Una balena mi disse
Telmo Pievani
Notizie dal “fronte sud”

Lucy Mondi Una Balena Mi Disse La Newsletter Di Telmo Pievani

Pensiamo di doverci difendere dal Sud Globale, ma in realtà siamo noi i vicini molesti di chi sta sotto l'equatore.

Il nostro governo non perde occasione, ogniqualvolta in sede europea si discute di come meglio difendere il “fronte est” da incursioni di droni e cyber-scaramucce ibride, di ricordare con cipiglio preoccupato che esiste anche un fronte sud. La vera emergenza sarebbe presidiare il fianco sud della NATO. Non essendoci tuttavia avvisaglie di truppe marocchine, algerine, tunisine, maltesi o egiziane pronte ad attraversare il Mediterraneo, l’invasore meridionale sembrerebbe avere per ora le sembianze di donne e bambini su barconi e gommoni, migranti forzati in fuga da desertificazione, povertà e lager libici. Poi ci sono i russi in Cirenaica, d’accordo, ma meglio non parlarne troppo perché le inadempienze europee hanno contribuito non poco a farceli arrivare. E comunque, possiamo intenderli come una curvatura del fronte est.

In attesa che prima o poi qualche mente illuminata resusciti l’idea che i “fronti” si proteggono anche con la cooperazione, la formazione delle classi dirigenti, gli scambi, la ricerca, la diplomazia scientifica e le collaborazioni strategiche, la retorica ambigua del fronte sud potrebbe almeno tradursi in una maggiore attenzione per ciò che accade in quella parte di mondo che vede appunto in noi, impropriamente, un “nord”. E invece da quella porzione di universo non arrivano nemmeno più le notizie. 

Le province dell’impero sono in subbuglio, ma non se ne avverte l’eco. Chi si è accorto, per esempio, che in Madagascar a ottobre si è consumato l’ennesimo colpo di stato? I militari, dopo aver ammazzato sulle prime qualche decina di giovani manifestanti e di passanti che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato, hanno fatto due conti e hanno deciso che conveniva stare dalla parte degli insorti per rovesciare il presidente eletto e assumere ancora una volta le redini del paese. Un film già visto. Con notevole senso dell’umorismo, i maschi alfa ben mascelluti delle forze speciali hanno dichiarato che non si tratta tecnicamente di “colpo di stato” perché non sono entrati in armi nel palazzo presidenziale. 

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Colpi di stato e miniere

Non cambierà nulla nelle condizioni economiche e sociali del paese. Uscendo da Antananarivo, la capitale del Madagascar eretta su una distesa di paludi trasformate in risaie, le strade peggiorano subito. Brandelli di asfalto francese si alternano a voragini e crateri scavati nella terra rossa dai cicloni che flagellano il paese ogni anno nella stagione delle piogge, sempre più violenta e imprevedibile a causa del riscaldamento climatico antropico. Da trent’anni non viene fatta manutenzione e adesso la media di spostamento è inferiore ai 25 km orari. Non sempre le società umane progrediscono, anche perché alcune si arricchiscono da secoli a scapito delle altre, e perché all’interno di ciascuna si aggirano squali economici potenti.

Le strade nazionali sono devastate anche nel nord, benché sia la regione meno povera del Madagascar, grazie alle piantagioni di cacao, vaniglia e canna da zucchero, agli introiti del turismo tropicale, nonché alle ricchezze minerarie. Ma tutte e tre queste fonti di reddito finiscono nelle mani di pochi, che non abitano qui. Arrivati nella cittadina di Ambilobe – che ogni martedì pullula di umanità in uno dei mercati più colorati e vivaci del paese – all’improvviso si apre verso sud-est una bellissima strada asfaltata, nuova di zecca, persino con le strisce bianche, le carreggiate e la segnaletica. Come è possibile? Finisce sulla costa nord-orientale, a Vohemar e Sambava, attraversando e devastando la riserva naturale dove vivono gli ultimi sifaka di Tattersall, una specie meravigliosamente elegante di lemure, con la pelliccia tutta bianca e una corona d’oro sulla fronte. Porta dal nulla al nulla, quella strada, apparentemente.

L’hanno appena costruita i cinesi, che vivono in compound fortificati e segreti. Nessuno li vede quasi mai, nessuno sa come vivano là dentro. Hanno strappato alle classi dirigenti corrotte del Madagascar contratti capestro per lo sfruttamento delle miniere d’oro, che in questa regione sono abbondanti. Se ne vedono di spontanee persino ai lati della strada, con povera gente che fa danzare nei rigagnoli d’acqua i setacci e le padelle in cerca della polvere magica. Quindi la dinamica è chiara: la potenza straniera arriva, spiana la strada per il tratto che le serve, devasta la foresta dei sifaka, preleva la risorsa, la mette sui camion, la scarica in un porto appositamente costruito e la spedisce in patria. Come se fosse roba sua. Come se il Madagascar, con la sua straordinaria biodiversità, fosse un bene liberamente disponibile per gli appetiti dei prepotenti. 

Lo stesso schema vale per le risorse ittiche e agricole, quasi tutte basate su specie importate, come la canna da zucchero per il rhum e le foglie di khat, masticando le quali il cervello dimentica fatiche e sofferenze, inebetito. La strada asfaltata dei cinesi, poi, ha il merito di attraversare il villaggio natio del primo ministro appena destituito, e allora si capisce tutto. Intanto i bambini ai bordi delle strade non chiedono più caramelle, ma acqua. I più grandicelli spaccano pietre e cuociono mattoni, riempiendosi i polmoni di fumo e polvere. C’è da scommettere che gli emissari delle nazioni predatrici stiano già facendo la fila per portare i loro deferenti saluti al nuovo uomo forte di Antananarivo, la città dei mille guerrieri.

Libertalia è lontana

La notizia di disordini e rivolte nelle principali città del paese, già a fine settembre 2025, era passata del tutto inosservata in Occidente. Ci mancherebbe, abbiamo altri fronti drammatici di conflitto da seguire. Ma quanto accade nella poverissima e marginale quarta isola più grande al mondo parla anche a noi europei, che affolliamo ogni anno i resort di lusso nelle sue isole tropicali, come Nosy Be, collegate da voli charter diretti con i nostri aeroporti. Stesi in spiaggia sotto una palma, facciamo finta di non vedere l’indigenza nei villaggi attorno, il turismo sessuale e la nostra noia esistenziale.

Ma è fronte sud anche questo. I ragazzi di Antananarivo, spossati da decenni di razionamenti di acqua ed elettricità, ci ricordano che metà della popolazione del Madagascar ha meno di 19 anni. Significa 15 milioni di bambini e adolescenti. Sventolano le bandiere dei pirati digitali, teschi con i cappelli di paglia, la versione manga di quelli che solcavano effettivamente quelle acque dell’Oceano Indiano tre secoli fa e fondavano, sull’isola di Sainte Marie, effimere repubbliche indipendenti come Libertalia. Il presidente ex dj (il passaggio dall’intrattenimento alla politica è ormai un canale privilegiato di reclutamento delle classi dirigenti del XXI secolo), prima di fuggire ingloriosamente su un velivolo francese verso un esilio dorato, se ne stava asserragliato tra due palazzi lussuosi, uno nel centro della capitale e uno in periferia, due prigioni di diamante circondate da filo spinato e telecamere, in mezzo alle baracche e alle capanne con le fogne a cielo aperto. Con una mano reprimeva e faceva uccidere i manifestanti, con l’altra prometteva riforme inesistenti.

Sì, i turisti italiani stanno bene, rassicurano all’unisono i nostri mass media. Alcuni sono rimasti bloccati alcuni giorni a causa della sospensione dei voli, ma adesso pare che sia tutto a posto. Per un po’ i viaggi nei resort di lusso non sono raccomandati, ma solo per un po’. Tra scene di giubilo e fanfare, il nuovo colonnello-presidente ha giurato, ma non è chiaro su cosa visto che ha stracciato la Costituzione. Il Madagascar è stato sospeso dall’Unione Africana. Nelle ex colonie francesi i colpi di stato vanno sempre più di moda. Nel frattempo, il sud del Madagascar, la parte più povera, deve ancora fare i conti con il terribile doppio colpo inferto dalla pandemia e dalla siccità prolungata cinque anni fa. I vaccini prodotti in Occidente non sono stati distribuiti gratuitamente nel sud del mondo e le conseguenze sono state drammatiche.

Donald Trump evidentemente non vede prospettive di costruzione di nuovi resort e riviere dorate in Madagascar e in altri paesi africani. Ha tagliato infatti i fondi di USAID – l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale che dal 1962 esercitava soft power attraverso programmi di aiuti umanitari, sanitari, educativi, di prevenzione e di protezione ambientale – esponendo alla fame e a una morte evitabile nei prossimi cinque anni (come certificato a luglio dalla rivista medica Lancet) più di 14 milioni di persone in tutto il mondo, di cui un terzo bambini sotto i cinque anni. Un milione e mezzo di malagasy dipendevano da questa agenzia per la loro sopravvivenza nelle regioni meridionali del paese.

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Se l’ambiente è l’ultimo dei tuoi problemi, diventerà presto il primo

Sì, i turisti italiani stanno bene, sono tornati a casa. Storia archiviata. Intanto in Madagascar la deforestazione ha raggiunto la percentuale terrificante del 90%: il territorio è spelacchiato, abraso, spianato da secoli di colonialismo predatorio e, oggi, dall’economia di sussistenza che gli è succeduta. Le 18 tribù malagasy tagliano la foresta e la bruciano, per far posto a pascoli per gli zebù e a risaie. La pratica è antica, ma non per questo raccomandabile. Le conoscenze tradizionali non sono necessariamente buone e giuste. Le inondazioni infatti ogni anno dilavano via il terreno fertile e bisogna ricominciare da capo a tagliare e bruciare. Si piantano e tagliano eucalipti e pini, due specie invasive a crescita rapida che non c’entrano nulla con il Madagascar, ma servono per fare il carbone con cui si cucina il cibo e si fa bollire l’acqua. Se i tuoi figli hanno fame e sete, l’ultima delle tue preoccupazioni sarà l’ambiente. Così facendo però devasterai la tua prima risorsa e i tuoi figli avranno ancora più fame e più sete.

I parchi e le riserve sono come tanti fazzoletti sparsi qua e là, nel 10% del paese non ancora saccheggiato. Quelli senza turisti, i più remoti, sono esposti al bracconaggio, agli incendi e alle estrazioni minerarie illegali. I cinque visitati dagli ecoturisti, lungo le direttrici che da Antananarivo vanno verso est e sud-ovest, sono sorvegliati e resistono. Tocca rivalutare il turismo, se non altro come protezione dal saccheggio. Metà dei proventi dovrebbero andare alle comunità locali e il resto alla ricerca scientifica per la conservazione e a progetti di riforestazione e restauro degli ecosistemi. Nei villaggi attorno alle riserve si respira un pizzico di serenità e di speranza in più. Pochi si azzardano a cacciare i lemuri, perché è diventato fady, cioè tabù: sono la reincarnazione degli spiriti degli antenati e vanno rispettati. Inutile andare per il sottile, per salvarli va bene anche una credenza.

Con i fondi dell’ecoturismo in certe riserve benedette dal buon senso nascono scuole primarie, coltivazioni sostenibili, orti, piccoli allevamenti, arnie per le api, che odiano il fumo e allora bisogna smettere di bruciare tutto attorno. Un nesso stringente lega la povertà allo sfruttamento sconsiderato degli ecosistemi. Viceversa, solo promuovendo il benessere e lo sviluppo delle comunità native sarà possibile salvaguardare la biodiversità e trasformarla in un bene prezioso da custodire. I giovani che si ribellano ad Antananarivo, fra quelle strade sterrate rosso mattone, ci stanno dicendo esattamente questo: che le ingiustizie e le diseguaglianze sono una tagliola che soffoca sempre di più e dalla quale usciremo tutti sconfitti. Il grido della Terra sfruttata e quello dei poveri, che segano l’ultimo albero per avere una cena, sono lo stesso grido.

Una filigrana di egoismo

Un cittadino malagasy con il suo passaporto non può andare praticamente da nessuna parte, anche senza calcolare i colpi di stato, le camionette sulle piste di atterraggio e i costi proibitivi dei voli aerei per i cittadini di quel paese. Un italiano con il suo passaporto può andare invece pressoché ovunque, e in effetti lo fa eccome. La nostra aspettativa di vita ha superato abbondantemente gli 80 anni. In Madagascar non raggiunge i 64. Venti anni in meno da vivere. Per colpa di chi? Del colonialismo, certo. Dei corrotti che hanno svenduto il paese per garantire alla propria cerchia familiare una vita da nababbi. Ma adesso si aggiunge un fattore in più, che chiude il cerchio dell’ingiustizia: il riscaldamento climatico causato dalle emissioni di gas serra dei paesi più industrializzati.

Le maggiori riviste scientifiche mondiali hanno calcolato che più del 90% dei danni e dei costi del cambiamento climatico saranno pagati da paesi poveri che hanno contribuito per meno del 5% alle emissioni globali. Una sproporzione gigantesca. Eppure le negoziazioni internazionali su clima e biodiversità finiscono con risultati deludenti e palliativi. Langue miseramente il fondo di risarcimento (non “aiuto”, ma “risarcimento”: è un concetto ben diverso) per quanto i paesi del Sud globale hanno perso o sono stati danneggiati. La proposta, non solo eticamente inaggirabile ma anche di banale vantaggio per tutti, di estinguere il debito che questi popoli del fronte sud hanno contratto con noi – poiché per decenni li abbiamo aiutati con modalità che generavano dipendenza e ricatti – non viene nemmeno discussa. Nei prossimi anni dovremo farci sempre più spesso questa domanda: qual è la soglia di sopportazione delle diseguaglianze e delle ingiustizie? Quali meccanismi di repressione, di imbonimento o di autoregolazione continueranno a rendere tollerabile questa situazione per i discriminati e gli oppressi?

E noi invece pensiamo che ci sia un “fronte sud” da difendere, presidiare, armare, murare. Una filigrana di egoismo unisce le guerre del nostro tempo, le pandemie, la deforestazione, la devastazione ambientale, il riscaldamento climatico antropico, le migrazioni forzate. Sono tutte dinamiche sistemiche che trascendono i confini degli Stati, eppure sono proprio i pilastri del diritto internazionale e le organizzazioni transnazionali che lo interpretano a essere oggi maggiormente sotto attacco. Un sonnambulismo suicida. 

Per chi studia l’evoluzione, questa si chiama “trappola evolutiva”: ciascun attore cerca un profitto a breve termine per sé, erodendo i beni comuni e procurando un danno a medio e lungo termine per tutti gli altri, per sé stesso e per le generazioni future. Gli Stati Uniti hanno ceduto il soft power ai cinesi, che però vanno molto meno soft. La Francia è in ritirata su tutti i fronti. Anche le tregue si fanno solo per far soldi, ormai. I ragazzi pirateschi sulle barricate di Antananarivo ci chiedevano un sussulto di lungimiranza e generosità. Poi sono arrivati quelli con i fucili d’assalto e i pick-up a scippargli la rivoluzione.

Notizie dal fronte sud: ci stiamo comportando da pessimi antenati per chi verrà dopo di noi, e da vicini molesti per chi sta sotto l’equatore.

Telmo Pievani

Telmo Pievani è filosofo della scienza, evoluzionista, saggista e direttore editoriale di Lucy sui mondi. Collabora con il «Corriere della Sera» e altre testate. Il suo ultimo libro è Tutti i mondi possibili. Un’avventura nella grande biblioteca dell’evoluzione (Raffaello Cortina Editore, 2024).