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Elisa Palazzi
Come sarà il pianeta a +1,5°C?

Come Sarà Il Pianeta A +1,5°c?
clima politica

Copernicus ha pubblicato un nuovo rapporto sulle condizioni climatiche: per la prima volta non solo in un anno, ma nella media di tre anni abbiamo superato la temperatura che avevamo fissato come "limite di sicurezza" con gli Accordi di Parigi.

È la prima volta che una media su tre anni, e non un anno isolato, oltrepassa la soglia di +1.5°C di riscaldamento globale. Come ogni anno, anche nel 2026 l’osservatorio europeo Copernicus ha pubblicato il rapporto che fa il punto sulle condizioni climatiche dell’anno precedente, collocandole nel contesto delle tendenze osservate negli ultimi decenni.

Il documento analizza i dati raccolti dalle numerose organizzazioni che monitorano il pianeta e colloca il 2025 come il terzo anno più caldo dall’inizio delle misurazioni strumentali, il 1850. Al secondo posto, il 2023, con una temperatura di appena 0,01 °C superiore all’anno passato, mentre il primato del 2024 resta intatto, non solo come anno più caldo, ma anche come primo ad aver registrato una temperatura media globale maggiore di oltre un grado e mezzo rispetto ai livelli preindustriali, con un’anomalia prossima a +1,6 °C.

Sebbene il 2025 non abbia superato la soglia del grado e mezzo – avvicinandovisi molto, però, con un valore di +1,47°C – la temperatura globale mediata sul triennio 2023-2025 lo ha fatto. Non è un dato irrilevante. Come ho già scritto in un articolo passato, il superamento registrato in un singolo anno, o anche in una manciata di pochi anni consecutivi, non basta per affermare che il limite di sicurezza indicato dall’Accordo di Parigi – contenere il riscaldamento globale entro +1,5 °C – sia stato definitivamente oltrepassato.

Esiste infatti un ampio consenso scientifico sul fatto che tale superamento debba essere valutato su una finestra di tempo più lunga, tipicamente circa vent’anni. Tuttavia, il fatto che ciò sia già successo negli ultimi tre rappresenta un campanello di allarme. Avverte che, in mancanza di azioni rapide ed efficaci di mitigazione e senza l’innesco di tipping point positivi nel sistema socioeconomico e ambientale, la probabilità di passare da tre a cinque, dieci e infine vent’anni oltre la soglia aumenta sensibilmente. 

In questa direzione vanno anche le previsioni dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO). Secondo un rapporto pubblicato nel 2025 e incentrato sulle stime climatiche per i cinque anni successivi, è del 70% la possibilità che il riscaldamento medio sul quinquennio 2025-2029 superi, a sua volta, il grado e mezzo. Si tratta di una percentuale più alta rispetto al 47% stimato nel rapporto WMO dell’anno precedente per il periodo 2024-2028, e al 32% riportato nel rapporto del 2023 relativo al quinquennio 2023-2027. Anno dopo anno, dunque, aumenta la probabilità che la soglia di sicurezza  venga superata su intervalli di tempo di cinque anni, e con essa crescono i rischi e gli impatti ambientali, economici, sociali e sanitari. 

Le previsioni del Met Office britannico per il 2026 indicano che la temperatura media globale dell’anno in corso potrebbe collocarsi tra +1,34 °C e +1,58 °C oltre i livelli preindustriali, con un valore più probabile di +1,46 °C. Ma se non riusciamo a prevedere con buona affidabilità il tempo meteorologico oltre cinque-sette giorni, , come possiamo stimare le condizioni climatiche dei prossimi mesi, del prossimo anno o persino del prossimo decennio? 

Le previsioni climatiche “interannuali”, stagionali e decennali stanno a metà strada tra le previsioni meteorologiche a breve termine e quelle climatiche su scale temporali di molti decenni o secoli. L’idea di fondo è che, nonostante il sistema climatico sia caotico, alcune sue parti conservano una sorta di “memoria” che può durare mesi o anni. Memoria che risiede negli oceani, nel ghiaccio marino, nella copertura nevosa e nei suoli: elementi del sistema climatico capaci di conservare anomalie di temperatura, copertura o umidità per periodi prolungati, influenzando l’evoluzione del clima su scale stagionali e di qualche anno e la sua predicibilità. Si tratta di una memoria che non consente previsioni deterministiche – come sapere che tempo farà il 3 febbraio 2027 o 2030 – ma probabilistiche – che indicano se una prossima stagione o un prossimo anno avranno maggiore probabilità di essere caldi, freddi, secchi o umidi rispetto alla media. 

La fase calda di ENSO non è alla radice del riscaldamento globale. Oggi, anche anni relativamente “freschi”, associati a La Niña, sono più caldi di quasi tutti gli anni del secolo scorso

Una delle principali espressioni della memoria oceanica è il fenomeno noto come ENSO (El Niño-Southern Oscillation), un’oscillazione del sistema accoppiato oceano-atmosfera, la cui evoluzione e predicibilità su scala interannuale è dominata dalla lenta dinamica e dall’inerzia termica dell’oceano. ENSO si manifesta nel Pacifico equatoriale e alterna una fase calda (El Niño) e una fredda (La Niña), intervallate da periodi neutri. Semplificando, può essere visto come un’oscillazione irregolare attorno a uno stato, uno zero,  di riferimento: quando l’anomalia è positiva si parla di El Niño, quando è negativa di La Niña, mentre valori prossimi allo zero indicano una fase neutra.

Quando ENSO non è presente, nel Pacifico equatoriale esiste un gradiente di temperatura est-ovest con acque più calde nella parte occidentale, vicino all’Australia – la cosiddetta warm pool – e più fredde nella parte orientale, vicino al Perù – la cold tongue. Durante un evento El Niño, questo gradiente si indebolisce a causa di un riscaldamento anomalo (di almeno 0.5°C per almeno 5 mesi) del Pacifico orientale; durante La Niña, al contrario, si rafforza perché le acque prossime al Perù risultano più fredde della norma. Queste variazioni producono effetti a diverse scale spaziali, dalla locale alla globale. Nel breve periodo, El Niño tende a riscaldare il pianeta, mentre La Niña lo raffredda leggermente. Si tratta di variazioni di pochi decimi di grado (0.2-0.3°C) che, tuttavia, sono climaticamente significative.

Non sorprende, quindi, che molti degli anni più caldi osservati coincidano con fasi di El Niño – come il 1998, il 2016, il 2024 – mentre gli anni dominati da La Niña smorzino il riscaldamento globale, come il 2011 o il 2022. 

La fase calda di ENSO non è alla radice del riscaldamento globale. ENSO modula l’andamento, anno dopo anno, della temperatura media globale attorno a una tendenza di fondo in continua crescita, guidata dall’aumento delle concentrazioni di gas serra. È per questo che, oggi, anche anni relativamente “freschi”, associati a La Niña, sono più caldi di quasi tutti gli anni del secolo scorso. In questo contesto, risulta quindi particolarmente significativo il fatto che il 2025 si configuri come l’anno più caldo mai osservato durante una fase di La Niña, sia per la temperatura dell’aria sia per quella della superficie degli oceani. 

Le fasi di ENSO che hanno dominato il 2025 aiutano anche a capire alcuni segnali regionali che emergono dal Rapporto Copernicus. Il fatto che la fascia tropicale si sia scaldata meno rispetto alle medie latitudini e alle zone polari, ad esempio, è in larga parte attribuibile alla prevalenza, nel corso dell’anno, di condizioni di La Niña e di fasi neutre, in contrasto con la fase calda di El Niño che ha caratterizzato il 2023 e il 2024. L’evento di El Niño del 2023/24, pur essendo stato intenso, non è stato eccezionale, risultando inferiore a quelli del 2015/16, 1997/98 e 1982/83; eppure il 2024 è risultato comunque l’anno più caldo dall’inizio delle misurazioni strumentali. 

Una frazione significativa del riscaldamento osservato negli ultimi tre anni ha avuto origine dalle temperature eccezionalmente elevate degli oceani anche al di fuori del Pacifico tropicale, sede di ENSO. Il riscaldamento degli oceani riflette in larga misura l’accumulo di calore dovuto al riscaldamento di origine antropica: gli oceani, infatti, assorbono oltre il 90% dell’energia in eccesso accumulata dal sistema climatico.

Nel 2025, gli oceani hanno immagazzinato una quantità record di 23 zettajoule (23×1021 joule) di calore nei primi 2000 metri di profondità, segnando il nono anno consecutivo di massimo storico del contenuto di calore oceanico. Si tratta di una quantità di energia difficilmente immaginabile, equivalente a oltre duecento volte l’intera elettricità consumata ogni anno dall’umanità. Un accumulo immenso, che alimenta l’innalzamento del livello del mare e favorisce eventi meteorologici eccezionali, come precipitazioni estreme e cicloni più energetici, e contribuisce ad amplificare le ondate di calore sulla terraferma. Temperature superficiali del mare molto elevate aumentano anche la stratificazione termica, limitando il rimescolamento verticale dell’acqua e riducendo l’apporto di nutrienti dagli strati profondi a quelli superficiali, con effetti sulla produttività biologica marina.

Il riscaldamento globale non mostra segnali di rallentamento. Questo è dovuto in parte al rapido accumulo di gas serra nell’atmosfera e alla ridotta capacità dei serbatoi naturali terrestri e oceanici di assorbire l’anidride carbonica, in parte alla diminuzione dell’effetto raffreddante degli aerosol.

Nel loro insieme, i dati più recenti sul clima raccontano che il riscaldamento globale non mostra segnali di rallentamento. Questo è dovuto in parte al rapido accumulo di gas serra nell’atmosfera e alla ridotta capacità dei serbatoi naturali terrestri e oceanici di assorbire l’anidride carbonica, in parte alla diminuzione dell’effetto raffreddante degli aerosol, le cui concentrazioni sono diminuite in seguito alla riduzione delle emissioni industriali in Asia orientale a partire dal 2010 e alle normative che limitano il contenuto di zolfo nei carburanti marittimi. 

Altri elementi possono aver influito sulle temperature dell’aria in aumento osservate negli ultimi tre anni, tra cui anomalie della circolazione atmosferica, con effetti su copertura nuvolosa e sul rimescolamento di calore nello strato superiore dell’oceano, una riduzione delle nubi basse, altamente riflettenti – con conseguente riscaldamento per maggiore assorbimento della radiazione solare e il feedback positivo tra temperatura e contenuto di vapore acqueo in atmosfera, che rafforza l’effetto serra. Le oscillazioni interne del sistema, come ENSO, continuano a svolgere il loro ruolo di modulazione del clima globale, ma lo fanno ormai su un livello di temperatura di fondo molto più elevato rispetto al passato, amplificando la gravità degli impatti.

Il messaggio che emerge con chiarezza dai dati prodotti dalla comunità scientifica è che ogni frazione di grado di riscaldamento evitata riduce il rischio di innescare cambiamenti irreversibili e amplia il ventaglio delle opzioni di adattamento disponibili. 

Elisa Palazzi

Elisa Palazzi è professoressa associata all’Università di Torino dove insegna Fisica del Clima. Studia il clima e i suoi cambiamenti nelle regioni di montagna, sentinelle del cambiamento climatico. È autrice, insieme a Federico Taddia, del libro Perchè la Terra ha la febbre?, Editoriale Scienza (2019) e del podcast “Bello Mondo” da cui è nato il libro Bello Mondo. Clima, attivismo e futuri possibili: un libro per capire quello che gli altri non vogliono capire (Mondadori, 2023). Con Sara Moraca ha scritto Siamo tutti Greta. Le voci inascoltate del cambiamento climatico (Ed. Dedalo 2022). Dal 2022, con l’associazione CentroScienza di Torino, cura il festival “Un grado e mezzo”.

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