A Torino si sono incontrati i membri di comitati, associazioni, collettivi e partiti politici da tutta Italia per un'assemblea nazionale convocata dallo storico centro sociale sgomberato il 18 dicembre.
In un giorno di pioggia, le vetrate del Campus Luigi Einaudi riverberano il grigiore dell’inverno torinese. Le uniche note di colore provengono da due murales sul lato opposto di Viale Mai. Il primo, “Free Öcalan”, invoca la liberazione del leader curdo rinchiuso dal 1999 nell’isola-prigione turca di İmralı. Sono le ore più buie dell’ultimo decennio per l’Amministrazione autonoma del nord-est della Siria e per quello che resta del confederalismo democratico, il modello di società basato su autodeterminazione, democrazia dal basso, femminismo ed ecologica teorizzato Bookchin, affinato da Öcalan e messo in pratica in Rojava. L’esercito della Siria, guidata dopo la caduta del dittatore Assad dall’ex miliziano al-Shara, ha attraversato l’Eufrate mettendo in fuga migliaia di persone, conquistato Raqqa – capitale dell’Isis (Daesh) fino alla sua sconfitta nel 2017 – e assediato Kobane, città simbolo della resistenza.
Il murale sopra la scritta “Free Öcalan” contiene sempre la parola libertà, questa volta in basco: “Que viva Askatasuna”. È passato un mese dallo sgombero muscolare dello storico centro sociale di Corso Regina Margherita 47. In questo sabato apparentemente anonimo, uno dei tre ingressi del Campus Einaudi – dove avevano trovato riparo le persone circondate dalla polizia armata di idranti nel giorno dello sgombero – è eccezionalmente aperto. Nell’aula più grande si è riunita in assemblea la società civile che vuole organizzare la risposta all’ultima sortita del governo Meloni, l’ennesima contro la solidarietà.
C’è così tanta gente che non si riesce a vedere chi sta parlando – un’aula più piccola, da duecentocinquanta posti, in cui è proiettata la diretta in streaming, viene anch’essa rapidamente riempita. Non resta che ascoltare, e fare un viaggio tra i dialetti della Penisola che restituiscono l’autenticità e l’importanza del momento. Comincia un rappresentante dell’Aska, poi una del Leoncavallo di Milano, sgomberato a settembre, e lo Spin Time di Roma che, con le centoventisette famiglie al suo interno, potrebbe essere il prossimo della lista. Poi l’ex-Opg di Napoli, il collettivo di fabbrica Gkn, militanti di centri sociali da Cosenza, Pisa e tutto il nord-est. “Sappiamo che cosa succede quando sgomberano uno spazio, cosa significa in termini di impoverimento di un quartiere e di una città”, dicono questi ultimi. “In passato ci siamo frammentati. È tempo di fare alleanze”.
“In questo momento tutti i tentativi di ricomposizione sociale sono sotto attacco. Vogliono stroncare sul nascere i legami sociali, l’aggregazione, la creazione di un percorso condiviso, largo, eterogeneo”, ribadiscono da Aska. “Eravamo quelle famiglie che si sono ritrovate con un dispiegamento impensabile di forze dell’ordine e che fanno ancora fatica a dare delle risposte ai propri figli e alle proprie figlie su come mai si deve andare a scuola in qualche modo scortati”, raccontano le voci del comitato Vanchiglia Insieme. “Quello che ci è stato tolto nel quartiere lo stiamo recuperando per le sue strade, portando insieme delle persone che forse prima si erano lasciate vincere da questa tendenza all’individualismo”.
“Sono un po’ emozionata perché di solito in quest’aula faccio lezione. È bellissimo vederla stracolma”, dice Alessandra Algostino, docente di diritto costituzionale dell’Università di Torino che interviene per il Coordinamento antifascista e il coordinamento antifascista universitario. “Doppio cappello, stessa sostanza: l’antifascismo”.
Algostino evidenzia tre parole chiave. Partecipazione, che sia effettiva, consapevole, trasversale. Sicurezza, data dall’idea di uno Stato fondato sui princìpi d’autorità e sull’obbedienza e quindi sull’ordine pubblico. Conflitto, attraverso il riconoscimento di coloro che stanno ai margini come veicolo di trasformazione.
“Gli spazi sociali sono anche luoghi fisici e simbolici dove si costituiscono relazioni non competitive e libere dal profitto, dove la vulnerabilità non è una colpa, ma un punto di partenza politico, dove la cura diventa pratica collettiva e non dovere imposto”, dicono le attiviste di Non una di meno. “Viviamo una fase storica, segnata da una molteplicità di fenomeni che si intrecciano, crisi che producono isolamento, solitudine, frammentazioni delle vite, precarietà materiale ed emotiva. Questo processo colpisce tutte, ma ne pagano il prezzo più alto le donne, la comunità LGBTQIA+, le persone razializzate, marginalizzate, precarie e povere, le persone con disabilità.” Citano la filosofa argentina Verónica Gago che ragiona sull’antifemminismo programmatico dell’estrema destra, l’accademica Susana Draper che ha formulato il concetto della “fascistizzazione della riproduzione sociale” e la sociologa Silvia Federici che ricorda che senza ricostruire comunità non esiste possibilità di trasformazione sociale.
“Per noi questi sono gli spazi che costruiscono non la loro sicurezza invocata, ma quella di tutela sociale. Spazi che accendono luci in quartieri abbandonati dallo Stato. Spazi che accolgono senza distinzioni. Spazi dove lo scopo non è il profitto. Spazi che prevengono la solitudine e l’isolamento.”
È il turno dell’Arci: Anna Maria Bava si avvicina al microfono con in mano Novanta, il libro di Valerio Mattioli appena uscito per Einaudi che racconta la carica rivoluzionaria di quegli anni, tra centri sociali, concerti rap, rave, cultura cyber e attitudine punk. “Per noi questi sono gli spazi che costruiscono non la loro sicurezza invocata, ma quella di tutela sociale. Spazi che accendono luci in quartieri abbandonati dallo Stato. Spazi che accolgono senza distinzioni. Spazi dove lo scopo non è il profitto. Spazi che prevengono la solitudine e l’isolamento.”
“Le ragioni che avevano spinto quarant’anni fa la mia generazione a occupare l’Askatasuna o altri posti sono le stesse che viviamo ancora adesso: problemi sociali, emergenza abitativa, distruzione ambientale”, dice un’attivista del movimento No Tav. “Dall’apertura a realtà molto diverse da noi è nata poi la possibilità di partire con il progetto del bene comune. Personalmente quando si è cominciato a parlarne ero un po’ perplessa, però la parola bene comune mi è piaciuta tantissimo”. Il riferimento è al percorso avviato dalla giunta comunale per convertire l’edificio occupato di Corso Regina Margherita ai sensi della legge sui beni comuni. Un percorso che ha perso il sostegno politico di cui aveva bisogno in particolare dopo i fatti di La Stampa.
Il 28 novembre 2025 un centinaio di persone che partecipavano a una manifestazione per la Palestina si sono staccate dal corteo e hanno fatto irruzione nella sede del giornale torinese, imbrattando le pareti e rovesciando i tavoli. L’attacco paradossalmente è avvenuto nei confronti del giornale che – tra le grandi testate – ha raccontato il genocidio in corso a Gaza, in un giorno in cui la sua redazione era per la maggior parte assente perché in sciopero. “Una redazione è il luogo in cui il conflitto prende forma in parole. Attaccarla significa dichiarare che non si accetta più il terreno comune del discorso pubblico”, ha scritto la giornalista Francesca Mannocchi.
A seguito della vandalizzazione, trentasei persone sono state denunciate e otto attivisti (di cui due legati ad Aska) hanno ricevuto una perquisizione a casa. Anche Askatasuna è stato perquisito, e in quell’occasione il ministro degli Interni ha richiesto lo sgombero dello spazio, facendo saltare il progetto di conversione in bene comune. “È un’ingerenza a livello amministrativo e un attacco all’esperienza di cultura alternativa che rispondeva alle necessità di giovani studenti e lavoratori”, sostiene un’attivista. “Proprio perché siamo tutti noi un bene comune, in maniera comune dobbiamo fare fronte contro questo governo e le nuove norme repressive che sta per approvare”.
Il governo e la maggioranza si apprestano a presentare un nuovo decreto sicurezza e un disegno di legge che lo accompagni. Le sessantacinque misure messe a punto dai tecnici del ministero dell’Interno sono nel solco del contestatissimo ddl 1660 del 2025 e, se possibile, ancor più repressive. I più preoccupanti assi di intervento dell’esecutivo sono cinque: tutele e agevolazioni per gli agenti, pioggia di norme sui reati minorili e sanzioni ai tutori, stretta sui ricongiungimenti per le famiglie delle persone migranti ed espulsioni più facili, interdizione temporanea delle acque territoriali per le Ong, pugno duro sul dissenso con divieto di accesso ai centri urbani per chi ha anche solo una denuncia per reati di piazza.
Quasi tutti gli interventi all’assemblea sono di donne, tutte in rappresentanza di uno spazio sociale o associazione. I pochi discorsi autoreferenziali che assomigliano a comizi sono di uomini. Tutte concordano sul fatto che l’opposizione al genocidio a Gaza sia stata capace di risvegliare un senso di responsabilità collettiva che sembrava sopito da prima della pandemia. “In quelle piazze non solo si è espresso un senso di profonda solidarietà con il popolo palestinese e la sua resistenza, ma si è riusciti a puntare il dito in maniera chiara contro chi alle nostre latitudini è responsabile di quel massacro e lo sostiene a spese delle persone, traendone profitto economico e politico”, dice Martina del coordinamento di Torino per Gaza.
Dalle piazze alle occupazioni nelle scuole, diverse generazioni hanno espresso il desiderio di cambiare radicalmente il corso delle cose. “In quelle settimane ‘Blocchiamo Tutto’ – l’iniziativa lanciata parallelamente alla Global Sumud Flotilla – non è stata solo uno slogan, ma una riappropriazione della pratica dello sciopero concreta, collettiva e soprattutto efficace. La vendetta del governo arriva puntuale per far pagare il conto di quella mobilitazione”. Un membro del coordinamento, l’imam del quartiere di San Salvario Mohamed Shahin, noto per la sua apertura al dialogo interreligioso e per aver fatto tradurre la Costituzione italiana in arabo, ha ricevuto – purché incensurato – un decreto di espulsione firmato dal ministro Piantedosi. Si è visto revocare il permesso di soggiorno di lunga durata ed è stato rinchiuso nel Cpr di Caltanissetta fino alla pronuncia contraria della Corte d’appello.
Chi ha fatto attivismo a Torino, prima o poi si è confrontato con l’Aska. Negli ultimi anni, il centro sociale di Corso Regina Margherita 47 ha fatto proprie alcune lotte, dal clima alla Palestina, con modalità poco condivise ed esiti discutibili, ma ha continuato a portare avanti quelle su cui aveva più riconoscibilità, sul piano internazionale e internazionalista.
Torino per Gaza è un coordinamento che nasce oltre due anni fa, “nello stesso spirito che oggi arriva questa assemblea, vale a dire costruire un fronte largo e unitario di opposizione al genocidio a Gaza, all’imperialismo e alle politiche di guerra.” La città di Torino è gemellata con quella di Gaza dal 1999, ma l’amministrazione sembra essersene dimenticata.
“Dobbiamo ripartire da ciò che ha funzionato. Da una connessione con le mobilitazioni a livello transnazionale e un linguaggio comprensibile, capace di bucare le bolle.” Non mancano infatti i riferimenti alle notizie di politica internazionale come l’assassinio di Renee Good da parte dell’ICE, l’agenzia statunitense di Immigration and Customs Enforcement, che viene chiamata dalle varie persone che intervengono “milizia neofascista” o “gestapo”. Il governo Meloni, vicino all’amministrazione Trump, non ha introdotto – per ora – una milizia di mercenari, ma dall’assemblea emerge che la voglia di intromettersi negli affari delle città e creare disagio sociale è quantomeno simile.
“È in corso un cambio di fase generale”, sostiene un sindacalista dell’Usb. “Non solo la riorganizzazione produttiva a livello globale con ripercussioni sul corpo dei lavoratori e delle lavoratrici, ma anche di una ripresa dell’imperialismo statunitense nelle aree quadranti”, ovvero nei Paesi che si trovano sopra grandi giacimenti di petrolio come il Venezuela, l’Iran e la Siria, ma anche quelli strategici per le rotte commerciali in un mondo stravolto dalla crisi climatica, come Groenlandia, Panama, Yemen. “È fondamentale ricordarci che stiamo vivendo un momento di crisi ecoclimatica senza precedenti”, sottolinea Extinction Rebellion.
Chi ha fatto attivismo a Torino, prima o poi si è confrontato con l’Aska. Negli ultimi anni, il centro sociale di Corso Regina Margherita 47 ha fatto proprie alcune lotte, dal clima alla Palestina, con modalità poco condivise ed esiti discutibili, ma ha continuato a portare avanti quelle su cui aveva più riconoscibilità – sul piano internazionale e internazionalista, il sostegno al confederalismo democratico curdo in Rojava, dove si è recato e ha combattuto contro Daesh con il più alto numero di militanti tra i centri sociali italiani. A livello locale e di quartiere, il doposcuola, lo sportello Prendo Casa, l’ingente distribuzione di mascherine e beni di prima necessità durante il lockdown, il laboratorio artistico, la sala di registrazione, i concerti e le tantissime attività culturali gratuite o a offerta libera.
Tra le rosse mura di Askatasuna con le foto dei partigiani e della liberazione, e le centinaia di persone accorse ai presidi di solidarietà è stato eretto un muro di due idranti, venti camionette e centinaia di agenti. È compito di uno Stato democratico distinguere i percorsi personali, penalmente perseguibili, da una collettività dipinta, nonostante la recente pronuncia giudiziaria contraria del Tribunale di Torino, come associazione a delinquere.
Uno spazio si può sgomberare, le idee no.
Foto tratta da: effimera.org