Articolo
Paolo Ferri
Marte non è mai stato così lontano

Marte Non È Mai Stato Così Lontano
spazio storia

Cinquant'anni esatti dopo il primo atterraggio riuscito sul pianeta rosso, la NASA cancella la sua missione decisiva, Trump taglia i fondi alla ricerca e Musk rimanda le sue promesse di un decennio. Ma la crisi, insegnava Calvino, fa parte della scienza.

Cinquant’anni fa, il 20 luglio del 1976, il modulo di atterraggio della sonda spaziale della NASA, Viking-1, si appoggiava dolcemente sul suolo marziano. Poco dopo cominciava a trasmettere immagini a colori del panorama che lo circondava. Queste immagini, inviate via radio, circa 17 minuti più tardi raggiunsero la Terra e cominciarono a comporsi lentamente sugli schermi dei computer al centro di controllo e su quelli televisivi di tutto il mondo, di fronte a milioni di persone in attesa spasmodica. Le prime immagini dalla superficie marziana. Fu un evento storico per l’esplorazione spaziale, che però paradossalmente segnò l’inizio di un ventennio in cui Marte fu praticamente dimenticato. Una lunga fase di abbandono che purtroppo assomiglia molto a quella che sta iniziando oggi.

Un pianeta particolare

Per capire la portata storica di quel momento bisogna tornare indietro nel tempo, addirittura di qualche migliaio di anni. Marte è sempre stato un’ossessione per noi terrestri. Un pianeta di colore rosso, che già nell’antichità avevamo associato al fuoco e alla guerra. Si muoveva in modo strano, leggermente diverso dagli altri pianeti, e fu proprio il tentativo di spiegare queste deviazioni misteriose ad aiutare Keplero a formulare le sue rivoluzionarie leggi sul moto dei pianeti, che avrebbero poi portato Newton a produrre il grandioso castello matematico della gravitazione universale.

Anche dopo questi sconvolgimenti scientifici, Marte era destinato a restare un pianeta speciale. Nella seconda metà dell’Ottocento l’astronomo italiano Giovanni Schiaparelli disegnò a mano (la fotografia astronomica ancora non esisteva) la prima mappa della sua superficie. Quello che colpiva era la rete di linee rette disegnate dall’astronomo milanese nella parte meridionale del pianeta. Schiaparelli le chiamò “canali”, parola che nel mondo anglosassone fu tradotta con canals, che, a differenza dell’equivalente italiano, indica inequivocabilmente quelli artificiali. Questo semplice equivoco linguistico ebbe un effetto dirompente: l’esistenza di canali artificiali su Marte implicava la presenza di esseri intelligenti che li avevano costruiti. Nasceva così il mito dei marziani, gli abitanti del pianeta rosso, che ci accompagna ancora oggi nei romanzi e nei film di fantascienza.

Negli anni Sessanta del secolo scorso, all’inizio dell’era spaziale, la convinzione che Marte fosse abitato, se non da esseri intelligenti almeno da forme di vita complesse, era ancora molto diffusa anche nella comunità scientifica. Così il pianeta rosso divenne da subito uno degli obiettivi primari dell’esplorazione spaziale. Raggiungere Marte non era una sfida facile, e molte delle prime sonde si guastarono già durante il viaggio. Ma nel 1964 una sonda della NASA, Mariner-4, per prima riuscì a sorvolare il pianeta, scattando e inviando a terra 22 fotografie della sua superficie. Immagini di bassa qualità, ma che mostravano chiaramente una superficie desertica. Fu un colpo pesante per gli scienziati, ma dato che Mariner-4 aveva fotografato solo una minima parte dell’enorme superficie del pianeta, poteva aver sorvolato, per caso, un deserto. Poi, alla fine del 1971, un’altra sonda della NASA, Mariner-9, restò per molti mesi vicino al pianeta, fotografandone quasi tutta la superficie. Le sue foto confermarono che Marte assomigliava a un deserto globale. Ma nemmeno queste immagini scoraggiarono gli scienziati sostenitori della presenza di vita sul pianeta rosso: la risoluzione delle foto non raggiungeva il livello di dettaglio necessario a escludere la presenza di vegetazione. Per ottenere la risposta definitiva bisognava atterrare. 

Atterrare su un pianeta è l’impresa più difficile per un veicolo spaziale, e farlo su Marte, con la sua atmosfera tenue e variabile, rappresenta una sfida particolarmente ardua. Così negli anni successivi ci furono vari tentativi falliti, incluso uno quasi riuscito della sonda sovietica Mars-3, che nel 1971 atterrò ma sopravvisse solo pochi minuti e inviò una sola immagine molto disturbata. Infine la NASA decise di investire tutto quello che poteva nella sua prossima missione marziana. Il programma fu chiamato Viking, e consisteva in due sonde orbitali identiche, ciascuna con un suo modulo di atterraggio, in modo da raddoppiare le probabilità di successo. La fortuna, in effetti, aiutò gli audaci: entrambe le sonde entrarono in orbita marziana ed entrambi i moduli di atterraggio toccarono indenni la superficie. Un successo strepitoso.

Un deserto in più

Quel 20 luglio 1976, davanti agli occhi trepidanti di mezzo mondo, le foto di Viking-1 dalla superficie di Marte mostrarono un panorama desolante: una distesa di sabbia rossastra, costellata di sassi. Un deserto gelido e inospitale. Altro che vegetazione, altro che vita aliena. 

L’effetto sull’immaginario collettivo fu devastante. Erano passati pochi anni dal primo allunaggio di esseri umani sulla Luna, e le immagini di quel deserto grigio e tetro che è la superficie del nostro satellite naturale erano ancora negli occhi di tutti. Ora Marte, il pianeta nostro gemello per eccellenza, si rivelava altrettanto ostile, inospitale, morto. In un articolo magistrale scritto per il Corriere della Sera del 22 luglio e intitolato significativamente “Un deserto in più”, Italo Calvino esprimeva la cocente delusione che tutti noi avevamo provato di fronte a quelle foto. Rileggendo l’articolo oggi, a distanza di mezzo secolo, rivivo con grande intensità le emozioni di quei giorni. Era la delusione della popolazione di un intero pianeta, che si ritrovava sempre più sola nell’universo. 

Vent’anni di solitudine

Ma le foto di Viking ebbero anche un impatto deleterio sul programma spaziale. La NASA, in difficoltà finanziarie per via dei costi esorbitanti del nascente programma Space Shuttle, ne approfittò per sospendere l’esplorazione di Marte. E anche l’Unione Sovietica, dopo una serie incredibile di fallimenti, rallentò il suo programma marziano, che comunque avrebbe continuato a inanellare insuccessi anche negli anni Ottanta.

Fu così che Marte fu abbandonato per quasi vent’anni. Solo verso la fine degli anni Novanta sia la NASA che la Russia vi tornarono. Ma la catena di fallimenti durò da entrambe le parti fino alla fine del secolo. Marte restava un pianeta difficile e ostile, e le difficoltà tecnologiche per domarlo erano ancora tutte da risolvere. Con l’inizio del nuovo millennio, mentre la Russia, alle prese con la transizione epocale dopo il crollo dell’Unione Sovietica, abbandonava del tutto il pianeta rosso, la NASA decideva di ripartire da un nuovo programma, con un approccio graduale e un sostegno finanziario adeguato. Fu l’inizio di una lunga serie di successi, con sonde orbitali che ancora oggi sono attive attorno a Marte, e varie piattaforme e rover mobili sulla sua superficie. Alla fine del primo quarto del nuovo secolo, ormai Marte sembra definitivamente domato: dal 2003 la NASA ha fatto atterrare ben due piattaforme e quattro rover, due dei quali ancora oggi funzionanti. I fallimenti sono ormai un ricordo sbiadito del millennio passato. Anche l’Europa ha lanciato sonde verso Marte: due missioni ESA orbitali di grande successo, ancora oggi attive, anche se accompagnate da due tentativi falliti di atterraggio. Non sono ancora state trovate tracce di vita, ma intanto la superficie del pianeta è stata cartografata con grande dettaglio, e ormai crediamo di sapere dove andarle a cercare. A questo punto le due grandi agenzie spaziali occidentali, NASA e ESA, sono passate alla nuova fase dell’esplorazione: riportare sulla Terra campioni di suolo marziano, da analizzare a fondo nei sofisticati laboratori terrestri, per cercare di dare una risposta definitiva alla questione “vita su Marte”. La missione Mars Sample Return, che avrebbe dovuto partire tra poco, sarebbe stato il coronamento di questo programma ambizioso.

La crisi della NASA

Uso il condizionale perché negli ultimi due anni la situazione è cambiata drasticamente. Il programma Mars Sample Return ha sforato i costi previsti dalla parte americana, costringendo la NASA a sospenderlo e a rivederne il piano. Poi è arrivata l’amministrazione Trump, che sta cercando di imporre alla NASA pesanti tagli di budget, soprattutto alle missioni scientifiche. Infine il panorama spaziale mondiale sta cambiando rapidamente: da una parte l’avvento di nuovi attori privati, tra i quali uno potente come SpaceX di Elon Musk; dall’altra lo spostamento crescente dei fondi pubblici verso il settore militare. Questi cambiamenti hanno portato la NASA a cancellare unilateralmente Mars Sample Return, lasciando il partner ESA in una situazione imbarazzante e confusa e di fatto svuotando di colpo il programma marziano di entrambe le agenzie spaziali. Da parte della NASA rimane solo una coppia di piccoli satelliti già in volo, un modulo orbitale per le comunicazioni in fase di sviluppo e un’idea lanciata recentemente dal nuovo direttore Jared Isaacman: inviare su Marte un veicolo sperimentale a propulsione nucleare elettrica. Da parte europea si cerca ancora di trovare il modo di riutilizzare la sonda ERO, il contributo al programma Mars Sample Return sorpreso dalla cancellazione mentre era già in fase avanzata di sviluppo. Restano i giapponesi, che stanno preparando una missione di sample return dalla luna di Marte, Phobos. Insomma dalla parte occidentale non c’è più un programma marziano coerente a lungo termine, ma solo una serie di missioni singole e poco coordinate.

La Cina da parte sua ha una storia marziana molto breve, avendo inviato verso il pianeta rosso solo una missione, tra l’altro di grande successo, all’inizio di questo decennio. Nonostante ciò sta già lavorando a una sua missione di sample return da lanciare tra due anni, che ha buone probabilità di successo. Ma nei piani cinesi, almeno quelli esposti pubblicamente, non ci sono ulteriori missioni marziane. E non parliamo della Russia, che ha problemi più gravi di cui occuparsi e non ha alcun piano marziano per il futuro.

Infine naturalmente non posso non citare i roboanti proclami del signor Musk, che da dieci anni a questa parte annuncia che tra poco invierà centinaia di astronavi a colonizzare il pianeta rosso. Questi annunci fantasiosi, che servono principalmente a sostenere gli obiettivi di sviluppo commerciale e di potere di Musk (e che finora in questo senso hanno funzionato egregiamente), hanno contribuito a destabilizzare i piani marziani istituzionali, soprattutto quelli americani.

Un futuro incerto

Insomma, a mezzo secolo dallo storico atterraggio di Viking-1 su Marte, il futuro dell’esplorazione del pianeta rosso è più incerto che mai: potremmo essere all’inizio di un altro lungo periodo di oblio marziano, simile a quello che seguì il grande successo dei Viking negli anni Settanta. Ma simili periodi di depressione a seguito di grandi impulsi non sono nuovi nella storia dell’evoluzione spaziale, e in passato sono sempre stati seguiti da nuovi momenti di rinascita e splendore. Marte resta il pianeta più interessante da studiare, sia per la ricerca della vita, sia per le sue profonde similitudini con la Terra, che ci possono insegnare molto sul passato e sul possibile futuro del nostro pianeta. Dovremo forse solo avere ancora un po’ di pazienza.

Nel suo straordinario articolo del 1976, Italo Calvino spiegava come la delusione, l’insuccesso, la crisi, siano parte del processo di apprendimento e di sviluppo della scienza, e sottolineava che sarebbe un errore gravissimo prendere gli insuccessi come pretesto per abbandonare l’esplorazione spaziale. Non solo: collegando le immagini dei deserti siderali alle notizie di gravi siccità estive di quegli anni metteva in guardia contro il cambiamento climatico, ben prima che questo tema diventasse noto ai più. E con un’intuizione incredibile indicava già, oltre Marte, i futuri orizzonti per la ricerca della vita nell’universo: le gelide lune galileiane di Giove. 

Considerazioni profonde e chiaroveggenti, che spaziano tra scienza, umanismo e società. Tutte ancora attualissime. “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”, diceva Calvino. Il suo articolo sui Viking ne è un esempio straordinario e illuminante. Oggi sembra incredibile, ma nel luglio 1976 era possibile aprire il giornale e trovarvi un testo di questo valore. Erano decisamente altri tempi.

Paolo Ferri

Paolo Ferri è un fisico che ha lavorato per quasi quarant’anni per l’Agenzia spaziale europea (ESA) a Darmstadt, in Germania. È stato a capo del dipartimento di operazioni spaziali dell’Agenzia e responsabile di varie missioni, tra cui Rosetta, Mars Express e ExoMars. È stato il primo italiano a essere introdotto nella Hall of Fame della International Astronautical Federation. Il suo ultimo libro è Volare oltre il cielo (Raffaello Cortina Editore, 2025).

Contenuti Correlati

lucy audio player

00:00

00:00