Articolo
Danilo Zagaria
La paura delle nuvole nere

1991 Nuvole Nere Sul Kuwait
natura politica storia

Durante la Guerra del Golfo in Kuwait oltre seicento pozzi furono incendiati : fumo, petrolio e fuoco devastarono il Paese arabo, dal deserto al Golfo Persico, lasciando un disastro ambientale di proporzioni storiche di cui ancora oggi si leggono i segni. Danilo Zagaria ne scrive nel nuovo libro “Guerra alla terra”, di cui pubblichiamo un estratto.

I pozzi sono in fiamme. L’orizzonte del deserto è dominato da colossali nubi nere. Si addensano in cielo, oscurando il sole.

Da ogni valvola aperta e poi data alle fiamme erompe un geyser di petrolio che brucia a mezz’aria. Il greggio non ha nemmeno tempo di ricadere al suolo perché la fiamma incessante lo coinvolge e lo brucia, producendo una combustione che alza la temperatura di migliaia di gradi e scarica in atmosfera fü-liggine, particolato, gas serra. La piana è inondata di petrolio.

Qui e là, immensi laghi neri inaspettatamente riflettono il cielo come se fossero d’acqua cristallina. Alcuni pozzi, prima di essere dati alle fiamme, sono stati lasciati aperti per scatenare un’apocalittica inondazione nera. Sono alte fontane da incubo che sparano petrolio a pioggia tutt’intorno. Questo cade, si accumula, ruscella via, ribolle come fango termale, in alcuni casi arriva fino al mare, perdendosi poi fra le onde. Come formiche, gli uomini si affollano intorno ai pozzi in fiamme. Coperti da testa a piedi da tute ed elmetti luridi e unti, sparano acqua sui pozzi. Accanto a loro si muovono mezzi mai visti, draghi d’acciaio cingolati che forniscono acqua, proteggono le figure dal calore con paraventi d’amianto e smuovono con le loro grandi benne il suolo bruciato.

È un lavoro lungo, lento, che mira a combattere il fuoco e il caldo con la forza dei getti generati dalle manichette. Altrove infuria la battaglia. Mezzi corazzati si muovono sotto la coltre scura e decine di aerei volteggiano tra le nubi a caccia di nemici nelle profondità del deserto. I soldati arrancano in quel clima brutale. Fra i combattenti e gli incendi la monotonia del paesaggio è rotta da grandi impianti industriali abbandonati, raffinerie arrugginite e distrutte dalle bombe. La guerra, quando è giunta, ha fatto scempio delle colossali architetture petrolifere del Kuwait. Il paesaggio che rimane è una distesa di frantumi, in procinto di annegare nell’incalzante marea di greggio.

Nei primi giorni d’agosto del 199o l’esercito iracheno invase il Kuwait, un piccolo stato arabo affacciato sulle coste del Golfo Persico. Nel giro di quattro ore Saddam Hussein ottenne una rapida vittoria militare, proclamò l’annessione dei territori conquistati (ricchissimi di campi petroliferi) arrivando a minacciare pure la vicina Arabia Saudita. A rispondere fu una coalizione internazionale di trentaquattro Paesi, guidata dagli Stati Uniti, di cui faceva parte anche l’Italia. La guerra diplomatica si trasformò in un conflitto aperto allo scadere dell’ultimatum, fissato per il 16 gennaio del 1991.

Gli iracheni, battuti su tutto il fronte, decisero di fare terra bruciata per provare a coprire la loro ritirata e al tempo stesso contrastare le operazioni della coalizione. All’ordine di Saddam Hussein, fecero saltare in aria le teste di oltre seicento pozzi petroliferi situati nel deserto del Kuwait.

La Guerra del Golfo fu breve ma piuttosto brutale. L’operazione Desert Storm si apri con intensi bombardamenti sulle città irachene, in particolare Baghdad, e sulle installazioni militari. Il 17 gennaio, la prima notte di raid, rimase celebre per il racconto che ne fece Peter Arnett, l’unico giornalista occidentale rimasto nell’Hotel Al-Rashid della capitale insieme alla sua troupe. Tutto il mondo osservò in diretta, attraverso le immagini verdognole generate dai visori notturni della CNN, le esplosioni che squassavano la città e il lavoro febbrile della contraerea irachena. Nelle settimane successive gli attacchi dal cielo continuarono mentre le forze di terra della coalizione avanzavano nel deserto e cacciavano dal Kuwait l’esercito del rais.

Durante gli ultimi giorni di guerra l’aviazione occidentale distrusse le colonne degli invasori ormai in fuga che affollavano la Highway 80 nei pressi di Al Jahra. Migliaia di camion, carri armati, blindati, autobus, automobili e altri mezzi di fortuna vennero colpiti dagli aerei in devastanti attacchi al suolo. Quando i giornalisti giunsero sul posto, trovarono soltanto carcasse carbonizzate, lasciate ad arrugginire nel deserto in quella che venne rinominata «autostrada della morte».

Gli iracheni, battuti su tutto il fronte, decisero così di fare terra bruciata per provare a coprire la loro ritirata e al tempo stesso contrastare le operazioni della coalizione. All’ordine di Saddam Hussein, fecero saltare in aria le teste di oltre seicento pozzi petroliferi situati nel deserto del Kuwait. L’operazione produsse centinaia di fontane nere, veri e propri geyser che sparavano il greggio a decine di metri di altezza e allagavano il territorio circostante. In situazioni simili, basta una scintilla per incendiare il flusso e generare un rogo continuo e inquinante molto difficile da estinguere. Alla fine di febbraio, quando ormai la guerra era agli sgoccioli, il Kuwait era in fiamme, la sua industria petrolifera risultava fortemente compromessa e il cielo era saturo di un tremendo fumo scuro che riversava al suolo gocce di pioggia nera e oleosa.

Gli effetti di questa drammatica mossa di environmental warfare non si fecero attendere. La coltre di fumo generata dagli incendi ostacolò le operazioni della coalizione, causando persino alcuni gravi incidenti aerei. I soldati si dovettero presto abituare a muovere e combattere sotto a un cielo costantemente coperto, a sperimentare occasionali piogge a base di petrolio nei pressi dei pozzi scoperchiati e a essere colti di sorpresa dal fumo, che in alcuni momenti si abbassava di colpo sul terreno, travolgendo unità e mezzi militari. Anche la giornalista e scrittrice Oriana Fallaci, giunta in Kuwait per documentare il conflitto, raccontò la sua esperienza in un’intervista rilasciata a Pino Scaccia del TG1 nella primavera di quell’anno. Nelle parole della più celebre reporter di guerra dell’epoca si avverte il timore per la sua salute, poi davvero compromessa da un tumore ai polmoni diagnosticato nel corso degli anni Novanta.

Quando sono andata in Kuwait la prima volta, bruciavano centonovanta pozzi di petrolio. |…] A mezzogiorno era buio come al tramonto. Ma la mia paura personale è esplosa quando, tornando per la seconda o terza volta da Kuwait City sul camion di alcuni marine americani, a un certo punto il vento ha buttato la nuvola nella nostra direzione. E la nuvola è scesa molto, molto bassa. Erano circa le undici del mattino ed è diventato buio come a mezzanotte. Quando ne siamo usciti eravamo neri come i miei pantaloni. La faccia era nera, i nostri vestiti erano neri, la lingua era nera. Mi sono chiesta che cosa fosse entrato nei miei polmoni e ho avuto tanta paura. |..] lo non avevo mai avuto questo tipo di paura. Non avevo mai pensato di poter avere paura di una nuvola nera.

Le operazioni di spegnimento dei pozzi, affidate ad alcune aziende specializzate, durarono dieci mesi e furono rese ancora più difficili dal fatto che le zone circostanti erano state minate. Sotto la supervisione di alcuni grandi esperti, fra cui il leggendario pompiere americano Red Adair, gli hellfighters spensero e richiusero un pozzo dopo l’altro, finendo il lavoro agli inizi di novembre. Per alcuni roghi fu sufficiente l’utilizzo di molta acqua, sparata con grandi manichette da addetti che si avvicinavano ai pozzi in fiamme grazie alla copertura di barriere di amianto. Per altri invece fu necessario abbassare la temperatura con i getti d’acqua e poi usare cariche esplosive per interrompere l’incendio. La manovra potrebbe sembrare controintuitiva, ma era necessaria per allontanare l’ossigeno presente nell’aria impedendo che alimentasse la fiamma.

Dopo aver posizionato la carica nei pressi del pozzo con bracci meccanici che parevano usciti da un film di fantascienza, l’onda d’urto generata dall’esplosione spingeva via l’aria dal petrolio in uscita estinguendo la fiamma, come accade quando si spegne una candelina soffiandoci sopra. In alcuni casi venne impiegato anche uno strano macchinario, noto come Big Wind: un carro armato modificato dotato di due motori a reazione di un caccia Mic21 che soffiava enormi volumi d’acqua vaporizzata contro le fiamme per soffocarle.

Soltanto così fu possibile domare le fiamme e installare nuove teste, sigillando ogni singolo pozzo.

Nel 1991 il petrolio portato in superficie dai pozzi danneggiati che non era bruciato generò una vera e propria ragnatela di piccoli laghi, stagni e fiumi. Le indagini ambientali degli anni successivi hanno stimato che si formarono circa duecentocinquanta grandi pozze su un terreno di oltre duecento chilometri quadrati.

Le immagini di questa incredibile lotta contro il fuoco, in uno scenario da incubo impregnato di petrolio, sono state documentate da due giganti del racconto per immagini: il regista Werner Herzog e il fotografo Sebastião Salgado. Il primo girò in Kuwait il documentario Apocalisse nel deserto: una carrellata di riprese impressionanti che mostrano sia il paesaggio devastato dalla guerra sia lo sforzo sovrumano dei pompieri impegnati nelle operazioni di spegnimento. Salgado ritrasse i medesimi soggetti con scatti in bianco e nero raccolti poi nel libro fotografico Kuwait. Un deserto in fiamme. Sono istantanee dotate di una forza incredibile, capaci di sprigionare il calore del fuoco, mostrare la stanchezza degli operatori e lo scempio causato da petrolio, incendi e fumo.

Nel 1991 il petrolio portato in superficie dai pozzi danneggiati che non era bruciato generò una vera e propria ragnatela di piccoli laghi, stagni e fiumi. Le indagini ambientali degli anni successivi hanno stimato che si formarono circa duecentocinquanta grandi pozze su un terreno di oltre duecento chilometri quadrati. Gli sversamenti e la ricaduta di fuliggine colpirono vegetazione e fauna, ma i dati a riguardo sono scarsi ed è impossibile valutare la gravità degli impatti. Le nubi nere che oscurarono il cielo crearono un clima simile a quello del cosiddetto «inverno atomico», condizione ipotizzata durante l’epoca dei test nucleari e della Guerra fredda: un raffreddamento della superficie terrestre dovuto alla gran quantità di polveri presenti in atmosfera. In quei mesi in Kuwait e Arabia Saudita vennero registrate temperature più basse della media anche di dieci gradi.

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Oltre a sabotare e a incendiare i pozzi nel deserto, gli iracheni causarono di proposito un gigantesco sversamento di petrolio nel mare del Golfo Persico. Come era accaduto pochi anni prima durante la guerra contro l’Iran e la successiva tanker war, gli ecosistemi marini furono seriamente danneggiati da quello che, secondo le stime, è il più grande disastro petrolifero della storia. Loro nero colò in mare dai terminal petroliferi presenti lungo le coste del Kuwait e dell’Iraq, da raffinerie e depositi e da alcune petroliere danneggiate durante i combattimenti. L’impatto ambientale fu intenso e colpì soprattutto le sponde meridionali della vicina Arabia Saudita, tra Ras Al Khafji e Ras Al Ghar, dove le forti correnti spingevano il greggio contro la costa. Il petrolio si depositò in lagune poco profonde, zone umide e piane di marea ricoperte di vegetazione, soprattutto mangrovie.

È stato calcolato che dal 50 al 90% della fauna presente in queste aree – in larga parte granchi, gamberetti, anfipodi e molluschi – venne uccisa dalla marea nera. Anche l’avifauna non fu risparmiata: circa centomila uccelli limicoli, ossia adattati a vivere in habitat acquatici fangosi e paludosi, perirono nel giro di pochi mesi. Stessa sorte tocco a decine di animali acquatici di grandi dimensioni, fra cui tartarughe marine, delfini e dugonghi.

Stabilire con precisione la quantità di petrolio che finì in mare, si accumulò nel deserto o finì bruciata nei roghi dei pozzi fu molto difficile. Secondo le stime, tra le onde del Golfo Persico furono sversati in modo intenzionale o a seguito di incidenti causati dalle azioni belliche fra i quattro e i sei milioni di barili di petrolio. Sulla terraferma venne bruciato negli incendi dei pozzi circa un miliardo di barili, mentre un totale fra i quaranta e i cinquanta milioni di ulteriori barili si accumulò sulla superficie del deserto, andando a formare il cosiddetto tarcrete, cioè un materiale coriaceo composto da una miscela di sabbia, fuliggine e greggio. Tale crosta, simile a uno strato superficiale di asfalto, arrivò a coprire quasi il 5% della superficie del Kuwait.* Tutto questo greggio potrebbe sostenere gli attuali consumi mondiali di dieci giorni.

Questo testo è un estratto di “Guerra alla Terra” di Danilo Zagaria (add editore, 2026).

L’immagine è di Jonas Jordan, United States Army Corps of Engineers.

Danilo Zagaria

Danilo Zagaria è biologo, divulgatore scientifico e redattore editoriale. Scrive di libri, scienza e animali su diverse testate, fra cui «La Lettura» del «Corriere della Sera». Il suo sito personale è La Linea Laterale. Nel 2020 ha fondato la rivista letteral-scientifica «Axolotl». Il suo ultimo libro è Guerra alla terra. Conflitti armati e crisi ecologica (add editore, 2026). Con add editore ha pubblicato In alto mare. Paperelle, ecologia, Antropocene, finalista dell’edizione 2023 del Premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica, e Il groviglio verde. Abitare le foreste dal Mesozoico alla fantascienza.

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