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Agnese Codignola
Cosa succede se ignoriamo un virus

Cosa Succede Se Ignoriamo Un Virus
politica Scienza

Nei Paesi Bassi è stato segnalato il primo bovino con anticorpi anti aviaria, mentre aumentano i focolai tra i polli. Il problema è già stato sottovalutato in USA, ma il rischio di spillover è concreto. La gestione di mucche malate, però, è molto più complessa di quella dei volatili.

In principio era il gatto.

Sono stati i sintomi sospetti di un gatto di una fattoria della Frisia, nei Paesi Bassi, a far insospettire i veterinari dell’Università di Wageningen. Sembrava una brutta influenza, e poiché quel gatto viveva in un grande allevamento di bovini da latte, l’allarme si è tradotto in un test, che ha dato l’esito che tutti temevano: era aviaria H5N1 ad alta patogenicità o HPAI. Un ceppo del tutto simile a quello che da anni sta imperversando in tutto il mondo, uccidendo milioni di volatili e mammiferi, e che dal 25 marzo del 2024 circola anche tra i bovini da latte statunitensi. 

Il test è stato esteso ad alcune mucche, alla ricerca della mucca zero, che è stata trovata: un esemplare aveva non i virus, o almeno non in quantità tali da essere identificati con il test, ma gli anticorpi, ed era quindi entrato in contatto con il patogeno. In effetti, quando gli ispettori della Netherlands Food and Consumer Product Safety Authority sono andati più a fondo, hanno scoperto che, a metà dicembre, quell’animale aveva mostrato tutti i sintomi, aveva avuto una mastite e una riduzione della produzione di latte, ma nessuno si era preoccupato di controllare. 

Al momento sono in corso gli esami sui campioni di latte di venti specifiche mucche e su partite di latte di quella fattoria, ma l’agenzia ha già assicurato che si è trattato di un caso isolato e circoscritto, che il latte di quella mucca non è mai entrato in commercio e che comunque basta la pastorizzazione per uccidere eventuali virus influenzali.

Tutto vero, ma la storia sembra ripercorrere quanto accaduto negli Stati Uniti dove, a partire dalla prima segnalazione di quasi due anni fa, le autorità hanno adottato provvedimenti da molti esperti considerati insufficienti, e influenzate dalle nuove linee guida del governo dalle note simpatie no-vax. Si sono infatti limitate a controllare il latte e gli animali dopo le segnalazioni, e mai preventivamente, e soprattutto hanno rifiutato anche solo l’idea di vaccinare le mucche. Anzi, nella primavera del 2025 il segretario alla Salute Robert Kennedy, incurante anche del prezzo delle uova alle stelle, la cui causa era proprio la strage tra i polli, in più interviste ha esplicitato il proprio pensiero: bisogna lasciare che l’aviaria attui una sorta di selezione natural-patologica, e cioè uccida tutti i polli vulnerabili e, nel caso, anche i bovini. Gli animali che sopravvivranno andranno a costituire una super razza immune, come lui avrebbe voluto accadesse per gli umani con il Covid.

Della stessa idea si era detta anche Brooke Rollins, la segretaria all’Agricoltura, sotto il cui dipartimento ricadono gli allevamenti. A parte la mancanza di sensibilità verso i milioni di animali morti, a detta di qualunque esperto che segua la scienza e non le ideologie questa è una follia, se non altro perché lo spillover, in luoghi come gli allevamenti, dove ci sono sempre molti animali di specie diverse che entrano continuamente in contatto con gli esseri umani, è un rischio concreto. Lo ricorda spesso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (un ente inutile da rottamare, per Kennedy, e da cui gli Stati Uniti sono ufficialmente usciti), ma lo affermano anche tutte le autorità sanitarie e le società scientifiche non inquinate dall’antiscientismo.

Nel caso dei bovini il rischio è, se possibile, anche più grave, sia perché con le mucche non si può fare quello che si fa con i polli o i tacchini, sia perché il virus, che si insedia nelle mammelle e da lì va nel latte, potrebbe sfruttare quella via per conquistare nuove specie tra cui la nostra.

Il salto di specie non è una novità per H5N1. Negli ultimi anni ne è stata documentata la presenza in decine di specie, dai leoni marini ai visoni, dagli orsi alle foche. Nel caso dei bovini il rischio è, se possibile, anche più grave, sia perché con le mucche non si può fare quello che si fa con i polli o i tacchini – uccidere tutti gli animali degli allevamenti colpiti (centinaia di milioni quelli sacrificati negli ultimi anni in moltissimi paesi) – sia perché il virus, che si insedia nelle mammelle e da lì va nel latte, potrebbe sfruttare quella via per conquistare nuove specie tra cui la nostra. Secondo molti virologi, è ciò che è accaduto negli Stati Uniti, quando improvvisamente sono comparsi focolai in allevamenti distanti migliaia di chilometri gli uni dagli altri. E quasi certamente il contatto con il latte spiega il secondo salto di specie, verso gli esseri umani.

Dati di qualche mese fa dicono che i casi tra i lavoratori statunitensi sono stati una settantina, con un decesso, ma è probabile che nel frattempo il numero sia aumentato, perché da mesi le informazioni, passate dai Centers for Diseases Control (CDC) – nei quale resiste qualche parvenza di serietà – al trumpianissimo US Department of Agricolture sono carenti. Finora i sintomi negli esseri umani sono stati lievi, ma il rischio di mutazioni che rendano il virus più aggressivo è sempre presente, e preoccupa.

Che la situazione sia tanto seria quanto sottovalutata lo si capisce anche da un articolo appena uscito su Emerging Infectious Diseases, l’organo ufficiale dei CDC, che richiama l’attenzione su altri due virus molto diffusi tra gli animali che vivono a stretto contatto con l’uomo, e che potrebbero dare vita a nuovi spillover in qualsiasi momento. 

Il primo è quello di un altro virus influenzale, il D, scoperto nel 2011 nei maiali e, guarda caso, nei bovini (si pensa sia responsabile di danni per un miliardo di dollari all’anno solo negli Stati Uniti), ma trovato poi in molte altre specie tra le quali i soliti polli, i cervidi, le giraffe e i canguri. Secondo un’indagine condotta nel 2016 in Florida e Colorado, già allora il 97% dei lavoratori degli allevamenti di bovini aveva gli anticorpi anti-influenza D, il che significa che praticamente tutti erano entrati in contatto con il virus. I sintomi sono lievi nell’uomo, ma per i virologi questo virus ha tutto ciò che serve per mutare e diventare pericoloso, e la statistica non è rassicurante. Oltretutto, più di recente un ceppo isolato in Cina ha acquisito la capacità di trasmettersi da uomo a uomo: un segnale esplicito.

Il secondo osservato speciale è CCoV, un coronavirus che, dato l’ospite: il cane domestico, dovrebbe preoccupare molto più di quanto non accada, visto l’enorme numero di cani presenti in tutto il mondo. Il coronavirus canino è diverso da SarsCoV 2, e i sintomi per i cani sono prevalentemente gastrointestinali, ma sono già state documentate infezioni nelle persone (soprattutto in Asia), e in quel caso i sintomi diventano respiratori, con tanto di polmoniti. Nel 2017 un operatore sanitario che aveva viaggiato dalla Florida a Haiti al rientro mostrava sintomi sospetti, per fortuna non gravi, e si è scoperto che in lui c’era un nuovo ceppo, frutto di una ricombinazione genetica di CCoV denominato CCoV_XZ17 Haiti. Il coronavirus si stava adattando. Nel 2021 ne è stato isolato un altro, in un bambino ricoverato in Malesia, chiamato CCoV-HuPn-2018, che aveva pochissime differenze rispetto a CCoV_XZ17 Haiti: un ulteriore indizio negativo. La distanza geografica tra gli isolamenti (un altro caso è stato segnalato in Arkansas) e la similitudine genetica fanno infatti temere che il virus si stia ricombinando per acquisire la capacità di infettare l’uomo. Tuttavia, nonostante la pandemia, sembra che il fatto non impensierisca più di tanto: i cani con sintomi da CCoV di solito non vengono sottoposti a particolari test.

I virus dell’aviaria sono ormai presenti in tutto il mondo e non risentono neppure più delle stagioni, a causa del cambiamento climatico. Per questo un’iniziativa isolata è destinata ad avere scarso successo.

In generale, pochi sembrano proporre misure concrete per tracciare, isolare, prevenire ulteriori spillover di questi due patogeni. Per l’aviaria qualcosa si muove, almeno in Europa, visto che i costi a carico delle filiere alimentari sono enormi. Nelle ultime settimane, nel vecchio continente sono emerse decine di focolai in una trentina di paesi compresa l’Italia, dove i casi sono soprattutto al Nord. E proprio in Italia è stato da poco approvato definitivamente il piano che prevede, a partire dalla prossima primavera, la vaccinazione di galline ovaiole e tacchini da carne nelle zone più a rischio, a cominciare dal Veneto, un provvedimento adottato finora solo in Francia e deciso di concerto tra i ministeri della Salute e dell’Agricoltura, le Regioni e gli istituti zooprofilattici, fondamentali per la sorveglianza, i controlli e le immunizzazioni. L’approccio è quindi stato molto diverso da quello statunitense, in linea con quanto consigliato con forza dall’OMS e basato su una strategia a cerchi concentrici, per evitare che il virus espanda la propria diffusione passando da un allevamento all’altro. Un segnale positivo, che però potrebbe essere molto meno efficace del previsto, se altri paesi non seguiranno l’esempio.

I virus dell’aviaria sono ormai presenti in tutto il mondo e non risentono neppure più delle stagioni, a causa del cambiamento climatico. Per questo un’iniziativa isolata è destinata ad avere scarso successo.

Ignorare i rischi di questo e di altri virus potenzialmente pandemici non è una strategia vincente, come dimostra la seconda giovinezza del morbillo, che negli ultimi anni ha visto un calo sensibile delle vaccinazioni spinto dalle teorie no vax. Il risultato è che, se prima della pandemia i casi erano circa 800.00, ora sono 11 milioni, e diversi paesi che erano sulla via dell’eradicazione come la Gran Bretagna, la Spagna e l’Austria hanno perso quello status, e lottano con i focolai in contino aumento. 

Negli ultimi 25 anni la vaccinazione ha salvato 59 milioni di vite. Poi si è iniziato a parlare di selezione “naturale”, di innocuità della malattia e di inutilità del vaccino. Nel 2024 i decessi – tutti evitabili – sono stati 95.000, soprattutto tra i bambini sotto i cinque anni.

Agnese Codignola

Agnese Codignola è scrittrice e giornalista scientifica con un passato da ricercatrice. Il suo ultimo libro è Alzheimer S.p.A. Storie di errori e omissioni dietro la cura che non c’è (Bollati Boringhieri, 2024).

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