Mentre l'uragano Melissa devastava la Giamaica, alle porte della COP30, il Bill Gates che nel 2021 ha scritto "Clima: come evitare il disastro climatico" si è schierato con la politica antiscientifica.
Attenzione! Vi stanno nascondendo una notizia clamorosa. Bill Gates ha cambiato idea. Ci ha ripensato. Con un tempismo perfetto per influenzare la COP30 di Belém, iniziata il 10 novembre, pochi giorni prima il magnate ha pubblicato sul suo sito un lungo documento nel quale si dice pentito: dietrofront, non è vero che la crisi climatica è una minaccia esistenziale per la specie umana e per l’economia mondiale (come sostiene per esempio da due anni il Global Risks Report del World Economic Forum di Davos, noto covo di ambientalisti radicali). L’eroe della Silicon Valley, il giovane che si è fatto da solo, il miliardario progressista e democratico, il grande filantropo (e via con la retorica di ordinanza) ha cambiato idea sul riscaldamento climatico antropico. Nelle stesse ore, l’uragano Melissa devastava la Giamaica. Davvero un tempismo perfetto.
La pubblicazione della “clamorosa confessione” ha suscitato reazioni entusiastiche in Italia e ovunque, dal Wall Street Journal in giù. Oltre alle numerose testate negazioniste della carta stampata e della televisione nazionale, hanno salutato con sollievo e sarcasmo questa presunta svolta del miliardario anche altri influenti commentatori. Che senso di liberazione quando qualcuno ci leva le castagne dal fuoco, ci toglie le responsabilità, urla che il riscaldamento climatico è una boiata pazzesca, e tutti noi ad applaudire: è la gioia irresistibile dell’auto-inganno collettivo. Bill Gates, con un certo fiuto per il ribaltamento della realtà, ora sfodera le sue “tre dure verità”, quasi che il mondo si fosse sinora baloccato nel gusto macabro per la catastrofe. Qui spiace ricordarlo, ma le uniche dure verità sono quelle che ci suggeriscono le leggi della termodinamica: il pianeta Terra sta procedendo speditamente verso i due gradi di riscaldamento climatico antropico e le conseguenze sono note. Punto. Il resto sono chiacchiere auto-assolutorie. E di solito quando si ignorano le leggi della fisica l’impatto con la realtà è, appunto, piuttosto duro.
Suvvia, non ci estingueremo
Proviamo allora a vedere in cosa consisterebbero queste dure verità che nessuno voleva pronunciare. Cominciamo dalla prima non-notizia. Bill Gates afferma che “l’aumento delle temperature è un problema serio, ma non sarà la fine della civiltà”. Quindi non nega l’esistenza del riscaldamento climatico antropico, ma ritiene che esso non sarà sufficiente per estinguere la specie umana in toto. Ma chi ha mai sostenuto seriamente, e su basi scientifiche, questa tesi? Certo, vi sono movimenti che fanno riferimento alla ribellione all’estinzione e non mancano attivisti e comunicatori dai toni apocalittici, ma se andiamo a guardare con un minimo di obiettività al panorama complessivo – vastissimo, transnazionale ed eterogeneo – di chi è preoccupato per la crisi climatica e per il collasso degli ecosistemi scopriremo che il catastrofismo fine a sé stesso ormai è in ritirata.
Da anni sappiamo infatti che una comunicazione tutta incentrata su emozioni negative, ecoansia, minacce di sacrifici e traversate del deserto, intonazioni moralistiche e punitive non soltanto non è efficace, ma genera effetti di rimbalzo, insofferenze, assuefazione, polarizzazioni e soprattutto rassegnazione contagiosa. “Se il problema è così enorme e irreparabile, cosa potrò mai fare io come individuo, che sono tanto piccolo?” Statisticamente è vero che il singolo da solo non può fare alcuna differenza, ma il paradosso è che se tutti lo pensano poi davvero non cambierà mai nulla. Bisogna invertire il contagio e renderlo positivo: se lo faccio io – e mi sento meglio, non divento più povero e aiuto l’ambiente – puoi farlo anche tu e possiamo farlo tutti (per esempio smettendo di votare i negazionisti e di comprare i loro giornali).
Naturalmente Bill Gates e il suo nutrito staff conoscono benissimo tutto ciò. Il tema non è se ci estingueremo oppure no (non ci estingueremo, Homo sapiens ne ha già viste di tutti i colori nella sua breve evoluzione di trecento millenni, perché viviamo su un pianeta imprevedibile e violento, del tutto disinteressato alle nostre sorti), ma chi pagherà questa transizione inevitabile, quanto dovremo soffrire per adattarci, quali ingiustizie e diseguaglianze creerà ancora, quanto a lungo continueremo a scaricare sulle future generazioni il nostro debito ambientale. E allora perché ribadire che “non sarà la fine della civiltà”? Per due motivi: il primo è che Bill Gates in passato, in particolare in un libro del 2021 su come “evitare un disastro climatico”, aveva usato toni catastrofisti (problema suo, aveva torto anche allora); il secondo è che in questo modo si fa passare la caricatura secondo cui gli ambientalisti sarebbero tutti apocalittici radicali, estremisti ideologici e dottrinari, figli di papà viziati e nemici del progresso economico.
False dicotomie
Ed eccoci alla seconda presunta dura verità: “Salute e prosperità sono i migliori antidoti contro i cambiamenti climatici”; “I poveri hanno bisogno di crescita economica”. Tu guarda, non ci aveva ancora pensato nessuno. Che pensiero gentile e leggermente paternalista. Ma quale crescita? Naturalmente una crescita quantitativa, energivora ed estrattivista, con una spruzzata di innovazioni tecnologiche miracolose che noi occidentali venderemo ai poveri, indebitandoli ulteriormente (i famosi prestiti a tasso agevolato e i famosi aiuti trattenuti in loco da classi dirigenti corrotte). I poveri, infatti, devono affrontare sfide e minacce ben più urgenti di quelle del clima – prosegue il grande filantropo – la prima delle quali è uscire dal loro sottosviluppo e diventare prosperi come noi, ovviamente a base di combustibili fossili, perché pare che costino ancora meno. Prima di pensare alla foresta, devono sconfiggere le malattie.
Bill Gates insomma si allinea all’opinionista danese Bjørn Lomborg, l’“ambientalista scettico” che da anni, contro le evidenze scientifiche, insiste con la sua tattica: polemizzare solo contro le posizioni più allarmiste di attivisti e scienziati. In sintesi: gli ecologisti e i mass media fanno proposte irrealistiche; la situazione non è così drammatica, abbiamo già ridotto tantissimo le emissioni, anzi viviamo nel momento migliore della storia umana; i costi del riscaldamento climatico sono sovrastimati; ci sono sfide più urgenti da affrontare. E invece la gente sarebbe in preda al terrore per la crisi climatica a causa dei catastrofisti (dalle ultime elezioni, non si direbbe). Insomma: scetticismo tanto, ambientalismo poco1.
Lomborg sostiene che le politiche climatiche danneggeranno i poveri, limitando il loro accesso all’energia a basso costo dei combustibili fossili, anche se a onor del vero la rivista Nature Climate Change ha calcolato che il 10% dei paesi più ricchi pagherà solo il 3% dei costi del riscaldamento climatico. Se non facciamo qualcosa, i meno abbienti pagheranno tutto il resto. Dunque, quali soluzioni per Lomborg? Mettere una piccola tassa sul carbonio, fare innovazione, cambiare le colture e per il resto lasciare correre da solo il libero mercato, che si autoregolerà e lascerà in pace il nostro stile di vita.
Anche l’ambientalista scettico però ha un sussulto di dubbio e prefigura un “piano di riserva” a base di geoingegneria: se le cose si metteranno male, bombarderemo il cielo con l’anidride solforosa per raffreddare la Terra (Gates in effetti sta finanziando anche progetti simili, interessante coincidenza). Del resto, se pensi che le tecnologie siano gli unici strumenti a disposizione, ti sembrerà che ogni problema possa avere una soluzione tecnologica. Il messaggio consolatorio è efficacissimo: che senso ha fare tutta questa fatica per decarbonizzare se poi, quando saremo alle strette, ci metteremo una tecno-toppa di proprietà di qualcuno e tutto andrà a posto?
L’autoestinzione dei progressisti
Gli autorevoli commentatori nostrani invece sono tutti contenti, all’insegna della più pelosa realpolitik. Evviva la revisione autocritica, evviva l’aggiornamento dei giudizi: il pensiero progressista sta prendendo atto del nuovo contesto storico che ha seppellito per sempre il diritto internazionale e il multilateralismo, e ognuno fa per sé. Facciamola finita con la tecnocrazia ambientalista conformista (sembra di rivedere i cartelli con scritto “Basta scienza!” che sventolavano nelle piazze no-vax durante la pandemia). E poi basta derive dogmatiche e fanatismi: è tempo che i progressisti rinuncino a sognare mondi possibili diversi, a lottare contro ingiustizie e diseguaglianze, che si adeguino alla realtà e si siedano a cuccia, smettendo di infastidire i manovratori.
Ora, i progressisti potranno anche decidere di suicidarsi o di smettere di fare i progressisti (ci stanno riuscendo comunque), ma resta il dato di fatto granitico per cui, se vogliamo rispettare la realpolitik, bisogna rispettare appunto la realtà, la quale non essendo né di destra né di sinistra è studiata, misurata e compresa dalla scienza. E qui i conti proprio non tornano. Proliferano le false dicotomie implicite. I soldi che si mettono per mitigare e adattarsi al riscaldamento climatico antropico non vengono sottratti ai fondi umanitari di tipo sociale, economico e sanitario. Questo argomento non è altro che l’ennesimo cavallo di Troia per rallentare le politiche ambientali.
Falsissima poi è l’opposizione tra sviluppo dei paesi più poveri e difesa ambientale. Come ormai attestato da decenni dalle maggiori riviste scientifiche mondiali in tutti i modi e con tutte le metodologie di calcolo, i due processi si alimentano a vicenda. Quindi è vero esattamente il contrario: sono proprio i paesi più poveri a dover mettere il riscaldamento climatico tra le loro priorità, perché sono i più danneggiati e hanno meno strumenti per resistere. Anche la connessione tra devastazione ecologica, riscaldamento globale e aumento della diffusione di malattie pandemiche è documentata oltre ogni ragionevole dubbio2. Inoltre (ma le confutazioni potrebbero durare giorni) non è affatto vero che i combustibili fossili costano meno rispetto alle energie rinnovabili più avanzate.
La questione non è tecnologica, ma politica
Insomma, non c’è alcuna “svolta” e in tanti ci sono cascati. Ovviamente, le risposte analitiche e argomentate date al documento di Gates da parte dei maggiori scienziati del clima mondiali non hanno ricevuto nemmeno una infinitesima parte della sua eco mediatica3. Si sa, il pubblico adesso vuole rassicurazioni, non altre preoccupazioni. C’è voglia di ottimismo a buon mercato. E così, si consuma un nuovo episodio di cattivo giornalismo sui temi ambientali. Sembra che la questione sia tecnologica, quando in realtà è ormai solo squisitamente politica.
Nel documento Gates mette i link a molti progetti di innovazione tecnologica e gestionale, alcuni dei quali davvero promettenti e di grande interesse. Ma anziché gioire per la presunta umiliazione dello spauracchio (l’ambientalista radical chic che sa dire soltanto no), gli analisti dovrebbero valutare queste innovazioni caso per caso in base al contesto sociale ed economico in cui si inseriscono: chi potrà usufruirne, quando, a che prezzo, chi ne sarà proprietario, chi le controllerà, ci sono soluzioni alternative più semplici, eque e immediate? Nelle sue pagine il grande benefattore sponsorizza, oltre alla fusione nucleare, anche ipotetici reattori nucleari a fissione modulari, i quali però richiedono tanti soldi e tanto tempo, che si potrebbero investire in energie rinnovabili già pronte. Rischia così di fornire alibi per non fare quello che conta: uscire dai combustibili fossili, accelerare l’efficientamento energetico e passare a energia pulita e democratica. Le tecnologie ci sono già, si possono implementare subito senza desertificare nulla, per scoprirlo basta entrare in un qualsiasi dipartimento di un qualsiasi politecnico italiano. Il punto è che non lo vogliamo fare.
Gli altri argomenti sono i soliti: è difficile decarbonizzare la produzione di acciaio e il trasporto aereo (d’accordo, ma intanto decarbonizziamo tutto il resto). Nel saggio non mancano gli errori prospettici, per esempio: se guardiamo al benessere qui e ora delle persone, “sorprendentemente, il freddo eccessivo è molto più letale, provocando quasi dieci volte più vittime” (e i commentatori gioiscono in coro). Il riferimento, si suppone, è ai senzatetto e ai bisognosi che non hanno riparo durante l’inverno. Viceversa, ultimamente i morti per caldo sono leggermente diminuiti, sostiene Gates, perché più persone hanno accesso all’aria condizionata (sic et simpliciter).
Fa parte della terza presunta dura verità: “La temperatura non è il modo migliore per misurare il nostro progresso climatico”. E quale allora? La qualità della vita delle persone. Come se fossero due questioni separate. Il punto è che, a parità di variabili, i morti di freddo sono sempre gli stessi e la causa è la povertà. I morti di caldo invece secondo tutte le stime aumenteranno progressivamente a causa delle ondate di calore, di incendi e siccità. E allora perché dire che al momento attuale i morti di freddo sono dieci volte più dei morti di caldo? Va da sé che l’aria condizionata non sarà la soluzione, anche se piace molto a certi populisti: muoiono di caldo? E dategli l’aria condizionata!
Gates aggiunge che serve “una svolta strategica: dare priorità alle azioni che hanno il maggiore impatto sul benessere umano”. Tradotto: la mitigazione ha fallito, costa troppo, è impopolare, arriveremo comunque a sfiorare i tre gradi di riscaldamento entro fine secolo, e allora dobbiamo adattarci a vivere in un pianeta che cambia (magari perseverando per quanto possibile nel nostro predatorio stile di vita). Lo sviluppo economico classico coincide secondo lui con l’adattamento. Il dettaglio mancante è che se, prima o poi, non mitigheremo, l’adattamento costerà sempre di più. Pagheranno il conto i posteri e il Sud globale.
Insomma, aiutiamo chi sta male tanto il pianeta non è in pericolo: altra banalità. Certo che non è in pericolo: è sopravvissuto a cataclismi ben peggiori di Homo sapiens e continuerà la sua evoluzione anche quando noi non ci saremo più. Resta solo il piccolo, fastidioso, sommesso dubbio etico che devastare e impoverire l’unica casa galattica che abbiamo e consegnarla ai nostri figli in condizioni peggiori di come l’abbiamo trovata sia leggermente ingiusto. Non possiamo risolvere un problema con la stessa mentalità che lo ha creato. Tutto qui.
Provaci ancora Bill.