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Nicoletta Vallorani
Come amare l’universo. Intervista a Kim Bo-young

Come Amare L'universo. Intervista A Kim Bo Young
letteratura spazio

Una conversazione su mito, futuro e attesa con una delle maggiori esponenti della fantascienza coreana a partire da Odissea stellare (add editore, 2026), il suo ultimo libro uscito in Italia.

“Amare una persona è come amare l’universo”, scrive Kim Bo-young nella  Nota dell’autrice che conclude Odissea stellare. Appena uscito nella traduzione sempre elegante ed efficace di Giulia Donati, il romanzo è insolito, ironico e frastagliato, difficile da catalogare, sebbene senza dubbio indicativo della grande vitalità di un genere, la fantascienza, che sta conoscendo in Corea del Sud una fase di grande popolarità. La stessa autrice conferma che non è sempre stato così: da piccola, se la sorprendevano a leggere un fumetto durante la ricreazione, le insegnanti glielo toglievano per poi sgridarla o punirla. Le cose sono cambiate intorno agli anni Novanta, quando internet ha consentito di accedere con maggiore facilità a quello che sul mercato cartaceo si faceva fatica a trovare. Kim aveva quindici anni, e ci sarebbe voluto ancora del tempo perché arrivasse alla pubblicazione. Oggi il suo nome è estremamente popolare, le sue opere hanno vinto premi importanti e sono state tradotte, e la gavetta fatta come sviluppatrice di videogiochi, sceneggiatrice e graphic designer le ha conferito un’agilità mentale e una formazione interdisciplinare che modellano la sua narrativa rendendola qualcosa di radicalmente nuovo. Dopo L’origine delle specie (add, 2023) e Mare infetto (add, 2025), arriva in Italia Odissea stellare, in un momento in cui di odissee se ne stanno producendo parecchie, e questa aggiunge un tassello inatteso alla storia tutta occidentale dell’eroe omerico. 

Si tratta di fatto di una trilogia (Ti sto aspettando, Sto tornando da te e In viaggio verso il futuro). Le tre sezioni, scritte in momenti diversi, sono intervallate da due capitoli di Storia oltre la storia, e le prime due parti utilizzano un genere ampiamente in disuso: quello epistolare. Ti sto aspettando e Sto tornando da te constano ciascuno di quindici lettere, che due innamorati si mandano mentre viaggiano attraverso lo spazio e il tempo cercando di trovarsi per poter coronare il sogno di una vita insieme. Non si tratta esattamente di un dialogo. Piuttosto è l’affannoso tentativo di tenere vivo un amore raccontato con sapiente ironia e tuttavia intenso e senza speranza. È interessante che la prima parte sia stata scritta come un dono a un amico che aveva desiderio di fare una proposta di matrimonio in modo originale. La seconda parte non poteva non esserci: è la voce della promessa sposa, in viaggio su una nave turistica, che conosce ammutinamenti, violenze e crudeltà assortite mentre la protagonista trova modi sempre più originali per sopravvivere. L’ultima parte è stata in realtà scritta per prima. Apologo filosofico sulla natura dello spazio e del tempo, In viaggio verso il futuro è una rincorsa alla scoperta dei confini dell’universo, segnata dalla consapevolezza della propria fine inevitabile. È in fondo una storia d’amore anche quella, per la vita che abbiamo e che sarebbe bene non sprecare.

Vallorani Kim Sito 3

Il dialogo è la forma primaria delle tue narrazioni, ma nelle prime due parti di Odissea stellare il dialogo è a distanza. Come mai hai scelto questa forma per rappresentare un amore?

Ho scritto Ti sto aspettando perché doveva funzionare come una proposta di matrimonio da rivolgere alla persona amata, e doveva essere efficace nella lettura ad alta voce. Anche se la forma è epistolare, c’è un interlocutore, almeno nella testa di chi parla, e questo interlocutore deve fornire una risposta. Dunque è comunque un dialogo, anche se appare come un monologo. Ho immaginato che il protagonista, che pure ha sempre in mente la sua futura sposa, si trovasse a vagare da solo nello spazio. Fino alla fine della storia, la donna è solo nella sua immaginazione: non compare mai in Ti sto aspettando, perché il testo sarà usato come proposta di matrimonio, dunque la donna è nel mondo reale, ed è nel mondo reale che dovrà dare una risposta. Per questo, la prima parte di Odissea stellare termina senza un vero e proprio finale. Nel mondo reale, dopo aver letto Ti sto aspettando, è il futuro sposo a concludere la narrazione dicendo: «Vuoi sposarmi?». La risposta che la donna dà in quel momento è il finale del romanzo.

In Sto tornando da te, invece, ho immaginato il ruolo della donna, che diventa protagonista e scrive lettere anche lei. Ho pensato che fosse più interessante farne un personaggio più energico e ambizioso, mentre lui era più romantico e fragile.

E il personaggio maschile non è l’unica entità a mostrare segni di vulnerabilità. Lo sfondo della vicenda è una civiltà umana sull’orlo dell’estinzione, in un contesto umano e naturale sempre più inabitabile. Che ruolo ha l’ambiente nella tua ispirazione? Ritieni che la letteratura sia utile nel sollecitare una riflessione?

Ho scritto Ti sto aspettando nel 2014, quando la figlia di un ex-presidente, che era stato un dittatore militare, aveva assunto la direzione del paese. Avevo la sensazione che tutto il sistema politico che avevamo impiegato tanto tempo a rendere migliore si stesse frantumando per riportarci al passato. Il 16 Aprile dello stesso anno, il naufragio della Sewol provocò la morte di circa trecento studenti in gita scolastica. Il fatto che non si fosse riusciti a salvarli o a evitare il disastro sembrò inconcepibile. Mi resi conto che l’amministrazione dello stato si era deteriorata nel giro di pochissimo tempo e capii che non ci vogliono mille o diecimila anni perché il mondo crolli, mentre ce ne vogliono mille o diecimila per ricostruirlo. La destituzione del presidente fu la conseguenza della situazione in cui versava il paese. Intanto, mentre scrivevo la storia di una persona in attesa del proprio amato, riflettevo sul significato dell’attesa, in momenti in cui tutta la tensione si orienta verso l’aspettativa di tempi migliori.

È un’attesa che sembra avere poche speranze in un momento così carico di problemi. Ritieni che giustizia sociale e giustizia climatica siano collegate?

Sappiamo tutti che, se non risolviamo immediatamente i problemi ambientali del pianeta, la sopravvivenza stessa dell’umanità sarà a rischio. In tempi recenti, lo scioglimento dei ghiacciai ha causato la morte di numerose persone in Nepal. Ogni anno, arrivano notizie di inondazioni, tifoni, siccità e incendi boschivi che non si vedevano da secoli. Questi disastri continueranno a ripetersi. L’umanità possiede la tecnologia che le consentirebbe di salvarsi. Ci vantiamo di poter creare un’intelligenza artificiale molto sofisticata grazie a quella tecnologia, ma non risolviamo i problemi climatici più urgenti. E stiamo utilizzando quella tecnologia e quel capitale per costruire armi e uccidere persone. Sì, proprio perché la politica e la società non funzionano correttamente, anche i problemi ambientali rimangono irrisolti.

Forse le storie servono anche a questo: a ricordarci di tanto in tanto questioni centrali, che sono emerse anche in passato ma che abbiamo dimenticato. Le tue due storie, scritte in momenti diversi, raccontano di due ritorni impossibili. La parentela con l’Odissea di Omero e con la mitologia greca sono evidenti. Li avevi in mente o il parallelismo è casuale?

È una domanda interessante. Non avevo pensato al mito dell’Odissea. Tra l’altro, il titolo di Odissea stellare è stato proposto dalla casa editrice, forse facendo riferimento a 2001. Odissea nello spazio, di Arthur C. Clarke. E io ho trovato che fosse una buona idea. Però dovete capire che abbiamo un background culturale diverso. Naturalmente mi piacciono le storie dell’Odissea e quelle della mitologia greco-romana. Probabilmente la maggior parte dei coreani ama la mitologia greco-romana e la conosce più che bene: somiglia moltissimo a quella orientale. Non c’è un unico dio assoluto, ma diversi dèi che vivono in armonia e sono vicini all’esistenza degli esseri umani, quasi fossero amici. Credo che una mitologia così ricca di diversità e armonia sia stata la forza motrice che ha permesso all’Italia di uscire dal periodo buio del Medioevo e diventare il centro del Rinascimento. Tecnicamente, l’Odissea è la storia di un ritorno a casa. Questa struttura deriva da una visione del mondo lineare. Una volta partiti, bisogna che ci sia un ritorno. Tuttavia, a mio avviso, la mentalità orientale è circolare e a spirale. Anche se sembra un ciclo, non si ritorna mai al punto di partenza, ma si giunge in un luogo diverso. Anche la mia storia è così. Vi racconto una leggenda coreana? Nella nostra mitologia, c’è la storia di Gyeonwoo e Jiknyeo. Tra le costellazioni, Jiknyeo corrisponde a Vega, mentre Gyeonwoo è Altair. Sono due grandi stelle separate dalla Via Lattea. I coreani credevano che queste due stelle fossero amanti. Jiknyeo era la figlia del Dio del Cielo, mentre Gyeonwoo era un giovane pastore. I due si amavano così tanto che non facevano altro che divertirsi e non lavoravano affatto. Per questo il dio più importante, adirato, li costrinse a vivere separati ai due lati della Via Lattea, permettendo loro di incontrarsi solo una volta all’anno, il 7 luglio. Dopo aver atteso con ansia per un intero anno, i due corsero verso la Via Lattea, ma il fiume era talmente vasto che non riuscivano proprio a vedersi. I due piansero senza sosta e quelle lacrime provocarono un diluvio sulla terra. Allora gli animali si riunirono e dissero che,  di quel passo, il mondo sarebbe stato sommerso dall’acqua, e che bisognava farli incontrare. Chiedendosi chi potesse salire fino alla Via Lattea, pensarono che la gazza e il corvo ne fossero capaci. Si radunarono in stormi e salirono sulla Via Lattea, formando un ponte con i propri corpi. Così, Altair e Vega poterono incontrarsi camminando sui corvi e sulle gazze. Ecco perché il 7 luglio è festa nazionale in Corea. In quel giorno cade una pioggerellina: si dice siano le lacrime di gioia di Altair e Vega. Inoltre, in quel periodo gli uccelli perdono il piumaggio, e si dice che ciò avvenga perché Altair e Vega ci hanno camminato sopra.

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Senza risalire fino a Omero, ci sono autori, nella fantascienza occidentale, che sembrano risuonare nel tuo testo. H.G. Wells, per esempio, è stato forse il primo scrittore a raccontare il viaggio nel tempo. Riconosci una parentela?

Sì, conosco bene Wells e conosco bene anche il romanzo La macchina del tempo. Tutti i romanzi sui viaggi nel tempo devono molto a Wells. Tuttavia, il mio non racconta di un viaggio nel passato, ma soprattutto di un viaggio nel futuro. È la storia di due amanti che non riescono a incontrarsi a causa dell’effetto di ritardo temporale previsto dalla teoria della relatività. Ci sono così tante storie di questo tipo che è difficile indicare con precisione da quale in particolare io sia stata influenzata. Anche nel romanzo di Joe Haldeman La guerra eterna, a causa del ritardo temporale, i protagonisti vengono trasportati sempre più lontano nel futuro, si separano dalla persona amata per poi ritrovarsi solo alla fine. Questo romanzo deve molto anche a un pezzo narrativo del giornalista Pete Hamill, Going Home, noto in Corea come Il fazzoletto giallo. Racconta di un uomo che, dopo essere uscito di prigione, torna a casa. L’uomo chiede alla moglie: “Se mi stai aspettando, appendi un fazzoletto giallo a un albero”. L’uomo pensa che la moglie lo abbia dimenticato, ma quando arriva sul posto, vede centinaia di fazzoletti che sventolano sull’albero. Il motivo per cui i coreani, mentre aspettavano i bambini della Sewol, hanno appeso migliaia e migliaia di nastri gialli è stato probabilmente perché hanno ripensato a quella storia. Nel 2014 la Corea era piena di nastri gialli. Ed è proprio pensando alla Sewol che mi è venuto in mente il finale di Ti sto aspettando.

Il tuo romanzo, quindi, dialoga con la storia del paese come con lettrici e lettori. Infatti, tra la prima e la seconda parte e dopo la terza, sono inserite due sezioni intitolate La storia oltre la storia.

Il dialogo diretto con il pubblico penso faccia parte di questo romanzo. Credo che ciò che lo rende speciale sia il legame con la vita reale di una coppia di innamorati. È solo rivelando questo aspetto che il romanzo si completa.

Poi c’è la sezione conclusiva, che comprende quattro parti introdotte da quattro ideogrammi. Mi pare che questo sia un elemento di struttura. Sbaglio?

È proprio così. Gli ideogrammi rappresentano le quattro fasi della narrazione: introduzione, sviluppo, svolta, conclusione. In viaggio verso il futuro era in origine un racconto che avevo ideato per iserirlo alla fine della mia prima raccolta di racconti. Tuttavia, poiché aveva la struttura di un romanzo, ho pensato che potesse compromettere l’equilibrio della raccolta. Così ho cercato un modo per far sì che l’insieme apparisse come un’unica storia e, per creare uniformità, ho creato una scansione riconoscibile, che contribuisse a integrare tutte le parti in un’unica storia.

È una struttura sofisticata, che a mio parere funziona bene, ed è una sperimentazione che di solito non si trova nella letteratura di genere. In Europa in generale la fantascienza è considerata un genere secondario minore. In Corea succede la stessa cosa? 

In passato era così. Poi, intorno al 2015, con la forte diffusione del movimento femminista in Corea, la fantascienza ha conosciuto una crescita vertiginosa. In dieci anni si è sviluppata a un ritmo impressionante. Sono stati tradotti o hanno riscosso grande successo molti libri femministi, e la maggior parte di essi era di fantascienza. Poiché il femminismo non è stato pienamente realizzato né in passato né nel presente, alla fine non può che trattarsi di narrativa orientata al futuro. La diffusione del movimento #MeToo nel mondo della cultura e dell’arte ha spinto giovani donne, deluse da una tradizione letteraria patriarcale e conservatrice, a scegliere la fantascienza per costruire una letteratura nuova e progressista.

Diresti che la fantascienza è il nuovo romanzo sociale? 

È un genere che crede sempre nell’esistenza di un mondo migliore rispetto a quello in cui viviamo oggi. Crede che il presente non sia immutabile, ma destinato a cambiare. La narrativa realista non può fare a meno di parlare del passato. La fantascienza, invece, guarda sempre al futuro. E non si tratta di semplici fantasie, ma dell’immaginazione di un futuro tecnicamente e scientificamente possibile. Ecco perché è un genere progressista.

Illustrazione di Lucrezia Viperina

Nicoletta Vallorani

Lettrice onnivora e docente di Letteratura inglese e angloamericana all’Università degli Studi di Milano, Nicoletta Vallorani ha esordito con Il cuore finto di DR (Premio Urania nel 1993, tradotto in Francia da Rivages), per poi continuare a scrivere seguendo la doppia pista del noir e della fantascienza.
A La fidanzata di Zorro, il primo di quattro romanzi “nomadi” (come tematiche e come editori: Marcos y Marcos, Einaudi, VerdeNero), è stato assegnato il Premio Zanclea nel 1996, e la serie è stata pubblicata in Francia da Gallimard. Le madri cattive (Salani – Petrolio, 2011), un romanzo scomodo e difficile sull’infanticidio, si è aggiudicato il Premio Maria Teresa Di Lascia nel 2012.
Dopo Avrai i miei occhi (selezione Campiello 2020, Premio Italia) ed Eva, Nicoletta Vallorani pubblica con Zona 42 Noi siamo campo di battaglia, il suo terzo romanzo ambientato nella Milano di domani, città dove l’autrice vive con molte contraddizioni.

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