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Sofia Belardinelli
Anche ai macachi piacciono i Backstreet Boys

Anche Ai Macachi Piacciono I Backstreet Boys Cover Belardinelli
biologia Scienza

Il senso della musica potrebbe essere uno strumento che aiuta nell'apprendimento linguistico. Ma potrebbe anche essere una competenza intrinseca non solo degli umani come pure di alcuni animali.

Si chiama “musicalità”. È il senso della musica, quella capacità di seguire in maniera armonica l’andamento dei suoni, lo stare nel ritmo. Culturalmente la attribuiamo alle persone che “hanno orecchio”, ma alcune ricerche la attribuiscono alla specie umana per intero, in maniera innata, quantomeno in forma basilare. Non solo: pare che il senso del ritmo esista, anche se meno frequente, anche nel mondo animale.

Charles Darwin riteneva che la musicalità fosse una caratteristica innata della nostra specie. In L’origine dell’uomo, del 1871, riconduceva questa capacità alla selezione sessuale, e scriveva: “Concludo che le note musicali e il ritmo siano stati acquisiti per la prima volta dai progenitori dell’umanità, maschi o femmine, allo scopo di sedurre il sesso opposto”.

 Se per gli umani la musica è un fenomeno culturale universale, presente in pressoché ogni etnia e comunità, anche altre specie animali manifestano alcune capacità musicali legate proprio alla ritmicità. Ma come si è evoluta questa abilità? Ha rappresentato una forma di adattamento oppure è stato un elemento collaterale poi favorito dall’evoluzione culturale?

Finora, l’ipotesi più accreditata, e ampiamente confermata a livello sperimentale, suggerisce che ci sia un legame diretto tra il senso del ritmo e l’apprendimento vocale. In altri termini, le specie che imparano un linguaggio attraverso l’ascolto e l’imitazione degli adulti della propria specie sono molto probabilmente in grado di percepire il ritmo in modo più completo e complesso rispetto a quelle che hanno sviluppato altre forme di apprendimento (come l’apprendimento per ‘abituazione’ o l’apprendimento associativo, cioè quello dei cani di Pavlov). L’apprendimento vocale, tipico degli umani e di diverse altre specie, consiste nella capacità di imitare i pattern sonori prodotti dai propri simili e di imparare, attraverso un processo di tentativi ed errori, a utilizzarli in modo flessibile. La spiegazione fisiologica del legame tra linguaggio e ritmo suggerisce che queste due capacità si basino sui medesimi, complessi circuiti neurali che regolano sia l’udito che il movimento.

Da quando questa ipotesi è stata avanzata per la prima volta, negli anni Duemila, si sono accumulate diverse prove del fatto che la capacità di percepire il ritmo musicale non sia esclusivamente umana, ma condivisa con altri animali, come diverse specie di uccelli canori, i pappagalli e alcuni cetacei. Ciò che tutti questi gruppi di animali hanno in comune è proprio la capacità di imparare un linguaggio complesso e condiviso attraverso l’ascolto dei conspecifici.

Secondo la Vocal Learning Continuum Hypothesis, l’apprendimento vocale non sarebbe un tratto ‘binario’, o presente o del tutto assente, ma sarebbe distribuito nel mondo animale secondo una certa gradualità.  Perciò si potrebbe pensare che anche le capacità musicali, e in particolare il senso del ritmo, siano presenti in molte specie, seppure in gradi diversi. Numerosi esperimenti, infatti, hanno mostrato che anche specie che presentano una forma limitata di apprendimento vocale, come diversi primati, o addirittura specie che in natura sono incapaci di apprendimento vocale, manifestano comunque una certa sensibilità per il ritmo. È il caso dei ratti, che, in un contesto sperimentale, hanno mostrato di saper percepire ritmi semplici e regolari anche senza un addestramento. Ed è il caso del leone marino, che forse più di tutti mette in dubbio l’ipotesi dell’apprendimento vocale: in un esperimento i cui risultati sono stati pubblicati nel 2025, una giovane di questa specie ha dimostrato di essere in grado di sincronizzarsi con diversi tipi di musica – dal rock all’elettronica – in modo flessibile, pur non essendo in grado di parlare o cantare.

In alcuni casi, questa sensibilità emerge attraverso un percorso di addestramento: una circostanza che ha suggerito come tali capacità ‘musicali’ possano essere rimaste latenti in specie in cui l’ambiente o il contesto comportamentale/sociale non ne abbiano reso vantaggioso lo sviluppo, mentre si siano sviluppate e ‘fissate’ laddove è avvenuto il contrario. 

Un gruppo di neuroscienziati dell’Università Nazionale Autonoma del Messico, guidati dalla ricercatrice Vani Rajendran, ha annunciato di aver registrato in due individui di macaco la capacità di riconoscere e sincronizzarsi al ritmo di un brano musicale.

A partire da questa revisione sono nate alcune sperimentazioni che cercano di indagare le origini evolutive della musica nell’essere umano e nelle altre specie, e anche di capire per quale motivo questo tratto si sia fissato in noi umani e non in altri animali a noi simili, come ad esempio gli altri primati. 

Tra gli studi che provano a rispondere a simili quesiti ce n’è uno, pubblicato a fine 2025 sulla rivista Science, che dà una notizia piuttosto sorprendente. Un gruppo di neuroscienziati dell’Università Nazionale Autonoma del Messico, guidati dalla ricercatrice Vani Rajendran, ha annunciato di aver registrato in due individui di macaco la capacità di riconoscere e sincronizzarsi al ritmo di un brano musicale. I due giovani maschi di macaco cresciuti in cattività coinvolti nell’esperimento sono stati sottoposti a un addestramento in cui in un primo tempo è stato insegnato loro, dietro promessa di una ricompensa, a battere il tempo con le dita sincronizzandosi con un metronomo.

Poi, i ricercatori hanno esposto i due individui a tre diversi brani musicali complessi. In questo secondo esperimento, i ricercatori offrivano ai macachi un premio qualora questi avessero deliberatamente ignorato la musica, ma i macachi hanno comunque risposto allo stimolo muovendo le dita a tempo in tutti gli scenari: ascoltando canzoni diverse e nuove alle loro orecchie, musicalmente complesse, e rallentate o accelerate appositamente. In un terzo esperimento, infine, ai macachi è stato concesso di muoversi liberamente, ed entrambi si sono comunque sincronizzati con la musica (il brano, in questo caso, era Everybody dei Backstreet Boys). Si tratta di comportamenti che suggeriscono una capacità di percezione del ritmo ben più sviluppata di quanto si credesse per questa specie.

Secondo gli autori dell’esperimento, questi risultati metterebbero in discussione l’ipotesi dell’apprendimento vocale, dal momento che i macachi hanno manifestato una sensibilità musicale pur non essendo naturalmente portati all’apprendimento vocale. “L’osservazione che una scimmia addestrata tende naturalmente a sincronizzare i propri battiti con il tempo reale di canzoni nuove è un’ulteriore prova della potenziale spontaneità della percezione del ritmo musicale, che [le due scimmie] hanno espresso attraverso un battito di mani costante quando questo comportamento è stato rinforzato da una ricompensa esterna”, si legge nell’articolo.

L’ipotesi che gli studiosi messicani avanzano, come alternativa a quella che collega il senso del ritmo all’apprendimento vocale, si compone di quattro elementi (the 4 Components hypothesis): rilevamento di un pattern acustico, previsione, feedback uditivo-motorio, apprendimento rinforzato dalla ricompensa.

Proprio questo elemento – la necessità di una ricompensa esterna – segna però una differenza sostanziale tra il comportamento dei macachi e il comportamento umano: in questa specie, la sensibilità al ritmo è stata indotta mediante “un lungo addestramento”, come lo definiscono gli stessi autori dell’esperimento, e con ogni probabilità non si verificherebbe in un contesto naturale. Al contrario, gli umani mostrano una sensibilità musicale ben definita fin da un’età molto precoce (basti pensare a un neonato che si muove a ritmo di musica), e soprattutto non hanno bisogno di una ricompensa esterna per mettere in atto questo tipo di comportamento.

Per questi motivi, c’è chi ha accolto la ricerca con un certo (costruttivo) scetticismo: in un articolo di commento all’esperimento sui macachi, Asif Ghazanfar e Gavin Steingo, rispettivamente un neuroscienziato e un musicologo, entrambi esterni allo studio, sottolineano come il fatto che un animale di un’altra specie ripeta un atteggiamento tipicamente umano dietro ricompensa e in condizioni controllate non sia necessariamente informativo su come quel comportamento si sia evoluto o su quali siano le sue basi neurali nella specie Homo sapiens.

La ricerca di segnali di comportamenti tipicamente umani in altre specie segna un cambiamento di prospettiva nel mondo scientifico, che sempre più riconosce il profondo legame evolutivo tra la nostra specie e il resto del mondo naturale.

Risposte comportamentali simili in specie diverse potrebbero essere sintomo di un fenomeno di evoluzione convergente, in cui, di fronte alle stesse pressioni selettive, organismi molto diversi per storia evolutiva e struttura anatomica giungono alle stesse risposte adattative. Ma è davvero questo il caso? Quale sarebbe il vantaggio adattativo di essere sensibili alla musica, di sentire il ritmo? E soprattutto, si chiedono gli studiosi nel commentare questa ricerca, in che modo l’osservazione di questi comportamenti in altre specie – per di più se indotti – possono rivelarci qualcosa di significativo sull’evoluzione del comportamento umano?

La ricerca di segnali di comportamenti tipicamente umani in altre specie segna un cambiamento di prospettiva nel mondo scientifico, che sempre più riconosce il profondo legame evolutivo tra la nostra specie e il resto del mondo naturale. D’altro canto, però, il bias antropocentrico è sempre in agguato: siamo sicuri che cercare di identificare (o addirittura indurre) un comportamento identico a quello umano in specie non umane e, per di più, proiettare schemi umani su altre specie sia la strada giusta per svelare somiglianze tra ‘noi’ e ‘gli altri’?

Sofia Belardinelli

Sofia Belardinelli è dottoressa di ricerca in etica ambientale all’università “Federico II” di Napoli. È Contributing Author e Research Fellow per il settimo Global Environment Outlook dell’UNEP. Attualmente, è ricercatrice post-dottorale per il National Biodiversity Future Centre all’università di Padova. È giornalista scientifica e collabora con diverse testate, tra cui Il Bo Live, Micromega, Il Corriere della Sera e Il Tascabile. Si occupa di temi quali crisi ambientale, biodiversità e giustizia ambientale, ma anche di questioni sociali e di attualità.

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