Articolo
Mattia Venturi
Chi paga le crisi finanziarie? La risposta la sappiamo già, ma forse è bene ricordarselo

Chi Paga Le Crisi Finanziarie?
economia storia

Un nuovo racconto della crisi del 1929 incolpa la natura umana per quella catastrofe economica e sociale. Ma la ricerca più recente indica delle responsabilità diverse.

Nel 1929 Charles Mitchell, l’uomo che aveva trasformato la National City Bank in una delle più grandi macchine di vendita titoli d’America, portava a pranzo i suoi venditori al Bankers Club, in cima all’Equitable Building. Quando si lamentavano di aver esaurito i compratori, indicava Manhattan dalla finestra: “Guardate là sotto. […] Ci sono sei milioni di persone con redditi che ammontano a migliaia di milioni di dollari. Stanno solo aspettando che qualcuno venga a dir loro cosa fare con i propri risparmi. Guardate bene, godetevi il pranzo, e poi scendete e diteglielo”. 

1929 di Andrew Ross Sorkin, uscito in Italia il 19 giugno per Hoepli Editore, ricostruisce il grande crollo con i mezzi del romanzo. Il racconto di Sorkin, editorialista del New York Times e autore del bestseller “Too Big To Fail”, è costruito su materiali di prima mano: atti giudiziari, lettere private, diari, e le carte di Thomas Lamont, socio di JP Morgan, tra le quali figurano le trascrizioni dei colloqui alla Casa Bianca con il presidente Herbert Hoover. 

Sorkin mostra i meccanismi di un mercato caratterizzato da speculazione sfrenata e i crolli a catena culminati nel Giovedì Nero del 24 ottobre. Ma lo fa seguendo le persone, raccontandone i drammi e le scelte. Non si tratta tanto della storia di una catastrofe finanziaria, quanto della commedia umana che l’ha prodotta.

In breve, quello che successe nel ’29 è questo. Per tutti gli Anni Venti la borsa americana era salita, e comprare era diventato facilissimo: bastavano dieci dollari di tasca propria per portarsi a casa cento dollari di azioni, il resto lo prestavano i broker. Ma pochi compravano per tenere: si comprava per rivendere a più caro prezzo qualche settimana dopo. Un meccanismo che funzionava a una sola condizione: che il prezzo continuasse a salire. Quando smise, i broker cominciarono a chiedere ai clienti di coprire il debito e chi non aveva soldi si vedeva vendere le azioni d’ufficio. Ogni vendita forzata spingeva il prezzo più giù, facendo scattare la richiesta successiva e scatenando, infine, il panico. Alcuni uscirono in tempo, la maggior parte no.

L’obiettivo di Sorkin è rintracciare nel passato delle lezioni valide per il presente. Come dichiara lui stesso al Guardian: “ci sono molti parallelismi che, immagino, le persone potrebbero notare”. Il rimando non è soltanto ai timori di un nuovo crollo legati al boom speculativo sull’intelligenza artificiale, ma anche ai vizi ricorrenti di uomini e istituzioni. E così basta guardare in filigrana i caratteri che Sorkin mette in scena per scorgere alcuni uomini d’affari contemporanei. Prendiamo ad esempio John Raskob, dirigente di DuPont e General Motors, che Sorkin stesso paragona a Elon Musk. Un uomo coinvolto in tutto: le automobili, la politica, e la costruzione di quella che per l’epoca poteva rappresentare l’equivalente di un’astronave, l’Empire State Building. Anche lui poi, come Musk, aveva più di dieci figli.

C’è poi Jesse Livermore, celebre ribassista dell’epoca, che nel 1929 scommise contro il mercato ricavandone una fortuna. Livermore ricorda un po’ Michael Burry, fondatore di Scion Capital, che nel 2007 fece guadagnare 725 milioni di dollari ai suoi investitori scommettendo sul crollo dei mutui subprime americani. Di recente Burry è tornato a scommettere contro il mercato, e in particolare contro l’intelligenza artificiale: da mesi tiene posizioni al ribasso su Nvidia, Palantir, Oracle e altri titoli della filiera, per oltre un quinto del suo portafoglio. Con una differenza importante rispetto al 2007. Da quando, nel novembre 2025, ha cancellato la registrazione del suo fondo e ha smesso di gestire denaro altrui, non è più obbligato a dichiarare cosa possiede. Quello che sappiamo sulle sue scommesse, lo sappiamo perché lo racconta lui stesso in una newsletter a pagamento (circa 385 euro l’anno) dal titolo eloquente: Cassandra Unchained, che oggi registra oltre 328.000 iscritti ed è il secondo profilo finanziario di Substack. 

Ma il protagonista del libro di Sorkin è certamente Charlie Mitchell, già citato in apertura. È lui, dice Sorkin, ad aver creato credito e leva finanziaria nel sistema per prestare denaro a investitori comuni. È lui ad aver creduto, forse per miope ottimismo, forse per avidità, che della democratizzazione della finanza avrebbero beneficiato tutti. Un’ambiguità che ne fa di gran lunga il personaggio più interessante del libro.

Prima però di stabilire un ultimo parallelo con Mitchell, è utile soffermarsi sulle conclusioni di Sorkin. L’autore chiosa affermando che “la storia del 1929 non riguarda i tassi o la regolamentazione, né l’astuzia dei venditori allo scoperto o i fallimenti dei banchieri. Riguarda qualcosa di molto più duraturo: la natura umana”. Ma qui sembra parlare più da romanziere che non da giornalista finanziario. I mercati infatti non esistono in natura come la pioggia o le maree: sono architetture legali e politiche e come tali possono e devono essere regolamentati. Converrà allora fermarsi qualche pagina prima: “Il crollo del 1929 si sarebbe potuto evitare? La risposta breve è sì. Le occasioni per arrestare le forze della speculazione prima che sfuggissero di mano erano state molte. La risposta lunga è che sarebbe servita una preveggenza quasi divina per guardare oltre gli incentivi a guadagnare nel breve periodo e concentrarsi invece sulle conseguenze a lungo termine.”

Come Sorkin stesso racconta, infatti, il 16 giugno 1933 Roosevelt firmò il secondo Glass-Steagall Act, che separava le banche commerciali da quelle d’investimento, e l’anno dopo nacque la Securities and Exchange Commission, con il compito di impedire la speculazione a debito e l’opacità che avevano portato al crollo. Da quel momento, le corse agli sportelli, che scandiscono tutta la vicenda raccontata da Sorkin, semplicemente cessarono. Quegli argini sono stati gradualmente erosi a partire dalla fine degli anni Ottanta, quando la Federal Reserve allargò per via interpretativa ciò che le banche potevano fare, e sono caduti formalmente nel 1999. Se quella caduta abbia contribuito al crollo del 2008 è una questione ancora aperta, sulla quale gli economisti litigano da vent’anni. 

Sorkin scrive poi che i signori di Wall Street, Mitchell in testa, incoraggiando la speculazione e promettendo rendimenti straordinari a una nuova classe di investitori che non aveva mai partecipato a mercati che capiva a malapena, contribuirono ad amplificare il danno quando il crollo arrivò. È da qui che possiamo partire per imparare davvero qualcosa dalla Storia.  

In questo senso ci vengono in soccorso due studi recenti, in cui Robinhood è il caso di scuola. Robinhood è l’applicazione che dal 2013 consente di comprare e vendere azioni, opzioni e criptovalute dal telefono, ed è stata la prima negli Stati Uniti a farlo senza commissioni: alla fine del 2021 aveva superato i ventun milioni di utenti attivi mensili. Se volessimo continuare il gioco delle coppie e trovare un corrispettivo nel presente di Charlie Mitchell, questo sarebbe Vlad Tenev, cofondatore e amministratore delegato di Robinhood Markets. Già il nome dell’azienda promette molto, ma la mission, che compare nel prospetto depositato presso la SEC in vista della quotazione, è ancora più esplicita: “democratize finance for all”. Nata per abolire le commissioni che tenevano i piccoli risparmiatori fuori dal mercato, ha fatto quello che prometteva: ha aperto la porta a tutti o quasi.

“I mercati non esistono in natura come la pioggia o le maree: sono architetture legali e politiche e come tali possono e devono essere regolamentati”.

Il primo studio si intitola Attention-Induced Trading and Returns: Evidence from Robinhood Users (Brad M. Barber, Xing Huang, Terrance Odean e Christopher Schwarz), ed è uscito sul Journal of Finance. Si basa sui dati del sito Robintrack, che tra il 2 maggio 2018 e il 13 agosto 2020 ha registrato ora per ora quanti utenti Robinhood detenevano ciascun titolo, fino a quando l’azienda smise di renderli pubblici. Per isolare le giornate di afflusso eccezionale gli autori procedono così: ogni giorno prendono i titoli già posseduti da almeno cento utenti, li mettono in fila in base a quanti nuovi possessori hanno guadagnato in proporzione, e tengono solo lo 0,5% in cima alla classifica. Sono le giornate in cui su un singolo titolo si riversa una folla.

Il primo risultato riguarda l’interfaccia. Ogni giorno Robinhood metteva in vetrina una lista di venti titoli, i “Top Movers”: non i migliori né i più solidi, ma quelli che si erano mossi di più rispetto alla chiusura precedente. E li mescolava, ordinandoli per ampiezza del movimento senza distinguere tra chi era salito e chi era crollato. Il risultato è che, a differenza degli altri piccoli investitori americani, gli utenti Robinhood compravano i crolli con la stessa intensità dei rialzi.

Che sia la vetrina a produrre l’acquisto, e non la notizia che ha mosso il titolo, gli autori lo dimostrano sfruttando una regola dell’app: per entrare in quella lista un’azienda doveva capitalizzare più di 300 milioni di dollari. Confrontano allora titoli che quel giorno si erano mossi in modo molto simile ma con capitalizzazione appena sopra e appena sotto la soglia: i primi vengono comprati molto di più. In altre parole: non conta cosa succede a un’azienda, conta se finisce o meno nella lista.

Il secondo risultato è quello centrale. Il giorno dell’episodio il titolo guadagna in media il 14%; nei venti giorni successivi ne perde il 4,7% rispetto all’andamento generale del mercato, e quasi due terzi dei casi chiudono in negativo.

Soprattutto, la perdita cresce con l’intensità dell’afflusso: dove i possessori aumentano del 10% in un giorno, il mese dopo il titolo perde l’1,8%; dove aumentano del 750%, il titolo perde il 19,6%. 

Insomma, non è che i piccoli investitori scelgano male: scelgono la stessa cosa nello stesso momento, e questo basta a spingere il prezzo sopra il valore per poi andare incontro a una correzione.

Il secondo studio si intitola Retail Trading in Options and the Rise of the Big Three Wholesalers (Svetlana Bryzgalova, Anna Pavlova e Taisiya Sikorskaya), anche questo è uscito sul Journal of Finance. Copre il periodo dal 4 novembre 2019 al 30 giugno 2021 e utilizza i dati transazione per transazione di tutte le operazioni in opzioni su azioni ed ETF condotte sulle sedici borse statunitensi. Le opzioni sono contratti che, in cambio di una somma modesta versata subito, danno a chi li compra il diritto di acquistare o vendere un titolo a un prezzo fissato entro una certa data. Se il prezzo non si muove come sperato il diritto scade, e quella somma è persa per intero. Non sono notoriamente lo strumento più prudente per un risparmiatore. Le autrici stimano che gli investitori al dettaglio fossero arrivati a rappresentare il 62% del volume totale scambiato in questo mercato.

Le app a zero commissioni come Robinhood ovviamente non lavorano gratis: vendono gli ordini dei clienti a intermediari all’ingrosso, in gergo wholesalers, che li eseguono e le pagano per averli ricevuti. Nel 2021 quei pagamenti valevano 2,4 miliardi di dollari sulle opzioni e 1,3 miliardi sulle azioni. Il costo per chi compra non viene abolito, ma viene spostato dentro il prezzo del titolo. Su un’azione dell’indice S&P 500 quel costo vale lo 0,0355%. Sulle opzioni con scadenza inferiore alla settimana vale il 12,6%: 350 volte tanto. Ed erano proprio quelle, le scadenze brevissime, che Robinhood proponeva preselezionate a chi andava a comprare un’opzione: le più economiche da comprare, ma le più care da scambiare.

I conti finali dicono questo: tra il novembre 2019 e il giugno 2021 i piccoli investitori americani hanno pagato 887 milioni di dollari in commissioni dichiarate e circa 6,4 miliardi in costi nascosti dentro i prezzi: sette volte tanto. Le loro operazioni, ipotizzando che tenessero le posizioni per dieci giorni, si sono chiuse con una perdita netta stimata in 2,1 miliardi. Dall’altro lato del banco, il mercato è concentratissimo: nel secondo trimestre del 2021 quasi il 90% dei pagamenti che i broker incassavano per gli ordini in opzioni andava a tre sole società, i wholesalers Citadel, Susquehanna e Wolverine.

Da qui l’avvertimento con cui le autrici chiudono lo studio: più uno strumento è costoso da scambiare, più la piattaforma guadagna quando i clienti lo scambiano. È un incentivo a spingerli verso i prodotti meno liquidi e più cari, e i regolatori – scrivono – dovrebbero tenerne conto.

Nel 1929, democratizzare la finanza significava aprire i mercati ai cittadini americani comuni attraverso il credito senza controlli. Oggi parliamo invece di trading online, di gamification degli investimenti, o dell’ordine esecutivo firmato da Trump nell’agosto 2025, intitolato Democratizing Access to Alternative Assets for 401(k) Investors, che apre i piani previdenziali degli americani a private equity, venture capital, credito privato e criptovalute. Non sappiamo se e quando avverrà il prossimo crollo del mercato azionario: quello che possiamo sapere con ragionevole certezza è chi – in assenza di una regolamentazione adatta all’era del trading online e degli algoritmi – è destinato a pagare il prezzo più alto. 

Mattia Venturi

Mattia Venturi è creative strategist e autore di Lucy.

Contenuti Correlati

lucy audio player

00:00

00:00