Da un lato c'è il particolato, composto da particelle inquinanti e contaminanti che fanno male ai nostri polmoni. Dall'altro c'è la CO2 che non è tossica ma è la causa primaria del cambiamento climatico. Per gestire questi due gas abbiamo politiche differenti, ma emissioni diverse hanno effetti intrecciati tra loro.
Nel dibattito pubblico sul cambiamento climatico ricorre spesso questa affermazione, soprattutto tra chi tende a negare o minimizzare il problema. L’argomento, formulato così, contiene una parte di verità ma porta a una conclusione fuorviante. La CO₂ è un gas a effetto serra naturale indispensabile alla vita: le piante la utilizzano per la fotosintesi e, alle concentrazioni attuali in atmosfera, non è tossica per l’uomo.
E allora dove sta il problema? Che se ne è accumulata abbastanza in atmosfera da riscaldare in misura significativa il pianeta.
Il Green Deal europeo cercava di elaborare strumenti per ridurla, ma con il suo progressivo smantellamento il rischio è che non solo non si riduca, ma aumenti, soprattutto perché, nel frattempo, gli Stati Uniti stanno indebolendo le regolamentazioni per contenere le emissioni.
Il nodo centrale è la confusione tra due concetti: inquinamento dell’aria e cambiamento climatico. Il primo riguarda sostanze che degradano la qualità dell’aria con effetti diretti sulla salute umana – problemi respiratori e cardiovascolari, causa talvolta di morti premature. Il secondo riguarda le sostanze capaci di modificare il bilancio energetico del pianeta, cioè l’equilibrio tra l’energia solare che raggiunge la Terra e quella che viene irradiata verso lo spazio sotto forma di calore. L’alterazione di questo equilibrio produce cambiamenti del clima, con impatti economici, sociali e sanitari.
Tra gli inquinanti atmosferici troviamo il particolato (o aerosol) fine, minuscole particelle solide o liquide sospese nell’aria, così piccole da poter essere facilmente inalate. Le principali categorie sono il PM10 (diametro inferiore a 10 micrometri) e il PM2.5 (diametro inferiore a 2,5 micrometri): un micrometro equivale a un milionesimo di metro e un capello umano ha un diametro di circa 50. Il particolato fine può essere di origine naturale (polveri desertiche, incendi boschivi) oppure generato da attività umane – traffico veicolare (soprattutto motori diesel), impianti industriali, riscaldamento domestico (legna, pellet, gasolio) e processi di combustioni in generale.
Oltre al particolato, in atmosfera troviamo inquinanti gassosi come il biossido di azoto (NO2) o gli ossidi di azoto in generale (NOx), il biossido di zolfo (SO₂), l’ozono troposferico (O₃). Le concentrazioni degli inquinanti sono regolate dalla Direttiva 2008/50/CE, recepita In Italia con il Decreto Legislativo 155/2010. Per il PM10 ad esempio la media giornaliera da non superare per più di 35 volte all’anno è 50 microgrammi/m³: in pratica l’aria può essere troppo inquinata di PM10 per circa un mese complessivo all’anno, ma non di più. Il valore di 50 microgrammi/m3 può sembrare piccolo, in fondo si tratta di 0.00005 g per ogni metro cubo di aria – per confronto un singolo granello di sale pesa 300-600 microgrammi. Tuttavia, se una persona adulta respira circa 10–15 m³ d’aria al giorno significa che in una giornata in cui è presente il limite di concentrazione di PM10 si possono inalare circa 500–750 microgrammi (mezzo milligrammo o più) di quella sostanza, che è nociva per la salute.
Blocchi del traffico, restrizioni al riscaldamento domestico, limitazioni ad attività industriali, sospensione di pratiche agricole emissive, cui si accompagnano raccomandazioni sanitarie alla popolazione: si tratta di misure emergenziali che aiutano a ridurre i picchi di inquinamento nel breve termine, ma non bastano da sole e soprattutto non contribuiscono alla soluzione del problema da un punto di vista strutturale.
Quando si verifica il superamento dei valori limite, la normativa europea e nazionale prevede l’attivazione di Piani di Azione a Breve Termine: blocchi del traffico, restrizioni al riscaldamento domestico, limitazioni ad attività industriali, sospensione di pratiche agricole emissive, cui si accompagnano raccomandazioni sanitarie alla popolazione. Si tratta di misure emergenziali che aiutano a ridurre i picchi di inquinamento nel breve termine, ma non bastano da sole e soprattutto non contribuiscono alla soluzione del problema da un punto di vista strutturale. A partire dalla fine del 2026, la Direttiva 2008/50/CE verrà sostituita dalla 2024/2881, che introduce standard di qualità dell’aria più rigorosi, allineati alle più recenti raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, con l’obiettivo di migliorare la qualità dell’aria nell’Unione Europea in modo più ambizioso fino a eliminare gli effetti nocivi dell’inquinamento atmosferico entro il 2050.
Diverso è il caso dei gas serra, di cui la CO₂ è uno dei principali. Per effetto delle attività umane, le concentrazioni di anidride carbonica sono aumentate del 50% dal periodo preindustriale ad oggi, passando da 280 parti per milione (ppm) a oltre 420 ppm. Questo incremento riduce la quantità di calore che il pianeta disperde nello spazio, aumentando l’effetto serra e con esso la temperatura del pianeta. A differenza di molti inquinanti atmosferici che hanno vita breve in atmosfera (giorni o settimane), la CO₂ e gli altri gas serra permangono nel sistema climatico per secoli o millenni. Le emissioni di oggi si sommano a quelle del passato e le concentrazioni in atmosfera si accumulano progressivamente. Parlare di emissioni cumulate è importante anche per la responsabilità storica al riscaldamento globale: paesi industrializzati hanno emesso molto in passato, anche se oggi emettono meno, hanno contribuito di più all’accumulo totale.
La regolazione delle emissioni e delle concentrazioni atmosferiche di CO₂ avviene nell’ambito delle politiche climatiche internazionali ed europee. In Europa uno degli strumenti principali è l’EU Emissions Trading System (EU ETS), istituito nel 2005. È il meccanismo che fissa un tetto massimo complessivo alle emissioni di determinati settori (energia, industria pesante, aviazione intra-UE e, più recentemente, trasporto marittimo) e distribuisce o mette all’asta quote di emissione. Le imprese possono scambiare tali quote sul mercato: chi emette meno può vendere, chi supera i limiti deve acquistare o pagare sanzioni. Il tetto alle emissioni viene progressivamente ridotto nel tempo, così da incentivare la decarbonizzazione.
Nel quadro del Green Deal europeo, con il pacchetto Fit for 55 del 2021, l’Unione Europea aveva riformato il sistema ETS rendendolo ancora più ambizioso, ad esempio estendendolo alle emissioni del trasporto marittimo e fissando l’obiettivo della neutralità climatica (equilibrio tra emissioni e assorbimenti di gas serra) entro il 2050. A fine febbraio 2026, centocinquanta esperte ed esperti di scienza del clima e di transizione energetica hanno rivolto un appello al governo italiano, mossi dalla preoccupazione per il modo in cui (non) sta affrontando la crisi climatica. La lettera, intitolata “Niente di più miope che attaccare il sistema ETS mentre l’Italia frana” chiede al governo di non indebolire gli strumenti europei di decarbonizzazione e in particolare di rafforzare il sistema ETS, ricordando che politiche climatiche ambiziose producono risultati concreti.
A livello internazionale, il punto di riferimento è l’Accordo di Parigi, adottato nel 2015 nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). L’Accordo ha l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, perseguire sforzi per limitarlo a 1,5°C e raggiungere la neutralità climatica nella seconda metà del secolo.
Molte attività umane – produzione di energia da combustibili fossili, trasporti, industria, agricoltura – infatti, sono fonti sia di gas climalteranti sia di inquinanti atmosferici e alcune sostanze giocano entrambi i ruoli.
Inquinamento atmosferico e cambiamento climatico sono concetti distinti, si è detto, ma non privi di connessioni. Molte attività umane – produzione di energia da combustibili fossili, trasporti, industria, agricoltura – infatti, sono fonti sia di gas climalteranti sia di inquinanti atmosferici. Un’automobile, ad esempio, emette CO₂ ma anche ossidi di azoto e particolato. Alcune sostanze, inoltre, giocano entrambi i ruoli. Un esempio è il black carbon, componente del particolato fine prodotto dalla combustione incompleta di combustibili fossili, biomasse e biocarburanti: è dannoso per la salute perché penetra nei polmoni e nel sistema cardiovascolare, ma è anche climalterante, perché assorbe la radiazione solare e provoca un riscaldamento diretto. Se si deposita su neve e ghiaccio, inoltre, riduce l’albedo e accelera la fusione.
Un altro esempio sono gli aerosol solfati che contribuiscono al PM2.5 e possono causare problemi respiratori e piogge acide, ma riflettono la radiazione solare generando un effetto di raffreddamento sul clima. E poi vi è l’ozono troposferico, un inquinante secondario formato da reazioni fotochimiche tra ossidi di azoto e composti organici volatili (sostanze chimiche organiche che evaporano facilmente a temperatura ambiente) in presenza di luce: irrita le vie respiratorie, danneggia colture e vegetazione, è uno dei principali componenti dello smog fotochimico, ma è anche un gas serra, e come tale ha un effetto riscaldante sul clima.
Le politiche ambientali devono quindi tenere conto di queste sovrapposizioni tra inquinamento atmosferico e cambiamento climatico. Esistono misure, definite win-win, in grado di migliorare sia la qualità dell’aria sia il riscaldamento del clima, come l’efficienza energetica, l’utilizzo di energie rinnovabili e la riduzione dei combustibili fossili, l’uso ottimale dei composti dell’azoto in allevamento e agricoltura. Altre misure possono generare effetti contrastanti, producendo benefici per uno dei due aspetti ma danni per l’altro (win-lose).
Ad esempio, la riduzione dei livelli di particolato contenente zolfo attraverso la desolforazione dei carburanti o l’adozione di filtri antiparticolato ha contribuito notevolmente a migliorare la qualità dell’aria ma ha favorito il riscaldamento climatico, dato che quel tipo di particolato esercita un’azione raffreddante sul clima, in grado di compensare almeno un po’ il riscaldamento provocato dai gas serra. Bruciare biomassa per la produzione di energia e per il riscaldamento è ritenuta una pratica carbon neutral, non dannosa a livello climatico, poiché gli alberi avevano accumulano nel corso della loro vita la stessa quantità di CO2 che viene emessa quando la legna brucia nel camino. Tuttavia, la combustione del legno e delle biomasse genera emissioni di particolato, monossido di carbonio, ossidi di azoto e composti organici volatili con effetti negativi sulla qualità dell’aria e sulla salute. Vi sono infine le politiche lose-lose, quelle da evitare senza se e senza ma, come l’uso massiccio e incontrollato di combustibili fossili che peggiora simultaneamente la qualità dell’aria e il clima.
Negli Stati Uniti, la principale legge federale che stabilisce gli standard nazionali di qualità dell’aria, regola le emissioni industriali e delle centrali elettriche, impone limiti sulle emissioni dei veicoli e controlla le sostanze pericolose per la salute è il Clean Air Act. Nel febbraio 2026, però, l’amministrazione Trump ha revocato il cosiddetto endangerment finding del 2009 – l’atto con cui, ai sensi del Clean Air Act, l’agenzia americana per la protezione ambientale (EPA) aveva stabilito che i gas serra rappresentano una minaccia per la salute pubblica e l’ambiente (pur non essendo inquinanti in senso stretto). In linea con l’attuale indebolimento, negli Stati Uniti, di molte norme in materia climatica, questa decisione incide sulla base giuridica che regolamenta le emissioni di veicoli, centrali elettriche e altre grandi fonti di emissioni di gas serra, con possibili ripercussioni sulle politiche energetiche, dei trasporti e industriali.
Distinguere tra inquinamento dell’aria e cambiamento climatico, vedendone però al contempo i profondi legami, è essenziale per progettare politiche efficaci. Dire che “la CO₂ non è un inquinante” è corretto in senso tecnico, ma fuorviante nel dibattito pubblico. È una semplificazione che oscura il problema reale che non è stabilire se la CO₂ sia “buona” o “cattiva” in sé, ma riconoscere che la velocità con cui la stiamo immettendo in atmosfera e i livelli raggiunti sono in grado di alterare un equilibrio che si è mantenuto relativamente stabile per migliaia di anni.