Abbiamo sempre pensato che siano stati addomesticati in Egitto, mentre secondo altri studi bisogna spostare tutto in Mesopotamia, o tra gli insediamenti fenici. Ma come mai, se pensiamo che in Europa non esistessero, abbiamo loro raffigurazioni già di 4000 anni fa?
Potrebbero essere arrivati in Europa non più di duemila anni fa, ma abbiamo reperti che raffigurano gatti nelle nostre case da ben prima. Allora occorre andare alla radice del loro viaggio evolutivo, per capire da dove arrivino: dall’Egitto? Dalla Mezzaluna fertile? La storia evolutiva del felino che passeggia per i nostri appartamenti è oggetto di studi da decenni. Oggi, nuove tecnologie di estrazione e di analisi del Dna stanno aiutando i ricercatori a comprendere più a fondo le dinamiche di dispersione di questa specie. Ma il mistero resta.
La simbiosi tra gatti e umani è antica: da millenni, queste due specie beneficiano della reciproca compagnia, da cui entrambe le parti traggono vantaggi materiali, sociali e psicologici. Se paragonato con un’altra ben nota simbiosi mutualistica – quella tra umani e cani – il rapporto tra la nostra specie e i gatti ha alcune particolarità. In primo luogo, si tratta di un legame che non ha portato a una domesticazione completa del felino: mentre il cane (Canis lupus familiaris) è generalmente distinguibile dai suoi antenati selvatici (fatti salvi alcuni casi, come quello del cane lupo cecoslovacco, che ha mantenuto un fenotipo molto simile a quello del lupo), il gatto domestico (Felis catus) è pressoché indistinguibile dai suoi ‘cugini’ selvatici.
Dal punto di vista scientifico, infatti, il gatto è considerato una specie semi-domesticata, dal momento che i cambiamenti genetici avvenuti come conseguenza delle interazioni con gli esseri umani sono relativamente pochi (circa un terzo di quelli riscontrati nei cani) e sono alla base di modifiche soprattutto comportamentali, più che fisiche. Inoltre, pare che il sodalizio tra umani e felini si sia stretto molto più di recente rispetto a quando gli umani hanno addomesticato lupi e coyote, da cui i cani discendono.
Oggi il gatto domestico è membro effettivo di moltissime famiglie: secondo l’ISTAT, in Italia nel 2024 il 17,4% delle famiglie viveva con almeno un gatto. Come mostrano i dati archeologici – pensiamo alle mummie di gatto dell’antico Egitto – è un’abitudine antica di millenni, originatasi probabilmente in Africa o nel Medio Oriente, e a poco a poco diffusa, insieme ai gatti stessi, in tutto il mondo.
Eppure, la storia della domesticazione e della diffusione globale del gatto domestico è ancora in parte misteriosa, un po’ per ragioni tecniche (ad esempio, fino a poco tempo fa le tecnologie disponibili riuscivano a estrarre dai resti archeologici degli antichi felini solo brevi frammenti di DNA, spesso danneggiati, il che non consentiva di avere un sequenziamento ampio del DNA degli esemplari del passato) e un po’ per ragioni contingenti, legate alla limitata presenza di resti di gatti nei reperti archeologici e alla difficoltà di definire con certezza la specie a cui questi resti appartengono solo in base ai reperti ossei, proprio per via delle minime differenze anatomiche tra la specie domestica e quelle selvatiche.
Negli ultimi anni, diversi gruppi di ricerca si stanno però impegnando a far luce sull’origine evolutiva della simbiosi gatto-umano. Uno di questi è il team guidato da Claudio Ottoni, dell’Università Tor Vergata di Roma, che, grazie a un finanziamento dello European Research Council (ERC) ottenuto nel 2020, ha avviato un progetto di ricerca (FELIX) nell’ambito del quale sono stati analizzati oltre ottocento reperti di gatti, alcuni antichissimi (risalenti fino a diecimila anni fa) e altri più recenti (diciottesimo-diciannovesimo secolo). Di questi reperti i ricercatori hanno studiato i genomi, le diete e il microbiota “per ricostruire le caratteristiche biologiche ed ecologiche che hanno plasmato la domesticazione del gatto e la sua dispersione in tutto il pianeta”.
Studi genetici condotti in passato avevano dimostrato che all’origine di tutte le popolazioni moderne di gatto domestico c’è una sottospecie del gatto selvatico (Felis silvestris), il gatto selvatico africano (Felis silvestris lybica), oggi diffuso in Nord Africa e nel Vicino Oriente.
Alla fine del 2025, i ricercatori del progetto FELIX hanno pubblicato in un articolo su Science le conclusioni a cui sono giunti grazie all’analisi del genoma di 70 reperti antichi e 17 esemplari moderni di gatti domestici. Questi dati, che coprono un periodo storico e un’area geografica piuttosto estesi (i campioni comprendono reperti sono rappresentativi di tutta l’Europa e della regione mediterranea), hanno permesso ai ricercatori di riscrivere, almeno in parte, la storia evolutiva della separazione tra il gatto domestico e i suoi più prossimi antenati selvatici, nonché di comprendere meglio dove sia iniziato il processo di domesticazione e da quale luogo il gatto domestico si sia poi diffuso in Europa, in Asia e nel resto del mondo.
Studi genetici condotti in passato avevano dimostrato che all’origine di tutte le popolazioni moderne di gatto domestico c’è una sottospecie del gatto selvatico (Felis silvestris), il gatto selvatico africano (Felis silvestris lybica), oggi diffuso in Nord Africa e nel Vicino Oriente. Basandosi su dati storici, archeologici e artistici – tra cui il ritrovamento di gatti in antiche sepolture umane a Cipro e loro raffigurazioni nell’arte funeraria egizia – si era ipotizzato che la domesticazione del gatto avesse avuto inizio nel Vicino Oriente, poco dopo l’invenzione dell’agricoltura, oppure nell’antico Egitto.
In uno studio comparso nel 2017 su Nature Ecology & Evolution, gli autori, guidati da Ottoni, sostenevano che, stando a quanto emerso dall’analisi del DNA mitocondriale di varie popolazioni di gatti selvatici e domestici, la domesticazione di F. s. lybica sarebbe avvenuta per la prima volta nell’area della cosiddetta Mezzaluna fertile, e che da lì le prime popolazioni di gatti domestici si sarebbero diffuse in Europa, seguendo le rotte migratorie umane. Inoltre, una seconda ondata di dispersione ben più recente, risalente a circa duemila anni fa (dal II secolo dopo Cristo) si sarebbe originata dal Nord Africa, a seguito di un secondo evento di domesticazione risalente a circa 2.200 anni fa, che avrebbe visto protagoniste, in questo caso, le popolazioni nordafricane di F. s. lybica.
Lo studio di intere sequenze del DNA, condotto dal progetto FELIX, smentisce in parte questa ricostruzione. Il DNA mitocondriale, contenuto nei piccoli organelli energetici presenti in ogni cellula eucariote, viene trasmesso solo dalla madre ai figli: considerare solo questa eredità genetica consente perciò di ricostruire soltanto in parte la storia evolutiva di una popolazione, poiché non permette di mappare il contributo genetico paterno. Dal nuovo studio del 2025 emerge che le popolazioni odierne di gatti domestici hanno una maggiore somiglianza genetica con le popolazioni nordafricane che con quelle levantine di F. s. lybica.
Questo mette in dubbio l’idea che i gatti domestici si siano diffusi in Europa dal Vicino Oriente, come ipotizzato a partire dallo studio del DNA mitocondriale. Le evidenze tratte dal DNA nucleare, infatti, raccontano una storia diversa: i reperti di felino che presentavano un tipo di DNA mitocondriale rinvenuto già in campioni di diversi millenni fa in Anatolia e nell’Europa sud-orientale non apparterrebbero alla variante domestica del gatto selvatico africano, ma piuttosto a popolazioni di gatto selvatico europeo (F. silvestris) i cui antenati si sarebbero ibridati con la sottospecie africana.
La vicinanza genetica tra gli odierni gatti domestici e le popolazioni nordafricane di gatti selvatici suggerisce anche che la domesticazione di questa specie potrebbe essere avvenuta proprio lì, sulle coste meridionali del Mediterraneo, pochi millenni or sono, e non con l’avvento dell’agricoltura, dieci o dodicimila anni fa. L’Egitto, però, non sarebbe l’unica culla del gatto domestico: i dati genetici suggeriscono che potrebbe esserci stato almeno un altro polo nordafricano di domesticazione, più a Occidente. Insomma, concludono gli autori della ricerca, emerge un quadro che indica “un più ampio e complesso processo di domesticazione, che potrebbe aver coinvolto diverse culture e popolazioni del Nord Africa”.
In Egitto, almeno da un certo momento della storia culturale del Regno, il gatto venne considerato al pari di una divinità. Questo influenzò, probabilmente, anche i popoli vicini: i gatti, dunque, potrebbero essere stati trasportati per motivi religiosi.
Anche la diffusione nel Vecchio Continente di questa nuova forma di gatto, più docile e abituata alla convivenza con gli umani, che sarebbe iniziata nel primo millennio avanti Cristo, potrebbe aver avuto una storia simile. Le protagoniste di questa storia – suggerisce il gruppo di Ottoni – sarebbero state proprio le civiltà mediterranee dell’epoca: Fenici, Egizi, Romani. Questi popoli potrebbero aver avuto diverse ragioni per portare con sé i gatti nei loro viaggi per terra e per mare.
In primo luogo, sappiamo che in Egitto, almeno da un certo momento della storia culturale del Regno, il gatto venne considerato al pari di una divinità (si pensi alla raffigurazione della dea Bastet, dal corpo umano e dalla testa felina, e alle numerose mummie di gatto rinvenute in contesti religiosi). Questo influenzò, probabilmente, anche i popoli vicini: i gatti, dunque, potrebbero essere stati trasportati per motivi religiosi.
C’è poi un motivo più prosaico, ma anche più ovvio, per cui gli umani iniziarono ad accogliere i gatti come compagni di avventure in giro per il Mediterraneo: tenere a bada i topi, soprattutto nelle navi che trasportavano grano e altri generi alimentari. Questo fine divenne forse primario soprattutto durante il periodo di massimo splendore dell’Impero Romano, quando l’Egitto era divenuto uno dei “granai” dell’Impero e numerosi bastimenti rifornivano di cereali le regioni sotto il dominio romano.
Questa ricostruzione, che ipotizza almeno due diversi centri nordafricani di domesticazione e dispersione dei gatti, è coerente con i dati genetici raccolti dai ricercatori, ma non riesce a superare alcune discrepanze. Ad esempio, l’ipotesi che il gatto domestico non esistesse in Europa fino a circa duemila anni fa non spiega come sia possibile che gatti dalle fattezze di F. s. lybica fossero già raffigurati in reperti artistici risalenti a quasi quattromila anni fa, come un affresco ritrovato nell’isola greca di Santorini che risale a circa diciassette secoli prima dell’era cristiana, e a sigilli che riproducono una figura felina rinvenuti a Creta nello stesso periodo. Secondo l’evoluzionista Jonathan Losos, che ha firmato per Science un articolo di commento alla ricerca, queste difformità tra dati e ricostruzione storica potranno essere superate con la raccolta di ulteriori campioni, soprattutto antichi, che aiuteranno ulteriormente a far luce sulla complessa e articolata storia evolutiva di questi animali, sfuggenti compagni di vita di molti di noi.