a che fare con il fatto che il rapporto fra esseri umani e disegno è antico di decine di migliaia di anni. Quello fra illustrazione e scienza è molto più recente, ma ha comunque una lunga tradizione, che dalle nostre parti può essere fatta risalire alle tavole botaniche del naturalista greco Crateva.
Dalla sua comparsa, l’illustrazione scientifica è diventata via via parte integrante del processo conoscitivo, soprattutto nell’ambito delle scienze naturali ma anche in fisica, con i diagrammi che accompagnavano la descrizione di moti e macchine. Il valore dell’arte figurativa, però, non è solo quello di rispecchiare e copiare qualcosa di già visto, che sia la descrizione di una pianta o del moto di una pallina su un piano.
Il disegno ci permette di dare forma a ciò che non possiamo vedere o che addirittura abbiamo difficoltà a immaginare. Pensiamo a tutte le rappresentazioni delle strutture subatomiche, o a quelle dei buchi neri, che cambiano in film e fumetti man mano che la conoscenza in materia aumenta.
Come ricorda spesso Marco Bellano, docente di Storia dell’Animazione presso l’Università di Padova, il disegno ci permette di dare forma a ciò che non possiamo vedere o che addirittura abbiamo difficoltà a immaginare. Pensiamo a tutte le rappresentazioni delle strutture subatomiche, o a quelle dei buchi neri, che cambiano in film e fumetti man mano che la conoscenza in materia aumenta. A volte, il tratto disegnato ci aiuta a mettere in pagina anche concetti sfuggenti, impossibili da raccontare a parole con la stessa immediatezza. In un suo famoso taccuino Charles Darwin, per significare l’idea dell’evoluzione biologica, scrisse “I think” e poi subito dopo tracciò un disegno appena abbozzato di quello che sarebbe diventato noto come albero della vita. Per argomentare in forma scritta la stessa idea, dovette pubblicare L’origine delle specie e tutti gli altri suoi lavori evoluzionistici.
Certo, il fumetto scientifico si affacciò sulla scena molto tempo dopo Darwin – anche se la data di nascita dei fumetti di per sé è piuttosto discussa, per cui tracciare un confine netto con il resto del mondo illustrato è difficile. Anche se non possiamo paragonare Darwin a un fumettista, è probabile che la sua decisione di appoggiarsi a un’immagine per raccontare un’idea complessa abbia avuto motivazioni simili a quelle che muovono il lavoro di chi si occupa di fumetto oggi.
Uno dei più noti autori viventi di fumetti a tema scientifico, è il californiano Jim Ottaviani. Dopo aver conseguito una laurea in ingegneria nucleare, Jim ha passato tre anni a lavorare in diverse centrali sparse per gli Stati Uniti. Poi ha fatto quello che tutti si sarebbero aspettati da un ingegnere nucleare: si è messo a fare fumetti. Ha scritto storie sulla paleontologia, la fisica, l’esplorazione spaziale e sulla vita di persone di scienza come Richard Feynman, Diane Fossey, Stephen Hawking e Jane Goodall.
Racconta Ottaviani:
Direi che ho scelto il percorso di studi più comune per diventare un fumettista. Inizi come ingegnere, a un certo punto diventi bibliotecario e poi pensi “mmh, certo che gli scienziati che ho studiato quando facevo l’ingegnere sono molto interessanti. Trovato! Userò le mie competenze da bibliotecario per fare ricerche su di loro e poi, ovviamente, ci farò un fumetto”.
Il fumetto è il modo con cui Jim ha scelto di comunicare la sua curiosità e il suo interesse per la scienza, ed è sorprendente perché Jim non è un illustratore, quindi per trasformare le sue sceneggiature in fumetti si appoggia ad artiste come Anne Timmons, Janine Jhonston o Roger Langridge. Ci si potrebbe chiedere allora perché abbia deciso di scrivere fumetti e non racconti, a cui avrebbe potuto lavorare con piena autonomia creativa:
Bhe, innanzitutto la scienza è molto visuale, e spesso anche gli scienziati pensano in maniera visuale. Dunque, quell’impianto è già lì. Inoltre, il fumetto ha una particolarità: ti presenta i concetti più astratti con le parole, ti chiede di immaginare delle cose, ma allo stesso tempo te ne mostra altre, puoi vederle. E tra queste immagini puoi muoverti facilmente avanti e indietro, per recuperare qualcosa che non hai capito o su cui vuoi riflettere. Non è come un film o un podcast, ad esempio.
La sua idea, quindi, è che i fumetti siano una buona scelta perché riflettono il modo stesso in cui la scienza viene pensata, creata e appresa. Un’altra scelta diffusa tra chi fa fumetto scientifico, condivisa anche da Jim, è di partire dal racconto biografico della vita di scienziati e scienziate, invece che dalle loro scoperte:
Non è che la scienza da sola non sia interessante. Penso solo che per le persone sia difficile appassionarsi a un’idea pura e semplice. Ovviamente c’è chi ama la matematica, la filosofia, o le scienze in sé, ma non è così per tutti. Parlare con le persone, delle persone, invece è qualcosa che in generale noi esseri umani amiamo. Per questo uso le storie personali degli scienziati come gancio, credo che aiuti sia me che i lettori.
Il fumetto è un linguaggio per sua natura fatto di commistioni, di contaminazioni. Ecco perché permette di mescolare con grande efficacia non solo le biografie delle persone ma anche i loro sogni, le loro idee, ai concetti scientifici che hanno contribuito a creare.
Nonostante la sua storia e le affascinanti prospettive che apre, il fumetto scientifico è ancora poco diffuso in Italia e nel mondo. Qui da noi il progetto Comics&Science, promosso dal CNR, sta lentamente contribuendo a trasformare il panorama, grazie a un formato che unisce storie scritte da alcuni dei nomi più noti del fumetto italiano, da Zerocalcare a Leo Ortolani, ad approfondimenti scientifici. A questo si uniscono le traduzioni di alcuni autori esteri (come Jim) e una piccola fetta di produzioni originali italiane, spesso legate a temi climatici e di lotta ambientale, come il recente Al lago! Al lago! di Alessia Iotti Alterales. Non esiste nessuna statistica ufficiale sul numero di fumetti scientifici pubblicati in Italia, ma chi lavora nel settore concorda sul fatto che i numeri sono molto bassi.
Questa scarsità si collega al fatto che molte persone, davanti alla parola fumetto, storcono il naso o abbozzano un mezzo sorriso, pensando che sia una forma di intrattenimento bassa, destinata solo a persone molto giovani, e che poco abbia a che fare con la vera cultura. Anche per una persona che lavora in questo ambito, che ne riconosce il valore e i punti di forza, non è facile scrollarsi di dosso la sensazione di essersi infiltrati in una festa a cui non si era stati invitati ogni volta che si partecipa a un evento culturale.
Le persone si approcciano a un fumetto pensando di capirlo, aspettandosi che sia accessibile. Per questo, se ci metti dentro della scienza, si aspetteranno di capire anche quella, e non partiranno scoraggiati pensando “Ah no, troppo complicato, non fa per me”.
Ne parlava Constanza Rojas-Molina durante un evento organizzato proprio da Comics&Science a Lucca lo scorso ottobre. Constanza è una matematica e illustratrice che lavora nel Dipartimento di Matematica della Cergy Université a Parigi. Per anni, raccontava, ha usato uno pseudonimo per firmare i suoi lavori illustrati. Aveva paura che la giudicassero poco seria in ambito accademico e che questo potesse avere un impatto negativo sulla sua carriera. Adesso, invece, pensa che l’aura di leggerezza che circonda i fumetti possa essere un vantaggio. Le persone si approcciano a un fumetto pensando di capirlo, aspettandosi che sia accessibile. Per questo, se ci metti dentro della scienza, si aspetteranno di capire anche quella, e non partiranno scoraggiati pensando “Ah no, troppo complicato, non fa per me”.
In fondo, forse, la vera forza incompresa dei fumetti scientifici è proprio questa. L’odore di inchiostro colorato e carta lucida costruisce uno spazio sicuro, in cui davanti a un argomento sconosciuto non c’è senso di inadeguatezza, solo voglia di saperne di più. Uno spazio che accoglie la nostra curiosità. Akira Toriyama, l’immenso autore di fumetto giapponese che ha creato Dragonball, nel suo libro Scuola di manga diceva che la cosa bella dei fumetti è che fra le loro pagine può succedere di tutto. Anche appassionarsi al frenetico girotondo delle particelle subatomiche, per esempio.