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Elisa Palazzi
Esistono anche i “tipping point” (per il clima) positivi

Esistono Anche I Tipping Point (per Il Clima) Positivi
clima politica

I punti di non ritorno più noti sono legati allo scioglimento dei ghiacciai, alle barriere coralline e all'emissione di CO2 da parte delle foreste. Ma ce ne sono altri molto forti e "buoni" che stanno già plasmando le economie e il pianeta.

Collassi di ecosistemi, cambiamenti climatici irreversibili, punti di non ritorno: quando si sente parlare di “tipping point”, il pensiero va automaticamente a scenari negativi e catastrofici. Un tipping point si verifica quando una pressione graduale – come l’aumento della temperatura media globale – spinge oltre una soglia critica il sistema climatico o una sua componente, come ad esempio una calotta glaciale, una foresta pluviale o una corrente oceanica. Superata la soglia, una serie di dinamiche auto-rinforzanti innesca un cambiamento profondo, rapido e inarrestabile. Questa transizione può risultare irreversibile per secoli o più – per questo “punto di non ritorno” – con impatti potenzialmente catastrofici su larga scala. 

Gli scienziati hanno identificato nove “tipping element”, elementi del sistema climatico che possono presentare i punti di non ritorno, su scala globale, oltre a diversi regionali o locali, distribuiti principalmente tra la criosfera, il sistema oceano-atmosfera e la biosfera. Includono le barriere coralline tropicali, le calotte glaciali della Groenlandia, dell’Antartide occidentale e il Wilkes Basin in Antartide orientale, la foresta Amazzonica e le foreste boreali, il permafrost, il ghiaccio marino Artico, la Circolazione Meridionale Atlantica (AMOC). Per ciascuno di questi vengono studiati possibili stati alternativi a quelli attuali, che potrebbero verificarsi una volta oltrepassate le rispettive soglie critiche, ma la scienza non è ancora in grado di dire con esattezza dove queste si trovino . 

All’inizio degli anni 2000, l’IPCC aveva ritenuto che i tipping point, allora definiti “discontinuità su larga scala”, potessero verificarsi solo in caso di riscaldamento globale superiore a 4 °C rispetto ai livelli preindustriali. Da allora, le stime delle soglie critiche si sono via via abbassate, e alcune sono state collocate nell’intervallo di riscaldamento previsto dall’Accordo di Parigi, tra 1,5 e 2 °C. Nel 2021 si è giunti alla conclusione che alcuni punti di non ritorno hanno una probabilità elevata di verificarsi se si superano i 2 °C e non trascurabile anche a livelli di riscaldamento poco superiori a 1 °C (come quelli attuali).

Secondo i dati riportati all’interno del Global Tipping Points Report pubblicato poco prima della COP30 di Belém, infatti, il tipping point delle barriere coralline è già stato superato. La soglia critica stimata per i coralli, infatti, è pari a +1.2°C e l’attuale riscaldamento globale, tra 1.3 e 1.4 °C oltre i livelli pre-industriali, la supera tanto che le barriere coralline si sono degradate fino a morire. A condurle alla morte sono le ripetute e intense ondate di calore marine, aggravate da altri fattori di stress ambientale in gran parte di origine antropica (acidificazione degli oceani dovuta alle emissioni di CO₂ che riduce la capacità dei coralli di costruire i loro scheletri; inquinamento delle acque; pesca intensiva; eccessivo sviluppo costiero e scarico di sedimenti che ombreggiano e soffocano i coralli). Quando la temperatura dell’acqua aumenta, i coralli entrano in uno stato di stress che porta all’espulsione delle alghe simbionti, causando lo “sbiancamento”. Queste alghe, in cambio di protezione, forniscono ai coralli gli elementi nutritivi essenziali, determinandone anche i colori spettacolari. Eventi brevi o lievi di sbiancamento possono essere superati, ma esposizioni prolungate portano alla morte dei coralli per fame. 

Anche la foresta Amazzonica si sta avvicinando a un punto di non ritorno a causa di feedback interagenti tra clima (aumento delle temperature, incendi e siccità) e uso del suolo (deforestazione), che minacciano di innescare un degrado forestale su larga scala e un cambiamento di regime da foresta a savana in uno scenario di riscaldamento globale compreso tra 1,5 e 2 °C. Se si verificasse, l’Amazzonia cesserebbe di essere un serbatoio di carbonio e diventerebbe una fonte netta di CO₂. Questo succederebbe se i processi che rilasciano carbonio in atmosfera superano quelli che lo rimuovono, come accade se diminuisce la fotosintesi e/o aumentano le emissioni da respirazione, decomposizione e incendi.  

Un altro tipping element molto studiato è legato alla Circolazione Meridionale Atlantica (AMOC), un sistema fondamentale di correnti oceaniche che regola il clima Europeo e globale e di cui la più nota Corrente del Golfo fa parte. Un suo forte rallentamento o un arresto porterebbe a un sensibile raffreddamento dell’Europa settentrionale, con cali di temperatura compresi tra 5 e 15 °C nell’arco di pochi decenni in alcune aree. Questo fenomeno potrebbe essere innescato dall’aumento di acqua dolce nell’Atlantico settentrionale, dovuto alla fusione della calotta groenlandese e a maggiori precipitazioni. La conseguente riduzione della salinità e della densità delle acque superficiali ostacola il loro sprofondamento, indebolendo così il motore della circolazione oceanica incluso il ramo che trasferisce calore verso l’Europa. Gli effetti si estenderebbero anche ad altre regioni: le stagioni umide dell’Amazzonia verrebbero alterate e l’innalzamento del livello del mare nelle zone costiere accelererebbe.

L’ultimo arresto dell’AMOC risale a un periodo noto come Younger Dryas avvenuto tra 12.900 e 11.700 anni fa durante la transizione dall’ultimo periodo glaciale all’attuale periodo interglaciale (l’Olocene). In quel periodo, la calotta glaciale nordamericana si stava fondendo rapidamente, immettendo grandi quantità di acqua dolce nell’oceano Atlantico settentrionale, con un impatto sulla salinità e sulla densità dell’acqua marina. Ciò causò un rallentamento della circolazione oceanica e cambiamenti climatici su scala regionale e globale. Le temperature in Groenlandia, ad esempio, diminuirono nell’arco di pochi decenni di 4-10 °C, e gran parte dell’emisfero settentrionale sperimentò condizioni più secche. Oggi numerosi studi segnalano un indebolimento della circolazione nord-Atlantica, anche se permane incertezza sull’imminenza del punto di non ritorno.

Per far sì che il riscaldamento resti almeno al di sotto dei 2 °C, la decarbonizzazione globale dovrebbe procedere almeno cinque volte più velocemente di quanto avviene oggi.

Anche le calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide presentano un rischio elevato – seppur su scale temporali diverse – di perdita irreversibile di massa. Le conseguenze sull’innalzamento del livello del mare si estenderebbero per secoli o millenni, con lo spostamento forzato di intere società costiere. Si ritiene che il collasso delle calotte possa superare il punto di non ritorno se il riscaldamento globale raggiunge 1,5 °C. 

Nell’attuale contesto di rapidi cambiamenti climatici, con un’alta probabilità di superare il grado e mezzo tra pochi anni, agire rapidamente per scongiurare possibili punti di non ritorno è essenziale. E per farlo occorre eliminare le cause principali del riscaldamento globale e accelerare la rimozione del carbonio dall’atmosfera. 

Tuttavia, per far sì che il riscaldamento resti almeno al di sotto dei 2 °C, la decarbonizzazione globale dovrebbe procedere almeno cinque volte più velocemente di quanto avviene oggi. Per far sì che ciò accada, la scienza – la stessa che studia i tipping point catastrofici – introduce un concetto altrettanto potente: quello dei “tipping point positivi”. La logica è la stessa: piccoli cambiamenti sociali, tecnologici ed economici possono innescare dinamiche che si auto-sostengano e amplifichino un effetto iniziale, generando trasformazioni rapide e durature verso esiti desiderabili e accelerando la transizione verso un sistema a basse emissioni e compatibile con i limiti planetari.

La transizione verso le energie rinnovabili, ad esempio, può diventare un tipping point positivo nel momento in cui la loro diffusione e l’adozione di veicoli elettrici diventino economicamente vantaggiose, abbassando costi e aumentando domanda. Così come la riduzione dei costi delle batterie: se i veicoli elettrici diventassero la norma, la produzione di batterie aumenterebbe di scala, abbassando ulteriormente i costi. 

Casi concreti di tipping point positivi già in atto sono l’eliminazione del carbone nella produzione elettrica del Regno Unito e l’aumento rapido dell’adozione di veicoli elettrici nel mercato automobilistico norvegese che ha innescato un’accelerazione nella riduzione di emissioni del settore. Anche l’eolico offshore nel Regno Unito ha attraversato un tipping point positivo, in cui la crescita della capacità installata, la riduzione dei costi e il supporto delle politiche pubbliche hanno innescato un circolo virtuoso che ha accelerato l’adozione della tecnologia e favorito l’apprendimento industriale. A livello mondiale, l’adozione dell’energia fotovoltaica solare ha recentemente superato un punto di non ritorno ed è prevista diventare la fonte di energia dominante entro il 2050

Anche nell’ambito della rigenerazione della natura possono innescarsi tipping point positivi: la conservazione guidata dalle popolazioni indigene, le aree marine protette e le leggi che riconoscono i diritti della natura si stanno diffondendo. Ampliare queste iniziative può ripristinare più rapidamente gli ecosistemi, rimuovere CO₂ dall’atmosfera attraverso processi naturali e garantire il raggiungimento degli obiettivi di biodiversità. Un esempio di ripristino della natura che può innescare un tipping point positivo è il restauro dell’ecosistema marino nell’area di Bagnoli che ha permesso al corallo arancione del Mediterraneo di tornare a vivere nei fondali di un’area del Golfo di Napoli ancora fortemente degradata da decenni di inquinamento industriale. Le colonie trapiantate hanno ripreso a crescere e riprodursi.

I tipping point positivi stanno già trasformando le economie, e possono essere potenti motori di giustizia climatica e sociale, riducendo le disuguaglianze e rendendo tecnologie pulite, ambienti sani e nuove opportunità economiche accessibili a tutti.

Nella letteratura i tipping point positivi sono più spesso associati alla mitigazione (ad esempio la rapida diffusione delle energie rinnovabili), ma possono riguardare anche l’adattamento. Ad esempio quando misure come infrastrutture verdi, pianificazione urbana e gestione dell’acqua sostenibili superano una certa diffusione o accettazione e iniziano a ridurre la vulnerabilità dei territori, rendendo più economico adottarle in maniera sistematica. I tipping point positivi stanno già trasformando le economie, e possono essere potenti motori di giustizia climatica e sociale, riducendo le disuguaglianze e rendendo tecnologie pulite, ambienti sani e nuove opportunità economiche accessibili a tutti.

In un Policy Brief diffuso prima della COP30, gli esperti e le esperte mondiali sulla scienza dei Tipping Point invitavano i leader non solo a evitare il superamento di 1,5°C attraverso una rapida eliminazione dei combustibili fossili e a integrare i rischi dei punti di non ritorno climatici nei quadri di governance, finanziari e di sicurezza dei loro paesi, ma anche ad attivare punti di non ritorno positivi entro il 2030 in almeno tre settori: energia pulita, alimentazione e natura.

Parlare di tipping point positivi aiuta a non sentirsi impotenti di fronte ai punti di non ritorno climatici, e a pensare a quali siano le azioni che potrebbero innescare un domino costruttivo, in grado di generare benefici a cascata. Una delle sfide, oggi, è proprio questa: attivare tipping point che costruiscano un futuro desiderabile. La scienza ci mostra non solo cosa temere, suggerendo strade per evitare il peggio o minimizzare il danno, ma anche cosa possiamo far accadere di buono, se agiamo con consapevolezza e decisione.

Elisa Palazzi

Elisa Palazzi è professoressa associata all’Università di Torino dove insegna Fisica del Clima. Studia il clima e i suoi cambiamenti nelle regioni di montagna, sentinelle del cambiamento climatico. È autrice, insieme a Federico Taddia, del libro Perchè la Terra ha la febbre?, Editoriale Scienza (2019) e del podcast “Bello Mondo” da cui è nato il libro Bello Mondo. Clima, attivismo e futuri possibili: un libro per capire quello che gli altri non vogliono capire (Mondadori, 2023). Con Sara Moraca ha scritto Siamo tutti Greta. Le voci inascoltate del cambiamento climatico (Ed. Dedalo 2022). Dal 2022, con l’associazione CentroScienza di Torino, cura il festival “Un grado e mezzo”.

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