Articolo
Maria Chiara Voci
Una barriera di bolle contro la plastica

Una Barriera Di Bolle Contro La Plastica

Dalla prova iniziale in una vasca da giardino, oggi è una tecnologia usata in diversi paesi in Europa attraverso un sistema di tubi e correnti. The Great Bubble Barrier è il progetto olandese che riesce a raccogliere i rifiuti dai fiumi prima che arrivino al mare.

Tutto è nato in un pub, davanti a un bicchiere di birra. Quando – durante una chiacchierata fra amici appassionati del mare e desiderosi di trovare una soluzione alla dispersione di plastica negli oceani – qualcuno si è fermato a osservare le bollicine che risalivano nel bicchiere mentre si liberava l’anidride carbonica, e ha esclamato: «Ma se fosse proprio una cortina di bolle a fermare la plastica?». La domanda è rimasta sospesa, ma non è caduta nel vuoto. Nelle settimane successive, è nata The Great Bubble Barrier: oggi una delle più promettenti imprese sociali d’Olanda, è stata fondata nel 2017 ed è operativa in alcuni Paesi d’Europa, con una tecnologia che, a mano a mano che verrà adottata da comuni e amministrazioni locali, promette grandi risultati.

A raccontarci la storia è Anne Marieke Eveleens, co-fondatrice e chief business development officer, si è laureata in Neurobiologia all’Università di Amsterdam. L’abbiamo incontrata a Torino a fine marzo, alle OGR, durante l’ultima edizione di Future Urban Trends, l’evento di Stratosferica dedicato alle soluzioni vincenti per le città del futuro.

«Il sistema è semplice», spiega Anne Marieke, lo sguardo fiero nonostante la giovane età. «Può essere applicato in un fiume o in un canale urbano che scorre verso il mare. Sul fondo viene posato un tubo perforato che attraversa l’intera larghezza dell’alveo in diagonale rispetto alla direzione del flusso. Attraverso quel tubo viene pompata aria compressa. Le bolle risalgono, creano una corrente ascendente, portano in superficie tutto ciò che galleggia o resta in sospensione. La corrente del fiume fa il resto: spinge la plastica di lato, fino a un sistema di raccolta a riva. Le navi passano senza accorgersi di nulla. I pesci attraversano le bolle senza danni, perché non è altro che una barriera d’aria. Un sistema che funziona ventiquattro ore su ventiquattro, senza presidio e con costi contenuti».

Il primo prototipo è nato in giardino, con una vasca d’acqua e un compressore. Con Anne Marieke, fin dall’inizio, hanno lavorato l’esperta in sostenibilità Francis Zoet e la creativa Saskia Studer, conosciute anni prima nella stessa scuola nautica dove insegnavano vela. A completare il gruppo Philip Ehrhorn, ingegnere navale tedesco e oggi chief technology officer. Il decollo è stato possibile anche grazie alle vincite di diversi premi. Nel 2016, The Great Bubble Barrier ha conquistato il Plastic Free Rivers Makathon, competizione organizzata da PWN e dall’autorità idrica olandese Rijkswaterstaat e ha così ottenuto un primo finanziamento e un primo progetto pilota sul fiume IJssel. Nel 2018, è arrivato il Postcode Lottery Green Challenge, uno dei più importanti concorsi internazionali per l’innovazione sostenibile, con 500mila euro in palio. Nel 2019, l’installazione del primo Bubble Barrier permanente ad Amsterdam. Nel 2021 la finale dell’Earthshot Prize, il riconoscimento ambientale fondato dal Principe William. E infine, nel 2026, la candidatura allo Zayed Sustainability Prize, selezionata tra 7761 proposte da tutto il mondo.

L’immagine che circola con maggiore frequenza quando si parla di inquinamento da plastica in mare è una grande chiazza nel Pacifico, fotografata dall’alto. Ma quella plastica per arrivare lì ha percorso fiumi e canali urbani, accumulandosi chilometro dopo chilometro. Circa l’80% di ciò che raggiunge gli oceani proviene da corsi d’acqua interni – e una quota rilevante transita attraverso fiumi piccoli e medi, quelli che attraversano le città, che raccolgono i rifiuti delle strade durante le piogge, che convogliano ciò che sfugge alla raccolta ordinaria. Raccogliere plastica dall’oceano è possibile, ma è un metodo lento e non sempre risolutivo: le particelle si frantumano, si disperdono, si mischiano al plancton. Intercettarla in un canale urbano, dove il flusso è direzionato e la logistica accessibile, è un problema di scala del tutto diversa. «Se risolviamo il problema a monte, i rifiuti non arrivano al mare», spiega Eveleens. Lo spostamento del punto di vista è radicale.

C’è anche un nodo politico, prima ancora che tecnico. Come afferma la co-fondatrice citando il socio Philip Ehrhorn: «I governi hanno l’obbligo di raccogliere la plastica per strada. Ma non appena entra nei fiumi o nell’oceano, non sono più tenuti a fare nulla». La Bubble Barrier lavora esattamente in quel territorio – il tratto di corso d’acqua dove nessuna normativa impone di intervenire. E forse è per questo che impiega così tanto a diffondersi.

L’approccio più noto è quello di The Ocean Cleanup, con una strategia duplice: intervenire sulle grandi isole di plastica in alto mare con barriere galleggianti e intercettare la plastica nei fiumi con l’Interceptor, un catamarano solare autonomo. Ma l’Interceptor è pensato per fiumi ad alto volume di scarico, non è scalabile a un canale urbano.

Il settore delle tecnologie per la pulizia delle acque dalla plastica si è affollato di proposte diverse per scala, logica e contesto. Confrontarle non serve a decretare un progetto migliore, ma a capire dove ciascuna agisce davvero. L’approccio più noto è quello di The Ocean Cleanup, organizzazione no-profit olandese fondata nel 2013 dal diciottenne Boyan Slat. Strategia duplice: intervenire sulle grandi isole di plastica in alto mare con barriere galleggianti a forma di U trainate da navi, e intercettare la plastica nei fiumi con l’Interceptor, un catamarano solare autonomo capace di raccogliere oltre 50.000 chili di rifiuti al giorno. Nel solo 2025 ha rimosso oltre 25 milioni di chilogrammi, portando il totale a 45 milioni dall’inizio delle operazioni.

Ma l’Interceptor è pensato per fiumi ad alto volume di scarico, come il Klang in Malesia o il Cengkareng Drain in Indonesia, dove la portata giustifica una struttura imponente. Non è scalabile a un canale urbano di quaranta metri.

Il Seabin, nato nel 2015 dall’intuizione di due surfisti australiani, è un cestino galleggiante ad aspirazione installato in porti, marine e darsene: risucchia l’acqua di superficie filtrando detriti fino a due millimetri e la restituisce pulita. Ogni unità raccoglie circa 1,4 tonnellate di rifiuti l’anno; oggi ne sono attivi oltre 860 nel mondo. Funziona dove l’acqua è ferma. Nei fiumi in corsa, no. Il WasteShark, drone acquatico della danese RanMarine Technology, si muove in autonomia sulla superficie raccogliendo fino a 500 chilogrammi al giorno. Zero emissioni, agile negli spazi stretti, ma con otto ore di autonomia per carica e nessuna capacità di presidio permanente.

In questo paesaggio, il Bubble Barrier occupa una posizione che nessuna delle altre tecnologie presidia: la protezione permanente e tridimensionale di un intero tratto di corso d’acqua urbano. Non è la soluzione più spettacolare. È la più chirurgica e anche affrontabile, come investimento. «Il prezzo di partenza della nostra tecnologia – racconta Eveleens – è intorno ai 150mila euro, dipende dalla larghezza del fiume e dalla complessità del sito, compreso di progettazione, acquisto dei materiali, installazione e gestione dei permessi. Paragonabile all’investimento che una amministrazione affronta per costruire un ponte per le biciclette, opera di urbanistica ordinaria che nessuno mette in discussione. In questo senso, la barriera di bolle va inquadrata nello stesso modo. Non è un’eccezione, ma un’infrastruttura necessaria».

Anche se naturalmente non va preso come alibi per continuare a gettare plastica nell’ambiente.

I test condotti prima della prima installazione mostrano che il sistema intercetta particelle fino a un millimetro e blocca in media l’86% del materiale galleggiante in acque interne, in un corso d’acqua aperto, attraversato da imbarcazioni, soggetto a variazioni di livello e portata.

Il primo Bubble Barrier permanente è stato installato nel novembre 2019 al Westerdok di Amsterdam, uno degli sbocchi del sistema di canali monumentali verso il fiume IJ e da lì verso il Mare del Nord. Le barche spazzatura di Waternet raccoglievano già ogni giorno circa 3.500 chili di rifiuti dalle acque cittadine, ma la plastica in sospensione – quella tra uno e venti millimetri – sfuggiva ai sistemi tradizionali. Per misurare l’efficacia è stata costituita un’alleanza di ricerca fra le società, la Plastic Soup Foundation e Waternet.

Per oltre un anno, un team di volontari ha raccolto, asciugato, separato e catalogato i rifiuti intercettati usando il metodo OSPAR, il protocollo europeo standard per la classificazione dei rifiuti marini, con oltre cento categorie. I risultati: circa 15.536 pezzi al mese, corrispondenti a ottanta chilogrammi, il consumo mensile di packaging di circa ottanta famiglie. Ad agosto 2025 il contatore ha superato il milione. Non una stima: un conteggio reale, pezzo per pezzo. Per celebrarlo, al Westerdok è stato allestito un Museo della Plastica, una selezione degli oggetti più curiosi intercettati negli anni: alberi di Natale artificiali, giocattoli, oggetti di uso quotidiano rimasti intatti dopo mesi sott’acqua. 

I test condotti prima della prima installazione mostrano che il sistema intercetta particelle fino a un millimetro e blocca in media l’86% del materiale galleggiante in acque interne, in un corso d’acqua aperto, attraversato da imbarcazioni, soggetto a variazioni di livello e portata. Il vantaggio sulle alternative fisiche sta nella tridimensionalità: reti e bracci galleggianti intercettano solo la superficie, ma la plastica si muove lungo l’intera colonna d’acqua. La corrente ascendente delle bolle agisce sull’intera sezione trasversale del canale, dal fondo alla superficie. «Ciò che è già depositato sul fondale rimane irraggiungibile», ammette Eveleens, «ma per tutto il resto la copertura è ampia. E il sistema non interrompe la navigazione, non crea rischi per la fauna ittica, non richiede strutture invasive. In un canale urbano dove convivono traffico, biodiversità e infrastrutture, questa non è una caratteristica secondaria. È la condizione che rende possibile installarla».

Da Amsterdam il modello si è esteso. A Katwijk, nel maggio 2022, grazie a una comunità di cittadini, i Coast Busters, volontari che da anni organizzavano pulizie spontanee delle rive dell’Oude Rijn dopo aver capito che raccogliere a mani nude non bastava: il sistema, primo posizionato a meno di un chilometro dal mare, intercetta ogni anno oltre un milione di pezzi nel tratto terminale del fiume prima che raggiungano il Mare del Nord. A Harlingen, nell’aprile 2024, la posta era più alta: proteggere il Mar di Wadden, Patrimonio dell’Umanità UNESCO e uno degli ultimi grandi ecosistemi intertidali d’Europa, abitato da specie a rischio come la pittima reale, il piviere e la focena. Il Bubble Barrier è nel Van Harinxmakanaal, il canale che collega l’unico porto marittimo della Frisia con il mare aperto; la Wageningen University & Research ha avviato in parallelo un monitoraggio della fauna ittica. Il quarto sito è Vila do Conde, in Portogallo, operativo dal 2023. «Vogliamo scalare in Europa prima, poi negli Stati Uniti, poi chissà» conclude Eveleens. «L’Asia è dove la plastica nei fiumi è un problema critico. Ma si va passo dopo passo».

L’immagine è di The Great Bubble Barrier.

Maria Chiara Voci

Maria Chiara Voci è giornalista professionista da oltre vent’anni e racconta i luoghi che disegnano il futuro dei territori, osservando le trasformazioni fisiche, economiche e sociali dell’ambiente costruito. Scrive di architettura, edilizia, urbanistica, energia e real estate. Dal 2004 collabora con «Il Sole 24 Ore» e dal 2024 è direttrice editoriale della rivista «Casa Naturale». Nel 2019 ha fondato HHH – Home Health & Hi-Tech, progetto che promuove una visione della casa come ecosistema in cui salute, tecnologia e qualità dell’abitare dialogano.