Articolo
Silvia Lazzaris
Un nuovo linguaggio d’amore per i fiumi

Abbiamo Mortificato I Fiumi, Ma È Ora Di Resuscitarli Lazzaris
letteratura natura politica

L'avidità della modernità industriale ha preteso di trasformare fonti di vita in risorse inerti. Dopo averle avvelenate e ingabbiate, dobbiamo rimediare al nostro analfabetismo fluviale e trovare nuove parole per liberarle e riconoscerne i diritti: è questione di sopravvivenza.

“È tutto partito da tre domande” mi dice Robert MacFarlane in videochiamata. “Una montagna può ricordare? Una foresta può pensare? Un fiume è vivo?”

MacFarlane è professore di letteratura inglese ed environmental humanities a Cambridge ed è considerato una delle voci più influenti tra chi scrive di natura oggi. Ha appena pubblicato un saggio che si intitola, appunto, È vivo un fiume? (Einaudi, 2025). Perché alla fine ha capito che di quelle tre domande “quella sui fiumi apriva mondi”.

Quando MacFarlane rivela il titolo del suo nuovo libro al figlio, il bambino risponde senza esitazioni: allora sarà un libro brevissimo, perché la risposta è sì. Certo che un fiume è vivo. Anche per la biologia il libro sarebbe brevissimo, perché la risposta è no. Un fiume non è vivo, non ha un metabolismo e non si riproduce. È proprio questo paradosso a reggere il testo, che non ha la pretesa di dare una definizione scientifica, ma di usare il linguaggio come esperimento per spostare lo sguardo e restare sospesi. MacFarlane lo descrive come un tentativo di superare i limiti del razionalismo. Per troppo tempo abbiamo guardato il mondo da categorie antropomorfe. “Pensa? Parla? Sente dolore?” Questa arroganza ci ha fatto credere di poter comandare l’acqua, la terra e gli altri animali. Ci siamo sopravvalutati e abbiamo sottovalutato la rete della vita. Ci siamo messi nei guai.

Per interrogarsi sulla vitalità di un fiume, MacFarlane va a cercare i fiumi nei loro conflitti più accesi. Il libro è il resoconto di tre incontri. Il Río Los Cedros, in Ecuador, che scorre in una foresta nebulosa ed è minacciato dall’estrazione mineraria di oro e rame. I fiumi che un tempo attraversavano Chennai, in India, oggi soffocati da inquinamento e cementificazione. Il Mutehekau Shipu, in Canada, sotto pressione per la costruzione di centrali idroelettriche, ma recentemente riconosciuto dal governo come persona giuridica con diritti propri. 

Chiederci se un fiume è vivo serve prima di tutto a legare due parole: fiume e vita. Può sembrare un esercizio da intellettuali, ma non fa male ricordare che senza fiumi sani siamo morti. Il pianeta è coperto d’acqua, ma è quasi tutta salata. Di tutta l’acqua sul pianeta, solo tre gocce su cento sono dolci. E di quelle poche gocce dolci, solo una ogni cento si trova in superficie, in fiumi e laghi. È quella frazione microscopica (lo 0,01-0,03 percento) di tutta l’acqua del pianeta che noi usiamo per bere, lavarci, irrigare i campi, costruire. È poca, non la conosciamo, non la amiamo e non la proteggiamo.

 “I nomi dei fiumi sono sconosciuti”, mi dice al telefono Marco Paolini, autore e interprete di spettacoli in cui l’acqua è protagonista: Vajont, Bestiario idrico e Mar de Molada. Per lui questa è la modernità: “Non dover più andare a prendere l’acqua al fiume, non essere consapevoli dei conflitti che genera, non avere bisogno dei fiumi per navigare, trasportare merci, far girare mulini”. 

Capisco bene quello che intende Paolini. Per anni i fiumi non mi hanno detto nulla: erano una striscia blu su una cartina. Non ne conoscevo nessuno, non avevo mai frequentato una riva. Poi mi sono trasferita a Londra e ho incontrato il Tamigi. Un bel decoro urbano, un brulicare di vita e bar e musei. Ci ho vissuto accanto per sei anni senza mai prendere in considerazione l’idea che l’acqua del mio rubinetto arrivasse proprio da quel fiume marrone. Per anni il Tamigi mi ha tenuta in vita e io nemmeno lo sapevo. 

La riconosco con imbarazzo, questa regressione a consumatrice ignara della materialità del mondo. Dell’Italia so appena i nomi dei fiumi più grandi, imparati a memoria a scuola. Ma fino a poche settimane fa non avevo mai visto una mappa dei corsi d’acqua italiani: una rete così densa da sembrare un sistema circolatorio. I fiumi sono arterie, i ruscelli capillari. L’Italia pulsa d’acqua che non conosciamo. Questo analfabetismo fluviale non è innocuo: è al tempo stesso la causa e l’effetto del degrado in cui versano i nostri fiumi. 

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Chiedersi se un fiume è vivo serve anche a capire che lo si può ammazzare. In Italia abbiamo cominciato a farlo un secolo fa. Prima le bonifiche del regime fascista che hanno prosciugato le paludi. Poi la fame del dopoguerra, l’industrializzazione, l’esplosione delle città, l’aumento della popolazione. Serviva produrre più cibo e più energia. Abbiamo coperto i fiumi, li abbiamo deviati, canalizzati, costretti a obbedire alle dighe: chirurgia idraulica. Non fraintendetemi, nessuno qui suggerisce di tornare a prendere l’acqua con il secchio: siano lodati e beatificati sistemi fognari, di irrigazione e di produzione energetica. Solo che nel frattempo ci siamo abituati a guardare i fiumi come fornitori di servizi, convinti che fossero docili, addomesticati, inoffensivi. E abbiamo smesso di capirli. “Nel Novecento ci è sembrato di averli messi in sicurezza, ma quella sicurezza ci ha traditi perché li abbiamo dimenticati” dice Paolini. “I fiumi oggi sono come animali allo zoo, gli argini sono come le sbarre di una gabbia, e quando evadono è improvvisamente il terrore: ci è scappato un fiume”.

In un secolo i fiumi italiani sono diventati canali di scarico dove versare batteri, metalli pesanti, solventi, idrocarburi, pesticidi e plastica. Hanno cambiato colore, hanno iniziato a puzzare, a prosciugarsi e a gonfiarsi senza controllo. Poi sono morti gli animali. Le alghe hanno preso il loro posto. Ci siamo ammalati. Negli anni Novanta sono arrivate le prime leggi per l’acqua e da allora la situazione è molto migliorata. Eppure ancora oggi più della metà dei fiumi non raggiunge lo stato ecologico “buono” previsto dalle normative. E mentre alluvioni e siccità si fanno più frequenti, scopriamo che non è solo colpa del clima. È colpa nostra: abbiamo tolto alla terra la capacità di assorbire e immagazzinare l’acqua. Ci siamo sopravvalutati.

Molte popolazioni indigene rivierasche non pensano ai fiumi come a entità da comandare. A loro è evidente che il fiume sia la fonte di tutto: la cena, la strada, l’acqua da bere e con cui lavare i capelli e le pentole e i vestiti. È un parente preso in custodia dagli avi e consegnato ai posteri. Molte comunità hanno trasformato questo legame in battaglie concrete, e le hanno vinte. In Nuova Zelanda, dopo più di un secolo di lotta dei Maori, nel 2017 è stato riconosciuto lo stesso status di persona giuridica al fiume Whanganui. L’anno prima la Corte Costituzionale della Colombia dichiarava il fiume Atrato un “soggetto di diritti” per proteggerlo da inquinamento e deforestazione. Il Canada nel 2021 ha riconosciuto al Mutehekau Shipu nove diritti fondamentali, tra cui quelli di scorrere liberamente, mantenersi sano, essere protetto. In India hanno provato a riconoscere i diritti al Gange e allo Yamuna ma la decisione è stata sospesa.

È il Parlamento delle Cose del sociologo e antropologo della scienza Bruno Latour: l’idea di una democrazia in cui partecipa anche il non-umano, perché quello che esiste e che escludiamo dal nostro campo di attenzione politico prima o poi viene a perseguitarci. Ma non è una scelta semplice. I governi trattano i fiumi come risorse da amministrare, non come parenti da proteggere. E poi c’è un problema: i fiumi non parlano, non hanno una fisionomia stabile, non battono i pugni sul tavolo. Se gli dai dei diritti, quei diritti li dovrà esercitare qualcun altro. MacFarlane risponde all’obiezione ribaltando il discorso. Dice: scusate, ma noi diamo già diritti a finzioni che non hanno un corpo. Le società per azioni, per esempio. Non hanno carne né sangue, non respirano, non nascono e non muoiono. Eppure sono “persone giuridiche”. Allora il problema non è che il fiume non sia un individuo vivente: è che noi abbiamo piegato il concetto di persona giuridica agli interessi economici. Abbiamo concesso diritti a finzioni che producono profitto e continuiamo a negarli a entità che producono vita. 

Riconoscere diritti ai fiumi apre comunque questioni complesse. Se il fiume non può parlare per sé, chi decide per lui? Un ministero? Un collegio di avvocati? Una Ong con sede nella capitale? Chi ha il diritto di proteggere i diritti dei fiumi? C’è il rischio che anche i diritti diventino un nuovo strumento di dominio, un nuovo pretesto per l’esproprio. Lo abbiamo già visto in Africa: terre dichiarate “protette” solo dopo che i popoli che le abitavano da secoli erano stati cacciati. Per MacFarlane, l’unico inquadramento ragionevole per un fiume include anche gli umani che ne dipendono. 

“Riconoscere diritti ai fiumi apre comunque questioni complesse. Se il fiume non può parlare per sé, chi decide per lui? Un ministero? Un collegio di avvocati? Una Ong con sede nella capitale? Chi ha il diritto di proteggere i diritti dei fiumi?”

E poi riconoscere la vitalità di un fiume non basta a fermare i conflitti per l’acqua, ma forse può aiutare a reinterpretarli. La parola rivale nasce proprio per descrivere persone che vivono su rive opposte di un fiume e se lo contendono. Chi sta a monte ha il coltello dalla parte del manico: può tenersi l’acqua e scaricare i suoi rifiuti. Chi sta a valle si prende gli scarti, le piene, le siccità. “Non c’è empatia verso chi sta a valle”, dice Paolini e cita i giuristi islamici del Medioevo: la shurā considerava l’acqua un bene comune e stabiliva regole chiare tra chi stava sopra e chi stava sotto. Noi invece abbiamo creduto a lungo che la nostra mancanza di regole fosse indice di progresso, modernità. Riconoscere diritti a tutto il corso del fiume può aiutare a proteggere tutti i suoi abitanti.

Da dove possiamo partire allora per ricostruire il nostro rapporto con i fiumi? Per MacFarlane e Paolini, che non si conoscono ma hanno molto in comune, il punto di partenza è il linguaggio. Servono accostamenti sorprendenti per cambiare punto di vista: “i miei reni sono paludi”. Macfarlane sostiene che la lingua può vitalizzare o mortificare, e per questo nel libro cerca “una grammatica animistica per l’acqua”. La sua scrittura è acquosa e divagante: annacquata. A volte leggendo speravo in un ritmo più serrato, poi ho capito. Scrive come scorre un fiume.

Paolini usa il linguaggio dell’arte per fare da spalla alla scienza. Le parole scientifiche sono precise, aiutano a descrivere, ma spesso non riescono a farsi ascoltare. Con Michela Signori, Paolini ha inventato l’Atlante delle Rive: un progetto triennale in divenire che unisce in un coro cittadini, scienziati, divulgatori e artisti. L’obiettivo è riportare i fiumi nella coscienza pubblica, nominarli, raccontarli, metterli in relazione con la storia umana. “Nessuna presunzione di dover spiegare le cose agli altri, perché se uno alza il ditino e fa il mio mestiere diventa insopportabile” dice Paolini. Ho partecipato a un cantiere di formazione dell’Atlante lo scorso giugno. Un gruppo di ricercatori presentava lo stato di salute dei corsi d’acqua italiani. Un gruppo di teatranti li impersonava. Giulietta era il Brenta, Romeo l’Adriatico. E noi Capuleti a dire no, che il mare è un farfallone, che non puoi mica sposarlo! È un gioco ma funziona, perché ti obbliga a pensare al fiume come a qualcuno e non a qualcosa

Ecco perché abbiamo bisogno di arte, poesie, canzoni. “Di qualcosa che arrivi alla testa perché arrivato al cuore” per Paolini. “Di un nuovo linguaggio d’amore per i fiumi” per MacFarlane. E sì, forse è roba da gente con la pancia piena. Ma la politica nasce dalle parole. Gli schiavi erano ‘merce’, ‘braccia’, ‘proprietà’. I popoli nativi ‘selvaggi’, ‘incivili’, ‘primitivi’. Le foreste ‘terra incolta’. Le donne ‘angeli del focolare’. Solo quando li abbiamo rinominati – persone, cittadini, popoli, ecosistemi – è diventato impossibile continuare a giustificarne abuso e sterminio. Nessuno è mai stato liberato dall’oppressione senza prima essere stato chiamato con un altro nome. 

Finché chiameremo i fiumi ‘risorse idriche’, resteranno canali da svuotare e fogne da riempire. MacFarlane insiste molto su un punto: i fiumi sono fragili, ma nel momento in cui smettiamo di distruggerli hanno una straordinaria capacità di rigenerazione. In Inghilterra, fiumi che davamo per spacciati hanno visto ricomparire acqua, pesci e uccelli in pochi anni. Cercare nuove parole basterà a salvarli – o meglio a salvarci? Forse no. Ma è un buon inizio. Per MacFarlane, il lettore ideale del suo libro è Donald Trump, ma non si fa illusioni – sa bene che non lo convincerà. Paolini adotta la logica del colibrì, che porta una goccia d’acqua alla volta per spegnere l’incendio: “Il leone gli dice: che diavolo stai facendo? E il colibrì risponde: io faccio la mia parte, non posso farne a meno”.

Silvia Lazzaris

Silvia Lazzaris è un’autrice e reporter specializzata in scienza e tecnologia. I suoi reportage, documentari e inchieste sono stati pubblicati su testate nazionali e internazionali tra cui Corriere della Sera, BBC World Service, Wired UK, L’Espresso, Domani, Rai, Will e Chora Media. Ha studiato giornalismo scientifico all’Imperial College London ed è alumna dell’Oxford Climate Journalism Network. È co-fondatrice del collettivo d’inchiesta Flares.

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