Articolo
Maria Chiara Voci
Se ci ammaliamo forse è colpa della casa

Se Ci Ammaliamo Forse È Colpa Della Casa
Scienza tecnologia

Negli spazi chiusi l'aria è molto più inquinata che fuori, perché le emissioni e il particolato dell'esterno si sommano a ciò che diverse fonti indoor possono produrre, e gli edifici efficienti e sigillati rischiano di trattenere tutto all'interno. Allora si stava meglio quando c'erano gli spifferi?

Se un paziente si presenta da un medico, lamentando disturbi ricorrenti – mal di testa, difficoltà di concentrazione, sonno frammentato, irritazioni respiratorie – gli si chiede cosa mangia, se fuma, se fa attività fisica, se è stressato. Raramente gli sarà chiesto dove vive. In che tipo di casa trascorre le sue giornate. Che aria respira per il 90% del suo tempo.

La cultura medica, ma più in generale il sentire pubblico, non ha ancora interiorizzato un dato semplice: l’ambiente indoor è determinante per la salute tanto quanto la dieta o il movimento. Eppure continuiamo a trattare la casa come uno sfondo neutro, uno spazio passivo che ospita la nostra vita, non come un ecosistema che la influenza in modo diretto.

C’è un gesto, fra quelli che da sempre caratterizzano il nostro vivere in casa, che sta uscendo dalle abitudini del quotidiano: spalancare una finestra. Lo facciamo sempre meno, al punto che dagli Stati Uniti è arrivata perfino una definizione diventata virale sui social: house burping, “far ruttare la casa”. Il termine, esploso su TikTok e Instagram, indica la pratica di aprire completamente porte e finestre per qualche minuto al giorno per espellere l’aria stagnante accumulata negli ambienti. È la versione pop di un principio antico – in Germania lo chiamano lüften – ma il fatto che sia servito un hashtag per riscoprirlo dice molto del nostro rapporto con l’aria.

Ma perché non arieggiamo? A volte, semplicemente, ce ne dimentichiamo. Altre, non vogliamo disperdere calore o sprecare energia. Perché abbiamo finalmente imparato che l’efficienza in termini di riduzione dei consumi in bolletta è una virtù, un dovere, una forma di responsabilità civile. Il punto è che, mentre siamo diventati bravissimi a trattenere “gradi” fra le quattro mura di abitazioni e uffici, abbiamo cominciato ad accumulare insieme a noi anche un numero sempre più elevato di inquinanti. L’isolamento termico funziona ed è un valore importante da preservare, ma non dobbiamo dimenticare che funziona in entrambe le direzioni: impedisce al calore di uscire e impedisce all’aria di rinnovarsi. Se le sorgenti di inquinamento fossero solo all’esterno, il problema sarebbe secondario. Il punto è che le sorgenti principali sono all’interno: materiali, arredi, prodotti per la pulizia, attività domestiche, persone. Ogni respiro, ogni fornello acceso, ogni superficie disinfettata modifica la composizione dell’aria. 

È qui che Giorgio Buonanno, docente di Fisica tecnica ambientale all’Università degli Studi di Cassino e alla Queensland University of Technology di Brisbane in Australia, tra i ricercatori italiani più autorevoli quando si parla di aerosol e ventilazione, colloca la cosiddetta “sindrome dell’edificio malato – versione 2.0”. Non più l’edificio obsoleto degli anni Ottanta, con moquette scadente e vecchi impianti incrostati di diffusione dell’aria, ma un immobile smart e nuovo di pacca, progettato senza tenere conto di un sistema di costante ricambio dell’aria, spesso isolato con materiali sintetici, non permeabili o traspiranti. Come dire: stiamo chiudendo le nostre vite in una serie di magnifiche buste di plastica. 

«Il problema nasce da un equivoco di fondo» spiega Buonanno. «Il pericolo di inquinamento dell’aria è noto come un fattore diffuso in prevalenza negli spazi outdoor, quando è esattamente il contrario. Perché è proprio dentro gli edifici che all’aria in arrivo da fuori si sommano le sostanze volatili emesse dai materiali da costruzione, arredi, prodotti per la pulizia, attività domestiche e Fornelli. Oltre alle spore di eventuali muffe, batteri o gas radon. Senza contare che in casa ci siamo noi, le persone. Che respiriamo e inquiniamo per un rapporto, fra fuori e dentro, che raggiunge persino un delta di 1 a 10». Parliamo di inquinanti, non semplicemente di climalteranti come la CO2: sono sostanze che hanno una relazione diretta con la nostra salute.

L’aria smette di essere un bene invisibile e diventa una variabile progettuale. Perché il “cosa immettiamo” nei nostri polmoni non è solo una questione di smog e polveri sottili, ma di biologia sociale.

Ogni ambiente chiuso è un sistema dinamico in cui emissioni, reazioni chimiche e accumuli avvengono continuamente. E in assenza di ventilazione adeguata, restano lì, sotto forma di composti organici volatili (VOC) – come benzene, toluene, xilene e formaldeide – insieme a particolato fine e ultrafine, biossido di azoto, monossido di carbonio, ozono, sottoprodotti della disinfezione e bioaerosol. Non è un dettaglio tecnico. È un cambiamento di paradigma, che fatica a entrare nel discorso pubblico. Ed ecco che l’aria smette di essere un bene invisibile e diventa una variabile progettuale. Perché il “cosa immettiamo” nei nostri polmoni non è solo una questione di smog e polveri sottili, ma di biologia sociale. Il COVID avrebbe dovuto insegnarci proprio questo, ma la lezione è passata a metà. Eppure la posta in gioco è elevata. Non si tratta solo di comfort, ma di salute, produttività, apprendimento. È un conflitto tra portafoglio e polmoni, che in Italia si aggrava: soprattutto nel nostro Paese c’è pochissima educazione alla ventilazione e alla gestione dei ricambi d’aria.

Perché in certi uffici o classi “si ammalano tutti” e in altri no? La risposta più comune e istintiva è la sfortuna. Quella vera, però, è che è questione di ingegneria. Buonanno la chiama “lotteria dei virus” solo per farci capire quanto la percezione sia casuale: nella realtà, «quando in un ufficio o in una classe si ammalano tutti non è sfortuna. È un fallimento progettuale». Se il rischio di contagio è alto, l’edificio è difettoso quanto lo sarebbe se avesse il tetto che perde. Oggi sappiamo stimare quantitativamente il rischio in un ambiente chiuso e abbassarlo agendo su più leve: non solo ricambi d’aria, ma anche numero di persone, densità, durata dell’esposizione, filtrazione, comportamenti. La pandemia avrebbe dovuto farci capire una lezione basilare. Invece ha lasciato dietro di sé un’altra illusione: che la trasmissione aerea sia un’eccezione. Invece è la regola. 

«La ventilazione non è solo comfort. È soprattutto prevenzione del rischio, e l’aria indoor non trasporta solo patogeni. Trasporta anche particelle generate dalle attività più banali». Uno studio del 2024 su Toxicology Reports ha mostrato che l’esposizione a particelle aerodisperse prodotte dalla cottura su fornelli a gas può indurre variazioni misurabili della pressione arteriosa. Particelle ultrafini, invisibili, capaci di penetrare profondamente nel sistema respiratorio. La cucina domestica diventa improvvisamente un microambiente di esposizione. 

C’è poi un’altra illusione: quella del “profumo di pulito”. Molti prodotti di pulizia rilasciano composti che possono reagire in aria e produrre sottoprodotti indesiderati. Buonanno lo traduce così: «Il profumo di pulito è, chimicamente, il segnale che l’aria è appena cambiata».

Il caso più delicato è la sanificazione con ipoclorito di sodio – la candeggina – soprattutto in ambienti chiusi e sensibili come ospedali e scuole. In un lavoro del 2025, Buonanno e colleghi mostrano che l’uso di soluzioni a base di ipoclorito può portare a emissioni di cloro e alla formazione di particelle ultrafini come risultato di reazioni secondarie con composti organici presenti negli ambienti. Il messaggio non è “non pulite”: è “pulite sapendo che state facendo chimica”, e quindi progettate tempi, procedure e ventilazione per non trasformare la disinfezione in esposizione. 

E infine ci sono i “sanificatori magici”: lampade, spray, dispositivi che promettono di uccidere tutto “nell’aria”, ma spesso ignorano la variabile più banale, cioè quanta aria muovono davvero. Se la portata non è adeguata e se non si controllano i sottoprodotti, si vende un placebo tecnologico e non esiste una lampada che sostituisca il ricambio d’aria.

L’aria “viziata” non si manifesta solo con tosse e irritazioni: può manifestarsi come stanchezza, lentezza, irritabilità. Si tratta di soffocamento cognitivo”: «Stiamo lavorando e studiando in ambienti che ci rendono letteralmente meno intelligenti».

C’è poi il tema della CO₂. In questo caso non parliamo di un “inquinante”, ma di un gas clima-alterante che in ambiente indoor in assenza di sorgenti di combustione diventa un termometro sociale: indica quanta aria è già passata nei polmoni di qualcun altro, quindi quanta ventilazione manca.

L’aria che espiriamo contiene circa 40.000 ppm di CO₂: per questo, quando in una stanza si passa da 400 a 800 ppm, una parte dell’aria inspirata è “ri-respirata”. «Noi non beviamo dal bicchiere di un altro», mi provoca Buonanno, «ma accettiamo tranquillamente di respirare aria che è stata nei polmoni di qualcun altro».

Nel 2025 un gruppo di ricerca che include Buonanno stesso ha monitorato un campione di camere da letto italiane e ha trovato che il 94% dei volontari dormiva con una mediana di CO₂ sopra gli 800 ppm e con rumore notturno “di fondo” sempre sopra i 30 dB. Il dettaglio più istruttivo è un altro: dopo una breve campagna di “eco-feedback” (informazioni e consigli pratici), molti hanno provato ad aprire la finestra per pochi minuti prima di dormire, ma l’effetto medio è stato una riduzione mediana di circa 60 ppm: troppo poco per cambiare davvero l’esposizione e, a cascata, la qualità del sonno. In inverno, semplicemente, ventilare “bene” è difficile se l’unico strumento è la finestra. 

Ed ecco che il paradosso della casa green riguarda non solo la salute, ma anche la produttività. Perché l’aria “viziata” non si manifesta solo con tosse e irritazioni: può manifestarsi come stanchezza, lentezza, irritabilità. Buonanno parla di “soffocamento cognitivo”: «Stiamo lavorando e studiando in ambienti che ci rendono letteralmente meno intelligenti».

Su sonno e ambiente, la ricerca sta diventando più concreta. In uno studio del 2024, Buonanno e colleghi hanno misurato camere da letto e parametri di sonno e fisiologia con dispositivi non invasivi: nei range osservati (CO₂ 600-2700 ppm; temperatura 15-23 °C; umidità 46-73%), ogni aumento di 100 ppm di CO₂ è associato a un calo di circa lo 0,29% della qualità del sonno (il grado in cui il sonno è continuo, efficiente e caratterizzato da una corretta architettura delle fasi NREM e REM, tale da garantire un adeguato recupero fisiologico e cognitivo dell’organismo); un aumento di 1 °C è associato a una riduzione di circa lo 0,16% dell’efficienza del sonno; e, a circa 900 ppm di CO₂, l’indicatore del sistema nervoso autonomo resta “positivo” solo sotto i 20 °C. 

Sono effetti piccoli, e gli autori invitano alla cautela. Ma sono anche effetti ripetuti, che si sommano notte dopo notte. E soprattutto spostano la domanda: non “mi ammalo o non mi ammalo?”, ma “funziono bene o male?”.

Alla fine, la domanda non è più solo tecnica. Se l’aria condiziona il rischio di infezione, qualità del sonno e prestazioni cognitive, allora l’aria è un diritto. E se non lo è, diventa una nuova linea di frattura: chi lavora in uffici di pregio e vive in edifici ben gestiti respira un’aria diversa da chi sta in scuole fatiscenti, seminterrati, open space sovraffollati. Buonanno insiste su un punto pratico: non basta progettare, bisogna misurare durante l’utilizzo. Nel 2024, su Science, un gruppo di autori (tra cui Buonanno) ha sostenuto la necessità di rendere obbligatori standard e monitoraggi di qualità dell’aria indoor negli edifici pubblici, per spostare il tema dall’educazione individuale alla responsabilità collettiva. Se aprire una finestra è diventato ideologico, forse è perché stiamo chiedendo a un gesto privato di compensare un vuoto pubblico. La vera modernità non è sigillare meglio: è imparare a ventilare meglio, misurare meglio, progettare meglio. E trattare l’aria come ciò che è sempre stata: un’infrastruttura essenziale, non un dettaglio da dare per scontato.

Il punto non è scegliere tra bollette basse e salute, ma smettere di considerarle un aut aut. Negli ultimi anni l’edilizia ha fatto enormi passi avanti nella riduzione dei consumi energetici. Cappotti termici, serramenti ad alta tenuta, ponti termici eliminati. Ma spesso la ventilazione è stata trattata come un accessorio, non come un’infrastruttura sanitaria.

Arrivati a questo punto, la domanda è inevitabile: allora non bisogna più isolare le case? Dobbiamo tornare agli spifferi, ai muri che disperdono calore, agli edifici inefficienti? Naturalmente no. E sarebbe un errore gravissimo trasformare una riflessione sulla qualità dell’aria in una crociata contro l’efficienza energetica. «Il nemico non è l’isolamento», chiarisce Giorgio Buonanno. «Il nemico è l’isolamento senza gestione dell’aria. Un edificio ermetico senza ventilazione adeguata è un sistema chiuso che accumula contaminanti. Ma un edificio ermetico con ventilazione progettata correttamente è un ambiente controllato».

Il punto non è scegliere tra bollette basse e salute, ma smettere di considerarle un aut aut. Negli ultimi anni l’edilizia ha fatto enormi passi avanti nella riduzione dei consumi energetici. Cappotti termici, serramenti ad alta tenuta, ponti termici eliminati. Ma spesso la ventilazione è stata trattata come un accessorio, non come un’infrastruttura sanitaria.

È qui che la progettazione fa la differenza. «L’efficienza energetica non è il problema, è una conquista», spiega l’architetto Fabrizio Polledro, esperto di energia e fondatore dello studio Starter. «Il problema nasce quando si riduce il progetto alla sola prestazione energetica. Una casa non è solo un involucro che deve trattenere calore: è un sistema complesso in cui aria, materiali, impianti e comportamento degli occupanti devono dialogare». 

Isolare senza pensare al ricambio d’aria significa trasferire il problema da fuori a dentro. Isolare progettando correttamente significa invece creare un ambiente in cui temperatura, umidità e qualità dell’aria siano controllate. «La soluzione non è aprire le finestre per sopravvivere a un edificio sbagliato», continua Polledro. «La soluzione è progettare edifici che non costringano le persone a scegliere tra comfort termico e aria sana». Ventilazione meccanica controllata, filtrazione adeguata, materiali a basse emissioni, corretta gestione dell’umidità, studio dei flussi d’aria: non sono optional tecnologici per case di lusso. Sono strumenti progettuali che permettono di coniugare efficienza e salute.

La tecnologia esiste. Le competenze anche. Quello che spesso manca è la consapevolezza culturale che l’aria sia parte integrante del progetto architettonico, non una conseguenza. «Quando progettiamo una casa», osserva Polledro, «dovremmo chiederci non solo quanta energia consumerà, ma che tipo di aria produrrà». È una domanda che sposta radicalmente il baricentro del dibattito. Perché l’obiettivo non è tornare indietro. Non è demonizzare l’isolamento. È superare una visione monodimensionale dell’efficienza. Una casa può essere altamente performante dal punto di vista energetico e al tempo stesso salubre. Ma questo risultato non è automatico: è il frutto di scelte progettuali integrate. E forse è proprio qui che si gioca la partita culturale. Non tra chi vuole risparmiare energia e chi vuole respirare. Ma tra chi considera l’aria un dettaglio e chi la considera infrastruttura.

Maria Chiara Voci

Maria Chiara Voci è giornalista professionista da oltre vent’anni e racconta i luoghi che disegnano il futuro dei territori, osservando le trasformazioni fisiche, economiche e sociali dell’ambiente costruito. Scrive di architettura, edilizia, urbanistica, energia e real estate. Dal 2004 collabora con «Il Sole 24 Ore» e dal 2024 è direttrice editoriale della rivista «Casa Naturale». Nel 2019 ha fondato HHH – Home Health & Hi-Tech, progetto che promuove una visione della casa come ecosistema in cui salute, tecnologia e qualità dell’abitare dialogano.

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