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Giuliano Battiston e Emanuele Giordana
Un’isola di profughi sta affondando nel golfo del Bengala

Un'isola Di Profughi Sta Affondando Nel Golfo Del Bengala
clima politica

Bhasan Char non esisteva venticinque anni fa. Il Bangladesh ci ha confinato migliaia di rohingya, ma il mare la sta già erodendo, metro dopo metro.

Pubblichiamo un estratto da Giuliano Battiston e Emanuele Giordana, Su due lati del confine. Rohingya, cronache di un popolo perseguitato, add editore, Torino 2026.

Lo sguardo del fiume

Commiati e partenze, commerci e preghiere: è il gennaio del 2019 e siamo sul sadarghat, il lungofiume di Dacca. Un posto affascinante, pieno di vita. Oltre alle barchette di legno, ci sono chiatte che scivolano silenziose, a pelo d’acqua, e grandi navi passeggeri. Sembrano vecchie balene stanche. Molte partono appena prima del tramonto, intorno alle sei del pomeriggio, quando il sole comincia a calare tingendo di rosso le acque putride del Buriganga. […]

La nostra nave non è poi così malmessa, ed è a tre piani. Il viaggio è lungo. Siamo diretti all’isola di Hatiya, nel profondo Sud del Paese, golfo del Bengala. Ci vogliono almeno tredici ore. Ho portato con me un romanzo, Il paese delle maree, e un saggio, La grande cecità di Amitav Ghosh. Nato in India, Ghosh è uno scrittore cosmopolita, ma più volte ha ricordato con orgoglio di essere erede di quelli che oggi vengono chiamati profughi climatici, provenienti proprio dal Bangladesh. In L’isola dei fucili, per esempio, scrive: «Caso vuole che la mia famiglia sia originaria di quella parte del delta del Gange che ora è il Bangladesh: i miei genitori e i miei nonni avevano passato il confine dell’India quando il subcontinente era stato diviso», con la Partizione del 1947 tra India e Pakistan, «ma prima di allora avevano vissuto per molto tempo a Dacca». In una delle Berlin Family Lectures tenute nel 2015 a Chicago, Ghosh… riporta l’aneddoto di quando, bambino, suo padre lo condusse sui margini del fiume, nell’area in cui vivevano i loro antenati, in un territorio che oggi è Bangladesh, per raccontargli di quando il fiume cambiò d’un tratto corso, costringendo la famiglia e l’intero villaggio a emigrare. Un cambiamento brusco, violento, che però consolidava un rapporto già intimo tra la famiglia e il fiume. «Se oggi mi volto indietro, verso il mio passato, non posso che incrociare lo sguardo del fiume, che mi fissa chiedendomi: “Mi riconosci?”», così chiosa Amitav Ghosh.

Seduto sul ponte della nave, mi risuonano nella testa queste parole. Sotto di noi scorre lento il Buringanga, scuro come la pece. Torno a sedermi sul ballatoio e apro Il paese delle maree alla pagina segnata con una piega. 

Morichjhapi era un’isola del paese delle maree, a un paio d’ore da Lusibari, in barca […]. Nel 1978 a Morichjhapi arrivò improvvisamente tantissima gente. Fino a quel momento disabitata, l’isola si popolò di varie migliaia di persone, accadde praticamente in una notte. E nel giro di qualche settimana tagliarono le mangrovie, costruirono argini e capanne. Accadde tutto così in fretta che all’inizio nessuno sapeva chi fossero. Poi però si venne a sapere che erano profughi, originari del Bangladesh.

È una storia che suona familiare. Anch’io sono diretto su un’isola di profughi, Bhasan Char, l’isola dei rohingya. Più precisamente, ci torno, quasi due anni dopo il mio primo viaggio. Era il novembre 2017 e quel puntino di terra instabile a una trentina di miglia nautiche dalla città portuale di Chittagong, tra le isole di Sandwip e di Hatiya, non si era ancora guadagnato un nome e una collocazione certa, su Google Maps. Ecco una sintesi di quel primo viaggio e delle opinioni raccolte allora.

Il primo approdo

«Non è un posto per vivere.» Pescatore ossuto di circa trent’anni, poche parole e sguardo cupo, Nizamudin non ha dubbi: l’isolotto su cui siamo appena sbarcati, dopo un’ora di navigazione su acque limacciose, non è abitabile. «Non ci ha mai vissuto nessuno, ci vengono soltanto gli uccelli», ribadisce mentre uno stormo si alza in volo. Nizamudin e i suoi aiutanti, un adolescente dalle braccia forti e abbronzate e un vecchio dalla barba ispida e la sigaretta in bocca, tengono ferma la barca. Scendiamo a terra, scalzi. I passi sono pesanti, le caviglie affondano nella melma, il sole si abbatte sulle nostre teste. La vista è aperta, a trecentosessanta gradi: intorno a noi solo acqua, ciuffi d’erba verde brillante e qualche alberello sparuto. Camminiamo per alcuni minuti. Il paesaggio non muta. «Non c’è niente da vedere. Inutile restare», fa Nizamudin con tono spazientito, richiamandoci verso la barca di legno. 

Quella su cui siamo approdati è un’isola molto particolare, a partire dal nome. Qualcuno la chiama Thengar Char, qualcun altro Bhasan Char (o Bhashan Char), che in bengali significa isola galleggiante. Nomi diversi, tutti recenti. Perché Bhasan Char venticinque anni fa non esisteva. Si è formata a poco a poco, grazie all’accumulo dei detriti del Meghna, un fiume che nasce sull’Himalaya e sfocia nel golfo del Bengala. «Non è un posto per vivere», ripete Nizamudin scuotendo la testa mentre ci allontaniamo da Bhasan Char per tornare a Sandwip, l’isola da cui siamo partiti in mattinata, dopo lunghe discussioni cominciate ben due giorni prima. 

La notizia che Bhasan Char ospiterà decine di migliaia di rohingya è fresca, del novembre 2017. L’idea del governo di trasferirci una parte degli sfollati a Cox’s Bazar circola dal 2015, ma è solo pochi giorni prima del nostro viaggio con Nizamudin che il Comitato esecutivo del Consiglio economico nazionale del Bangladesh approva Ashrayan-3, l’ultima fase di un progetto iniziato dieci anni prima. Ashrayan-3 è un progetto nuovo e costoso, l’equivalente di 250 milioni di euro, e servirà a rendere l’isolotto abitabile per 24.000 famiglie rohingya. Circa 100.000 persone. «Lì staranno meglio, avranno più spazio e servizi», sostengono le autorità di Dacca, il cui obiettivo è «decongestionare» i campi di Cox’s Bazar.

Un’isola instabile

Ci troviamo in una delle aree ecologicamente più fragili del pianeta. Secondo il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, il Bangladesh è il primo Paese al mondo per vulnerabilità ai cicloni tropicali. Alluvioni, tempeste e mareggiate sono frequenti. La media globale dell’innalzamento del livello del mare è di 3,3 millimetri l’anno. Sull’isola di Hatiya è di 5,7 millimetri. Nella vicina Bhasan Char non viene misurata, ma tutti sanno che è un’isola fragile.

Tra India e Bangladesh si incrociano tre dei più importanti bacini fluviali del mondo, il Brahmaputra, il Gange (che qui diventa Padma) e il Meghna, il fiume lungo il quale sono arrivato sull’isola di Hatiya. Sono fiumi lenti, ma di portata enorme. Passano Bhutan, Nepal, India, attraversano il Bangladesh e sfociano nel golfo. Al contrario dei fiumi europei, qui i corsi d’acqua sono instabili, sottoposti a un rimodellamento continuo. Si formano banchi di sedimenti, detriti e sabbia. Sono le isolette chiamate chars. Bhasan Char, l’isola dei rohingya, si è formata così. […]

Approdati a Sandwip, puntiamo subito al «Bangla Bazar», il principale mercato ittico sulla costa sudoccidentale, non lontano dal villaggio di Sarikhait. Alle 7:30 centinaia di uomini si accalcano intorno a decine di barche. Dopo alcuni tentativi infruttuosi, un pescatore accetta di portarci, anche senza un permesso ufficiale. Salpiamo e dopo più o meno un’ora raggiungiamo la costa centrorientale. Le sponde, alte circa un metro, appaiono erose dalla duplice spinta delle maree, quelle del golfo e quelle del fiume Meghna […]. Le immagini satellitari raccolte da Sentinel-1, la missione dell’Agenzia spaziale europea, mostrano che dal 2014 al 2018 è stata inondata molte volte e la superficie si è ridotta da 70 a meno di 40 chilometri quadrati. Da una parte perde terra, erosa, dall’altra ne accumula con i sedimenti del fiume. 

[…] Lungo tutta la costa sudovest vediamo decine e decine di operai, scavatrici, gru che sollevano grandi lastre di cemento, torrette di controllo, camion carichi di mattoni o sabbia, depositi e un lungo argine coperto di sacchi, di fronte ai quali svettano dei piloni, parte della barriera di protezione anticiclone. Due navi della marina militare sono attraccate al molo principale, collegate all’isola da un ponte metallico. Le evitiamo imboccando l’ansa di un canale che punta all’interno. Quando ormeggiamo, ci vengono incontro alcuni lavoratori. Sono a Bhasan Char da qualche mese: «Torniamo a Noakhali di rado, qui si guadagna!». Ascolto le storie dei lavoratori, poi arriva un soldato della marina militare e con la radiolina avverte un superiore. «Chi sei? Che ci fai qui? Non lo sai che è proibito?» Prende il passaporto ed entra in una tenda militare. «Finché non è completata, l’isola non si può visitare. Via da qui.»

[…] Secondo i dati dell’Onu, oggi a Bhasan Char vivono circa 8200 famiglie, 36.000 persone, di cui solo un quarto trasferite dopo il 2022. Con il tempo, l’ambizioso progetto di ingegneria idraulico-panottica di questa nuova città galleggiante comincia a infrangersi contro la realtà. I costi di gestione sono alti, tre o quattro volte superiori rispetto alla terraferma. I donatori internazionali si tirano indietro, dirottando interessi e risorse su altri dossier. I rohingya protestano. Dopo la caduta del regime autoritario di Sheikh Hasina, il consigliere capo Muhammad Yunus annuncia l’interruzione dei nuovi trasferimenti. La decisione non scioglie però il nodo politico: Bhasan Char è un’isola di confinamento. Un’isola prigione.

In questi anni tutti i rohingya che ho incontrato nei campi di Cox’s Bazar si sono detti contrari al trasferimento. Tra loro spicca la voce di Kamal Hossein, residente nel campo Balukali 2. Originario del villaggio di Boli Bazar, vicino a Maungdaw, nello Stato birmano del Rakhine, ha quarantadue anni ed è un mullah. «Ma qui faccio il farmacista», spiega mostrando un foglio con una sua foto. «La vita qui non funziona, è brutta, indecente, ma grazie a Dio è un luogo abbastanza sicuro.» Vorrebbe tornare a casa, ma sa che non può: «Fino a quando il governo non riconosce che siamo veri cittadini, in Myanmar ci uccidono. Nel 1962 e nel 1982 ci hanno negato la cittadinanza. Senza, è pericoloso tornare». Alternative non ne vede. Ma esclude categoricamente di trasferirsi sull’isola: «La mia famiglia a Bhasan Char non ci andrà. È un posto isolato e pericoloso. Una volta entrato, non ne esci più».

Giuliano Battiston

Giuliano Battiston, giornalista e ricercatore indipendente, direttore della «Rivista Corvialista» e socio dell’associazione Lettera22, collabora con radio, quotidiani e riviste. Insegna tecniche di reportage alla Scuola di giornalismo Lelio Basso di Roma e alla Scuola di reportage narrativo Alessandro Leogrande. A Roma coordina MIP, il Mondo in periferia, Festival del giornalismo di esteri e di comunità.

Emanuele Giordana

Emanuele Giordana, asiatista specializzato nel Sudest asiatico, ha insegnato Cultura indonesiana all’ISMEO di Milano e diretto «Quaderni asiatici», Lettera22, «Atlante delle guerre» e il mensile «Terra». Autore di saggi sull’Asia, è stato per dieci anni tra i conduttori di Radio3 Mondo. Collabora con quotidiani, magazine ed emittenti italiane ed europee e insegna Tecniche di scrittura alla Scuola Basso di Roma.

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